COMMEDIA GRECA: la parola komodia deriva da komos, cioè il corteo di Dioniso, +
odè, cioè canto. La komodia si presenta come canto processionale. C’è sempre il
riferimento a Dioniso, un riferimento che nel caso della commedia è legato a molti
elementi di significato: nella commedia infatti possiamo trovare spesso il tema
gastronomico, del vino e dell’ebbrezza, ma anche il tema della sessualità e Dioniso è
proprio il dio del vino, della sfrenatezza sessuale, della fecondità e del legame con la
natura. Aristotele ci dà anche un’altra etimologia legando il termine a kome, cioè
villaggio. Ma in tal caso Aristotele dice di non esserne convinto. Oggi, dunque, gli
studiosi tendono quindi per la derivazione da komos. Per capire da dove nasce la
commedia bisogna capire innanzitutto da dove nasce la risata dato che la commedia si
lega al riso, che è sempre un fenomeno collettivo. Ridere è un fatto sociale che si
condivide. Il ridere dipende da vari fattori come l’elemento dell’inatteso. Spesso infatti
alla fine di una battuta c’è una conclusione che i latini chiamavano fulmen in clausula
e che i greci chiamavano aprosdoketon, cioè l’inatteso che fa ridere proprio perché è
qualcosa che non è in linea. Molto spesso una battuta fa ridere perché ci si muove da
un piano e improvvisamente il tono cambia e il livello si abbassa. Si ride anche quando
si usa un linguaggio scurrile. A far ridere è anche un certo tipo di linguaggio arricchito
di termini legati al corpo, alla sessualità e alla scatologia, cioè il parlare di feci. Poi
anche l’iperbole, l’esagerazione, provoca il riso. A suscitare il riso è anche la parodia
dato che si basa sempre su una differenza di livelli. I generi letterari da cui potrebbe
essere derivata la commedia sono diversi. Oggi si pensa che la commedia attica, che è
un genere di estrema raffinatezza, stia all’incrocio di una serie di generi letterari
sviluppatisi anche prima. La prima volta che fu concesso un coro alle commedie nelle
Grande Dioniso fu nel 486 a.C. , una data che segna la nascita della commedia attica. I
generi letterari da cui si sarebbe sviluppata la commedia sarebbero: il dramma (il
termine dramma non è da associare alla tragedia perché dramma vuol dire
rappresentazione dato che deriva dal greco drao, cioè fare) del siculo Epicarmo, che
presentava elementi come il tema gastronomico, la parodia mitologica e l’impianto
narrativo, il che vuol dire che questo era un genere letterario con una sua forma; farsa
megarese. I megaresi si vantava di aver inventato la commedia perché prima che
nascesse la commedia attica da loro c’erano queste farse, cioè rappresentazioni
comiche. I megaresi di esse se ne vantavano dicendo che fossero espressione della
libertà perché, dopo che Megara aveva abbandonato la tirannide, si era data un
governo democratico e a quel punto era nata la farsa megarese, che aveva una
componente politica molto forte, nel senso che la polis era pienamente rappresentata
in tutti i suoi aspetti; c’erano anche le falloforie, che costituivano però una
componente folclorica. Esse facevano parte delle manifestazioni festive in onore di
Dioniso. Le falloforie erano infatti processioni in onore di Dioniso in cuini partecipanti
indossavano dei buffi travestimenti che mettevano in rilievo le parti del corpo e
portavano in processione un fallo di legno, che rappresentava la sessualità e la
fertilità. La componente delle falloforie la rintracciamo perché soprattutto nella
commedia arcaia perché gli attori recitavano con un camuffamento che ricordava
molto quello delle falloforie. Poi, dato che la commedia si sviluppa in un periodo in cui
ci sono altri generi letterari, è normale che ci siano interferenze con gli altri generi.
Quindi, dato che la commedia è un genere che va in scena, essa viene influenzata
dalla tragedia per la struttura e la forma. Parlando invece dell’onomastikomodein e
delle forme del comico, è innegabile anchd l’influenza del giambo. La commedia
attica si divide in 3 fasi: arcaia (486 a.C. – morte di Aristofane, da fissare intorno al 385
a.C.) , mese (mote di Aristofane – morte di Alessandro Magno, avvenuta nel 323 a.C.)
e nea (dal 323 a.C. in poi). Gli esponenti dell’arcaia sono Eupoli, Cratino e Aristofane,
mentre per la nea Menandro. Tanti autori per la commedia arcaia, solo uno, Aristofane,
ci è rimasto come testimonianza importante dato che abbiamo ben 11 commedie di
Aristofane. Dunque la sensazione che abbiamo è che Aristofane sia un autore
grandissimo e che sia il più importante dell’arcaia. Ma pensare che Aristofane sia il più
grande commediografo dell’aracia è una sensazione sbagliata dovuta al fatto che di lui
ci è rimasta qualche opera. Del resto il giudizio che si può dare dell’arcaia si limita solo
sulla testimonianza di Aristofane. Ma non si può negare che gli altri autori non fossero
grandi e non avessero le proprie peculiarità. Non si deve identificare l’arcaia con
Aristofane perché sugli altri autori dell’arcaia possiamo dire poco. Ma sappiamo che
erano grandi autori. La struttura della commedia prevedeva: il prologo, in cui si
presenta la situazione, la parodo, cioè l’ingresso del coro, l’agone, cioè uno scontro
dialettico tra l’eroe comico e un altro attore o tra l’eroe comico e il coro, la parabasi,
gli episodi, cioè una serie di sketch narrativi divertenti, e l’esodo, cioè l’uscita del coro.
La parabasi è un momento di forte interazione tra il coro e il pubblico. È un momento
in cui si rompe la finzione scenica, per cui si finge che ciò che è in scena sia reale per
aderire sentimentalmente e mentalmente allo spettacolo. La finzione scenica è un
abbandono della realtà e da parte loro gli attori la garantiscono. Nella parafrasi c’è,
però, la rottura della finzione scenica perché gli attori escono e resta in scena solo il
coro, che si toglie le maschere e parla con il pubblico usando la prima persona o
perché parla collettivamente o perché è il corifeo che si fa portavoce del coro. Quindi
la parabasi è un momento di riflessione con la comunità in cui si discute sul senso di
ciò che si propone. Non a caso il termine parabasi deriva da parabaino, cioè passare
accanto, perché il coro sfilava davanti al pubblico. In quel momento ad interagire
erano la comunità e il teatro anche perché il teatro parlava di politica. Quindi la polis
nella parabasi, rappresentata dagli spettatori, è integrata nel teatro e gli spettatori
stessi sono la commedia. Ovviamente la parabasi implica per la polis un momento di
discussione forte ed è possibile solo finché la polis rimane tale. Perciò nelle ultime
tragedie di Aristofane, che sono della fine del IV secolo, quando ormai la libertà era
minacciata da ogni parte, scompare la parabasi, il che non è un caso perché questo
momento di interazione forte col pubblico può esserci solo quando c’è un polis viva, in
cui il dibattito politico e culturale è vivo.
ARISTOFANE: nasce a metà del V secolo, inizia a scrivere durante la guerra del
Peloponneso e la sua prima commedia giunta intera, Gli Acarnesi, è del 425.
Continuerà fino ai suoi ultimi anni di vita e l’ultima commedia conservata è il Pluto. Di
lui abbiamo 11 commedie per intero.
ACARNESI: la commedia trae il titolo dal coro, costituito dagli abitanti del demo di
Acarne. Il protagonista è Diceopoli, un uomo dal nome parlante che vuol dire “cittadino
giusto”. Nel suo nome ci sono la giustizia e la città e Diceopoli ha a cuore la città e la
giustizia. Diceopoli è nauseato dalla guerra del Peloponneso, che per lui è
strumentalizzata da chi comanda. Allora decide che ci penserà lui personalmente a
fare una tregua con gli Spartani visto che Lamaco, stratego ateniese, non vuole farla
perché è un guerrafondaio, cioè uno a cui piace la guerra perché essa gli consente di
avere potere e visibilità. Dunque qui in questa tragedia troviamo addirittura un
personaggio storico, Lamaco. Diceopoli va a Sparta e chiede una tregua. Ottenuta la
tregua, Diceopoli inizia a festeggiare a casa sua felice e sereno perché la pace è
tornata e la guerra per lui è finita dato che ha fatto la sua tregua. Tuttavia gli Acarnesi,
poiché vogliono vendicarsi dato che il loro territorio è stato devastato dagli Spartani,
considerano Diceopoli un traditore e vanno a casa sua per vendicarsi. Diceopoli cerca
di difendersi e lo fa in modo buffo. Per difendersi, dato che conviene far pena,
Diceopoli veste di panni miserabili come aveva fatto Telefo in una tragedia di Euripide.
Quindinqui Diceopoli fa la parodia al Telefo di Euripide vestendosi da straccione.
Diceopoli dialogando con gli Acarnesi nell’agone riesce a convincerli della bontà della
sua opinione e alla fine tutto va bene per lui e lo si vede accompagnato da una bella
ragazza, che rappresenta la tregua. Nella commedia Diceopoli è l’eroe comico. L’eroe
comico è colui che ha un progetto: davanti una stortura del reale o a una situazione
incoerente, insoddisfacente o difficile l’eroe comico vuole trovare una soluzione. Ad
esempio Diceopoli vuole trovare una soluzione alla guerra. Ma come trova la soluzione
l’eroe comico? L’eroe comico è eccessivo, assurdo e spesso anche incoerente e questo
lo vediamo in Diceopoli, che fa una cosa assurda come una pace personale, che non è
possibile nella realtà. Inoltre, l’eroe comico può anche avere dei difetti. Ma in ogni caso
l’eroe comico riesce a far vincere il suo progetto dato che nell’agone, in cui l’eroe
comico dibatte con il coro o con un altro personaggio, è l’eroe comico ad avere la
meglio con le sue convinzioni. Un’altra componente delle commedie di Arsitofane,
come si può vedere anche negli Acarnesi, è la presenza alla fine di una bella donna o
delle nozze perché le nozze rappresentano il trionfo della vita, del cibo e della
sessualità. Dunque non è strano che anche i concetti astratti vengano rappresentati in
scena con delle belle ragazze, come nel caso della tregua rappresentata come una
bella donna che si accompagna a Diceopoli. Una parte interessante della commedia è
la parabasi, in cui Aristofane ci fa capire che la sua è veramente una commedia per la
polis. In questa parabasi lui infatti dice ai cittadini di averli spinti a non essere
creduloni dato che con una semplice parola d’adulazione si lascerebbero abbindolare e
a comprendere il senso della democrazia.
CAVALIERI: Qui il prologo è recitato da due servi, Demostene e Nicia, i quali sono
servi di Demos (Popolo), che è un vecchio citrullo. Metaforicamente il fatto che il
demos sia invecchiato e sia diventato un po’ scemo vuol dire che il popolo di Atene
sembra essere diventato incapace di saper trovare per sé le migliori soluzioni in balia
dei demagoghi. Demos è infatti dominato da Paflagone, un servo definito anche
conciapelli. Paraflagone è un conciapelli perché lo stratego di Atene del tempo era un
certo Cleone, la cui famiglia aveva una conceria. Quindi questo conciapelli Paflagone,
che si rigira il popolo come vuole, rappresenta Cleone. Sappiamo che addirittura
Aristofane voleva fare una maschera caricaturale per il personaggio di Paflagone che
riprendeva le fattezze di Cleone. Ma dato che Cleone non aveva u grande senso
dell’umorismo nessun artigiano volle fare la maschera per il personaggio di Paflagone.
Però evidentemente al sentire parlare di conciapelli tutti capivano a chi si volesse
riferire Aristofane perché il conciapelli non poteva che essere Cleone. Demostene e
Nicia si lamentano del fatto che Demos sia diventato vecchio e scemo e se la
prendono soprattutto con Paflagone. I due per togliersi di mezzo Paflagone gli
oppongono un antagonista, un salsicciaio che rappresenta l’eroe comico della
commedia. Il salsicciaio però dice ai servi di essere di umili origini e ignorante. I due
servi però lo rassicurano dicendogli che quelle sono le qualità per fare carriera in
politica. Anche in questo si evince la polemica contro Cleone dato che si pareva che
non fosse né nobile né tanto colto. A quel punto il salsicciaio si butta in politica
mettendosi contro Paflagone. Nell’agone in cui dibattono il salsicciaio e Paflagone ha la
meglio il salsicciaio, che fa anche una sorta di rito magico dato che fa bollire Demos in
grosso pentolone, il che è una parodia del mito delle Peliadi. Demos viene fuori dal
pentolone ringiovanito e rinsavito. Demos capisce così l’errore fatto. La metafora
dietro tutto ciò è la seguente: il popolo ateniese dovrebbe ritrovare la dignità di un
tempo senza essere più servo dei demagoghi, ma anzi riscoprendosi capace di sapersi
difendere da solo senza lasciarsi manipolare dai demagoghi. Interessante è l’agone in
cui il Salsicciaio e Paflagone dibattono per contendersi il favore di Demos. Entrambi
propongo in tutti i modi a Demo di essere servili. Però emerge presto la falsità di
Paflagone quando dice a Demo che lo nominerà, a sue spese, trierarco di una vecchia
nave: apparentemente questa sembra essere una cosa fatta per Demo, ma di fatto è
una cosa che si ritorcerà contro di lui. E da questa falsità che si evince nel pronunciare
la battuta deriva la comicità.
NUVOLE: la commedia prende sempre il nome dal coro travestito in questo caso da
nuvole. Non si sa di preciso cosa rappresentino le nuvole nella commedie perciò
ognuno può darne una sua interpretazione. Sicuramente le nuvole possono
rappresentare i discorsi fumosi dei filosofi, che sono troppo campati in aria, oppure
un’evasione dal terreno. Il vecchio Strepsiade ha un problema col figlio Fidippide, che è
uno a cui piace la bella la vita. Del resto la madre stessa, essendo una nobile, era
abituata a spendere e spandere e Fidippide continua a comportarsi come se i mezzi
economici della famiglia potessero consentirlo quando invece la situazione economica
di Strepsiade è disastrosa. Perciò Strepsiade vuole che il figlio la smetta di comportarsi
senza parsimonia e in più il vecchio è continuamente pressato dai creditori. Stepsiade
ua però sentito che vicino casa sua vive un tale Socrate che riesce a persuadere gli
altri pure quando sono nel torto e a stravolgere la verità. Socrate è dunque visto come
uno che sa stravolgere la verità. Ma in realtà l’abilità di dire di un soggetto una cosa e
il suo opposto era tipicamente sofisitica, mentre Socrate aveva un’impostazione
diversa. Tuttavia nella percezione popolare Socrate era visto come un sofista e non si
faceva distinzione tra la filosofia socratica e quella dei sofisti. E Aristofane si rivolge a
un pubblico popolare e nel farlo ne fa propri i pregiudizi. Venuto a sapere ciò,
Strepsiade spera che andando da Socrate possa riuscire ad avere degli aiuti per tenere
a bada i creditori. Perciò il vecchio va da Socrate, che parla con i suoi discepoli mentre
sta su una cesta sospeso in aria. I discepoli sono tutti l’acero e dunque c’è
l’impressione che quella di Socrate sia una filosofia stracciona. Strepside non capisce il
pensiero si Socrate e viene cacciato. Tuttavia poi il vecchio pensa di mandare il figlio
da Socrate dato che lui non lo comprende. Stepsiade tornato a casa tesse le lodi di
Socrate e Fidippide, incuriosito, va ad ascoltare Socrate. Fidippide capisce il messaggio
del filosofo è mentre è con Socrate assiste all’agone tra il discorso migliore e quello
peggiore. Il discorso migliore porta avanti argomentazioni dei tempi andati, mentre
quello peggiore propone i piaceri, la dissolutezza e tutta una serie di comportamenti
cattivi del presente. Il discorso peggiore vince. Fidippide è entusiasmato da ciò che
impara e torna a casa capace di fare discorsi peggiori vincendo ogni motivazione e
così caccia via i creditori. Strepsiade contento da un banchetto, durante il quale
Fidippide recita dei versi di Euripide. Strepsiade lo rimprovera, ma Fidipoide, che dà
Socrate ha appreso che si può avere sempre ragione, picchia il padre. Nella commedia
dunque si ribaltano i rapporti di forza padre-figlio dato che il figlio picchia il padre
sostenendo che lo fa per il suo bene. Strepsiade allora corre ad incendiare il pensatoio
di Socrate. Questa è dunque una commedia piuttosto vivace in cui si mescola la
polemica letteraria con la polemica di costume. Questa è anche una commedia
problematica perché non riusciamo a riconoscere né un progetto costruttivo né un
eroe comico positivo e ci si è chiesti il perché di questo. Una soluzione potrebbe essere
che in effetti non si può opporre una visione costruttiva a Socrate: probabilmente,
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