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I lineamenti essenziali dell’archeologia a Rodi dalla fine del secolo ai giorni nostri

Questo elaborato vuole fornire al lettore alcuni lineamenti essenziali sulla storia archeologica1 dell’isola di Rodi a cominciare dalla seconda metà dell’Ottocento e fino ai giorni nostri. In particolare, si cercherà di sottolineare come le vicende archeologiche che hanno interessato l’isola egea a partire dal periodo considerato, e che hanno dunque condotto alla scoperta del suo patrimonio storico-culturale, costituiscano un forte riflesso delle vicende politiche moderne di Rodi che, come noto, soltanto nel 1948 – insieme con tutto il distretto insulare del Dodecaneso – è stata annessa allo Stato ellenico.

Solo tenendo ben a mente tale assunto, si può comprendere perché nel prosieguo di questa trattazione ci si dovrà riferire precipuamente all’azione di missioni straniere (danesi, inglesi e italiane, principalmente) nell’enumerare gli scavi condotti nei tre centri antichi dell’isola (Lindos, Kamiros, Ialysos), prima del sinecismo che ha portato tra il 408 e il 407 a.C. alla nascita della polis unica di Rodi, e nel resto del territorio insulare.

Infine, ancorché costituisca tema di indubbio interesse, non è questa la sede per occuparsi anche della riscoperta post-medievale di Rodi, e cioè a partire dal periodo umanistico-rinascimentale italiano, seguita ai primi grandi viaggi compiuti nell’Est dell’Egeo e in Oriente da intellettuali “europei”, che pur ha contribuito a creare una prima base di conoscenza antiquaria dell’isola nel nostro continente e che – pur con tutte le discontinuità e cesure del caso – ha rappresentato un fenomeno preliminare alla stagione ottocentesca delle prime grandi scoperte e, soprattutto,2 dell’avvio delle attività di saccheggio nei siti archeologici del territorio rodio.

3.1. Gli scavi danesi ed inglesi a Rodi tra la seconda metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento

Le attività di scavo di stampo scientifico e le missioni archeologiche, intese in senso “moderno”, nell’isola di Rodi cominciarono solo a partire dalla seconda metà dell’Ottocento e furono a cura3 di studiosi europei, principalmente inglesi e danesi.

Quanto ad alcune fra le più note figure di viaggiatori e studiosi danesi (e scandinavi) di antichità classiche che, a partire dagli inizi del XIX secolo, hanno cominciato ad avventurarsi, con1 Si precisa che l’obiettivo è quello di presentare le varie missioni archeologiche che si sono succedute nei vari contesti dell’isola in epoca moderna, senza sentire la necessità, peraltro non possibile ai fini di questo lavoro, di discutere criticamente nel dettaglio anche i risultati ottenuti e le problematiche emerse; aspetti per i quali, si forniranno adeguati riferimenti bibliografici contesto per contesto.

2 Sul tema, cfr. B 2019, pp. 36-50; ma, in generale, vd. S 2019 per ricostruire i vari argomenti di ADOUD CHIERUP cui si tratterà nel corso di questo capitolo.

3 Cfr. infra; si vd. almeno i contributi di P 2019; S 2019; G et al. 2019. ATSIADA ALMON IANNIKOURI

interesse storico-antiquario e archeologico, in Grecia e a frequentare, sempre più progressivamente, anche l’isola di Rodi, non ci si può esimere dal ricordare personaggi quali P.O. Brøndsted (1780-1842) – dapprima agente del Tribunale danese presso il Vaticano a Roma, che fu, successivamente, nominato Custode della Reale Collezione di Monete e Medaglie al Museo Nazionale Danese, nonché fra i primi professori ordinari di filologia e archeologia4 classica dal 1832 all’Università di Copenaghen – e, soprattutto, Johan Hedenborg (1787-1865) e J.L. Ussing (1820-1905).

Soffermiamoci brevemente adesso su queste ultime due figure di studiosi poiché da esse scaturiscono – anche se non in linea diretta – le due principali missioni archeologiche “straniere” che hanno operato a Rodi tra la seconda metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, ovverosia gli scavi inglesi del British Museum a Kamiros e quelli danesi5 voluti dalla Carlsberg Foundation sull’acropoli di Lindos.

Il medico e naturalista svedese Johan Hedenborg visitò l'isola nel 1831 e vi si stabilì nel 1840. Poiché in questo periodo il capitano inglese Thomas Grave, a bordo della HMS Beacon, stava mappando l'arcipelago per conto dell'Ammiragliato britannico, la cartografia pubblicata nel 1844 (e ancora nel 1848) da quest’ultimo servì ad Hedenborg per la sua prima esplorazione6 archeologica di Rodi.

Sebbene il resoconto dell’autore fosse basato su una mappa affidabile, necessita di un’analisi attenta poiché risulta essere molto confuso e viziato da innumerevoli ingenuità; contiene, tuttavia, una discreta quantità di informazioni che restano comunque di7 altissimo interesse.

Quanto agli aspetti topografici, Hedenborg scoprì alcuni fra i più importanti santuari di Rodi, spesso senza riconoscerli come tali: possiamo citare il santuario di Apollo Pythios sull'acropoli della città omonima, quello di Apollo Erethimios all’interno del territorio di Ialysos, e quelli di Poseidone Ippione e Artamis Kekoia nel territorio di Lindos.

Un grande merito che va riconosciuto ad Hedenborg sta nel fatto che egli attribuiva grande importanza ai reperti ceramici, in un modo innovativo per i suoi tempi, e questo gli permise di individuare8 strutture antiche che non erano state mai individuate prima. Purtuttavia, il principale contributo di Hedenborg allo studio dell’isola di Rodi in epoca antica risiede nell’ambito della disciplina epigrafica, avendo egli trascritto e tramandato numerose iscrizioni oggi perdute – poi riprese9 (non tutte) dal celebre articolo di Angelo Scrinzi del 1899 –, e avendo studiato a fondo i bolli.

4 Sulla figura di Brøndsted, cfr. R -L 1991, pp. 22-23, con bibliografia. ATHJE UND

5 Cfr. infra; su Lindos, la pubblicazione fondamentale resta B 1931; su Kamiros, vd. P 2019, LINKENBERG ATSIADA con bibliografia, per un quadro di sintesi aggiornato.

6 B 2019, p. 47. ADOUD

7 Il manoscritto dell’autore, dal titolo Geschichte der Insel Rhodos, rimase comunque inedito; cfr. ibid.; H 1854. EDENBORG

8 Ibid.

9 Dal titolo Iscrizioni greche inedite di Rodi, per cui cfr. S 1898-1899, pp. 251-287; B 2019, pp. 47- CRINZI ADOUD 48 ha di recente studiato il manoscritto inedito di Hedenborg confrontandolo con il celebre articolo dell’epigrafista italiano, e si è reso conto che più di settanta iscrizioni – spesso dalla lettura più complessa – pur ricopiate e tràdite.

restituiti da anfore e tegole rinvenute nell'isola, di cui possedeva tra l’altro un’importante10 collezione privata.

Hedenborg ha avuto poi un’influenza importante nei confronti degli altri viaggiatori che giungevano a Rodi verso la metà del XIX secolo. I più importanti furono, in ordine cronologico, Ludwig Ross (1806-1859), il quale pubblicò la prima descrizione dell'acropoli di Lindos – che nel frattempo era stata ormai abbandonata dalla guarnigione ottomana che l’aveva presidiata a lungo – Victor Guérin (1821-1890) e Charles Newton (1816-1894).

Questi viaggiatori differivano dai loro predecessori in quanto tutti e tre, come noto, erano epigrafisti e archeologi professionisti, e ciò spiega anche perché il loro lavoro è stato riutilizzato così ampiamente dai11 loro successori. Le numerose iscrizioni da loro coscienziosamente copiate, studiate e tradotte, sono state, infatti, così integrate nel corpus delle Inscriptiones Graecae, e i loro resoconti ci aiutano ancora oggi a comprendere i contesti in cui questi documenti sono stati scoperti. Inoltre, i loro studi sono molto preziosi perché contengono molte osservazioni sulle risorse naturali dell'isola di Rodi in un’epoca in cui erano ancora sfruttate con metodi tradizionali.

In particolare, il viaggio che Newton fece nel 1853 nell’isola egea permise, per la prima volta, al British Museum londinese di acquisire un grande quantità di oggetti provenienti da Rodi – che sin dalla fine del Settecento clandestinamente veniva saccheggiata del suo patrimonio12 storico-archeologico sia da locali che, soprattutto, da stranieri; e, dato ancora più significativo, nella stessa occasione Newton aveva potuto conoscere Alfred Biliotti (1833-1915), il quale, in associazione con Auguste Salzmann (1824-1872), come noto, scavò per conto del British13 Museum il sito di Kamiros, e poi – da solo – intraprese l’esplorazione del sito di Ialysos.

Le vicende politico-diplomatiche che dal 1853 giungono fino alla campagna di scavo “ufficiale” ed estensiva del British Museum a Kamiros tenutasi tra il 1863 e il 1864, a cura di Bilotti e Salzmann, così come quelle che seguirono anche negli anni Ottanta e Novanta del XIX secolo – quando pur continuarono le attività di acquisto di antichità rodie da parte dell’istituzione museale londinese –, sono al centro di un noto e bel contributo di A. Villing di recente pubblicazione, cui si rimanda per tutti i dettagli, che, invece, in questa sede, non possono essere14 richiamati. Qui, ci si limiterà a fornire un quadro generico e rapido sulla missione archeologica sopracitata.

dal medico e naturalista svedese erano state assolutamente ignorate da Scrinzi che, infatti, nel suo contributo ha pubblicato solamente poco più di 40 iscrizioni.

10 Per un approfondimento in merito, cfr. B 2017. ADOUD

11 B 2019, p. 48. ADOUD

12 Per un inquadramento generale sul fenomeno, vd. almeno C 2014, pp. 24-35. OULIE

13 S 2019; C 2019; V 2019; P 2019. ALMON OULIE ILLING ATSIADA

14 V 2019, pp. 72-95. ILLING

Nel corso di questa campagna di scavo biennale a Kamiros – alla quale pur seguirono attività di scavo, i cui materiali rinvenuti non sempre giunsero al British Museum – Bilotti, che era un levantino italiano che lavorò nel servizio consolare britannico a Rodi tra il 1849 e il 1873, e Salzmann, il quale fu anche un pittore e pioniere nel campo della fotografia, in particolar modo archeologica, ebbero l’opportunità di scavare all’incirca 275 tombe provenienti dalle necropoli disposte intorno alla città antica e di indagarne l’acropoli, rinvenendo due diversi depositi15 votivi.

Tuttavia, nel corso dei successivi anni i due archeologi si impegnarono anche nelle indagini delle necropoli delle località vicine all’antica polis. In particolare, scavarono circa 288 tombe nella necropoli di Fikellura, 18 da quella in località Papatislures e Kasviri e almeno tre16 dalla necropoli di Kechraki.

Come si può immaginare, sia per la velocità con la quale furono condotte queste indagini, sia per le metodologie proprie dell’epoca in cui esse si svolsero, la documentazione archeologica ad oggi a disposizione presenta determinate lacune. A tal proposito, è di recente pubblicazione lo studio di N. Salmon, che ha avuto il merito proprio di rispondere ad una tale esigenza divenuta oramai inderogabile, all’interno del quale lo studioso si è cimentato nella ricostruzione dei contesti di provenienza dei materiali scavati nel corso di questa campagna inglese,17 lavorando sia sui reperti che sui dati di archivio.

La figura di J.L. Ussing, infine, che era stato allievo del precedentemente ricordato Brøndsted e che gli succedette nel ruolo professore di filologia e archeologia all'Università di Copenaghen nel 1842, si ricollega, invece, all’altra grande missione archeologica “straniera” che operò a Rodi nei primi decenni del Novecento: gli scavi danesi presso il santuario di Athana Lindia sull’acropoli di Lindos.

Egli visitò la Grecia e l'Italia già fra il 1844 e il 1846, fornendo maggior contributo allo studio del mondo antico nel campo dell'epigrafia, disciplina nei confronti della quale era particolarmente vivo l'interesse in un certo numero di successivi archeologi danesi. Ussing divenne anche membro del consiglio di amministrazione della Carlsberg Foundation, prodromico istituto di stampo mecenatico nel campo degli studi umanistici e di ricerca scientifica in Danimarca fondata in tempi sorprendentemente precoci, rispetto anche ad altri e18 innumerevoli paesi europei, e questo gli permise di prendere parte all'iniziativa del primo grande progetto archeologico danese nel Mediterraneo: la, già ricordata, spedizione a Lindos19 sull'isola di Rodi.

15 Ivi, spec. pp. 82 ss.; e pp. 107 ss. sui depositi votivi, per cui cfr. anche infra.

16 V 2019, p. 84; P 2019, p. 160. ILLING ATSIADA

17 S 2019, pp. 98-112, resta il contributo fondamentale sull’argomento. ALMON

18 G 1990, p. 220. LAMANN

19 R -L 1991, pp. 22-23, per un rapide notizie su Ussing. ATHJE UND

Lo studioso, infatti, in quel tempo pubblicò in un suo scritto quali fossero gli argomenti che l’avevano indotto a propendere su questa precisa località dell’isola egea:

“I principali scavi che sono stati effettuati durante l'ultimo mezzo secolo nei centri culturali devono apparire non solo in modo più vivido e completo, ma anche in molti modi sotto una luce completamente nuova. L’archeologia deve arrivare a giocare un ruolo importante […] dopo un'attenta valutazione delle varie possibilità che si sono presentate, abbiamo scelto Lindos sull'isola di Rodi, città che nel VII e VI secolo a.C. fu la più importante dell'isola, situata sulla costa orientale; come avamposto più a Sud-Est della Grecia, ha svolto un ruolo importante20 nell'antico commercio con l'Oriente.”

Al netto dell’eccessiva semplificazione e della visione un po’ rozza circa la storia politica in epoca arcaica di Rodi, è particolarmente interessante che Ussing sottolinei, già alla sua epoca, l'importanza dell'isola per le rotte commerciali tra Oriente e Occidente.

La Carlsberg Foundation affidò, dunque, l'esecuzione pratica del progetto Lindos a K.F. Kinch (1853-1921) e a Chr. S. Blinkenberg (1863-1948). Il primo era stato allievo proprio di Ussing, e aveva già viaggiato molto in Turchia e nella Grecia settentrionale studiando siti e monumenti21 antichi nella penisola Calcidica, in Macedonia e a Salonicco.

Blinkenberg (fig.), dal canto suo, era curatore del Museo Nazionale Danese e in seguito divenne il primo professore della disciplina – adesso autonoma rispetto al passato – di archeologia all'Università di Copenaghen. Il primo fu la forza trainante del lavoro sul campo durante la maggior parte delle campagne, le quali si svolsero regolarmente dal 1902 al 1909, e poi ancora dal 1913 al 1914: i risultati furono22 pienamente all'altezza delle aspettative.

Nello specifico, gli scavi si concentrarono sull'acropoli di Lindos e nelle aree circostanti in tre grandi campagne dal 1902 al 1905. I primi rinvenimenti di cultura materiale da qui risalgono al periodo Protogeometrico, e il numero di reperti si moltiplica dall’VIII secolo a.C. in poi. Corrispondono a quelli realizzati in altri santuari greci e comprendono materiali importati dalla Siria settentrionale, Assiria, Cipro, Fenicia ed Egitto. La prima struttura monumentale rinvenuta fu una scala, datata a dopo il 55020 U 1906, pp. 228-229. SSING

21 R -L 1991, p. 24 et passim. ATHJE UND

22 Con la spedizione a Rodi, la Danimarca si unì al gruppo un po’ esclusivo delle nazioni europee che conducevano scavi in Grecia (H 1969, 122-145): Germania e Gran Bretagna (W 1988), Francia e America AUSMANN ATERHOUSE avevano fondato scuole di archeologia ad Atene prima della fine del secolo, e c'era una feroce concorrenza tra questi paesi così come con Austria, Italia e altri per i migliori siti. Il progetto Lindos, in fin dei conti, era figlio del suo tempo. La pubblicazione fondamentale della missione danese resta B 1931, Lindos I, ma tutta la LINKENBERG serie di volumi pubblicati, anche a distanza di molti anni dalle attività sul campo va tenuta in considerazione; cfr. R -L 1991, p. 39 per una scheda sintetica sulla missione, sui suoi risultati precipui e per ulteriori ATHJE UND approfondimenti bibliografici.

a.C., che dava l’accesso portando a un predecessore del tempio attualmente visibile23. La missione rinvenne anche un gran numero di doni votivi, soprattutto figurine in terracotta, datati24 complessivamente tra il VI e V secolo a.C. Le iscrizioni rinvenute, invece, si datano a partire25 dal VI secolo a.C.

La Prima guerra mondiale determinò, comunque sia, bruscamente la cessazione delle attività archeologiche nei paesi del Mediterraneo e, con l'arrivo della pace, la cartina geo-politica dell'Europa e del Vicino Oriente era profondamente cambiata: il crollo dell'Impero ottomano26 portò la Siria, l’Iraq e la costa levantina sotto il dominio britannico e la giurisdizione francese.

Le isole del Dodecaneso, come noto, passarono invece sotto il dominio italiano e, pertanto, un continuo coinvolgimento danese, ma in generale “straniero”, a Rodi fu, così, reso difficile, e27 nel 1914 Kinch lasciò definitivamente l’isola egea, sigillando così la presa dell'Italia sull'isola, anche in campo archeologico.

3.2. L’occupazione italiana del Dodecaneso (1912-1947) e l’operato degli archeologi italiani a Rodi

Non è questa la sede per discutere nel dettaglio né della cornice storico-politica, ma anche culturale, che ha portato alla lunga dominazione italiana – giolittiana e liberale prima, fascista poi – sulle isole del Dodecaneso né per affrontare con la giurisdizione

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/07 Archeologia classica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher marcocapurro di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Archeologia greca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi L'Orientale di Napoli o del prof D'acunto Matteo.
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