TEORIE E TECNICHE DEI TEST PSICOLOGICI
1. MISURARE IN PSICOLOGIA E LE DIVERSE FASI DEL TESTING
‘Nulla esiste finché non è misurato’ diceva Niels Bohr. Il termine misurare indica determinare la misura di una
grandezza, eseguire una misurazione, prendere il valore di qualche cosa.
Misurare in psicologia significa quindi stabilire una regola di corrispondenza tra gli attributi e i valori numerici
che ne esprimono la loro quantità (o la loro qualità). Le proprietà psicologiche possono essere considerate
delle variabili, ovvero delle caratteristiche che possono assumere livelli differenti attraverso gli individui, i
gruppi, le organizzazioni, e in quanto tali possono essere misurate.
Quando si parla di misurazione si fa riferimento ad un processo attraverso il quale si quantifica un attributo
tramite l’assegnazione di un valore numerico alle categorie associate ad una certa quantità della proprietà
oggetto della misurazione: tale processo viene effettuato seguendo regole che definiscono una corrispondenza
tra l’insieme dei numeri e la quantità (o la qualità) dell’attributo che viene misurato. Qualsiasi processo di
misurazione prevede tre elementi fondamentali:
1. Un sistema empirico (SE), cioè un insieme di entità non numeriche, ovvero la caratteristica che si vuole
esaminare (es. la depressione).
2. Un sistema numerico (SN) che consenta di assegnare dei valori che rendano ragione della variazione del
sistema empirico SE.
3. Una regola (f), o funzione di omomorfismo, che consenta di trasferire SE in SN, cioè di attribuire dei numeri
agli elementi del sistema empirico.
Le proprietà psicologiche, come tutte le altre variabili, possono essere misurate in modo molto diverso tra loro
e la scelta del livello di misura dipende soprattutto dalla loro natura e dalla complessità con cui si vogliono
concepire e quantificare tali caratteristiche.
Stevens propose differenti funzioni di corrispondenza tra SE e SN che si applicano a seconda delle proprietà
della variabile oggetto del processo di misurazione e che corrispondono a quattro diverse scale di misura. Si
può sempre passare da un livello di misura gerarchicamente più alto ad uno più basso, ma non il contrario.
• LIVELLO DI MISURA NOMINALE
La scala di misura nominale rappresenta il livello più elementare di misura di una variabile. Il processo di
misurazione collegato a tale livello di misura consiste nell’assegnare soggetti (o gruppi o organizzazioni) a
delle categorie mutuamente esclusive ed esaustive. Non rappresenta un vero e proprio livello di misura
quantitativo (da non confondere con variabili metriche dicotomiche), bensì consente esclusivamente di
classificare gli elementi del sistema empirico dal punto di vista qualitativo.
Ad esempio, possiamo stabilire che il disturbo bipolare appartenga alla categoria dei disturbi dell’umore (1)
e che il disturbo schizotipico rientri tra i disturbi della personalità (2): posso dire che 1 è diverso da 2 (e
viceversa), ma non posso stabilire tra loro alcun ordine di grandezza.
• LIVELLO DI MISURA ORDINALE
La scala di misura ordinale rappresenta il livello più elementare di misura quantitativa di una variabile. Il
processo di misurazione collegato a tale livello di misura consiste nell’attribuire ai soggetti (o gruppi o
organizzazioni) dei valori numerici ordinabili gerarchicamente. Rappresenta il primo vero e proprio livello di
misura quantitativa, e consente di posizionare gerarchicamente le categorie lungo un ordine di grandezza.
Ad esempio, possiamo stabilire che se un paziente dopo una valutazione della gravità della sua insonnia
ottenga un livello di rischio non rilevante (1) sarà meno a rischio di un altro paziente che presenta un quadro
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di rischio medio (2): posso dire quindi in questo caso che 2 > 1, ma non posso quantificare la distanza che
intercorre tra i due valori.
• LIVELLO DI MISURA DEGLI INTERVALLI EQUIVALENTI
La scala di misura degli intervalli equivalenti rappresenta un livello di misura quantitativa di una variabile
dove la distanza tra diverse categorie numeriche adiacenti può essere considerata la medesima (es. la
distanza che c’è tra 36 e 37 è la stessa che c’è tra 2 e 3). Il processo di misurazione collegato a tale livello di
misura consiste nell’attribuire ai soggetti dei valori numerici sulla base di un’unità di misura comune (es.
temperatura), sebbene l’assegnazione del valore 0 alla proprietà misurata sia del tutto arbitrario.
Ad esempio, possiamo stabilire che se un Mario ottiene il punteggio di 10 in una scala di depressione e Luca
ottiene 20, è possibile affermare che Luca è più depresso di Mario, e lo è di 10 unità di misura, però non
posso affermare che Luca sia depresso il doppio rispetto a Mario.
• LIVELLO DI MISURA DEI RAPPORTI UGUALI
La scala di misura dei rapporti uguali è in parte simile a quella ad intervalli equivalenti precedentemente
illustrata, ma la grande differenza rispetto a quest’ultima è il significato assunto dal valore 0. Il processo di
misurazione collegato a tale livello di misura consiste nell’attribuire ai soggetti (o gruppi o organizzazioni) dei
valori numerici sulla base di una scala di misura che trae la sua origine nel valore 0, che indica l’assenza della
proprietà o dell’attributo oggetto della misurazione. In questo caso, possiamo non solo stabilire l’ordine di
grandezza e l’entità della differenza tra due soggetti rispetto alla stessa variabile, ma possiamo anche
determinare il rapporto tra tali misure.
Ad esempio, se Marco impiega 20 secondi per completare un test cognitivo e Luca ne impiega 40, posso
affermare che Luca ha impiegato il doppio del tempo che ha impiegato Marco per completare quel test.
Ogni scala (o livello) di misura di una variabile è caratterizzata dalle seguenti peculiarità:
• OPERAZIONI FONDAMENTALI
Rappresentano l’insieme delle relazioni che è possibile stabilire tra gli elementi del sistema numerico (SN)
attraverso i quali decliniamo quelli di un sistema empirico (SE):
• Uguaglianza/differenza (es. maschio, femmina);
• Ordine (es. primo, secondo, terzo);
• Quantificazione relativa della distanza tra gli elementi numerici, ovvero unità di misura (10, 11, 12, ...);
• Quantificazione assoluta della proprietà, ovvero la presenza di uno zero assoluto (30 minuti , …).
• TRASFORMAZIONI AMMISSIBILI
Consentono il passaggio da una scala di valori (SN1) ad un’altra (SN2) definite sullo stesso sistema empirico
SE. La trasformazione dei valori di SN1 è ammissibile se consente di rappresentare SE attraverso SN2 senza
alterarne le caratteristiche relazionali tra i suoi elementi.
• COMPATIBILITÀ CON IL MODELLO STATISTICO DI RIFERIMENTO
Compatibilità tra variabile utilizzata nella misurazione di una caratteristica psicologica e modello statistico
utilizzato in fase di analisi dei dati. Le assunzioni statistiche richieste dalla tecnica analitica devono essere
sempre soddisfatte.
• SIGNIFICANZA DI UNA STATISTICA
Riguarda l’ammissibilità della statistica rispetto alla scala di misurazione della variabile. Per calcolarla non
devono essere utilizzate operazioni incompatibili con la scala di misura (es. non si può calcolare la media del
genere biologico).
• INVARIANZA DI UNA STATISTICA
Nel passaggio da una unità di misura a un’altra, la statistica continua a descrivere la medesima caratteristica
empirica (es. la media di una variabile a intervalli equivalenti dopo la ricodifica dei suoi valori).
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Critiche alla classificazione proposta da Stevens (1946):
• Tipologia rigida (Duncan, 1986): Le quattro categorie di Stevens sono troppo semplicistiche e non riflettono
la complessità dei dati reali.
• Uso scorretto delle scale di misura (Cliff, 1996): Trattare dati ordinali come a intervalli equivalenti può
portare a errori nell'analisi dei dati e nelle conclusioni pratiche, poiché le differenze tra le categorie non
sono misurabili.
• Problemi nel concetto di misura (Mitchell, 1997): La misurazione nelle scienze sociali non rispecchia una
vera prospettiva di misurazione scientifica.
• Confini ambigui tra i livelli di misura (Velleman e Wilkinson, 1993): Distinguere tra variabili ordinali e a
intervalli equivalenti non è sempre chiaro, generando confusione nelle analisi dei dati.
• Dati complessi non rappresentati (Bollen, 1989): La tipologia di Stevens è troppo semplice per variabili
complesse, che richiedono approcci più avanzati.
Cosa si misura in psicologia? Le unità di analisi più importanti che generalmente si misurano nelle discipline
psicosociali (es. intelligenza, personalità, atteggiamenti) non rappresentano proprietà direttamente
osservabili, ma variabili latenti che vengono inferite da comportamenti osservabili che consentono di rilevare
la caratteristica latente attraverso un processo generalmente chiamato scaling, il quale riflette il procedimento
di rilevazione di una proprietà latente che, per sua natura, non può essere osservata se non attraverso le sue
realizzazioni osservabili: tale procedimento prevede la definizione/costruzione di una scala per misurare la
caratteristica psicologica in esame e comporta l’attribuzione di un numero che indica il grado con il quale
ciascun soggetto possiede la proprietà non osservabile che si sta rilevando. Lo scopo finale dello scaling è
quello di quantificare un attributo, ottenendo un numero che fornisce un’informazione relativamente alla
presenza di una certa caratteristica in un certo individuo: in altre parole, il processo di scaling (f) consente di
costruire quel sistema di regole che consente il passaggio di un sistema empirico (SE) a un sistema numerico
(SN). Ad esempio, il numero 5 codifica una risposta (massimo grado d’accordo) data da un soggetto ad un item
che riflette la coscienziosità, il valore 1 codifica la risposta corretta data ad una domanda di un compito di
esame. Alcune caratteristiche delle tecniche di scoring:
• Centratura: sul soggetto (differenze individuali, TCT), sullo stimolo (differenze legate agli stimoli), sulle
risposte (differenze sia individuali che legate agli stimoli, IRT).
• Dimensionalità: unidimensionale (una caratteristica latente), multidimensionale (due o più caratteristiche
latenti considerate simultaneamente).
• Concezione dell’errore di misura: tecniche deterministiche (error free), tecniche stocastiche o probabilistiche
(prevedono una componente di errore).
• Tipo di dati: livello di misura (ordinale, intervalli equivalenti, ecc.), dislocazione del tempo (cross-sectional,
longitudinali, ecc.). 3 238
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I casi sono definibili come l’unità statistica di base di un determinato processo di misurazione: possono essere
individui, gruppi, organizzazioni, nazioni, ecc. e vengono individuati sulla base del fenomeno oggetto
d’indagine e delle sue manifestazioni e dalla definizione degli elementi fondamentali della misurazione.
La variabile esprime una caratteristica dei casi, e rende ragione di una certa proprietà che è stata sottoposta a
una definizione operativa, la quale consente di identificarne alcune delle manifestazioni e delle modalità
attraverso le quali può essere osservata e sottoponibile al processo di misurazione.
Secondo Boncori, si definisce test o reattivo psicologico una situazione standardizzata nella quale il
comportamento di una persona viene campionato, osservato, e descritto, producendo una misura oggettiva e
standardizzata di un campione di comportamento.
Secondo Mucciarelli et al., un test psicologico è una tecnica e come tale implicante un complesso di norme che
ne determinano i criteri di applicabilità, idonea per collocare un individuo, relativamente a una specifica
caratteristica psicologica, rispetto ad un gruppo di riferimento identificato secondo precise modalità.
Secondo Kline, l’osservazione e la descrizione standardizzata di un campione di comportamento di un soggetto
attraverso un test rende quest’ultimo una misura oggettiva.
Un test rappresenta un procedimento tramite il quale è possibile ottenere una misurazione di un attributo che,
generalmente, non è direttamente osservabile (o latente): l’attributo che ci si propone di misurare è chiamato
costrutto (es. la depressione), gli elementi minimali di un test vengono chiamati item, i quali possono essere
stimoli di varia natura (affermazioni, problemi da risolvere, frasi da completare, ecc.). L’insieme degli item che
compongono un determinato test viene generalmente chiamato con il nome di scala e un insieme organizzato
di scale è definito questionario (o batteria). Gli item di una scala vengono combinati tra loro per ottenere un
punteggio complessivo (solitamente in modo additivo o tramite la media aritmetica) che riflette la quantità nel
soggetto di quella determinata caratteristica oggetto di studio. L’idea alla base di tali relazioni tra i vari
elementi del processo di misurazione è che i costrutti o variabili latenti influenzino (ovvero causino o generino)
gli indicatori o variabili osservate e spieghino ciò che hanno tra loro in comune, e le risposte agli item sono
determinate dal costrutto che essi misurano. In altre parole, gli item sono indicatori che riflettono le
manifestazioni osservabili del costrutto.
Le variabili latenti (o costrutti o variabili non direttamente osservabili) devono essere inferite tramite gli
elementi di base che servono per definirle. Nel contesto della ricerca psicologica e sociale, tali elementi sono
normalmente gli item, ovvero stimoli che elicitano le risposte osservabili dei casi sottoforma di modalità delle
variabili. Le variabili latenti possono essere concepite come le realizzazioni empiriche dei costrutti.
Esistono diverse filosofie circa la relazione tra il costrutto e i suoi indicatori osservabili che determinano il
modo in cui gli item vengono costruiti:
• Nunnally (1978): Un costrutto ipotetico, che esiste nella mente dei ricercatori.
• Jöreskog & Sörbom (1979): Una proprietà che non può essere misurata direttamente.
• Harman (1960): Una descrizione più parsimoniosa dei dati osservati.
• MacCallum & Austin (2000): Un costrutto ipotetico che non può essere misurato direttamente.
Ma cos’è, di fatto, una variabile latente? Vi sono tre interpretazioni alternative:
• Operazionalista: La variabile latente non è nulla di più che la somma ponderata dei suoi indicatori, un trick
numerico per semplificare i dati raccolti (generalmente, prospettiva che si assume nell’interpretazione delle
variabili latenti formative).
• Costruttivista: La variabile latente è una costruzione della mente umana, alla quale assegniamo etichette
convenzionali condivise dalla comunità scientifica, dai professionisti e, talvolta, nel linguaggio comune.
• Realista: La variabile latente esiste, a prescindere da come (e con quali indicatori osservabili) la si misuri, e
genera causalmente il punteggio agli indicatori osservabili (generalmente, prospettiva che si assume
nell’interpretazione delle variabili latenti riflessive).
Riguardo alla relazione tra variabili latenti e indicatori osservabili, poi, vi sono due approcci possibili:
• Approccio riflessivo: si basa sull’assunzione che sia il costrutto a causare le sue manifestazioni osservabili, e
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che quindi sia il costrutto ad orientare il significato e l’interpretazione degli indicatori stessi. Gli item sono
relativamente intercambiabili e il costrutto esiste a prescindere dagli indicatori con cui viene misurato.
• Approccio formativo: si basa sull’assunzione che il costrutto sia causato dagli indicatori attraverso il quale
viene misurato. L’interpretazione del costrutto viene definita dagli indicatori che lo determinano. Gli item
non sono intercambiabili tra loro, in quanto è un determinato gruppo di indicatori a definire quel costrutto.
Non basta definire gli item e poi sommarli per poter affermare di aver costruito un test o una scala: è
necessario dimostrare che esista una corrispondenza empirica tra gli item che sono stati costruiti e il costrutto
psicologico che si ipotizza tali item misurino, la quale viene stabilita tramite l’utilizzo di modelli formali (i
modelli psicometrici) per la costruzione dei test psicologici.
Il processo di costruzione dei testi psicologici si costituisce di diverse fasi:
1. Scelta del costrutto
La fase cui prestare maggior attenzione tra quelle preliminari alla costruzione di un test psicologico. È
fondamentale avere un’idea ben precisa di cosa si vuole misurare, esaminando criticamente la letteratura
pregressa (sono molto utili le systematic reviews e la revisione dei principali modelli teorici). Questa fase
deve condurre a una definizione operativa della proprietà psicologica che si intende misurare attraverso il
procedimento di testing, e soprattutto all’individuazione di quelle che possono essere le sue principali
manifestazioni osservabili.
2. Elaborazione di un insieme ampio di item
Stabilire come misurare. Nel caso in cui le manifestazioni del costrutto non siano note né supportate da un
modello teorico di riferimento, è possibile generare gli item di un test con un approccio bottom-up (es.
ascoltando prima alcuni informant privilegiati). Si può ricorrere ad alcune indagini qualitative preliminari
(es. incidenti critici, focus group, ecc.), i cui risultati possano guidare il processo di generazione degli item. È
opportuno elaborare sempre un set di item più ampio di quello desiderato per la versione finale del test.
3. Esame critico degli item
Il set di item appena costruito viene passato al vaglio di esperti e/o osservatori privilegiati che svolgeranno
una funzione di valutazione qualitativa (validità di facciata). Per selezionare il set finale di item che verrà
sottoposto alle successive fasi empiriche del processo di testing,
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