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Storia dell'arte moderna: Esame e dinamiche

Esame scritto che dura 2 ore per rispondere a 5 domande aperte, 20 righe circa, riconoscere e commentare 4 opere viste durante le lezioni. Terza domanda di confronto tra due opere d’arte. Quarta domanda brano di testo da commentare, riconoscere l’opera e l’autore, spiegando anche un po’ chi è l’autore e i punti più importanti del testo. Quinta domanda su un artista, data, riflessione trasversale, es. “in che modo Donatello ha influenzato le tecniche pittoriche?”

Come commentare un'opera d'arte

Prima tappa è il riconoscimento dell’opera, sapere anche la committenza di un’opera, la destinazione dell’opera, il pubblico dell’opera, anche la storia pregressa dell’opera. Anche cosa ha rappresentato l’artista, scena che racconta, cercare di ricordarsi le fonti. Se l’artista cita altri artisti, ricordare anche se ci sono dei significati allusivi, in che modo è concepito dall’artista lo spazio o qual è il centro di interesse dell’artista (spazio, anatomia), in quale misura l’opera interagisce con il suo pubblico. Per il confronto: spiegare il perché di questo accostamento e cosa caratterizza questo accostamento.

Il problema della periodizzazione

L’arte moderna è dal 1400 al 1800. Per alcuni il ‘400 fa ancora parte del Medioevo. Il periodo che trattiamo, Rinascimento-Manierismo-Barocco, va dal 1560 al 1700. La periodizzazione può risultare forzata o troppo rigida, vaste categorie in cui si mescolano molte sfumature e molte tendenze diverse a volte contrastanti e paradossali.

Rinascimento

Espressione utilizzata per designare un movimento vasto ideologico e culturale che riguarda le discipline artistiche, letterarie ecc tra il secolo 14° e il 16°. Racchiude in sé anche l’umanesimo ovvero dello studio dell’humanitas e del rinnovato gusto dello studio della storia dell’umanità. La prima e più completa formazione del concetto sopraggiunge nell’800 con Jacob Burckhardt nel 1860.

Jacob Burckhardt, Die Kultur der Renaissance in Italien (1860): con la traduzione di questo saggio, la cultura del Rinascimento in Italia (1876), il termine e il concetto di Rinascimento si diffonde in Italia. Egli nel discorso preliminare dell’enciclopedia in cui D’Alembert dice che l’idea di Rinascimento viene associata a Donatello e Michelangelo.

Con la traduzione del suo libro Die Kultur der Renaissance in Italien prevale l’idea di una netta rottura con il periodo precedente, ossia il Medioevo, considerato come un periodo buio per l’umanità. Il dibattito sul termine di Rinascimento c’è ancora oggi, idea di Rinascimento trionfante che risulta persistente nel periodo collettivo. C’è più continuità che rottura, non c’è una vera rottura con il periodo precedente. Questo periodo non si sviluppa solo in Italia.

Non si può negare che nella pittura di Masaccio, Bramante, ecc. si pongano in antitesi alla pittura barocca. Manuali permettono di classificare la nostra conoscenza, e queste categorie rappresentano un punto di vista della storia, se ci spostiamo possiamo rimodellare la storia secondo un altro punto di vista. Non bisogna adottarne solo uno, bisogna invece allargare la visione.

Il Medioevo non ha mai tagliato i ponti con l’antichità, la tesi della continuità del Rinascimento ha portato a molte interpretazioni, anche per quanto riguarda l’umanesimo che può essere collocato anche in altre aree (es. zona transalpina). Quasi tutti i paesi europei vissero tra ‘400 e ‘500 un periodo di rinnovamento culturale, politico e religioso, più che Rinascimento al singolare a volte si è usato utilizzare la parola al plurale, ognuno dei quali ha un carattere proprio, o meglio se vogliamo restringere, non ci fu solo un Rinascimento ma almeno due: la Toscana delle banche e commercio dei tessuti, in particolare Firenze e Lucca e dall’altra parte le Fiandre attorno alle quali ruotava la corte borgognona (fiammingo dalla Francia alla Borgogna, poi Paesi Bassi, Germania, Italia transalpina e perfino l’Italia meridionale grazie ai paesi bassi).

Ciò che differenzia è il diverso approccio all’arte gotica. Cosa rende l’Italia diversa dagli altri centri? Per la consapevolezza del rinascimento, gli artisti italiani hanno avuto coscienza di produrre qualcosa di nuovo, si può parlare di risveglio del periodo storico.

Lorenzo Ghiberti e Leon Battista Alberti

Lorenzo Ghiberti, orafo fiorentino, è il primo ad aver tracciato una storia degli artisti, nel suo “testo di Lorenzo Ghiberti” e inizia a crearsi un mito nella città di Firenze. I Commentarii (ca. 1440): primo scritto in cui sono tracciati i lineamenti di una storia degli artisti.

Altro personaggio, primo trattatista d’arte in assoluto, Leon Battista Alberti, trattato di pittura, scultura e architettura che hanno conosciuto una diffusione in tutta Europa. De pictura, scritto in latino nel 1435, poi in versione volgare De re aedificatoria, 1447-1452 De statua, ca. 1450. Il primo è stato quello di architettura, nel 1585 dedicato a Lorenzo il Magnifico. Con queste opere egli costruisce la prima immagine teorica di Rinascimento italiano che poi si diffonde nelle altre corti europee.

Manierismo

Compare in Italia negli scritti di Luigi Lanzi (?) e utilizza il termine Manierismo dagli imitatori fiorentini di Michelangelo. In realtà questo termine deriva dall’aggettivo manierista e compare prima del termine Rinascimento come categoria, come termine. Comporta una connotazione negativa, deriva da questo aggettivo che compariva nella critica d’arte del ‘600 sotto Luigi XVI, e nel contesto in cui nasce è una specie di insulto, rivolto agli artisti che copiano gli altri senza creare niente di nuovo, il cosiddetto epigono. Era considerato il tramonto del Rinascimento, un periodo di decadenza, usando una visione progressista e non contestuale.

Negli anni ‘50 del ‘900 gli studiosi hanno proposto di abbandonare il termine manierista. Dibattito: il manierismo fa parte del Rinascimento o è un’arte figurativa? Quale sarebbe la sua importanza storica? È uno stile di passaggio? Interrogativi improduttivi perché sono domande che servono per categorizzare, per periodizzare. Impiegare dunque il termine “maniera” per riferirsi a quel periodo, dal ‘500 dalla morte di Donatello, che significa stile dell’artista. Anche il termine stile arriva più tardi, nel ‘700. Per Vasari non è solo uno stile ma anche una corrente artistica, il periodo della Maniera con lui inizia con Leonardo da Vinci.

L’età della Maniera ha un’espansione europea, Vasari spiega nei suoi testi cosa ne pensa, come ad esempio in “Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori”, al tempo non era cosa comune pubblicare la vita di un artista. Siamo nel proemio della terza parte delle Vite è la sua idea di storia degli artisti e inizia con Leonardo da Vinci e inizia per lui una fase di perfezione dell’arte.

Il concetto di licenza secondo Vasari

Brano di Vasari licenza è ciò che va a definire poi il manierismo, cercano di trovare la regola per definire la bellezza, l’approccio matematico per Vasari è limitativo, per lui c’è bisogno anche di una licenza, da intendere come una piccola trasgressione che va oltre alla misura ma rispettando comunque l’ordine.

Il brano è:
«Queste cose non l'aveva fatte Giotto, né que' primi artefici, se bene eglino avevano scoperto i principii di tutte queste difficoltà , e toccatele in superficie, come nel disegno, più vero che non era prima, e più simile alla natura, e così l'unione de' colori et i componimenti delle figure nelle storie, e molte altre cose, de le quali abastanza s'è ragionato. Ma, se bene i secondi augumentarono grandemente a queste arti tutte le cose dette di sopra, elle non erano però tanto perfette, che elle finissino di agiugnere a l'intero della perfezzione, mancandoci ancora nella regola una licenzia, che, non essendo di regola, fosse ordinata nella regola, e potesse stare senza fare confusione o guastare l'ordine; il quale aveva bisogno d'una invenzione copiosa di tutte le cose e d'una certa bellezza continuata in ogni minima cosa, che mostrasse tutto quel[l‘]ordine con più ornamento. Nelle misure mancava uno retto giudizio, che, senza che le figure fussino misurate, avessero, in quelle grandezze ch'elle eran fatte, una grazia che eccedesse la misura. Nel disegno non v'erano gli estremi del fine suo, perché, se bene e' facevano un braccio tondo et una gamba diritta, non era ricerca con muscoli con quella facilita graziosa e dolce che apparisce fra 'l vedi e non vedi, come fanno la carne e le cose vive; ma elle erano crude e scorticate, che faceva difficoltà agli occhi e durezza nella maniera, alla quale mancava una leggiadria di fare svelte e graziose tutte le figure, e massimamente le femmine e ti putti con le membra naturali come agli uomini, ma ricoperte di quelle grassezze e carnosita , che non siano goffe come li naturali, ma artefiziate dal disegno e dal giudizio. Vi mancavano ancora la copia de' belli abiti, la varieta di tante bizzarie, la vaghezza de' colori, la universalita ne' casamenti, ela lontananza e la varieta ne' paesi.»

Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori (dal Proemio della Terza Parte), Firenze, 1568.

La periodizzazione secondo Bellori

Una delle ragioni più forti per proporre una periodizzazione, e che appariva già chiara la coscienza del diciassettesimo secolo: il suo accertamento fu il principale risultato della più importante officina storiografica secentesca, quella di Giovan Pietro Bellori. Le “Vite” belloriane, pubblicate a Roma nel 1672 sono di fatto la storia di quella quarta età dell'arte italiana che era stata profetizzata da Giorgio Vasari nel 1568. Nella nota visione vasariana (e prima in quella di Lorenzo Ghiberti) a Cimabue e a Giotto si sarebbe dovuta la prima rinascita dell'arte dopo la lunga parentesi medievale seguita alla caduta dell’Impero romano.

La seconda età (quella iniziata da Brunelleschi, Donatello e Masaccio) avrebbe visto una ulteriore, straordinaria crescita che però solo con la terza età, aperta da Leonardo, maturata da Raffaello e culminata con Michelangelo, avrebbe conquistato una perfezione suprema, pari, e anzi superiore, a quella che le arti figurative avevano raggiunto nell'antichità. Dopo aver vivacemente stigmatizzato la decadenza che contraddistingue il manierismo, cioè la fine della terza età, Bellori descrive le doglie che annunciano il parto della quarta.

Due potenziali redentori sono esclusi a causa della loro lontananza da Roma:

  • Rubens rifonda la pittura in fiandra ma non riesce a coinvolgere l'Italia;
  • Federico Barocci “che avrebbe potuto ristorare e dar soccorso all’arte, languiva in Urbino.

Un continuo confronto con il 500 percorre le “Vite” belloriane: Annibale è il nuovo Raffaello, Barocci e Lanfranco sono due nuovi Correggio, Caravaggio è un Giorgione, Van Dyck un Tiziano, ecc.

C'è un altro motivo importante per cui la visione storiografica di Bellori può offrire una solida legittimazione storica a questa visione del Barocco: ed è il fatto che in quella visione sono fondamentali la centralità di Roma e l'apertura europea. Una delle caratteristiche più affascinanti del barocco, infatti, è la straordinaria unità di stile riscontrabile nelle opere di artisti diversissimi per provenienza (italiana o europea), età e storia personale, ma che hanno la sorte di essere attivi a Roma dopo il 1625.

Il problema della fine del Barocco

Ancor più insidioso è il problema della fine del Barocco, e della sua trasformazione nel Rococò (magari passando attraverso l'inafferrabile Barocchetto). Si può forse dire che il problema davvero interessante riguarda l'individuazione nel momento in cui cessa la propulsione originale, e dunque il continuo rinnovamento, e si comincia ad attingere ad un repertorio ormai chiuso, variandolo e adattandolo a nuove sensibilità.

Le morti di Pietro da Cortona (1669), Bernini (1680), Guarino Guarini (1683) segnano la fine del secolo breve del pieno barocco romano. Da questo momento in poi si apre una fase nuova in cui le tendenze formali e il rapporto con repertorio esistente ricordano molto quelli del manierismo nei confronti del Rinascimento.

Tutto appare come slegato, affidato a un senso soprattutto decorativo e attento, in primo luogo, alla preziosità dei materiali: si rompe quel legame con l'arte del primo Rinascimento che era rimasto saldissimo dal primo Annibale Carracci all'ultimo Bernini, e sopraggiunge un diverso senso del colore della forma. Ed è proprio all'insegna di queste irreversibili tensioni decorative e centrifughe che si apre il 700.

Il termine Manierismo

Il termine compare nella Storia pittorica dell’Italia di Luigi Lanzi, con un’accezione negativa. Manierismo deriva dall’aggettivo “manierista”, impiegato per la prima volta nella critica d’arte francese negli anni 1670 (maniériste), più o meno sinonimo di epigono, con una netta tonalità invettiva. Sia “manierismo”, sia “manierista” derivano da “maniera”, in uso dal Trecento nelle botteghe per designare lo stile di un artista.

Per Vasari, nel 1550 (e 1568), la maniera risulta anche uno stile collettivo, un periodo: la sua “maniera moderna” comprende tutti gli artisti del Cinquecento (da Leonardo da Vinci ai contemporanei suoi). Luigi Lanzi, La storia pittorica della Italia inferiore o sia delle scuole fiorentina senese romana napolitana compendiata e ridotta a metodo per ageuolare a’ dilettanti la cognizione de’ professori e de’ loro stili, Firenze, 1792, frontispizio

Pittura e poesia: il confronto

La pittura doveva essere uguale alla poesia, la poesia faceva parte delle arti liberali, mentre la pittura era un’arte meccanica. Essenziale questo brano per l’idea di periodizzazione per Vasari questa maniera moderna serviva per definire quello che noi definiamo Rinascimento. Si spinge oltre il classicismo, quindi il rispetto della regola, dell’armonia, si spinge oltre per trasgredire questa regola che vada oltre la misura, senza però guastare l’ordine.

Gestire il pesante lascito degli artisti che avevano segnato il secolo: Leonardo, Michelangelo, Raffaello, poi considerati dai contemporanei i perfetti artisti, insuperabili, dei modelli da seguire, e questo rappresentò un problema per gli artisti successivi dal 1520 perché dovevano sia ispirarsi ai modelli precedenti ma dovevano anche adattarsi ai movimenti e ai cambiamenti del periodo in cui si trovavano (un esempio è lo scisma protestante).

Il Barocco

Barocco termine che pone diversi problemi di definizione, per aiutarci usiamo il testo di Giuliano Briganti, pubblicato nel primo numero di Paragone, siamo nel 1950, importante non solo perché è il primo numero della rivista, quasi dunque un manifesto, ma è un profondo ripensamento di fare storia dell’arte in quel periodo, è molto programmatico.

Il brano di Briganti: “Nella corrente storia dell’arte col termine di ‘barocco’ si abbracciano, di solito, fatti di varia ed opposta natura. Oltre al Bernini e al Cortona, anche Annibale Carracci, anche il Caravaggio, e lo stesso Poussin in compagnia di tanti altri che sempre differiscono fra loro per spirito e per cultura, a non dir per grandezza, tutti sono indicati quali protagonisti di quella vicenda che si intitola ‘età barocca’. Una vicenda storica fin qui così mal definita, che talora se ne fissa l’inizio al 1630, talora al 1580, qualche volta persino al 1520. [...] Se ogni parola porta con sé la inalienabile eredità di tutti i successivi significati che le sono stati attribuiti, ‘barocco’ vuol dire ormai troppe cose e quindi, per conseguenza paradossale, non vuol dire più nulla”

Giuliano Briganti, Barocco, strana parola, in “Paragone (Arte)”, 1950, 1, pp. 19-20.

A Briganti l'età barocca appariva una vicenda storica fin qui così mal definita, che talora se ne fissa l'inizio al 1630, talora al 1580, qualche volta persino al 1520. Senza dire che, nella sua interminabile edizione tedesca, tale vicenda va divisa solitamente in tre atti:

  • Barocco severo;
  • Barocco maturo;
  • Tardo barocco.

Negli stessi mesi del 1950, Rudolf Wittkower risponde con serena fermezza alle obiezioni di Briganti. Egli pensava che un'utilità stilistica e culturale consentisse di definire barocca l'intera arte italiana tra il 1600 e il 1750, mentre Briganti proponeva di definire barocca solo l'arte fiorita a Roma intorno al 1630 per merito di Cortona, Bernini e Borromini. Letti oggi, tuttavia, questi due importantissimi libri non appaiono certo antitetici; la morale che si può trarre da tutto questo è che, in verità, la questione del barocco, intesa come disputa teorica sulla liceità e l'estensione dell'etichetta storiografica, non era e non è poi così essenziale. È in quest'ottica che sia cioè difendibile l'idea di chiamare barocca tutta l'arte italiana tra il 1600 e il 1750, dunque la distinzione operata da Giuliano Briganti appare oggi forse più utile.

Il problema si apre in maniera cruciale, ovvero è sensato far cominciare il barocco col soggiorno romano di Rubens senza chiedersi quale fosse il ruolo di Caravaggio e Annibale Carracci, entrambi loro a Roma è in piena attività? Si può dire fin da oggi che il barocco cominciò con uno strappo rivoluzionario: cioè con l'affermazione romana.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/02 Storia dell'arte moderna

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lucapolito di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'arte moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Ca' Foscari di Venezia o del prof Sapienza Valentina.
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