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Storia della committenza artistica

Lo scopo è quello di capire i meccanismi della committenza e quindi indagare il rapporto tra committenti ed artisti. Per fare ciò si vedono i casi particolari: ad esempio Venezia. L’arco cronologico che andiamo ad analizzare è un periodo meno conosciuto della storia dell’arte veneziana che corrisponde al Barocco (XVII). Parleremo anche dei periodi precedenti perché per capire certi meccanismi sarà necessario fare dei paragoni. Analizziamo questo secolo perché è molto interessante per quanto riguarda i fenomeni sociali, politici ed economici che trovano riscontro nella produzione artistica.

  • Dove: Siamo nella repubblica di Venezia, nella cosiddetta dominante, Venezia città.
  • Quando: XVII secolo.
  • Di che cosa: committenze artistiche e architettoniche promosse da diverse componenti della società veneziana, Stato, chiesa, singoli committenti di classe patrizia.
  • Perché: per indagare ed analizzare le dinamiche delle varie committenze.
  • Come: attraverso l’analisi delle formule e dei significati di alcune opere, architettoniche e non solo.

Come politica e cambiamenti sociali si sono riflessi nell’ambito dell’arte.

Tale periodo è meno conosciuto rispetto al ‘500 e al ‘700, ma è un secolo molto denso di fatti storici e sociali e si presta particolarmente bene per l’influenza di tali fatti sulle committenze. Al ‘600 viene spesso attribuito l’aggettivo “decadente”. Tale decadenza è verificabile sia dal punto di vista economico, ma anche a livello politico e culturale. Questa visione è scorretta per una serie di obiezioni: tale secolo è connotato da una serie di crisi, crisi che la repubblica affronta in maniera attiva; durante e dopo ogni crisi Venezia riesce a dimostrare la sua estrema vitalità, reagendo sempre fortemente. Questo concetto di decadenza, inoltre, si applica sempre a posteriori. È da considerare anche che la Venezia del ‘600 non sarà più la Venezia del ‘300, ma essa è l’unico stato italiano che rimane indipendente fino a Napoleone. Quindi è da considerare che Venezia abbia portato avanti una politica che ha assicurato la sua sopravvivenza come stato indipendente.

Crisi e trasformazioni nel Seicento veneziano

  • 1. Nel 1606 ci fu l’interdetto, cioè la scomunica papale dell’intero stato: la vicenda si lega strettamente al papa del momento: Paolo V. Il contenzioso fra la repubblica ed il papa riguardava la giurisdizione ecclesiastica. Questo non è un tema riservato solo al rapporto tra Venezia ed il papa ma in tutta Europa si proponeva lo stesso problema. In particolare, a Venezia, la quale ha una lunga storia di rapporti conflittuali con il papato, si era creata una situazione che ha portato a tale provvedimento: la repubblica pretendeva che i membri della chiesa, monaci, parroci ecc., in caso di accusa dovessero essere messi davanti ad un tribunale statale, mentre il papa riteneva che dovessero essere sottoposti solo ad un tribunale ecclesiastico. A questo si aggiunsero altri problemi, es. nomina dei Vescovi. Il papa decide di scomunicare la repubblica e tutta la sua popolazione, ad eccezione dei gesuiti, dei Cappuccini e dei Teatini, gli ordini più vicini al papa. Molti religiosi e molti parroci si schierano dalla parte della repubblica. Chi non sosteneva le ragioni della repubblica doveva lasciare lo stato. La repubblica sentenzia quindi l’espulsione di questi ordini religiosi. Tale scomunica è stata revocata dopo un anno a seguito di iniziative diplomatiche, essa però segnerà un periodo di rapporti difficoltosi con la chiesa. In queste vicende si inserisce Fra Paolo Sarpi, un servo di Maria, serviti. È un teologo, ma anche un astrologo, matematico, fisico, anatomista, letterato e storico. È amico di Galileo e in ottimi rapporti con molti letterati di religione protestante. È sostanzialmente un illuminato. Egli è il più importante teorico della forma della chiesa: egli definisce come deve essere la chiesa veneziana. Promuove la separazione totale tra potere civile ed ecclesiastico. Dall’interdetto egli occupa una posizione ufficiale nell’apparato dello stato: consultore in Jure, consigliere della repubblica in materia ecclesiastica. Pubblicò molti scritti.
  • 2. Nel 1630 ci fu la peste, che portò alla morte di circa metà della popolazione: iniziò a luglio del 1630 e durò più di un anno. Il 21 novembre si festeggia la fine della peste. Si tratta di una peste importata dall’ambasciatore del duca di Mantova che, nonostante le preoccupazioni della città riguardo la costruzione dei lazzaretti in cui gli stranieri dovevano affrontare una quarantena, portò l’epidemia in città. Essa portò più di 40 mila morti. Si tratta dell’ultima grande epidemia, a differenza delle altre città europee, in quanto il sistema di controllo venne rafforzato e reso più efficace.

I territori dello “stato da mar” sono i possedimenti con i quali Venezia non aveva una continuità territoriale. I territori dello “stato da terra”: i possedimenti con cui Venezia aveva continuità territoriale.

  • 3. Nel 1645 ci fu lo scoppio della guerra di Candia, Creta: essa è una guerra importante perché Creta rappresentava un possedimento importante per il commercio. Venezia aveva anche una serie di alleati per contrastare l’avanzata turca, Papato, ducato di Toscana, Francia, Cavalieri di Malta ecc. Tale guerra fin dall’inizio si annunciava come perduta in quanto i Turchi riuscirono ad occupare tutta l’isola, mentre solo la città di Candia rimase sotto controllo veneziano. Si tratta di uno degli assedi più lunghi conosciuti, 23 anni. Quando nel 1669 venne firmata la resa le conseguenze della perdita dell’isola furono notevoli: ci fu una crisi economica in quanto fino a quel momento la repubblica continuava ad avere rapporti commerciali con i turchi, si trovava in una situazione in cui non poteva più procedere in tale direzione. La crisi fu anche finanziaria in quanto costò molto denaro. Questa resa ha comportato il trasferimento da Creta a Venezia di moltissime persone e di oggetti.
  • 4. Nel 1646 ci fu l’apertura del libro d’oro, possibilità di entrare nel patriziato da non nobile di nascita: il libro d’oro era un registro in cui venivano inseriti tutti i patrizi veneziani maschi nati da matrimonio legittimo. Quando nasce un patrizio veneziano il padre lo fa iscrivere in tale registro. Nel momento in cui diventava maggiorenne, 24 anni, egli entrava a far parte del maggior consiglio, assemblea plenaria dello stato, composto da circa 2500 persone. I patrizi formavano una classe chiusa: alla fine del XIII secolo si era deciso chi potesse sedere nel maggior consiglio, serrata del maggior consiglio. Ci sono poche eccezioni nella storia: ad esempio nel 1381, quando furono ammesse delle famiglie che avevano aiutato Venezia nella prima guerra di Chioggia. Nel barocco le famiglie patrizie erano circa 150; ogni famiglia si divide in più rami, viene aggiunto il nome di una parrocchia per identificare il ramo. Essere membro del maggior consiglio. È la condizione per accedere alle magistrature veneziane. Queste magistrature regolavano ogni aspetto della vita politica ed amministrativa dello stato. È sul concetto di maggior consiglio che si basa l’esistenza della repubblica, repubblica oligarchica. Questi patrizi sono tutti uguali sulla carta e ognuno può essere eletto a doge. Il doge rappresenta l’elemento monarchico, ma egli non ha nessun potere reale. A metà del secolo si decide di aprire questa classe ermeticamente chiusa. Le motivazioni erano ampie: da un lato vi è la crisi economica e finanziaria; quindi, bisognava trovare un modo per riempire le casse dello stato; dall’altro lato anche la crisi demografica non è secondaria. Si registra una continua diminuzione nel numero di famiglie patrizie. Nel XIV secolo erano 210 e nel barocco erano 150. La crisi demografica è rafforzata dalla crisi economica con cui molte famiglie si sono impoverite. Le discussioni per questa decisione furono molte: soprattutto le famiglie patrizie più povere si opposero a questa decisione. Esse, infatti, avevano paura di perdere i propri privilegi, assegnati solo attraverso la loro condizione di nascita e che sarebbero potuti diminuire. Il maggior consiglio infine votò a favore dell’apertura. Tra le varie discussioni una era incentrata sulle modalità: si inventò la cornice formale che si basava sulla supplica e sulla concezione della grazia. I candidati presentavano una supplica insieme alla quale offrivano 100 mila ducati. In tale supplica sottolineano la fedeltà di lunga durata alla serenissima e in seguito il doge poteva concedere la grazia. Quelli che facevano domanda non erano sconosciuti ma la cosa era preparata, si trattava principalmente di cittadini originari, alcuni nobili di terraferma e qualche mercante. Complessivamente in questa fase sono state aggregate 75 nuove famiglie. I cittadini originari erano dei borghesi che potevano dimostrare che la propria famiglia era residente a Venezia da almeno 4 generazioni e di cui nessun membro della famiglia ha mai esercitato un mestiere meccanico. Si trattava di una classe molto prestigiosa numericamente simile a quella dei patrizi, che aveva una serie di privilegi economici e erano in stretto rapporto con lo stato, in quanto membri di questa classe sono sempre stati chiamati ad esercitare la funzione di segretari delle varie magistrature. Molte delle famiglie aggiunte al libro d’oro non riuscirono ad integrarsi in quanto la spesa era stata troppo pesante e non possedevano più denaro per le altre necessità, es. stabilire rapporti matrimoniali. L’apertura del libro d’oro era limitata nel tempo: ad esempio ci fu la seconda ondata durante la guerra di Morea.
  • 5. Nel 1669 ci fu la resa di Candia, la certezza di aver perso la guerra.
  • 6. Nel 1686 ci fu la guerra per la Morea, Grecia: questa guerra si inserisce nelle vicende della lega santa. La coalizione europea venne formalizzata con la sottoscrizione di questa alleanza dopo l’assedio di Vienna del 1683 da parte dei turchi. La guerra fu l’ultima grande guerra espansionistica della repubblica. Venezia volle riaffermare il suo ruolo nel mediterraneo orientale. Si chiude favorevolmente per Venezia con la pace di Carlowitz del 1699. Ci fu il bombardamento dell’acropoli di Atene del 1687 ad opera di Francesco Morosini, capitano della flotta veneziana.
  • 7. Nel 1637 ci fu la nascita del teatro pubblico: il primo teatro pubblico è il teatro di San Cassiano. Oggi questo teatro resta nella toponomastica ma non fisicamente. Tra il 1637 e la fine del secolo furono aperti 12 teatri che erano dedicati all’opera. Venezia è una doppia capitale: capitale del teatro, pubblico e moderno, non di corte, ma anche capitale dell’opera. A Venezia fino al 1643 è presente Carlo Monteverdi, il maggiore protagonista nella definizione del melodramma. Ci fu una grande rivoluzione nel consumo della cultura; infatti, lo spettacolo non veniva organizzato per un determinato evento, ma esisteva una vera e propria stagione teatrale. Il frontespizio de “le memorie teatrali di Venezia” di Cristoforo Iuanoich del 1681 certifica che il calendario delle opere è talmente fitto che è necessario organizzare gli eventi riportando le indicazioni sulle opere, autore ecc.

Lezione 2

L’elezione del doge procede per un sistema misto: un sistema di sorteggio alternato ad elezioni. Dal maggior consiglio vengono estratti a sorte 30 patrizi. Queste 30 persone eleggono altri ecc. fino ad arrivare ad un gruppo di 41 persone, le quali sono effettivamente gli elettori del doge, il quale deve essere eletto con almeno 25 voti. La votazione inoltre deve essere confermata dal maggior consiglio.

I segretari e i cancellieri sono estratti dalla categoria dei cittadini originari, i quali possono provare di essere residenti a Venezia da diverse generazioni e non aver mai svolto mestieri meccanici. Le cariche hanno un prestigio immenso: i cancellieri grandi nelle cerimonie vengono subito dopo il doge. La classe dominante era una classe patrizia chiusa, anche se all’interno del popolo c’è un’altra fetta di popolazione privilegiata: i cittadini originali.

Testi storici e immagine di Venezia

Testi storici che definiscono Venezia e l’immagine che vuole dare di sé stessa: questo capitolo ci riporta al rinascimento perché verso la fine del secolo inizia a definirsi una corrente di pubblicazioni importante che mira a celebrare la repubblica descrivendo anche le particolarità fisiche della città. Il capostipite di tali pubblicazioni è “Venezia, città nobilissima e singolare” di Francesco Sansovino, pubblicato nel 1581. Nell’introduzione spiega perché ha scritto il testo: egli riscontra una lacuna nella letteratura su Venezia. Egli si lamenta del fatto che nessuno finora ha descritto la città nei suoi aspetti fisici, ma tutti gli scrittori si sono concentrati sulla sua storia e politica. Egli vuole fare in modo che storia, politica, arte ed architettura si incontrino. Per la prima volta nella storiografia si registra il bisogno di registrare come le bellezze di un luogo siano il risultato di un determinato sistema politico ed amministrativo. I destinatari sono i veneziani, ma anche estranei e stranieri. Sansovino vuole presentare Venezia in un modo nuovo ad un pubblico straniero, un pubblico che corrisponde ai visitatori/ipotetici visitatori di Venezia. Si tratta di una sorta di guida, ma anche di un libro d’istruzione. Vuole promuovere l’immagine di Venezia. Tale libro ha avuto un’immensa fortuna e ha conosciuto diverse nuove edizioni: quella del 1604 curata da Giovanni Stringa, che comprende il testo di Sansovino e gli aggiornamenti/novità avvenute negli ultimi anni. L’edizione più significativa è quella del 1663 con le aggiunte di Giustiniano Martinioni. Tale libro è organizzato: i primi 9 libri, capitoli, trattano degli aspetti fisici della città: i capitoli da 1 a 6 sono dedicati ai singoli sestieri: vengono descritte chiese, monasteri, conventi e le opere d’arte che essi contengono.

Il capitolo 7 è dedicato alle scuole, sedi delle confraternite, e in particolare le scuole grandi.

Il capitolo 8 è dedicato alle fabbriche pubbliche, piazza San Marco con gli edifici che la circondano, Rialto, ponte e quartiere, l’Arsenale, il Fondaco dei Tedeschi, sede in cui i mercanti del nord erano autorizzati ad esercitare il commercio.

Il capitolo 9 è dedicato ai palazzi privati del patriziato veneziano.

I capitoli da 10 a 14 sono dedicati al sistema politico e il governo, descrivono i veneziani e i visitatori di Venezia, quali importanti visitatori ci sono stati, i costumi, i dogi, le cariche e le magistrature, la storia di Venezia attraverso gli eventi più importanti.

Secondo l’autore la città e ogni elemento descritto corrispondono ad un tassello dello stato. Quando Sansovino usa il termine Venezia, lui intende sia una città fisica che lo stato.

Il titolo descrive una città nobilissima ma singolare: si vuole sottolineare l’unicità di Venezia sia dal punto di vista delle qualità fisiche, ma anche dal punto di vista dell’organizzazione dello stato, in quanto non esiste un altro stato con un’organizzazione così perfetta. Per noi sono fonti importanti per capire come Venezia voleva presentarsi al mondo esterno.

Non esiste solo questo libro, in quanto esso ha scatenato una valanga di pubblicazioni impostate in questo modo. Sansovino ha individuato qualcosa che altri scrittori hanno ripreso, es. Girolamo Bardi, Nicolò Doglioni, Pietro Antonio Pacifico, Domenico Martinelli.

Accanto a questa guida, che vuole toccare tutti gli aspetti della città, esiste anche una produzione che fa parte della letteratura artistica ma che si inserisce anche in questa corrente che vuole celebrare la particolarità di Venezia, es. le Meraviglie dell’arte/Le vite de gl’illustri pittori veneti e dello Stato” di Carlo Ridolfi dedicato ad un collezionista dei Paesi Bassi, o la “carta del navigar pittoresco” del 1660 di Marco Boschini, testo in versi che celebra pittori, artisti e committenti veneziani in dialetto veneziano, dedicato a Leopoldo Guglielmo d’Asburgo. Si tratta di pubblicazioni non destinate ad un uso interno ma fanno parte della volontà di celebrare e far conoscere le particolarità veneziane all’estero.

Palazzi veneziani e sistema politico

Sansovino nel capitolo dei palazzi veneziani inizia con un’affermazione importante: non c’è città in Europa che abbia più palazzi e “di gran circuito”, ma essi a Venezia li chiamiamo “case” per modestia perché l’appellativo di palazzo è riservato al palazzo ducale. Quando si cammina per le città principali d’Italia non si troveranno più di 4 o 6 case che meritano il titolo di palazzi. A Venezia se ne contano poco meno di 100, sia antichi che moderni, magnifici sia nella composizione che nella decorazione, nella suddivisione degli spazi e nei luoghi utili per abitare.

Vi è un rapporto speculare tra il sistema politico e l’aspetto fisico che ne è la conseguenza. Proprio il grande numero di palazzi corrisponde ad un’immagine complessiva della repubblica. La parola di casa/palazzo non è semplicemente un concetto di modestia, ma procede la logica di sovrapposizione di una qualità fisica con un’ideale, in quanto per lui la casa non è solo il palazzo ma la stessa famiglia.

La comodità dell’abitare è un criterio importante. Quando si prosegue la lettura non si trova un’immediata descrizio

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/04 Museologia e critica artistica e del restauro

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lucapolito di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della letteratura artistica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Ca' Foscari di Venezia o del prof Frank Martina.
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