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Prefazione

Gli Stati Uniti nacquero formalmente il 2 luglio 1776, e la loro Dichiarazione d'Indipendenza fu resa pubblica il 4 luglio (il “glorioso quattro”). Tuttavia, all'inizio non si trattava di certo della nazione che conosciamo oggi; ci volle circa un secolo per:

  • Acquisire confini definitivi, tramite una serie di accordi internazionali con le potenze europee e scontri con le nazioni vicine (Messico, nazioni indiane…);
  • Formare una popolazione nuova e numerosa, tramite l'incremento demografico, l'importazione di schiavi africani e l'immigrazione europea;
  • Far cessare di esistere la schiavitù razziale, anche se per farlo si dovette superare una devastante guerra civile;
  • Trasformare la repubblica post-rivoluzionaria in una democrazia elettorale maschile di massa.

Più che di una nazione, nel loro primo secolo di vita gli Stati Uniti potevano essere riconosciuti come insediamento coloniale prodotto dall'espansione imperiale del Vecchio mondo; ma fu proprio in questo secolo che emerse una società democratica con una forte carica espansiva, geografica, politica e ideale. Il primo secolo di esistenza degli Stati Uniti fu dominato da un forte sentimento di nazionalismo autocompiaciuto. Non ci volle molto tempo alla Gran Bretagna per capire che stava perdendo la sua leadership industriale a favore dei suoi cugini d'oltreatlantico.

La storia degli Stati Uniti non è unitaria, ma frammentata tra relazioni e autorità di potere; essa è intrecciata in maniera inestricabile con la storia del resto del mondo e prende esempio dalle diverse esperienze nazionali di origine europea.

Le società coloniali

La scoperta del continente americano risale al 1492, da parte di Cristoforo Colombo. Da quel momento iniziò la colonizzazione del continente da parte dei principali Paesi europei, in particolare Spagna e Portogallo: tutto ciò fu possibile grazie allo sviluppo di nuove tecnologie.

Tre mondi

Nella seconda metà del Settecento l'indipendenza conquistata dalle colonie inglesi in Nord America aveva suscitato un forte dibattito intellettuale in Europa:

  • C'era chi sosteneva che le terre americane fossero invivibili, abitate da esseri umani inferiori, e che gli insediamenti europei in quel continente fossero un affare inutile e sanguinoso. Essi erano convinti che la conquista dell'America era stata “la più grande di tutte le sventure che mai abbia colpito l'essere umano”;
  • C'era chi sosteneva, invece, che le Americhe fossero luoghi di ricchezze e meraviglie naturali e che avessero fornito occasioni straordinarie per la crescita della civiltà.

Tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento la disputa si interessò alla società post-rivoluzionaria degli Stati Uniti, per attaccarla con toni e linguaggi infiammati e polarizzati. L'America continuò ad essere lo specchio nel quale gli europei contemplavano l'immagine riflessa dei loro sogni utopici o incubi catastrofici, delle loro speranze o delle loro paure.

I coloni europei, ciascuno dei quali era spinto da vocazioni e progetti divergenti, ben presto si accorsero di non essere gli unici protagonisti: nel Nord America non incontrarono la natura selvaggia e disabitata, ma molti popoli nativi con cui si scontrarono. Altri protagonisti della storia americana sono senza dubbio i milioni di deportati dall'Africa subsahariana la cui schiavitù divenne un'istituzione centrale della vita pubblica e dell'economia degli insediamenti anglo-americani.

La storia dell'America coloniale, quindi, è probabilmente uno dei più massicci incontri di culture nella storia dell'umanità: ci sono tre popoli che si sono incrociati, i cui destini sono diseguali. Nonostante non si sappia con certezza quanti fossero gli abitanti dell'intero continente al momento dello sbarco di Cristoforo Colombo, secondo alcune stime attendibili si trattava di 70 milioni di persone concentrate per la maggior parte in Messico, Perù e Caraibi: il Nord America era l'area meno densamente popolata, infatti era più arretrato del Sud (ma c'era già in corso una rivoluzione agraria che avrebbe portato a un lento sviluppo e a una forte esplosione dopo la colonizzazione). Dopo il primo, devastante, contatto con gli europei alcune popolazioni si estinsero, le altre si ridussero di almeno il 90% a causa delle nuove malattie infettive di cui si trovavano in balia (influenza, malaria, dissenteria, pertosse, polmonite…).

Gli inglesi, i francesi e gli olandesi erano gli ultimi arrivati in un territorio dove da già un secolo portoghesi e spagnoli avevano affermato le loro signorie (in particolare America meridionale e centrale): oltre alla crescita demografica inglese e al desiderio di espansione dal Paese, un importante motivo della spinta oltreoceano degli inglesi fu la riforma protestante del 1517, attraverso di essa la Chiesa anglicana dà vita a un clima di intolleranza religiosa che spinge alcuni gruppi a scappare in un nuovo territorio dove “fondare una nuova Israele” (è il caso di Maryland e Pennsylvania). I primi a sfidare la Spagna furono proprio gli olandesi, che da lei hanno ottenuto l'indipendenza nel 1581: entro la metà del Seicento conquistarono colonie in Brasile e nei Caraibi e fondarono Nuova Amsterdam (dove oggi si trova New York). Nello stesso periodo i francesi aggredirono il continente dall'estremo nord, in Canada, arrivarono nell'area caraibica, occupando Martinica, Guadalupa e Haiti, e infine raggiunsero la foce del fiume Mississippi fondando la Louisiana.

Per gli inglesi, invece, la Spagna (loro più grande rivale) era sia un modello che una minaccia. La prima colonia inglese nel nuovo mondo fu Terranova (Newfoundland, in Canada), fondata nel 1583. Con l'inizio del Seicento gli inglesi ebbero più successo e fondarono colonie sulle isole caraibiche e sulle coste meridionali del Nord America, cominciando dal villaggio di Jamestown nel 1607: lì alcuni membri della Virginia Company, guidati dal capitano John Smith, cercarono dei rapidi profitti creando ben presto la Virginia: costruire da zero una nuova città è molto difficile, ma la Virginia diventa una delle principali colonie, in particolare grazie alla scoperta del richiestissimo tabacco e della sua esportazione (da qui la diffusione dell'economia di piantagione, grazie allo sfruttamento della manodopera degli schiavi a basso costo). Il rapporto tra Gran Bretagna e Francia era molto saltuario: in alcuni casi collaborarono e in altri agirono in contrasto.

Dalla fine del Cinquecento in poi, il declino della Spagna e il suo essere l'antagonista di tutte le altre potenze coloniali ne ridimensionò la presenza nel continente.

Perché l'America era il centro della colonizzazione europea?

Le principali motivazioni della colonizzazione europea di massa in America del XIV e XV secolo sono da ricondurre a:

  • Crescita della popolazione europea: il territorio americano è concepito come territorio di popolamento;
  • Crescita delle scoperte geografiche significava crescita di interdipendenze commerciali transatlantiche (Inghilterra con Indie), che necessitavano di nuovi avamposti commerciali: l'America era un possibile avamposto;
  • Dinamiche interne agli stati nazionali europei: nel 500 e 600 si assiste all'ascesa, allo sviluppo e al consolidamento degli stati nazione (capacità di battere moneta, esercito funzionante…), che iniziano a fare progetti ambiziosi come la colonizzazione di un intero territorio transatlantico.

Inglesi e altri europei in movimento

Gli insediamenti inglesi nelle Americhe erano molto diversi tra loro: presentavano delle differenze strutturali.

Indie occidentali Continente nordamericano
Colonie di sfruttamento: piantagioni di prodotti tropicali (tabacco, barbabietole da zucchero) Colonie di popolamento: emigrate comunità per risiedervi stabilmente
Tanti schiavi dall'Africa: quasi l'80% della popolazione Popolazione quasi al 90% di origine europea
Popolazione in maggior parte maschi che si accoppiavano con le donne indigene (meticci) Popolazione mista, in grado di autoriprodursi e di mantenere una netta separazione razziale

Le colonie nordamericane erano ulteriormente suddivise in colonie meridionali, che avevano iniziato ad assomigliare sempre di più alle Indie occidentali in quanto il tipo di economia e di organizzazione sociale che avevano fece accrescere la loro domanda di forza lavoro schiava, e in colonie centrali, che nonostante parte della loro ricchezza derivasse dalla tratta degli schiavi aveva una minima presenza di schiavi nel tessuto sociale.

Gli insediamenti anglo-americani nel Seicento

Vicino alla Virginia fu presto fondato il Maryland (1634), da Lord Baltimore: un cattolico inglese che voleva offrire un rifugio ai suoi correligionari perseguitati in Inghilterra. In questo aspetto era diverso dalla Virginia, che era dominata dalla chiesa d'Inghilterra, che in patria opprimeva i cattolici. Per il resto le due colonie erano simili.

Da quel momento andarono formandosi tre aree di colonizzazione:

  • Una settentrionale, poi divenuta nota come New England: sempre formata nella prima fase della colonizzazione. Esso è formato da diverse colonie la cui formazione è fortemente dipesa da motivi religiosi: i navigatori del Mayflower, giunti per sbaglio a Cape Cod, erano protestanti e scappavano dai problemi religiosi in madrepatria, Salem e successivamente Boston furono fondate dai puritani…
  • Una centrale, poi divenuta nota come Middle Atlantic: qui per primi erano arrivati gli olandesi che avevano fondato Nuova Amsterdam, ma presto l'area fu occupata dagli inglesi che, guidati dal duca di York, rinominarono la città New York;
  • Una meridionale, alla Virginia e al Maryland si aggiungono tre colonie distinte: North Carolina, South Carolina e Georgia. Questo avviene nella prima fase della colonizzazione (dal 1600 al 1660).

In tutte queste colonie, la terra conquistata dagli europei era tanta e la popolazione pronta ad abitarvi c'era poca: per questo, i gestori delle colonie offrirono molti vantaggi economici, politici e civili che convincessero gli europei medio-piccoli a diventare residenti stabili. C'erano due tipi prevalenti di governo provinciale nel Seicento:

  • Corporations: Diffuse nel New England. Antenate delle odierne S.p.A. si occupavano di raccogliere risorse di investitori e finalizzarle ad uno scopo collettivo. Prevedevano dei governatori e dei consigli eletti periodicamente dai membri della società stessa.
  • Colonie “proprietarie”: Diffuse nel sud e nel Middle Atlantic. La corona conferiva i territori a lord proprietari che ne disponevano pienamente. I governatori erano nominati dal proprietario, ma c'erano assemblee elettive simili a quelle delle corporations.

Per tutto il Seicento il controllo politico dell'Inghilterra sul Nord America fu blando, ma lo stesso non si può dire di quello commerciale. Nel tentativo di sfruttare al massimo le risorse del suo impero coloniale, così come aveva fatto la Spagna nei secoli precedenti, la corona inglese istituì un consiglio, il Board of Trade, e prepose delle leggi che regolavano i commerci, i Navigation Acts: essi prevedevano che tutte le merci circolanti nell'impero viaggiassero su navi inglesi, che tutti i manufatti provenissero dalla madrepatria, che tutti i prodotti scambiati tra i mercati coloniali e quelli extra imperiali passassero per l'Inghilterra… Si trattava, ovviamente, di regole talmente proibitive e dannose per gli interessi dei mercanti americani che ben presto loro si diedero al contrabbando. Per evitarlo la Gran Bretagna cercò di diminuire l'autonomia politica delle province nordamericane facendone delle colonie “regie”: questo terzo tipo di governo si basava sul controllo maggiore dei governatori da parte della corona inglese, da cui essi dipendevano. Se, inizialmente, questo sistema si estendeva solo alle Indie occidentali, dall'inizio del Settecento il governo inglese aveva trasformato in colonie regie la maggior parte delle colonie in Nord America, ad eccezione di:

  • Connecticut;
  • Rhode Island;
  • Pennsylvania;
  • Maryland.

Il comportamento adottato dalla Gran Bretagna tra il 1607 e il 1756 è descrivibile come benigna negligenza.

Crescita e diversità delle colonie all'inizio del Settecento

Alla fine del Seicento, il processo di mobilità europea si concretizzò in numerosi spostamenti transatlantici che comportarono il popolamento delle colonie nordamericane. C'erano diversi tipi di organizzatori di queste traversate:

  • Il governo inglese, che fu responsabile dell'invio in America di molti emigrati non volontari (galeotti);
  • Le compagnie di navigazione transatlantica, che cercavano clienti;
  • Gli speculatori americani, che cercavano acquirenti o affittuari per i loro terreni;
  • Gli agenti che cercavano manodopera qualificata, dopo che i lavori più duri erano stati assegnati agli schiavi.

Tutti raccontavano di quanto fosse meravigliosa l'America.

Gli emigranti erano originari delle penisole britanniche e, in misura minore, dalle altre aree del continente. Appartenevano a gruppi etnici diversi, ciascuno dei quali si insediò in aree specifiche del Nord America tracciando una mappa tutt'altro che omogenea. I tedeschi si concentrarono nelle regioni agricole della Pennsylvania, gli inglesi si concentrarono nel New England… Alla geografia etnica delle colonie si affiancava una sempre più differenziata geografia sociale ed economica:

New England Middle Atlantic Colonie meridionali
Omogenee etnicamente Eterogeneità etnica e religiosa (tolleranza) Dominati dagli anglicani, intolleranti
Estensione delle pianure favorisce agricoltura, ma anche attività manifatturiere e artigianali Monocolture finalizzate all'esportazione di prodotti come tabacco, riso, cereali, indaco… Forte presenza di forza lavoro schiava, su cui si basa l'intera economia
Istituzioni sociali plasmate dalla cultura religiosa Grandi città, come Filadelfia e New York, sono importanti porti

Gli africani e la schiavitù nordamericana

La storia delle colonie nordamericane è stata una storia di progresso, che ebbe tuttavia costi e conseguenze elevatissimi per altri; in particolare, dalla fine del Seicento, per milioni di africani comportò la schiavitù. Ci si accorse che alla disponibilità di terra non corrispondeva un'adeguata disponibilità di manodopera: se all'inizio si provò con gli indiani, ben presto essi si dimostrarono inadatti e iniziò la tratta degli africani. All'inizio del Settecento le colonie americane, tanto inglesi quanto spagnole e portoghesi, entrarono a far parte di una grande rete di scambi che prevedeva l'invio di merci del Nuovo Mondo ai mercati europei, in cambio di forza lavoro schiava dall'Africa occidentale. A volte le operazioni erano gestite dagli africani stessi, da Paesi che si procuravano schiavi dai territori vicini per poi rivenderli con profitto agli europei: in questo modo, nel corso del Settecento, molti stati africani prosperarono o, addirittura, si formarono.

La schiavitù nera, quindi, sarebbe stata inconcepibile in due casi:

  • Se non ci fosse stata domanda di forza lavoro nelle Americhe;
  • Se non ci fosse stata domanda di merci europee da parte dei Paesi africani.

Non ci volle molto agli schiavi neri per accorgersi della netta differenza della schiavitù nel loro Paese d'origine e in America: se in Africa essere schiavi significava solamente occupare un gradino inferiore nella scala sociale gerarchica, in America la divisione tra schiavi e uomini liberi era definita chiaramente anche sul piano razziale.

I mercati più importanti, all'inizio, erano Virginia e Maryland ma ben presto il sopravvento fu preso dalle colonie meridionali: nel 1770 gli schiavi neri rappresentavano circa il 40% della loro popolazione, in quanto utili in particolare nelle grandi piantagioni di riso e indaco. Nelle colonie settentrionali, invece, questo non accadeva non per motivi etici (infatti praticavano la tratta degli schiavi per il resto dell'emisfero) ma quanto più perché la loro struttura economica non ne aveva bisogno.

L'introduzione della schiavitù di massa nelle Americhe ne cambiò non solo il sistema economico ma anche quello sociale e giuridico: i residenti di origine africana nel Settecento erano sottoposti a delle leggi speciali (slave codes). Nonostante alcune ribellioni di natura diversa, gli africani in America riuscirono a formare un gruppo compatto (nonostante non si possa ancora parlare di afroamericani) che mantenne le proprie tradizioni.

Gli americani nativi e gli invasori

Un altro gruppo fortemente danneggiato dall'arrivo dei coloni in America è senz'altro quello delle popolazioni residenti native: a loro i coloni non portarono altro che morte e distruzione, anticipati dagli agenti patogeni portati.

La superiorità degli europei rispetto ai nativi risiedeva in due campi:

  • Risorse tecnologiche sconosciute agli indiani
  • Pressione demografica di una popolazione in crescita

I popoli indiani, tuttavia, avevano un forte senso di indipendenza, autostima e superiorità che fu fortemente danneggiato dall'intento europeo di “civilizzarli”.

L'atteggiamento degli indiani nei confronti dei bianchi cambiò nel tempo: inizialmente tutti gli incontri tra le due popolazioni erano pacifici e segnati da amicizia e alleanza, ma ben presto quando l'atteggiamento dei coloni si fece più aggressivo e irrispettoso gli indiani iniziarono a concepire gli europei come dei nemici. D'altro canto, la decisione indiana di rispondere con le armi al desiderio europeo di appropriarsi delle loro terre fece sì che i coloni abbandonassero l'idea che si erano fatti dell'America.

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Scienze politiche e sociali SPS/05 Storia e istituzioni delle americhe

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gaiacip di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea degli stati uniti e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Ca' Foscari di Venezia o del prof Santese Angela.
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