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La categorizzazione

Le parole attribuiscono delle caratteristiche agli aspetti della realtà e ci permettono di segmentare, categorizzare la realtà stessa. Le lingue quindi ci permettono di dare un nome alle cose, il che ci aiuta a dominarle, gestirle. Ciascuna lingua ci permette di organizzare la molteplicità del reale, appunto attribuendo caratteristiche a cose, fenomeni, situazioni, individui, soggetti ecc.

Nel confronto tra le lingue, osserviamo che la medesima situazione o circostanza può essere chiamata in modi diversi, non soltanto perché si usano parole diverse, ma perché c’è una prospettiva diversa sulla situazione stessa (per esempio la parola “chiesa” nelle diverse lingue ha una derivazione diversa: da ecclesia, ossia latino, deriva chiesa, iglesia, église mentre da castellum, ossia greco, deriva kostel, ossia chiesa in russo).

In particolare osserviamo due modalità della categorizzazione:

  • La motivazione che dà luogo a espressioni dalla struttura trasparente, cioè motivata dal riferimento a un aspetto della realtà (per esempio recuperare il senso della parola “cacciavite” dal riferimento a un aspetto della realtà; a volte poi abbiamo anche la combinazione di parole in senso figurato, come l’espressione “ferro di cavallo” con cui intendiamo lo zoccolo del cavallo e non un ferro fatto di cavallo, il che non avrebbe senso). A volte poi ci troviamo davanti a costruzioni che sono apparentemente motivate, ossia la motivazione deve essere ricostruita in diacronia (per esempio “bevanda spiritosa” è un’espressione che troviamo su alcuni superalcolici e che fa riferimento allo “spirito” ossia l’alcol e non allude a qualcosa che fa ridere). Qui la motivazione non la risolvo in sincronia ma in diacronia.
  • La pertinenza semiotica, ossia una differenza di significato che è evidenziata attraverso espressioni (significanti) differenti. Una differenza obbligatoriamente espressa ha pertinenza semiotica, ossia è rilevante dal punto di vista semiotico. Per esempio l’inglese distingue, quindi fa una differenza semiotica tra time, tense e weather mentre in italiano abbiamo solo la parola tempo (in questo caso quindi in italiano non c’è pertinenza semiotica). La pertinenza semiotica può riguardare anche le categorie grammaticali.

Confrontiamo queste due frasi:

  • Gli studenti bravi → funzione restrittiva, perché si tratta di un gruppo.
  • I nostri bravi studenti → sono tutti nostri studenti e sono tutti bravi: l'aggettivo dunque non ha una funzione restrittiva.

In inglese invece la posizione dell’aggettivo è piuttosto fissa, quindi non c’è questa differenza tra la funzione degli aggettivi. Ciò ci rimanda al tema dell'endo linguisticità delle strutture linguistiche, per cui la stessa struttura linguistica ha modalità e funzioni differenti nelle diverse lingue.

Esercizio sulla pertinenza semiotica

I seguenti sono casi di pertinenza semiotica? Se sì, perché?

  • Grandson/nephew: nella lingua inglese abbiamo una distinzione tra il nipote di un nonno e il nipote di uno zio. Tra l’altro l’inglese differenzia ulteriormente, non solo in relazione al grado di parentela, ma anche in relazione al genere. In italiano, invece, si usa sempre la parola nipote, indipendentemente dal genere e indipendentemente dal grado di parentela. In italiano, dunque, il grado di parentela e il genere non sono evidenti sul piano semiotico, non hanno pertinenza semiotica, mentre hanno pertinenza semiotica in inglese.
  • Responsibility/liability: liability è un termine che si riferisce alla responsabilità legale. L’inglese, infatti, ci obbliga a distinguere una responsabilità in senso generico e una responsabilità legale. L'italiano, invece, usa sempre il termine responsabilità, al massimo aggiunge l'aggettivo legale.
  • Safety/security: si tratta del concetto di sicurezza che in inglese assume due accezioni leggermente differenti. In maniera approssimativa possiamo dire che safety è una sicurezza personale, individuale e fisica, mentre security è un termine che si utilizza quando si parla di istituzioni. In italiano, invece, si utilizza sempre la parola sicurezza.

N.B. In tutte le lingue ci sono alcune differenze che sono pertinenti dal punto di vista semiotico e che si differenziano anche tramite differenze di significante, quando ciò non accade non vuol dire che non esistono differenze di significato. Se l'italiano non ha tre parole per dire tempo, non vuol dire che non esistono quei tre significati differenti della parola tempo, ma vuol dire che quella sfumatura differente va recuperata nel contesto.

Arbitrarietà e lingua

Il contrario della motivazione è l’arbitrarietà, concetto introdotto da De Saussure, che descrivendo con un approccio sincronico il sistema dice che una caratteristica del segno linguistico è l’arbitrarietà. Ciò significa che non c’è una ragione naturale, un nesso di causa che motivi l'attribuzione di una parola a un certo referente nella realtà.

Se ci fosse un rapporto naturale per cui questo oggetto debba chiamarsi matita non ci sarebbero distinzione di lingue, quell’oggetto si chiamerebbe in tutto il mondo matita, perché ci sarebbe una motivazione oggettiva che lega il referente alla sua parola.

Dunque, se in alcuni casi è possibile ricondurre strutture linguistiche ad aspetti della realtà (es. cacciavite), nella maggior parte dei casi non è motivabile l’utilizzo di una certa struttura per significare un certo concetto. L’arbitrarietà non è una caratteristica del parlante, ma è una proprietà delle strutture linguistiche, per cui noi non possiamo ricondurre l'attribuzione di un certo significante a un certo significato a cause motivabili.

Se le lingue non fossero organizzate secondo un principio di arbitrarietà, sarebbero fisse, non sarebbero in grado di evolversi e di adeguarsi ai bisogni comunicativi. Nel confronto tra le lingue questo legame arbitrario emerge chiaramente nei "false friends", ossia parole che sembrano uguali ma non lo sono perché vogliono dire altro. Ciò ci ricorda che non vi è motivazione dell’attribuzione di una parola a un referente. Peraltro l’arbitrarietà è fondamentale per garantire l’evoluzione della lingua attraverso il cambiamento del potenziale semantico.

Cultura e lingue

Come deve essere definita la cultura nel legame con le lingue? La cultura è un insieme di usanze e tradizioni che si tramandano nel tempo e che caratterizzano un insieme di persone che condividono una lingua. Tutte le comunità culturali hanno dei testi di riferimento in cui sono attestati i valori a cui si rifà una comunità.

La cultura viene definita da qualcuno come un insieme di regole che generano testi allineati a quegli orientamenti. Un altro punto di vista è quello di chi considera la cultura come un insieme di testi generati da quella cultura. Ciò che ci insegnano oralmente i gruppi in cui ci troviamo a vivere riverberano nei valori scritti nelle costituzioni, nelle leggi, c’è la dimensione religiosa (es. la bibbia, gli scritti, il corano, ecc.).

Qualcuno ha definito la cultura come un insieme di “regole”, coordinate o orientamenti che generano dei testi. Altri ancora definiscono la cultura come un ipertesto, ossia una sovrastruttura che tiene insieme testi diversi collegati tra loro (possibilità di interazione tra gli individui che fanno parte di quella cultura).

Lingue e common ground

“Apprendere una lingua aiuta a comprendere l’esperienza umana che si attesta in un deposito di tradizioni giunte a noi attraverso la storia. → qui emerge il collegamento che si fa tra la lingua e la cultura intesa come un insieme di esperienze attestate in forma scritta o orale nell'insieme delle tradizioni che vengono consegnate alle nuove generazioni attraverso la parola.

Nella lingua è operante un common ground, una base condivisa che annovera l’esperienza sul mondo e sul modo in cui funziona. → qui troviamo un’accezione di common ground che riguarda tutti i membri di una comunità linguistico-culturale. L’idea è che nel condividere una lingua si condividono almeno alcuni tratti essenziali di una cultura, di una visione sul mondo e di una modalità di porsi nelle interazioni.

La comunicazione felice (=efficace, ben riuscita) fa aumentare la base condivisa dagli interlocutori. → se gli scambi comunicativi sono efficaci, c’è condivisione di informazioni, punti di vista, credenze, valori, tradizioni, ecc. Una comunicazione efficace fa sì che aumenti il common ground tra gli interlocutori, ossia la base condivisa. La base condivisa dagli interlocutori annovera anche una certa condivisione della lingua.

Il common ground ci è giunto come ‘parola d’altri’, è il frutto di innumerevoli scambi comunicativi. Una comunità linguistica è una comunità dinamica: è presente ‘a ridosso’ della comunicazione verbale ed è essa stessa parte del common ground.” → la stessa comunità linguistica è parte del common ground, ciò significa che la comunità linguistica, identificandosi in un set di valori e di tradizioni, trasmette la sua identità e la mette a disposizione di un cambiamento possibile (ad esempio ciò che ci insegnano i nostri genitori).

(Gobber, Lineamenti di linguistica, p. 110)

La ricerca sulle cultural keywords

La ricerca sulle cultural keywords (ossia le parole chiave culturali).

I due studiosi di riferimento sono Anna Wierzbicka e il suo allievo Cliff Goddard. Le tesi principali in questo filone di ricerca sono:

  • Le parole sono determinate culturalmente e connesse al livello cognitivo, storico, letterario e sociale → le parole sarebbero il riflesso di un punto di vista sulla realtà; dunque, connesse al modo in cui una comunità linguistico culturale percepisce la realtà. L’implicazione che deriva da questo assunto è che se vogliamo descrivere i significati linguistici bisogna trovare il modo di staccarsi dalle nostre lingue naturali, perché ognuna delle lingue storico naturali porta dentro di sé i condizionamenti derivanti dalla cultura che l'hanno generata. In particolare gli studiosi ce l’hanno con l’inglese perché la letteratura scientifica inglese e gli studi sulle culture soffrono di una prospettiva anglocentrica, allora si passa alla seconda tesi ossia che:
  • Bisogna trovare un livello culturalmente ‘neutro’ dal quale poter osservare l’uso linguistico nelle diverse culture → hanno inventato il Natural Semantic Metalanguage, nonché indicatori semantici attraverso cui descrivere il significato della parole;
  • Infine gli studiosi in questione propongono la definizione delle cultural keywords: “culturally laden words around which whole discourses are organized […] cultural keywords govern the shared cognitive outlook of speakers and encode certain cuture-specific logics, and impose on their speakers a certain interpretative grid through which they make sense of the world.” (Levisen & Waters, 2017: 3) → c’è un filone di studi che cerca di individuare e studiare il modo in cui queste parole esprimono questi valori.

Cosa succede al significato dei segni quando entrano nei testi?

Alcuni esempi:

  • “Domani vado in ufficio” → tempo presente con valenza di futuro.
  • A: “Cos’ha oggi Luca?” B: “Mah, sarà influenzato” → tempo futuro che non indica un’azione nel futuro ma esprime modalità epistemica, cioè che esprime la posizione del parlante rispetto alla certezza e sicurezza riguardo all’informazione che dà. Dunque, il tempo futuro esprime un’incertezza o una supposizione.
  • “Chi potrebbe dirlo?” → frase interrogativa che però non serve per fare una domanda, ma per attirare l’attenzione del mio interlocutore, per fare una supposizione oppure per esprimere domanda reale / domanda retorica / supposizione (dipende dal contesto in cui la troviamo).
  • Occhio → si può utilizzare in vari contesti: “ho un occhio affaticato” / “ha occhio per i mobili di antiquariato” (questa persona è in grado di riconoscere e valutare i mobili di antiquariato) / “occhio alle scale!” / “ti tengo d’occhio…” (chiedo in giro che cosa fai) / “ha un occhio attento”.

Tutti questi esempi ci fanno capire che nei testi noi troviamo selezionata una parte del potenziale semantico delle strutture linguistiche, che sono fatte per contribuire alla creazione di significato ma lo fanno in una maniera che si precisa di volta in volta nei testi e nei contesti.

Questo ci riporta a De Saussure, che considerava la lingua come un sistema di segni, definizione non adeguata, motivo per cui preferiamo dire che una lingua è un sistema segnico, ciò vuol dire che la lingua è un sistema fatto di strutture predisposte a funzionare come segni nei testi (non pacchetti predefiniti di significato e significante che si selezionano e si posizionano nel testo).

Si tratta piuttosto di un insieme di strutture malleabili, cioè che sono predisposte a significare ma il come e il cosa significano, si precisa nel testo, attraverso delle strategie che prendono il nome di criteri di testualizzazione, ossia:

  1. Disambiguazione: si attiva soprattutto in presenza di casi di omonimia (ossia quando le strutture linguistiche si presenteranno nello stesso modo ma non sono la stessa cosa; ad esempio, la parola riso può indicare la risata o il cereale) e polisemia. L’omonimia può generare ambiguità lessicale o sintattica:
    • Lessicale: ‘barlume’ / ‘Bar Lume’; ‘perbacco!’ / ‘Per Bacco’ → questi esempi si disambiguano nello scritto, ma se fosse orale potrebbe generare perplessità o incomprensioni. In questi casi si tratta di omonimia ma non di omografia.
    • Sintattica: nella frase “non lavoro per divertirmi” c’è un'ambiguità legata alla costruzione sintattica, perché è come se si trattasse di due frasi che hanno la stessa struttura ma che vogliono dire due cose differenti, ossia: “guarda che io non lavoro per divertirmi, non vado a lavoro perché mi diverto, ma lavoro per portare a casa lo stipendio” oppure “al posto di lavorare, vado a divertirmi”. Per comprendere il significato, dipende dal contesto e anche dall'intonazione.

La disambiguazione serve anche per disambiguare (ossia comprendere) casi di polisemia, ossia quando una struttura ha più valenze possibili. Per esempio, il verbo valere lo utilizziamo con tanti sensi: osservare, prestare attenzione, rendersi conto. Nella polisemia sono inclusi anche gli usi figurati e metaforici della lingua.

Esempi in cui si attiva il processo di disambiguazione:

  • ‘Faccio i conti col mio stipendio’ / ‘faccio i conti col mio commercialista’: espressione polisemica che nel primo caso vuol dire tenere in considerazione, non dimenticarsi di quanto è lo stipendio nel momento in cui si effettuano degli acquisti. Nel secondo caso, invece, significa fare i conti con calcolatrice alla mano.
  • ‘Chiara ha perso il portafogli’ / ‘Chiara ha perso il treno’: nel primo caso Chiara perde qualcosa di sua proprietà, mentre nel secondo caso significa che è arrivata tardi e che il treno è già partito (uso figurato e metaforico del verbo perdere).
  • “Più siamo, prima vinciamo” (campagna vaccinazione anti COVID-19, Regione Lombardia).

Si nota che un fattore molto importante per il funzionamento della disambiguazione è la condivisione di conoscenze tra gli interlocutori. Troviamo anche usi metonimici in espressioni come: bere un bicchiere, leggere Leopardi, finire una bottiglia, guidare una Fiat. Sono modalità di usare delle strutture linguistiche con un uso differente da quello letterale. In sintesi, la disambiguazione è un processo di testualizzazione che si innesca per comprendere i casi di omonimia e polisemia.

  1. Pertinentizzazione: è un processo che mette in rilievo un aspetto del senso, mentre gli altri restano sullo sfondo arricchendo il messaggio. I tratti non attualizzati, cioè non pertinenti, non sono cancellati, ma sono dati per scontati. Qui la premessa implicita è che sia possibile scomporre il senso in tratti costitutivi. Esempi:
    • “Fà la cosa giusta!” (titolo della fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili, 8-10 marzo 2019, Milano): qui si parla di pertinentizzazione perché è come se percepissimo che nella composizione semantica dell’aggettivo giusto, vi sono tanti tratti. Questo aggettivo attualizza e rende pertinente alcuni tratti a scapito di altri, che non si cancellano ma restano sullo sfondo.
    • “Il vaccino è sicuro. Fidati della scienza” (campagna vaccinazione anti COVID-19, Regione Sicilia): ho bisogno di collocare l’aggettivo in un contesto che consente di pertinentizzare, cioè di richiamare in primo piano i tratti che mi interessano. Nell'esempio lo fanno attraverso la frase che segue, ossia fidati della scienza. È sicuro vuol dire che è stato testato secondo i metodi scientifici che sono affidabili, dunque qui ci vuole una conoscenza, un common ground di un certo tipo. Per capire cosa vuol dire sicuro, bisogna capire cosa vuol dire fidarsi della scienza. In questo esempio, la frase fidati della scienza diventa l’elemento che aiuta a pertinentizzare il tratto che serve per far sì che questa comunicazione sia efficace. Dunque, sicuro vuol dire affidabile.
    • “Ma che sei scemo? Il fumo fa male!” (campagna contro il tabagismo, Ministero della Salute, 2015): il fumo fa male è l’elemento che aiuta a p
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/01 Glottologia e linguistica

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