SIGMUND FREUD – LA COSTRUZIONE DI UN SAPERE
di Francesco Gazzillo, Francesca Ortu
Parte prima: La nascita del modello psicoanalitico
Il modello di funzionamento proposto da Freud ruota attorno al concetto di ‘inconscio’ e trova i suoi
fondamenti in due ipotesi centrali: una parte della nostra mente è occupata da continui pensieri di cui, però, la
coscienza non sa nulla, e nessuna azione psichica avviene senza che vi sia una ragione sottesa.
Questo modello è stato costruito sulla base di una serie di dati e di osservazioni ottenuti grazie all’adozione di
un particolare metodo terapeutico e sulla base di particolari ipotesi sul funzionamento del sistema nervoso.
Il modello ha subito diverse modifiche, e perciò la teoria psicoanalitica ha finito per presentarsi come una serie
di ipotesi stratificate non sempre tra loro del tutto compatibili.
1. LA FORMAZIONE SCIENTIFICA DI FREUD
Nell’autunno 1873 Freud, non ancora diciottenne, si iscrive alla Facoltà di Medicina di Vienna: affronterà lo
studio con una certa trascuratezza, interessandosi saltuariamente alla filosofia tramite la frequenza alle lezioni
di Franz Brentano. Inoltre, segue i corsi di Carl Claus sulla zoologia naturale e le lezioni di Ernest Brücke sulla
fisiologia della voce e del linguaggio. Grazie ad una borsa di studio, trascorrerà due periodi di vacanza presso la
stazione zoologica sperimentale di Trieste dove, sotto la guida dello stesso Carl Claus, porta avanti uno studio
sperimentale sugli organi sessuali dell’anguilla nonostante le sue perplessità, costituendo quella che sarà la
sua prima pubblicazione scientifica. Nel terzo anno di studi entra nell’Istituto di fisiologia di Brücke, dove
rimane fino a quando, una volta laureatosi con qualche ritardo, sotto spinta dello stesso Brücke a causa delle
eventuali difficoltà economiche a cui potrebbe andare incontro, e in seguito al suo fidanzamento con Martha
Bernays, decide di intraprendere la professione di medico.
Secondo Sulloway, è importante analizzare le radici biologiche della teoria psicoanalitica se si vogliono
comprendere molte delle affermazioni teorizzate da Freud in merito alla psiche umana, poiché infatti è
importante sottolineare che il suo approccio al comportamento umano è stato strettamente legato ad
osservazioni di tipo genetico e biologico, ma non fisiologico.
1876-82: l’istologia del sistema nervoso
Il suo esordio scientifico è segnato dalla pubblicazione di sei saggi, i quali permettono di cogliere l’interesse del
giovane Freud per zoologia, istologia e fisiologia del sistema nervoso, nonché l’adesione all’impostazione
scientifica di Claus e di Brücke. Nonostante si riferisse a questi scritti come rivelanti dei limiti alle sue doti
naturali, egli li aveva comunque inseriti nell’elenco di lavori scientifici redatto in occasione della proposta alla
nomina di presidente straordinario da parte di Nothnagel e Krafft-Ebing.
Gli studi istologici avevano come obiettivo quello di rispondere ad un quesito: Il sistema nervoso degli animali
superiori (o almeno dei vertebrati) è composto da elementi diversi da quello degli animali inferiori oppure sono
costituiti dagli stessi elementi? Egli risponde a questo quesito tramite il suo studio sui gangli spinali e il midollo
spinale del Petromyzon (lampreda), che per le sue caratteristiche strutturali poteva essere considerato una
sorta di embrione permanente, mettendo in luce i passaggi tra le caratteristiche morfologiche del sistema
nervoso dei pesci e quelle degli animali superiori. Questa scoperta contribuì a colmare la spaccatura tra
animali superiori ed inferiori, rafforzando le tesi evoluzionistiche di Claus e sottolineando l’adesione di Freud
alla cornice evoluzionistica darwiniana, sostenuta anche dai lavori sull’istologia del sistema nervoso condotti
nel laboratorio di Brücke, grazie ai quali spiana la strada per la teoria del neurone.
Conscio della portata delle proprie ricerche, presenta il proprio lavoro nel corso di una riunione della Società di
Psichiatria, sottolineando le implicazioni delle sue ricerche.
Dall’istologia all’anatomia cerebrale e allo studio della mente
Lasciato il laboratorio di Brücke e dopo un breve internato nella clinica di medicina interna dell’Ospedale
generale di Vienna diretta da Nothnagel, entra nel laboratorio di anatomia cerebrale diretto da Meynert,
dedicandosi allo studio del sistema nervoso centrale umano tramite la nuova tecnica per trattare
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chimicamente il cervello tramite l’oro, il che permette di essere più duraturo, nella speranza di raccogliere la
fama di cui va in cerca, sotto spinta degli incitamenti di Brücke e di Breuer. Tuttavia, le difficoltà di
pubblicazione inducono a spostare il proprio entusiasmo dal laboratorio direttamente alle malattie nervose,
periodo che trova il suo punto di partenza nell’osservazione del caso di un apprendista sarto con lo scorbuto.
Il suo atteggiamento nei confronti dei pazienti è, tuttavia, molto distante da quello di un medico, ma molto più
simile a quello di un ricercatore intento a cercare, nell’analisi autoptica del paziente, la conferma della propria
diagnosi in vista di una pubblicazione. Di fatti, continua a dividersi tra la redazione di articoli scientifici,
sperando vengano pubblicati sulla rivista Brain grazie all’interessamento di Ernst Fleischl, la preparazione di
lezione e conferenze e il lavoro in reparto. Spera che la propria conoscenza di anatomia, in particolare sul
sistema nervoso (pubblicò il primo dei tre saggi dedicati allo studio del midollo allungato, ‘Studio sullo strato
interolivare’), gli permetta di ottenere la libera docenza, e dunque di avere una svolta professionale ed
economica, lamentandosi del tempo che lo studio dei casi clinici sottraeva al lavoro di laboratorio.
2. L’ISTERIA E LA NEVROSI: LA LEZIONE DI CHARCOT
Durante la seconda metà dell’ottobre 1885, inizia a lavorare nel laboratorio di anatomia patologica della
Salpêtrière, rimanendo particolarmente colpito dal clima democratico ed informale, ma soprattutto dalle
lezioni di Charcot, che sconvolgerà tutte le sue idee ed i suoi piani. L’impatto della breve esperienza con
Charcot avrà due principali conseguenze: si convince che vi sia un’origine psicologica alla base dei disturbi
mentali ed inizia a sviluppare la nozione di dissociazione dei diversi aspetti del funzionamento mentale.
Il metodo anatomoclinico e la ‘medicina di laboratorio’
Famoso per la sua perspicacia clinica, Charcot aveva innovato il metodo anatomoclinico a cui la medicina
francese dell’Ottocento doveva i suoi successi: secondo lui, descrivere gli aspetti esterni delle lesioni
riscontrare sui cadaveri senza tenere conto della struttura fine degli organi malati costituisce una conoscenza
limitata e rudimentale. Era necessario passare all’istologia e all’istopatologia, che permettono di identificare
lesioni tissutali non visibili all’occhio nudo, trascurando l’entità e la qualità della lesione.
Da quando nel 1882 era diventato il primo titolare della prima cattedra mondiale di clinica delle malattie
nervose, il nome di Charcot era associato alle scoperte fondamentali nell’ambito della patologia geriatrica,
dimostrando l’utilità dell’osservazione anatomoclinica longitudinale: si tratta di un metodo comparativo che si
basa sulla ricerca di somiglianze e differenze, capace di studiare l’esito ed il decorso di una malattia
permettendo di ricondurre i diversi sintomi alle specifiche lesioni anatomiche evidenziate.
Oltre all’analisi autoptica alla ricerca delle lesioni, ricorreva anche ad analisi di laboratorio per precisare le
circostanze esatte della morte e fonti d’archivio per individuare circostanze simili, sfruttando l’istologia e
l’istopatologia al fine di individuare l’agente causale della malattia: in questo modo, l’istologia, la fisiologia e
l’osservazione clinica diventano la base della nuova medicina sperimentale, la quale rifiutava qualsiasi ipotesi
non sottoposta al controllo del ragionamento e si rendeva capace di identificare quali vie potessero essere
percorse senza rischio di perdersi in speculazioni.
Il ricorso a nuove tecniche lo portò a proporre una revisione critica delle tipologie di lesioni che erano
all’origine delle patologie, introducendo il concetto di ‘lesioni funzionali’ per definire un tipo di lesioni
microscopiche o biochimiche dei tessuti che ne modifica profondamente, ma in maniera reversibile,
l’architettura ed il funzionamento. È a queste lesioni che egli riconduceva i sintomi dell’isteria.
L’isteria, il trauma e l’ipnosi
Charcot, persuaso dal carattere organico delle cosiddette due grandi nevrosi, ovvero epilessia semplice e
isteria, riunite nella stessa classe alla luce di sintomi molto simili e all’individuazione della stessa causa
organica alla base di essi (lesioni del tessuto cerebrale), aveva inizialmente provato un approccio
anatomoclinico alle patologie, per poi modificare la propria strategia in una direzione più psicologica: nel caso
dell’epilessia, l’esame autoptico permetteva di ricondurre i sintomi a lesioni ben evidenziabili a livello corticale,
mentre nel caso dell’isteria era necessario ipotizzare una lesione funzionale.
Per illustrare le caratteristiche particolari delle paralisi isteriche, presenta un caso di una paralisi di una donna
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che, dopo aver inferto al figlio di 7 anni uno schiaffo con il dorso della mano, nonostante il colpo non fosse
stato violento, quasi immediatamente aveva percepito una particolare difficoltà nella distensione della mano:
nella spiegazione del meccanismo di formazione del sintomo, sottolinea l’importanza dello stato mentale che
aveva accompagnato l’insorgenza del sintomo, che poteva essere solamente riconducibile ad una lesione
corticale di tipo funzionale, e dunque alla patologia dell’isteria.
A partire dalla comunicazione alla Académie des Sciences in cui paragonava il grande ipnotismo alla crisi
isterica, egli inizia a considerare l’ipnosi come modello sperimentale dell’isteria in cui le diverse manifestazioni
compaiono e scompaiono a seconda della necessità di studio, trovando nella psicologia fisiologica un aiuto
fondamentale nello studio dei meccanismi responsabili della patologia. Egli credeva fosse uno strumento di
straordinaria utilità per la riproduzione esatta dei sintomi isterici, nonché per la distinzione tra paralisi di
immaginazione, paralisi isterica prodotta e modificabile dall’isteria e paralisi a base organica (non riproducibile
né modificabile tramite ipnosi). In alcuni soggetti l’ipnosi può costituire lo stato normale, mentre l’isteria
sarebbe più assimilabile ad un disturbo mentale caratterizzato da sintomi regolari (es. restringimento del
campo visivo, disturbi della sensibilità) riconducibili al tratto costituzionale ed ereditario della tendenza alla
dissociazione. L’ipnotizzabilità diventa un indice di disposizione all’isteria, convinto che la facilità di induzione
dell’ipnosi nei soggetti isterici costituisca la consistenza scientifica dell’ipnosi e dimostrando che pensieri e
ricordi non consapevoli possono influenzare il comportamento.
Le esperienze fatte con Bernheim, un altro maestro francese dell’ipnotismo, insegnano a Freud che il paziente
non ricorda nulla di ciò che accade durante la seduta ipnotica, ma è capace di offrire spiegazioni a posteriori
per la propria condotta anche quando non hanno nulla a che fare con la causa che l’ha determinata.
La teoria di Pierre Janet: la tendenza alla dissociazione psichica, l’ipnosi e l’isteria
Nel ricostruire l’origine della sua teoria, Freud riconosce l’importanza anche dell’approfondimento dei processi
psichici dell’isteria attuato da Pierre Janet, che identificava come caratteristica centrale dell’isteria la
disaggregazione psicologica. La prima teoria psicopatologica di Janet viene esposta nell’Automatisme
psychologique del 1889, presentato come tesi di dottorato con il sottotitolo ‘Saggio di psicologia sperimentale
sulle forme inferiori dell’attività umana’, in cui sosteneva che vi fosse uno stretto rapporto tra fenomeni
psicologici e fenomeni fisiologici e che, dunque, anche nella psicologia patologica fosse possibile ricorrere al
metodo sperimentale basandosi sull’osservazione di soggetti scelti, analizzando i fenomeni e formulando
ipotesi teoriche in grado di sintetizzarli. Riprendendo il pensiero di Claude Bernard, uno dei maggiori
sostenitori dell’utilità del metodo sperimentale in medicina, Janet individua i soggetti ideali per il suo studio
nelle pazienti isteriche e catalettiche, e sulla base dello studio attento di queste pazienti egli descrive il
funzionamento mentale come il risultato di due attività fondamentali che si completano ed ostacolano a
vicenda: la sintesi, che riunisce i fenomeni dati, e l’automatismo, un’attività conservatrice che tende a
conservare e riportare alla luce le antiche sintesi. I disturbi osservati nei pazienti vengono attribuiti alla rottura
dell’equilibrio tra le due attività, con un prevalere dell’attività automatica su quella sintetica, prodotto a sua
volta da un restringimento del campo della coscienza derivante da uno stato di miseria psicologica.
La prospettiva di Janet legava, dunque, la dissociazione psichica all’incapacità di mantenere unite le
molteplicità dei processi psichici.
3. FREUD: ISTERIA, IPNOTISMO E SUGGESTIONE
Tornato a Vienna, inizia la sua attività privata come neurologo. I saggi scritti in questo periodo mettono in luce
un progressivo distanziamento dal pensiero di Charcot nelle metodologie da mettere in atto, nonostante lo
segua nella descrizione della sintomatologia dell’isteria. Nel 1888, in una voce di enciclopedia accenna ad un
nuovo efficace metodo terapeutico sperimentato per la prima volta a Vienna da Joseph Breuer che consisteva
nel ricondurre il paziente sotto ipnosi alla preistoria psichica del disturbo, costringendolo a riconoscere
l’occasione psichica che ha scatenato il disturbo. Nell’interpretazione dei fenomeni ipnotici si avvicina
progressivamente alle posizioni di Bernheim, schierandosi a suo favore nella disputa tra la scuola di Parigi e la
scuola di Nancy, e dunque a favore di un'interpretazione psicologica che identificava come fonte dei fenomeni
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ipnotici la suggestione di una rappresentazione cosciente immessa nel cervello dall’influsso esterno e accolta
dall’ipnotizzato come fosse sorta spontaneamente in lui.
Nonostante ciò, continua a sottolineare l’importanza delle osservazioni di Charcot, non mettendo in
discussione l’obiettività della sintomatologia isterica. Sottolinea che non è sufficiente affermare che l’essenza
dei fenomeni ipnotici sta nella suggestione, ma che sia necessario definire con chiarezza il concetto stesso di
‘suggestione’ e soffermarsi sul meccanismo di azione: si ritrova a scontrarsi con le particolarità dei fenomeni
isterici che dimostrano la scarsa utilità dell’elettroterapia e delle cure termali, strumenti di elezione nel
trattamento dei pazienti nervosi alla fine dell’Ottocento.
La particolarità dei sintomi presentati dai pazienti richiamava l’attenzione del clinico sulle loro emozioni,
sottolineando che gli stati psichici degli affetti hanno la capacità di modificare stati somatici normali e dare
vita a stati psicologici, e la sintomatologia isterica sottolinea l’importanza dell’azione della psiche sul corpo,
individuando nella psiche la causa prima del disturbo.
Nello scritto del 1890 dedicato al ‘Trattamento psichico’, il problema centrale diventa il come sia possibile
studiare scientificamente l’ipnosi e di quale ottica adottare per evitare una visione unilaterale del problema,
interrogandosi su quali condizioni essa abbia bisogno per verificarsi. Partendo dall’assunto che lo studio della
patologia permette una migliore comprensione dei fenomeni normali, sostiene che tutti i processi psichici sono
in certa misura affettivi, cioè capaci di modificare i processi somatici, e che i processi di volontà e di attenzione
sono in grado di influenzare i processi psichici e corporei e di avere un ruolo promotore o inibitorio nelle
malattie somatiche. Si sofferma sullo stato psichico dell’attesa, capace di attivare una serie di forze psichiche
efficaci per sanare mali somatici, ed identifica nell’attesa fiduciosa una forza attiva di cui si deve tener conto in
tutti i tentativi di cura e di guarigione, spostando l’attenzione sul carattere autonomo delle personalità sia del
paziente che del medico e sulla ricerca di mezzi idonei ad imporre lo stato d’animo favorevole (fenomeni
indagati per mezzo del concetto del ‘transfert’).
Nel discutere gli elementi della psicoterapia, mette in luce una serie di fattori: al di là della specifica tecnica
utilizzata, è in primo piano la qualità del rapporto tra il medico e il paziente, focalizzandosi sul comportamento
dell’ipnotizzato nei confronti dell’ipnotizzatore e trovando nel rispetto del bambino verso i genitori e nella
sottomissione della propria vita psichica che si verifica nei rapporti amorosi la sua particolarità. La suggestione
si presenta, inoltre, come uno strumento prezioso per condurre una serie di esperimenti che consentono uno
sguardo in profondità nella psiche: in particolare, la possibilità di trasmettere all’ipnotizzato la suggestione di
eseguire una certa azione, in pieno stato vigile e giustificandola con un pretesto, soltanto in un determinato
momento dopo il risveglio, sottolinea la presenza di aspetti di vita psichica che rimangono inaccessibili alla
consapevolezza della persona. Perciò, passa ad indagare la vita affettiva dei pazienti e il suo impatto sulle loro
condizioni fisiche e psichiche, nonché i correlati e antecedenti nella fisiologia delle relazioni umane infantili.
La
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