Psicologia di comunità
L1
Lo psicologo di comunità
- Cosa fa?
- Percorso formativo
- Ambiti lavorativi
Obiettivo generale: Apprendere teorie, strumenti e metodologie di analisi e di intervento della psicologia di comunità.
Obiettivi specifici:
- Offrire un modo diverso di analizzare e affrontare i problemi della vita quotidiana delle persone.
- Presentare una serie di modelli e concetti teorici di base all’approccio della psicologia di comunità.
- Familiarizzare con alcuni strumenti per l’analisi degli ambienti di vita, all’interno del quale l’individuo è inserito.
- Presentare alcuni modelli con cui si può intervenire.
Esempio: dipendenza => prevenzione => come e su chi agiamo?
Che cos’è la psicologia di comunità?
- Un modo diverso di porsi le domande.
- Un modo specifico di guardare alle cause dei fenomeni.
- Un modo specifico di intervenire (si cerca di prevenire).
Domanda: depressione e suicidio.
Quali sono le cause?
Come interveniamo?
Grafico.
L2
La psicologia di comunità è una disciplina che si occupa di individuare e sperimentare strategie professionali per affrontare problemi di comunità, problemi che hanno rilevanti implicazioni comportamentali e psicologiche.
Si individuano e sperimentano strategie per affrontare problemi a livello collettivo, per esempio impatto della crisi economica sull’individuo.
Mission
In uno dei primi meeting europei della psicologia di comunità, e in accordo con Oxford, la mission può essere ricondotta a:
- Aiutare le persone a diventare consapevoli del ruolo che hanno le condizioni in cui vivono nel determinare la loro salute e il loro benessere (essere coscienti di come le condizioni della comunità in cui vivono possono avere un impatto sul loro benessere e sulla loro salute individuale).
- Aiutare le persone a diventare protagoniste di processi di cambiamento della loro condizione di vita (rendere consapevoli le persone che possono essere protagoniste del loro cambiamento).
Quindi la PDC si interroga sulle determinanti dei maggiori problemi sociali e di salute della nostra società/comunità e rispetto alle modalità più adeguate per affrontarli.
L’interesse della PDC è rivolto all’interdipendenza tra le componenti contestuali, e non unicamente alla rete prossimale, e quelle individuali in cui l’individuo è inserito, al fine di comprendere le dinamiche transazionali, le dinamiche che coinvolgono contesto-individuo, e capire quali sono le condizioni dei vari contesti che influiscono e che possono essere modificate sul benessere individuale.
Approccio non individualistico
A differenza di alcune discipline psicologiche che hanno focalizzato la ricerca sulle componenti individuali, per esempio personalità, hanno spiegato il comportamento dell’individuo come funzione di fattori individuali, non hanno guardato fuori all’individuo, e che centrano l’intervento/cambiamento su strategie individuali, aumento delle capacità di adattarsi a determinati contesti, la PDC assume che il comportamento individuale deve essere capito all’interno delle reti sociali in cui è inserito l’individuo, non solo reti prossimali e caratteristiche solo dell’individuo.
Non significa trascendere l’individuo, ma significa avere come unità di analisi l’interfaccia tra la persona e l’ambiente, ossia com’è inserita la persona all’interno del contesto.
La PDC considera individuo e contesto come inseparabili, in quanto connessi da complesse interazioni reciproche.
Esempio: suicidi, povertà, disoccupazione… non solo dovute a difficoltà psicologiche individuali ma in relazione ai contesti in cui la persona è inserita, si crea un ecosistema che dobbiamo conoscere.
La PDC adotta una metafora ecologica, non scompone l’individuo nei processi di base, per esempio percezione, cognizione ed emozione.
Interconnessione dei sistemi di vita, assumendo che il risultato di condizioni problematiche siano la risultante dell’interazione tra individui, setting e sistemi in cui l’individuo è inserito.
Le situazioni problematiche di un individuo vengono affrontate attuando non tanto un cambiamento individuale, ma cambiamenti nei vari contesti di vita in cui l’individuo è inserito, e attivando le risorse presenti nell’unità di analisi individuo-ambiente.
Il target degli interventi sono i contesti di vita dell’individuo, per esempio le organizzazioni, scuola, i quartieri…
Qualcuno potrebbe obiettare che altre discipline hanno come unità di analisi o prendono altresì in considerazione gli ambienti di vita, per esempio psicologia sociale o clinica, differenziamo quindi la PDC da altre discipline al fine di…
La psicologia clinica e di comunità hanno la stessa mission: raggiungere il benessere della persona. Entrambe sono importanti e non si escludono a vicenda, non si tratta di creare un rapporto gerarchico tra le varie discipline psicologiche, ma l’obiettivo è capire l’unicità di ogni disciplina tramite la differenziazione delle varie discipline.
PDC e clinica identificano percorsi di intervento differenti per:
- Tempo.
- Luogo.
- Modo.
Tempo
La PDC usa un’ottica pro-attiva, cerca di intervenire prima dell’insorgenza del problema, interviene per promuovere il benessere; la psicologia clinica ha invece un’ottica retro-attiva, interviene quando gli individui hanno già sviluppato qualche malessere psicologico.
Levine e Perkins: la PDC ha a che fare con tutto quello che una persona vive prima di diventare un caso clinico.
Luogo
La psicologia clinica colloca le cause e gli interventi all’interno dell’individuo, ad esempio problema di salute mentale => sistema emotivo/cognitivo.
La PDC colloca le cause del malessere anche nel sistema legislativo/politico che dà forma alle condizioni individuali.
Per differenziazione
Due approcci: retro-attivo, individuo/contesto, e pro-attivo, contesto/comunità, non devono essere visti in contrapposizione ma in continuità.
Esempio: questione dei “senza fissa dimora”.
Approccio tradizionale: prevedere un percorso graduale al termine del quale sarà possibile accedere ad un’abitazione, trovando ad esempio un lavoro. Centrato sulla promozione di competenze individuali, per esempio training per l’acquisizione di conoscenze o per lo sviluppo di abilità di problem solving; la casa diventa la meta finale.
Approccio di comunità: cambiare le condizioni di vita fin da subito offrendo una casa e nel contempo si sostiene l’individuo professionalmente (housing first) => la casa non è la meta ma è una condizione che offro. Si interviene contemporaneamente su più fronti modificando sia il contesto in cui l’individuo è inserito, offro una casa, sia offrendo sostegni professionali e personali; la casa non è la meta ma è il primo cambiamento su cui agire.
Dibattito in corso sui vari approcci.
Housing first
È un modello diffuso in tutto il mondo ma guardando vicino a noi: Trieste.
Il progetto ha raccolto 20 persone residenti in 10 appartamenti messi a disposizione dal comune; alla conclusione della prima fase, 16 persone hanno raggiunto un buon livello di autonomia e quindi possono continuare il loro percorso di vita senza il supporto dell’équipe del progetto.
La PDC va sul campo!
- Cambiamento non solo per chi è all’interno del progetto, individuale.
- Cambiamento a livello della comunità, del quartiere.
- Cambiamento a livello legislativo.
La PDC si interessa al modo in cui la società influenza il funzionamento degli individui e della comunità, cerca di comprendere gli individui nei loro contesti sociali e di aiutarli utilizzando queste nuove conoscenze.
Esempio Housing first, manipolo il contesto, non l’individuo direttamente, offrendo una casa, agisco quindi sul contesto senza scorporare l’individuo; è la casa, cioè il contesto modificato, in questo caso a far sviluppare nuove competenze e nuove conoscenze.
La comunità diventa il punto di incontro tra mondo interno, psiche, e mondo esterno, ambiente in cui è inserito l’individuo.
L’obiettivo della PDC è di comprendere in modo critico i problemi sociali attraverso teoria, ricerca e azione, vuol dire che la PDC agisce sul campo, si basa sulla teoria e ricerca/analisi dei vari problemi in vista dell’azione.
Uno degli obiettivi della PDC è trovare soluzioni a problemi che hanno rilevanti implicazioni comportamentali e psicologiche usando strumenti e strategie non solo individuali ma collettive, istituzionali.
Es. lockdown durante la pandemia.
“La PDC si interessa alla relazione tra individuo e contesti di vita. Attraverso la ricerca-azione, lo psicologo di comunità cerca di comprendere ed aumentare la qualità di vita delle persone, comunità e società” - Rappaport 1977.
A priori della PDC
La PDC è una disciplina orientata al cambiamento sociale, e si fonda su valori a priori che strutturano il modus operandi e che si situano a tre livelli in un rapporto sinergico:
- Personale.
- Relazionale.
- Collettivo.
A livello personale si lavora attraverso l’autodeterminazione degli individui, ossia dare la possibilità agli individui di perseguire in maniera autonoma i propri obiettivi di vita e sperimentando un certo grado di controllo sulle condizioni che permettono di raggiungere tali obiettivi. Questo livello riguarda anche salute e benessere personale, cura e interesse verso gli altri, ciò che permette di soddisfare bisogni quali attaccamento/solidarietà, bisogno di essere inseriti in una comunità più ampia.
Il livello relazionale costituisce il ponte tra l’individuo e il collettivo: bisogna instaurare processi collaborativi, non asimmetrici, in grado di assumere e mediare punti di vista differenti senza che un gruppo prevalga l’altro, per esempio operatore e beneficiario della casa, sostenendo il diritto di ogni persona ad avere un’identità unica, non valutata anche in relazione ad un determinato standard normativo/rispetto per la diversità, no standard dominante.
A livello collettivo ci deve essere l’accesso a tutti, indipendentemente da qualunque fattore, a tutte le risorse possibili, sanitarie ed educative; l’autodeterminazione e il benessere sono facilitati da sostegno relazionale significativo e dalla possibilità di accesso alle risorse messe in campo.
Esempio: Empowerment
- A livello individuale: poter esercitare un certo grado di controllo sulla propria vita non escludendo gli individui dai processi decisionali, non decido io per te.
- A livello relazionale: è determinante coinvolgere e collaborare con i gruppi verso cui l’intervento è rivolto, coinvolgendo le risorse sul territorio, incluse anche le associazioni di volontariato/auto-aiuto, lavoro con e insieme a te.
- A livello collettivo: cogliendo che molti dei problemi psico-sociali siano derivanti da situazioni di diseguaglianza di tipo economico, di accesso nei processi decisionali, attraverso la partecipazione.
I professionisti che lavorano di PDC devono essere in grado di lavorare con i membri della comunità, istituendo con loro un rapporto di collaborazione e ponendosi come “attivatori” delle risorse che possiedono.
In che modo?
- Attraverso metodologie partecipative, interpreto insieme agli individui gli esiti di una ricerca.
- Scegliere la strategia migliore per affrontare un problema.
Video sulla PDC
- Stereotipo della psicologia di comunità, rapporto diadico.
- Relazione tra contesti, gli interventi devono essere inseriti in tutti i contesti, es. familiare e contesto.
- Metodologia: ricerca e azione, conosco e agisco.
- Si sviluppa sul campo.
La psicologia di comunità è quindi:
- Disciplina accademica: cerca di comprendere i fattori situati a diversi livelli, che possono agire sul benessere degli individui, famiglia, gruppo dei pari, quartiere…
- Un agire professionale: fornisce agli individui gli strumenti necessari nel processo di promozione del loro benessere.
Obiettivo: il cambiamento.
I ruoli e le competenze
Il Tariffario dell’ordine degli psicologi indica che le prestazioni tipiche sono:
- Elaborazione e costruzione di progetti di comunità.
- Organizzazione e conduzione di un focus group.
- Analisi/stesura di profili di comunità.
- Analisi delle organizzazioni, gruppi, associazioni, comunità.
Il professionista dovrebbe conoscere i principi di base e applicarli.
Tra le competenze, possiamo includere, Primo livello:
- Partecipare alla raccolta e all’interpretazione dei dati per rilevare l’efficacia di un intervento, conoscenze anche statistiche; ci si basa su dati empirici-qualitativi.
- Gestione di piccoli-grandi gruppi per la ricerca-azione.
- Capacità di esporre in pubblico e dare feedback su progetti mediante la costruzione di report da divulgare.
Tra le competenze di Secondo livello:
- Assessment di comunità, scelta degli strumenti e dei metodi più idonei e adatti al contesto in cui lavoriamo.
- Progettazione di interventi, implementazione e accompagnamento di interventi di comunità, accompagnare associazioni, enti, gruppi di volontari.
- Essere in grado di valutare il progetto concluso nelle varie fasi e l’efficacia.
Tra le competenze di Terzo livello:
- Creare network: ricerca di finanziamenti per la ricerca, gestione dei contatti con la committenza, devo aggiornare, informare e contattare periodicamente la committenza, e la rete territoriale.
- Capacità di comprendere e trasformare indicazioni legislative a livello territoriale.
Storia e cultura della psicologia della comunità
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Introduzione
Analisi del contesto socio-culturale in cui è ‘nata’ e si è ‘sviluppata’ la psicologia di comunità, in generale, si situa nel periodo a cavallo tra gli anni 60 e 70.
Fortemente influenzata dagli eventi storici, politici e culturali.
Quadro storico-culturale
Durante e dopo la seconda guerra mondiale cambiamento del contesto universitario nordamericano fino ad allora dominato dall’approccio comportamentista.
Messa in discussione dello studio di causalità lineare dei fenomeni sociali attraverso modelli ‘sperimentali’.
Ossia viene messa in discussione la modalità e quindi l’oggetto di analisi dei fenomeni ‘sociali’.
Perché la situazione sociale chiede di intervenire per comprendere fenomeni che sono tipici del periodo. Esempio: sottomissione all’autorità, esperimento di allievi e maestri con la scarica elettrica.
Emerge anche la psicologia clinica in un dominio fino ad allora dominato dal mondo medico, soprattutto in risposta al bisogno di ‘cure’ causate dal contesto post bellico.
Impegno clinico su larga scala che necessita di forme differenti del classico rapporto diadico terapista-paziente, era difficile instaurare un rapporto diadico per tutte le varie problematiche che c’erano in quel clima di guerra.
Negli anni 70, guerra del Vietnam, vi è una marcata innovazione da un punto di vista legislativo, nasce:
- Community mental health center act => legge che amplia l’offerta di trattamento al cittadino all’interno della propria comunità, si riorganizza il sistema socio-sanitario, che diventa alla portata del cittadino, il quale ha più possibilità di ricevere le cure che ha bisogno.
Riorganizzazione in chiave comunitaria del sistema sanitario in materia di cure psichiatriche che vengono amplificate in termini di servizi territoriali e non più delegate unicamente all’ospedale psichiatrico.
- Head start: servizi offerti ai bambini e alle famiglie provenienti dai ceti più svantaggiati: servizi di educazione, salute e nutrizione. Per capire se questo programma funzionava veramente, venne lanciato sperimentalmente in un campo estivo, 1965, valutate le conseguenze e poi integrato a livello nazionale.
Attività variegate comprese nell’head start:
- Sostegno emotivo e sociale.
- Educazione alla salute e alla nutrizione con screening, check-up sanitari.
- Sostegno alla famiglia.
- Sostegno all’apprendimento.
Questo programma comprende:
- E.g., educativo: raggiungimento di alcuni standard definiti a livello nazionale per l’accesso alla scuola, per es. fluidità verbale.
- E.g., salute: includono screening e check-up sanitari a cui normalmente la fascia di popolazione target non accede.
- E.g., servizi sociali in collaborazione con la famiglia allo scopo di favorire l’accesso alle risorse presenti nella comunità (family resource center for parent-to-parent support).
Quadro storico-culturale: le teorie
Rispetto alle teorizzazioni precedenti:
- Lewin [1948], in contrapposizione al tradizionale approccio scientifico di laboratorio che riduce al minimo la presenza del ricercatore, teorizza la partecipazione attiva dello sperimentatore alle ricerche e la necessità di occuparsi di problemi reali che interessano le persone.
- Jonas [1985, 4] molto elegantemente sintetizza: “per anni si è ritenuto che la fisica fosse il modello di scienza da raggiungere, ma la fisica si occupa di materia inanimata [mentre] le persone sono fin troppo animate”.
Atto fondativo
L’atto fondativo della disciplina è, secondo alcuni studiosi, da collocarsi nel 1965, in cui psicologi e operatori della salute pubblica si incontrano a Swampscott.
La comunità entra nella prospettiva clinica come luogo in cui si generano e si manifestano le patologie.
La comunità è anche il luogo dove si può intervenire soprattutto per prevenire tali problematiche, in che modo?
- Cambiando l’oggetto di studio, dall’individuo singolo alla comunità.
- Spostando l’interesse soprattutto alla prevenzione.
È ne
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Appunti Metodi e tecniche d’intervento in psicologia di comunità
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Appunti esame Psicologia del benessere individuale e di comunità
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Fondamenti di Psicologia di Comunità - Appunti
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