Lezione 1 - 24/02/2023
Maria Montessori: un piccolo recap
Formazione di tipo medico-scientifica, successivamente nel lavoro con i bambini con disabilità applicando un approccio scientifico, si accorge che non è sufficiente quindi lo amplia con l’approccio educativo. Il metodo Montessori (sperimentazione delle case dei bambini) viene teorizzato da lei stessa. La diffusione del suo metodo si verifica soprattutto all’estero, in particolar modo in Inghilterra, mentre in Italia non si diffonde molto per via del fascismo.
Rosa e Carolina Agazzi
Rosa (1866-1951) e Carolina Agazzi (1870-1945) sono note per l'apertura della scuola materna. Educatrici nate in un periodo storico difficile, nel pieno contesto risorgimentale, 1866 terza guerra d’indipendenza e 1870 Roma diventa capitale. L’elemento che unifica asilo, case dei bambini, giardini e scuola materna è il froebelismo.
Nella metà dell’800 il froebelismo in Italia viene guardato con diffidenza poiché si teme anche l’arrivo del protestantesimo (si sarebbe messo in discussione il cattolicesimo). A fine 800 si diffonde il froebelismo ma “purificato-depurato”, dal pensiero positivista (pensiero scientista e realista che limita la spiritualità e religiosità, è fondato sulla scienza e conoscenza diretta delle cose).
Gli autori e pedagogisti della fine dell’800 quindi acquisiscono i fondamenti del suo pensiero e la sua idea di asilo, favorire la spontaneità, naturalità del bambino e vita all’aria aperta ma non gli elementi di spiritualità e religiosità. Si diffonde il dibattito su quale sia il metodo migliore da applicare nelle scuole dell’infanzia. Si va quindi ad adattare il froebelismo a quello che era il contesto nazionale, cattolico e agricolo, molto rurale.
Rosa e Carolina hanno origine cremonese, sentono molto l’influenza di Brescia, in cui vi era la scuola normale V. Gambara (scuola che forma le maestre e i maestri), apprendimento di contenuti semplici e limitati però si sperimentava tramite il tirocinio cosa significasse insegnare nel giardino d’infanzia. Nel 1889 iniziano ad insegnare a Brescia, successivamente approdano alla scuola rurale di Monpiano (realtà diversa, si insegna ai figli dei contadini, parlano dialetto o sono analfabeti) bisogna insegnare loro a sedersi a tavola, lavarsi le mani prima di pranzare, pettinarsi e lavarsi.
Per questo all’interno delle scuole agazziane le attività saranno di tipo linguistico, igienico, di ordine e pulizia, poiché l’utenza richiede questi interventi. Ci sarà la presenza vigile e costante dell’educatrici che dovranno comportarsi come madri di quei bambini.
Avranno un rapporto molto intenso con Pietro Pasquali, pedagogista laico con venature anti-clericali, sarà lui il direttore didattico delle scuole in cui insegnano le Agazzi, lui le formerà tramite un corso con a base il pensiero froebeliano, ha agganci ministeriali, e sarà colui che avvierà la codificazione del metodo che Rosa e Carolina non volevano codificare (Rosa scriverà che la parola metodo la intimoriva).
Il metodo Pasquali-Agazzi si inserisce nel contesto della riforma del froebelismo, un passaggio fondamentale è il primo congresso pedagogico svolto a Torino nel 1898, i giornali e le riviste scrissero molto di questo congresso (congresso in cui parla anche la Montessori). Rosa Agazzi interviene in questo congresso, ebbe una vasta eco poiché mette sotto critica il froebelismo poiché seppur sostenendolo crede che abbia dei limiti strutturali e applicativi.
(Sostiene che ci siano dei metodi meravigliosi ma che tal volta vengano applicati in modo distorto) dice che i materiali sono stati utilizzati in modo troppo rigido, stereotipato e meccanico, questi doni devono essere anche adattati alle esigenze delle scuole più rurali, definirà astruserie i pensieri di Froebel sul cosmo, valorizzerà invece il rispetto dell’individualità del fanciullo e il rispetto del suo sviluppo naturale.
Si necessitava di riorganizzare il contesto educativo infantile poiché c’era estremamente bisogno di asili e sul territorio erano presenti sale di custodia, asili aportiani, misti e froebeliani e a livello ministeriale non vi erano indicazioni generali per la gestione degli asili, prime indicazioni nel 1914. Il vero problema era chi insegnava all’interno di questi contesti, donne di ogni grado di cultura, anche senza abilitazione all’insegnamento, con o senza attitudine-vocazione (molto importante secondo Rosa anche di più della formazione).
Rosa Agazzi parla di sistema non di metodo poiché significa che ci deve essere una base pedagogica ma ogni educatrice che abbia attitudine creerà il suo sistema di educazione, il metodo deve essere materno, naturale e favorire la spontaneità del bambino e l’educazione fa crescere le aspirazioni del bambino.
Pasquali sottolinea che le maestre sono sottopagate e considerate in un ruolo molto umile e l’aspetto educativo viene messo in secondo piano, l’aspetto principale è quello di custodia, mantenere i bambini e i ragazzi lontano da pericoli e/o rischi.
L’educatrice agazziana stimola il bambino alla partecipazione come persona in evoluzione, essa è una protagonista della vita della comunità infantile, organizza l’ambiente per garantire l’operosità dei bambini. Il linguaggio è uno degli aspetti fondamentali (la ripetizione di vocaboli e l’apprendimento della lingua italiana è uno dei principali obiettivi data la scarsa capacità linguistica degli utenti – contadini e figli di contadini che parlano dialetto – contesto rurale).
I poli sui cui si organizza l’attività sono libertà e ordine. Gli aspetti che vanno valorizzati all’interno delle scuole materne sono:
- Educazione igienica (dai bambini si “risale” alla famiglia, se il bambino apprende sane abitudini può influire sulla famiglia).
- Esercizi di vita pratica (apprendere abitudini civili).
- Vita all’aria aperta e attività manuali.
Rosa Agazzi ebbe una grande intuizione con il museo delle cianfrusaglie, ovvero fece svuotare le tasche dei bambini da quelli che loro definivano “tesori” (cocci, legnetti, tappi) provenienti dall’esterno e anziché ritirarli li analizzò con i bambini, introducendo così il linguaggio per definire cosa erano, di che colore, materiale etc., la conta numerica andando a contare quanti pezzi c’erano. Questo fu anche un metodo per istaurare un rapporto tra educatrice ed allievo.
Lezione 2 - 10/03/23
Il metodo Agazzi e Pietro Pasquali
Il metodo Agazzi è estremamente legato a Pietro Pasquali, che aveva dei rapporti stretti all’interno della pubblica amministrazione quindi questo “metodo” è sostenuto dalle istituzioni; e reso noto da diverse figure come Giuseppe Lombardo Radice, allievo, amico e collaboratore di Gentile. G. Lombardo parla di una scuola felice, dove si valorizza il dialetto, i bambini sono sereni e liberi di esprimere loro stessi, lui dice: il mio modello di scuola lo vedo ideato e realizzato nella scuola di Monpiano.
G. Bottai venne direttamente a Brescia a premiare Rosa Agazzi, sostenne che il loro era il metodo italiano. Aldo Agazzi, pedagogista, scrive due libri intitolati “Il metodo italiano della scuola materna”, e narra del metodo froebeliano sperimentato dalle sorelle Agazzi. Egli diventerà capo del centro didattico nazionale della scuola materna, con sede a Brescia. Gli orientamenti del 1958, emanati dal ministero, sono delle linee guida per le maestre dell'asilo ispirati ad Aldo Agazzi.
Età del positivismo
Osserviamo questo movimento poiché ha influito molto su generazioni di educatori e maestri fra la fine dell’800 e l’inizio del 900, è una corrente filosofica e culturale che si sviluppa ampiamente sulle culture pedagogiche e sulle politiche scolastiche.
In questo contesto vi era un indirizzo filosofico basato sulla conoscenza scientifica e sperimentale, concepita come l’unica forma legittima di conoscenza della realtà, il pensiero positivista guarda con ottimismo ai grandi mutamenti culturali in atto nella società europea e negli Stati Uniti, entrati nella fase dell’industrializzazione.
In questo periodo la pedagogia comincia a essere considerata una scienza, emancipandosi dalla connotazione filosofica che l’aveva sempre contrassegnata; avevano fiducia nel progresso e si diede inizio quindi a fondare la conoscenza sui fatti, sulla scienza e sulle tecniche per il progresso. Si diede un’esaltazione iniziativa alle classi borghesi, comparvero le masse proletarie che avevano il socialismo come risposta ai problemi del loro inserimento.
Nacque il positivismo pedagogico in Francia, si diede attenzione ai risvolti sociali dell’educazione, su quanto si possa influire sulla società attraverso un atto educativo. Qui troviamo:
- Claude Henry de Saint-Simon (1760-1825) impostato su un’educazione come diritto sociale di tutti per favorire il benessere collettivo e il progresso industriale.
- Auguste Comte (1798-1857) con il pensiero di un’educazione permanente, primato dell’insegnamento delle scienze.
- Émile Durkheim (1858-1917) a suo parere i sistemi educativi si devono adattare alle società e l’insegnante deve avere competenze sociologiche.
Nacque successivamente il positivismo inglese in cui Robert Owen (1771-1858) proprietario di opifici e di orientamento socialista aveva un concetto di educazione come risultato del condizionamento sociale sull’individuo, voleva istituire scuole e asili per i figli degli operai e per i genitori stessi creare comunità ‘paneducative’ (educare all’utile, alle scienze, formazione sociale e morale).
Herbert Spencer (1820-1903) desiderava dare un fondamento scientifico all’educazione e ispirarla al criterio dell’utile dando attenzione allo sviluppo e alle modalità di apprendimento avendo più rispetto per gli interessi degli allievi basando il metodo sui sensi, esperienza e intuizione.
Pedagogia italiana nel positivismo
Contesto post-unitario (dal 1870 a fine secolo: Breccia di Porta Pia, presa di Roma e la fine dello Stato Pontificio). Lo stato Sabaudo conquista un altro stato, cioè quello Pontificio, che occupava Roma e il Lazio ma anche tante altre province. Questo produrrà una grandissima spaccatura tra Stato e Chiesa perché la Chiesa (e gran parte dei cattolici) si considereranno occupati e usurpati del loro legittimo territorio. Nel 1870 si apre la Questione Romana, quando il Papa chiede ai cattolici italiani di non essere né eletti né elettori (“Non Expedit”), cioè di stare fuori dallo Stato; questo verrà colmato in altri modi: saranno attivi su altri fronti politici a livello locale (comunale e provinciale), sul fronte educativo (scuole, centri di aggregazione, centri educativi), sul fronte di organizzazione sindacale dei lavoratori.
C’è un forte radicamento della Chiesa negli enti intermedi, e si preparano gradualmente per quando i rapporti si ricongiungeranno l’11 febbraio del 1929, quando il capo del governo Mussolini firma con la Chiesa un trattato, un concordato, una convenzione finanziaria nota come i “Patti Lateranensi” dove si riconosce al Papa uno Stato nuovo: lo Stato del Vaticano, piccolo ma con il Papa a capo. Un concordato in cui si trovano degli accordi sulle “materie miste”, che possono interessare sia lo Stato che la Chiesa, come: l’istruzione dei giovani; si inserisce la religione cattolica in tutte le scuole di ogni ordine e grado (dalle elementari alle medie ed alle superiori), i matrimoni (dove c’è un riconoscimento civile del matrimonio religioso), una convenzione finanziaria dove lo Stato italiano dà un risarcimento per i danni territoriali subiti nel 1800 dalla Chiesa.
Ci sarà un forte intento laicista da parte dello stato italiano nei sistemi scolastici (connesso al positivismo pedagogico), che progressivamente cerca di ridurre la presenza della religione nella cultura e nella scuola italiana. Si voleva fornire un grado minimo di istruzione e di coscienza civile. Si voleva diminuire il tasso di analfabetismo al 75%, soprattutto nelle regioni settentrionali (fatte salve alcune province). Vi era una scarsa diffusione istruzione elementare.
In questi anni le voci cercano di portare avanti un piano educativo nazionale che possa risolvere queste problematiche, che persistono dai tempi dell’unità. Elementi ricorrenti:
- Rivoluzione culturale in chiave scientifica e sociale.
- Ridefinizione scientifica che rifonda l’impegno sociale e politico della pedagogia. Le figure di riferimento di questo periodo interpretano l’educazione e la pedagogia come impegno sociale e politico, come qualcosa che possa incidere sulla società andandola a cambiare.
- Affrontano i problemi dell’educazione popolare.
- I problemi del riordinamento della scuola. Anche se nel secondo Ottocento un’idea di riordinare tutti gli ordini ed i gradi non è ancora solida dal punto di vista teorico; ci si concentra ancora molto di più sul grado primario (la scuola popolare, dove potenzialmente possono confluire tutti i figli del popolo italiano), perché quello secondario coinvolge una percentuale bassissima della popolazione, e quindi in questi anni non è primario andare a riformare la scuola secondaria.
- I pedagogisti iniziano ad interessarsi di didattica, intesa come scienze pedagogica, come applicazione dell’educazione in senso pratico; osservazione delle problematiche insite nell’atto educativo e nel processo di istruzione: capire come migliorare questo passaggio dall’educatore all’educando, in approccio scientifico e di osservazione. Questa è una novità perché, a livello nazionale, la didattica non era stata posta come disciplina.
- Promuovono una trasformazione in senso laico dell’educazione. Si cerca il più possibile di ridimensionare la presenza della religione cattolica sia nei curricoli scolastici che nei vari trattati e riviste, nell’intento di farla sparire dall’orizzonte formativo dei bambini italiani. Roberto Ardigò si espresse in questi termini, mentre Aristide Gabelli non voleva far completamente sparire la religione dalla scuola, riconoscendo il suo significato, ma la riconsidererà in senso laico, uscire dalla superstizione.
- Propongono una riforma della società affidata anche all’educazione.
Fondamenti del positivismo pedagogico
Doppio rapporto della pedagogia con la scienza e con la società. Radicale laicismo (elemento fondante della formazione del cittadino moderno). Educazione come strumento politico (strumento di una rivoluzione pacifica) Riflessione sul problema del metodo di insegnamento (definizione scientifica della didattica).
Roberto Ardigò
Roberto Ardigò (1828-1920) nato fra Cremona e Mantova, nel 1895 entra nel seminario vescovile, diventando sacerdote qualche anno dopo, incontra il clero liberale, aperto alla società moderna, crede che questo pensiero non sia così ostile alla religione ma che anzi possa giovarvi. Entra in crisi con la Chiesa e lascerà le sue vesti in seguito anche ad una scomunica.
Dedicò gran parte della sua vita all’insegnamento, elementari, ginnasio e all’università di Padova (insegnava storia della filosofia) una delle università più prestigiose. Fonda e definisce la pedagogia come “scienza dell’educazione”, fonda il suo pensiero sull’approccio scientifico e sulla totale autonomia della ragione umana rispetto a qualsiasi altra autorità, in particolare da quella ecclesiastica, con la quale era arrivato alla rottura. Sostiene che l’anima abbia solo una natura psicofisica e non spirituale o trascendentale. Ha un approccio totalmente scientista, in totale opposizione a qualsiasi approccio idealista, spiritualista o metafisico. Tutto deve essere radicato alla natura e conoscibile attraverso un approccio scientifico, questo fatto sarà ampiamente condannato da Giovanni Gentile, che lo definirà il flagello della filosofia, come se fosse il distruttore del fondamento filosofico della pedagogia.
L’educazione come risultato di tre momenti, l’educazione secondo i critici dimostra poca libertà, limita l’espressività e quindi secondo Ardigò l’educazione si deve collegare a tre aspetti:
- L’attività, centralità del bambino in quest’azione educativa, venne molto criticato per questo siccome vi era poca libertà dell’espressione del sé e non vi era spazio per il trascendentale e il metafisico.
- L’esercizio, continuo e ripetuto fino a diventare un’abitudine.
- L’abitudine, tutto è svolto così tante volte da diventare abitudine.
Ardigò si esprime a favore di due metodi didattici, induttivo e intuitivo; anche se a suo parere il metodo scientifico è quello induttivo, l’applicazione di questi metodi avrà dei risvolti positivi, perché l’approccio dell’insegnamento era fondato soprattutto sulla parola, invece qui si dà spazio alla sperimentazione ed all’osservazione delle cose.
Metodo induttivo: è il vero metodo scientifico, deve essere attuato soprattutto nelle scuole elementari; passare dal facile al difficile, dal noto all’ignoto, dal semplice al composto.
Metodo intuitivo: si insegna per mezzo dell’esperimento, grazie all’applicazione di tutti i sensi e non solo per mezzo della parola. L’applicazione di questi metodi avrà dei risvolti positivi, su un metodo fondato tutto sulla parola. Soprattutto Aristide Gabelli, che ha...
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