Introduzione all'Antico Testamento
Il concetto di introduzione
Riguardo allo studio dei testi biblici, il termine introduzione è stato adoperato per la prima volta all'inizio del V secolo d.C., anche se un'analisi della letteratura biblica da un punto di vista storico-critico e letterario esisteva già dalle prime stesure dell'Antico Testamento. Si tratta di osservazioni e contestualizzazioni degli elementi narrati che hanno lo scopo di facilitarne la lettura e giungere a una comprensione storica delle loro circostanze, essendoci spesso tra le Sacre Scritture e il lettore una profonda distanza (culturale, geografica, cronologica o linguistica) da colmare. Nella Bibbia stessa si trovano le cosiddette note d'introduzione, cioè commenti lasciati dagli autori (che sono quasi tutti anonimi) o da redattori successivi.
Il problema del divario tra i testi biblici e la loro interpretazione tradizionale venne messo in luce durante il XVI secolo dall'esegesi umanistica, che applicò un diffuso ritorno alle fonti ebraiche e alla lingua originale. Ma i primi tentativi di interpretazione storico-critica furono messi in atto solo dall'ebreo Baruch de Spinoza, con il Tractatus theologico-politicus (1670), e dal cattolico Richard Simon, con l'Historie critique du Vieux Testament (1678). L'interpretazione biblica venne riconosciuta come scienza critica a sé stante solo nel XVIII secolo, in pieno Illuminismo, che vide una crescente libertà dal dogmatismo sinagogale e da quello ecclesiastico, coi quali la disciplina non riuscì mai a lenire del tutto i contrasti.
La pseudoepigrafia è la tendenza ad attribuire un testo a una persona di prestigio, perciò non è affidabile e si inserisce all'interno dei problemi di attribuzione e datazione (spesso stabilire date sicure è impossibile e si deve ricorrere a delle formulazioni ipotetiche) degli scritti biblici, essendo impossibile datare buona parte della Bibbia con criteri scientificamente obiettivi. A differenza della maggior parte degli altri documenti del Vicino Oriente antico, gli scritti biblici sono stati oggetto di aggiornamenti e riletture che hanno sfigurato il testo originario.
I canoni biblici
Sulla formazione del canone palestinese esistono due fonti, entrambe del I secolo d.C.:
- La Contra Apionem di Giuseppe Flavio, secondo cui le condizioni per includere un libro nella Bibbia ebraica erano:
- Data di composizione precedente al regno di Artaserse I di Persia (V secolo a.C.).
- Una certa santità obiettiva (data dal dono della profezia, cessato dopo il V secolo a.C.).
- Essere compreso nella lista di 22 libri stilata da Giuseppe Flavio.
- Il pseudoepigrafico 4Esdra, secondo cui Esdra dettò a degli amanuensi tutti gli scritti andati perduti durante l'assedio e la distruzione di Gerusalemme (587/86 a.C.).
Sebbene entrambe le fonti siano storicamente inattendibili, è sicuro che il limite cronologico più basso prescritto per l'inclusione di un libro nel canone era il periodo di Esdra, anche se i libri dei Maccabei e l'Ecclesiastico, certamente successivi, vi sono inclusi. È una contraddizione interna che indica quanto il canone palestinese sia stato frutto di più mani. È avvenuta una cosa simile anche col Nuovo Testamento, che ha come criterio l'apostolicità, anche se diversi libri ivi inclusi sono posteriori all'epoca apostolica.
Secondo il canone palestinese la Bibbia ebraica si divide in:
- La Torah (lett. insegnamento, legge) corrisponde al Pentateuco, cioè i primi cinque libri, ed è la parte con la massima autorità canonica.
- Il Nevi'im corrisponde ai libri dei profeti (che si dividono in anteriori e posteriori).
- Il Ketuvim corrisponde agli agiografi e, esclusi i Salmi, è la parte con minor autorità canonica in Israele.
I materiali biblici circolarono per secoli sotto forma orale o scritta con fini liturgici ed edificanti prima di essere riuniti in un'unica opera scritta tra I e II secolo d.C. (probabilmente per timore che dopo la distruzione del Secondo Tempio nel 70 d.C. la tradizione si disperdesse), quando fu completato il testo consonantico (le vocali vennero aggiunte successivamente) e si ebbe la chiusura del canone palestinese. Nonostante la sua antichità, se ne sono conservati solo manoscritti recenti (a volte distanti anche più di mille anni dagli originali), di cui il più remoto è il Codex Leningradensis (datato al 1008 d.C. e copiato su modello dei masoreti tiberiensi), seguito dal Codex Cairensis di Aleppo (datato all'inizio del X secolo d.C.). Considerando anche i manoscritti che riportano singoli libri, non si giunge mai oltre il IX secolo d.C., e ciò è dovuto al lavoro di critica testuale e riedizione dei cosiddetti masoreti (dall'ebraico massoret, "tradizione"), cioè studiosi ebrei riuniti attorno alle cosiddette scuole masoretiche che, nel X secolo d.C., rividero la tradizione biblica aggiungendovi segni diacritici per pronunciare le vocali.
Il canone alessandrino non accettò le limitazioni del giudaismo palestinese e ammise anche opere databili fino al I secolo d.C., probabilmente perché gli ebrei di Alessandria preferirono raccogliere tutti i testi usati nel culto senza scegliere solo quelli validi a livello normativo per la fede. La traduzione greca dei cosiddetti LXX, 72 dotti invitati ad Alessandria da Tolomeo II Filadelfo d'Egitto per tradurre il Pentateuco, incluse per questo anche alcuni libri non contenuti nel canone palestinese e, acquisendo sempre più riconoscimento in ambito ellenistico e poi romano, venne infine adottata anche dalla chiesa cristiana (non in toto però), anche perché i suddetti libri, detti deuterocanonici (lett. "del secondo canone", definiti apocrifi dai protestanti), essendo basati su eventi cronologicamente collocati tra IV secolo a.C. e I secolo d.C., andavano a riempire quel vuoto che si era creato tra il canone palestinese (che arriva fino al V secolo a.C.) e il Nuovo Testamento. La versione greca del Pentateuco è datata al III secolo a.C. ma è incerta la datazione delle altre parti, tra le quali vi sono diverse incongruenze di stile e di metodo di traduzione.
Sono state ritrovate anche altre traduzioni in greco (di Aquila, di Simmaco e di Teodozione) della Bibbia ebraica, anche se in forma frammentaria, mentre il Pentateuco samaritano rappresenta l'unico esempio di una sezione della Bibbia evolutasi in forma autonoma dai masoreti. Negli ultimi secoli del I millennio a.C. l'ebraico era diventato sempre più una lingua sacra e dotta e sempre meno una lingua parlata, sostituita da dei dialetti e dall'aramaico, motivo per cui nel culto sinagogale spuntarono delle parafrasi aramaiche del testo biblico ad uso del pubblico dette targumim (al sing. targum, lett. "traduzione"), e parallelamente in ambito siriano cominciò a diffondersi una traduzione siriaca e in quello latino la cosiddetta Vulgata (390 – 405 d.C.) di san Girolamo, condotta sul canone palestinese e sulla traduzione aramaica (e per questo criticata da esponenti del pensiero medievale come sant'Agostino).
La critica veterotestamentaria
Le varianti testuali della Bibbia obbligano il commentatore e il traduttore a fare delle scelte e a scartare le opzioni meno attendibili secondo i criteri della filologia classica, tra cui figurano la prudenza, il dar la priorità al testo più autorevole rispetto a quello più antico, la lectio brevior cioè il dar la priorità al testo più breve (è difficile che in un testo sacro si tolgano delle parti, mentre è probabile che siano stati aggiunti dei commenti) e la lectio difficilior cioè dar la priorità al testo più difficile (si tende a semplificare).
La critica veterotestamentaria ha come scopo quello di avvicinare il più possibile la Bibbia ebraica all'originale, ma invece che essere accolta dagli ambienti conservatori ebraici, protestanti e cattolici è stata vista come disciplina che giudica e si pone al di sopra dell'oggetto di studio. La critica testuale o “bassa critica” si occupa di grammatica, sintassi e filologia, mentre la critica storica o “alta critica” dell'identificazione dell'autore e della datazione, degli aspetti formali e del contenuto (cioè del genere letterario).
La copiatura e la trasmissione dei testi sacri hanno reso possibile la commissione di molteplici errori, che si sono poi accumulati allontanando sempre più i manoscritti dall'originale, dovuti anche al fatto che per i primi manoscritti erano stilati, oltre che senza vocali, anche senza punteggiatura e senza spazi tra le parole (la cosiddetta scriptio continua).
La Bibbia ebraica
La Bibbia ebraica è stata il documento fondamentale della religione d'Israele nei primi tre quarti del I millennio a.C., ma può essere anche studiata come fonte antropologica, storica e linguistica. I libri biblici sono stati considerati a lungo dei libri di storia (di un popolo del Vicino Oriente antico), anche se si tratta di storiografia teologica o teologia della storia (essendovi dietro la presenza divina). Il testo biblico è estremamente povero di proposizioni dottrinali poiché (probabilmente) la mentalità semitica era più propensa alla proclamazione che al ragionamento sistematico.
Il testo veterotestamentario non afferma esplicitamente il carattere ispirato (rivelato) dei propri scritti, mentre quello neotestamentario ne fa vagamente accenno verso la fase finale della sua redazione, anche se entrambe avevano un forte valore normativo nelle chiese cristiane primitive.
Nel corso del XIII secolo a.C. gli ebrei, popolo seminomade dislocato da secoli sulla frontiera d'Egitto e considerato per questo pericoloso (poteva allearsi coi nemici e aiutarli a invadere l'impero), compirono il cosiddetto esodo attraversando il deserto e giungendo nella terra di Canaan, dove si insediarono inizialmente nelle zone meno popolate. Agli antenati d'Israele si aggiunsero coloro che erano sfruttati dai regimi semi-feudali delle città-stato della regione, e nel I millennio a.C., sotto Davide e Salomone, gli ebrei invasero queste ultime costruendo uno Stato nazionale.
Mito e leggenda
I racconti biblici sono ricchi di elementi mitologici e leggendari perché il loro scopo primario era la glorificazione degli antenati sul piano tribale e nazionale. Attraverso il mito, che spesso assume le forme della ciclicità della natura e della sua fertilità e che riguarda déi ed eroi, l'uomo partecipa attivamente al culto e conosce l'universo come immagine eterna del sacro alternarsi tra luce e tenebra, che rende la narrazione mitica l'opposto della storia in quanto appartenente al culto e alla liturgia (e non alla fantasia o alla fiaba). Ciononostante, però, il mito è metastorico e ha prodotto nel tempo effetti storicamente rilevanti. L'Antico Testamento ha spesso de-mitizzato i miti cananaici (diffusi nella terra d'insediamento) contestualizzandoli storicamente e attingendo quindi dal mondo cananeo elementi poi rielaborati nel corso della narrazione.
La leggenda è una narrazione di eventi preistorici di cui si possiedono solo materiali tradizionali di tipo popolare (es. fonti orali), cioè una storiografia di gruppi che non sono ancora giunti a una maturazione storiografica, a cui Israele giunge solo all'inizio dell'epoca dei Re, nei primi decenni del X secolo a.C. (prima non sono menzionati né nomi di faraoni né di altri personaggi eminenti, come anche manca una qualsiasi cronologia annalistica). Una tipologia particolare di leggenda è quella eziologica (dal greco aitia, "causa"), che si propone di spiegare l'origine di fenomeni o nomi (la cosiddetta eziologia etimologica).
Anche la favola è un genere letterario astorico per definizione, poiché ha come fine ultimo l'insegnamento di una morale, a cui somiglia la fiaba o novella, scritta per il gusto della narrazione. Nella Bibbia non sono presenti fiabe allo stato puro quanto piuttosto narrazioni fiabesche.
Lo sviluppo preletterario e i generi letterari del materiale biblico
Nei secoli XIII-X a.C. il popolo ebraico è stato inseparabile dalle popolazioni semitico-occidentali del Vicino Oriente antico, soprattutto riguardo ai popoli non aramei del territorio siro-palestinese (tanto che nel I millennio a.C., ebraico, fenicio e moabitico sembrano più varianti dialettali di una stessa lingua che idiomi differenti). L'antica poesia israelitica ha attinto a piene mani da quella cananaica, facendone propria la cultura e la lingua.
La tradizione orale della Bibbia ebraica è stata composta da una catena ininterrotta di tradenti per secoli, poiché la necessità di porla per iscritto si è manifestata solo in un momento di crisi (e cioè all'epoca dell'esilio del 587/86 a.C., e poi nuovamente nel 70 d.C. e nel 135 d.C.). Giunti gli ebrei in terra di Canaan, si erano venute a formare due tribù originariamente separate, chiamate "Israele" e "Giuda", nelle quali era probabilmente poco diffusa la scrittura (se non tra i funzionari di corte e gli ambienti elitari della società), e con la nascita dello Stato e la fondazione di un tempio statale a Gerusalemme gli unici testi a essere registrati furono gli atti amministrativi e i codici delle leggi, mentre la tradizione letteraria e quella epico-religiosa rimasero orali poiché la loro trasmissione nei vari santuari ne garantiva la conservazione. Nel suo commentario alla Genesi (1901), H. Gunkel fu il primo a segnalare il valore della tradizione orale e il suo impatto sulle varianti di alcuni testi dovuto alla tarda redazione.
L'epos e la poesia precedono ogni forma letteraria di narrazione prosaica perché più facili da ricordare dai cantastorie o chi per loro.
Il Pentateuco
I primi cinque libri della Bibbia, comunemente chiamati Pentateuco (dal greco) o “Libri di Mosè” e in ebraico Torah (lett. insegnamento, ma diventata sinonimo di legge), narrano della storia del popolo d'Israele dalle origini all'arrivo nella terra di Canaan. Verso la metà del XIX secolo si affermò l'idea dell'Esateuco (poiché si aggiunse al blocco anche il libro di Giosuè, ritenuto il suo completamento logico) ma già nel 1943 Martin Noth propose un'altra suddivisione che considerava i primi quattro libri un'unità a sé e il Deuteronomio insieme ai profeti anteriori un'altra (detta deuteronomistica).
L'attribuzione degli scritti inclusi nel Pentateuco è stata data sin dai secoli IV-II a.C. a Mosè secondo la communis opinio, anche se non ne esistono prove concrete della sua redazione (e anzi l'autore porta diverse confutazioni a questa tesi, tra cui il fatto che alla fine del Deuteronomio si cita la morte di Mosè e il confronto tra i fatti narrati e “i giorni d'oggi”, che lascia intendere che siano passati molti anni).
La storia della critica letteraria del Pentateuco ha radici antiche, poiché già i polemisti anticristiani e gli esegeti ebrei medievali si espressero riguardo alle problematiche della sua redazione, senza però metterle a fuoco come fecero il pastore tedesco H.B. Witter nel 1711 e il medico francese cattolico J. Astruc nel 1753, i quali scelsero autonomamente come criterio l'uso dei nomi divini. Diverse sono le ipotesi che ricostruiscono la storia della redazione del Pentateuco:
- Ipotesi documentaria antica, secondo cui Mosè lavorò su dei memoriali a lui precedenti rielaborando della materia scritta da altri.
- Ipotesi frammentaria, secondo cui un redattore successivo ha riunito diversi frammenti antichi.
- Ipotesi complementare, secondo cui una fonte unitaria “elohista” è stata integrata da altri testi diversi, tra cui quelli “jahveisti”.
- Nuova ipotesi documentaria, secondo cui sono state unite una fonte “jahveista” e due fonti “elohiste”. L'alsaziano E. Reuss dimostrò che il manoscritto Jahveista era il più antico, seguito dall'Elohista, dal Deuteronomio e dal secondo Elohista, il più recente, detto anche Sacerdotale, e a partire da questo K.H. Graf e J. Wellhausen costruirono un sistema cronologico delle fonti bibliche.
J. Wellhausen e la sua scuola sono stati criticati di aver applicato allo studio del Pentateuco la filosofia della storia di Hegel, il cui pensiero filosofico era imperante negli ambienti accademici tedeschi del tardo XIX e inizio XX secolo, anche se l'autore sottolinea che il background ideologico di uno studioso non dovrebbe influire sulla validità delle sue tesi. L'ipotesi documentaria, che fu attaccata aspramente dagli ambienti ecclesiastici e ortodossi, propose il seguente sistema cronologico delle fonti della Torah:
- Fonte Jahveista (J) (da Yahweh, Jhwh), datata al X-IX secolo a.C. (anche se secondo alcuni studiosi risale a un periodo posteriore, e quindi non è il primo per ordine cronologico), si chiama così perché vi compare quasi sempre solo un nome di Dio (Yahweh, Jhwh). Ha un carattere perlopiù narrativo, con pochi passi giuridici, e chiama il Sinai con questa denominazione (mentre E usa il termine Horeb). Secondo alcuni studiosi lo scopo di J è apologetico-politico, poiché aveva come fine la legittimazione teologica della dinastia davidica, discendente di Abramo.
- Fonte Elohista (E) (da Elohim), difficile da datare (forse fine VIII secolo a.C.) e dalla dimensione esigua (essendone stati conservati solo pochi frammenti) (che è il motivo per cui alcuni lo considerano un complemento a J e non una fonte autonoma), in cui vi è la tendenza a dare agli uomini in contatto con Dio (es. Abramo o Mosè) il titolo di “profeta”, il che fa supporre che la redazione risale all'epoca in cui i profeti erano gli uomini di Dio per eccellenza.
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