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La cultura

La cultura è un insieme complesso di proposizioni descritte (credenze), normative (valori, norme) e di simboli espressivi che riguardano la natura, gli esseri umani e la società, incorporati in configurazioni interconnesse e con un grado variabile di credenza. Non è detto che all’interno della coerenza tutto sia coerente, ci possono essere delle variabili che si alterano tra di loro. Il concetto di cultura è applicato anche alla natura, perché dal punto di vista sociologico è un argomento molto dibattuto il confine tra cultura e natura.

I valori sono le finalità pubblicamente condivise da un gruppo sociale, verso i quali gli individui dovrebbero tendere. Nelle società dell’Europa occidentale tra i valori più diffusi, di matrice cristiana vanno considerati la preservazione della vita umana, il rispetto verso i genitori, l’amore per il prossimo, la difesa della pace, accanto ad altri valori, di matrice illuminista, come la libertà di scelta, l’uguaglianza, la tolleranza e la dignità umana.

Se questi valori vengono considerati dalla società come imprescindibili, vengono stabilite delle norme per approvare i valori. Le norme indicano come ci si deve comportare per realizzare determinati valori. Esse sono quindi più specifiche e socialmente imperative dei valori. Anche sul piano linguistico, la norma viene enunciata come obbligo o divieto. L’efficacia sociale delle norme, a differenza dei valori, dipende eminentemente (anche se non esclusivamente) dalla presenza di una sanzione. Mentre i valori vengono appresi e interiorizzati assai presto nella vita di un individuo, le norme vengono apprese nel corso dell’intero ciclo vitale; alcune durante la socializzazione primaria, altre nella vita adulta.

Le credenze sono delle proposizioni di tipo descrittivo attraverso cui gli esseri umani rappresentano e classificano il mondo. I simboli sono qualsiasi elemento (segno, gesto, oggetto) capace di evocare nella mente un’idea, un’entità astratta, diversa da quella direttamente riconducibile al suo aspetto sensibile. Essi hanno un carattere intersoggettivo e devono essere collettivamente condivisi all’interno di un gruppo per essere efficaci.

Ad oggi non si parla di una sola cultura, ma si parla di pluralismo culturale, ovvero la coesistenza di diversi sistemi simbolici, i quali sono solo scarsamente correlati l’uno all’altro, se pure lo sono, ma tra cui esistono flussi continui di comunicazione. Non esistendo principi organizzatori dominanti, la cultura non è mai totalmente integrata e coerente. Il pluralismo indica, quindi, non solo crescente diversità, ma anche potenziali conflitti culturali. Gli esiti conflittuali erano già stati colti da Max Weber agli inizi del Novecento quando riscontrava l’esistenza di un “politeismo di valori”. Il pluralismo culturale significa un aumento smisurato delle opzioni e della libertà di scelta dell’individuo, per cui è portato a un livello impensabile in epoche precedenti, a riflettere in generale e sulla propria identità.

Questo fenomeno di riflessività chiama e si parla di società riflessiva come di una società che interviene sempre di più su sé stessa, influendo, attraverso la conoscenza, sulla propria trasformazione. Come ha scritto Alberto Melucci, “la conoscenza diventa parte integrante della produzione sociale in società che sono sempre più riflessive perché intervengono in modo crescente su sé stesse”. Nella società post-moderna si è passato dal valore dell’individuo libero e padrone del proprio destino, tipico della modernità, a quello dell’individuo riflessivo, centrato su sé-stesso, che fa del proprio piacere e della propria realizzazione l’obiettivo del suo agire. Il valore sociale principale diventa quello di evitare ogni tipo di fissazione e lasciare aperte tutte le possibilità.

Provando ad applicare le componenti della cultura alla cultura cristiana, si può sostenere che i valori sono l’altruismo, le norme “porgi l’altra guancia”, i simboli sono la croce e le credenze sono che Gesù è figlio di Dio.

Welfare e servizi

La teoria svedese dell’amore descrive uno stato che ha voluto mettere in primo piano i bisogni dei cittadini e secondo lo Stato svedese hanno introdotto un nuovo modo di vedere l’amore. La Svezia ha deciso di perseguire il benessere dei suoi cittadini basandosi su una lettura particolare della relazione affettiva, cercando di creare un “ombrello protettivo” che permette di proteggere i suoi cittadini.

Quando si parla di Welfare state o Stato sociale si parla di un insieme di politiche finalizzate a garantire a tutti i cittadini tramite lo stato non solo protezione da nemici esterni (per esempio, altri stati che attaccano la nazione) o interni (per esempio, la criminalità), ma anche protezione da rischi sociali (povertà, analfabetismo, malattia, vecchiaia…). Questo garantisce i diritti di cittadinanza, che sono di tipo sociale ed economico.

Prima del 1600 l’assistenza ai poveri e ai malati erano appannaggio della chiesa, una prima forma di assistenza statale fu introdotta in Inghilterra nel 1601, il cosiddetto Stato paternalistico che si prende cura delle fasce più deboli (è una sorta di beneficenza che si prende cura di poveri e malati). In seguito alla Rivoluzione Industriale, si sviluppa la seconda fase dell’evoluzione del WS con la legislazione inglese del 1834 e attraverso forme assicurative e assistenziali rivolte alla classe sociale dei poveri, ma è in Germania grazie a Bismarck che viene introdotta l’assicurazione sociale con versamenti a carico del lavoratore, questo per favorire una riduzione della mortalità e degli infortuni nel luogo di lavoro.

L’onere della copertura assicurativa di tipo sanitario previdenziale era a carico dei soggetti privati, quali datori di lavoro e i loro dipendenti, quindi la riforma non prevedeva la formazione di alcun diritto soggettivo della persona o di un diritto di cittadinanza dal quale potesse scaturire una tutela economica, ma era legato al contributo personale.

La terza fase ha inizio nel dopoguerra dove la sicurezza sociale compì un passo avanti grazie al Rapporto Beveridge, che introdusse il diritto di sanità pubblica e di pensione sociale per i cittadini, dando dei benefici non solamente legato al contributo dei cittadini ma anche a coloro che non contribuivano nel territorio. La Svezia però fu il primo Stato ad introdurre la Pensione popolare fondata sul diritto di nascita, dando così vita al Welfare universalistico. Nello stesso periodo l’economia conobbe una crescita esponenziale del PIL e la sicurezza economica ha fatto sì che per lo stato sociale iniziò una fase di spesa pubblica. La situazione rimase stabile per qualche decennio, ma finito il periodo di espansione economica che avrebbe implicato una riduzione della spesa pubblica e con l’avvento della globalizzazione che spingeva un aumento delle aspettative dei cittadini, il sistema è entrato in crisi. Da una parte non c’erano più risorse per incrementare lo stato sociale ma dall’altra la diversificazione dei bisogni dei cittadini generavano aspettative sempre maggiori.

All’interno del Welfare è importante parlare di servizi. Il servizio mette in relazione la persona con un problema e un’altra persona che si prende carico del problema e della sua risoluzione, che diventa il suo obiettivo. L’incontro tra queste persone viene chiamato servizio (intervento). Comunemente la persona che porta il problema viene definito paziente, destinatario, utente, cliente (ovvero prosumer), dall’altra parte il soggetto che si pone l’obiettivo potrebbe essere un ente pubblico, privato e il terzo settore (che si prende carico dei problemi del minore in maniera gratuita). Il problema è una situazione di malessere che attraverso il servizio vuole essere trasformata in una situazione di benessere.

Il servizio mette in relazione due soggetti, il portatore del problema (B) (un soggetto singolo o un’organizzazione che ha o è responsabile di chi ha un problema da risolvere o prevenire) e dall’altra parte il soggetto o l’organizzazione che ha le competenze per risolvere o prevenire il problema (A). Il rapporto tra A e B è la classica relazione domanda-offerta, mentre il rapporto tra A e C è quello dell’erogazione dell’intervento che consente di risolvere il problema C, il rapporto tra B e C è quello di impegnarsi rispetto alle indicazioni che vengono date da A per risolvere il problema a seguire le indicazioni e ad attivare le proprie risorse.

Il settore terziario indica l’insieme dei servizi, mentre il terzo settore sta all’interno dell’interno del terziario e parte da una distinzione di chi produce (soggetto pubblico, soggetto che non lo fa per un profitto, una famiglia) e non sul cosa produce.

All’interno dei diversi servizi, è necessario tenere conto delle diverse culture in cui si applica. Per esempio se il servizio riguarda un intervento per la risoluzione di una patologia, in cui la relazione è quella tra medico e paziente. Se la patologia è la stessa, il metodo e i servizi sono diversi in due culture diverse, come per esempio nella cultura svedese e dall’altro lato nella cultura africana.

Il modello svedese

Nel modello svedese presentato nel documentario viene presentato un modello di società che presenta la solidarietà come utilitaristica e a sottomissione dell’altro, che è portata dalla continua individualità che diviene quasi una dipendenza. In generale se si parla di un servizio psicologico, si parte da A (psicologo) e B (paziente), che sono correlati dalla domanda/offerta di terapia, quindi tramite un piano terapeutico. La relazione tra B e C (disturbi alimentari) è l’impegno a raggiungere la guarigione, mentre dall’altro lato il rapporto tra A e C è la terapia. Risulterà una realizzazione di un programma condiviso tra adolescente, genitori e specialisti.

Welfare state

Nell’ultima fase di sviluppo dello stato sociale, quello che si chiama welfare state, c’è stato un incremento dello stato per soddisfare i bisogni dei cittadini. Si è sviluppato un modello definibile come assistenzialismo, supportato da una cultura assistenzialistica, cioè comprende dei servizi orientati a produrre un benessere visto come creazione esclusiva dello Stato, che deve garantire universalisticamente a tutti i cittadini le medesime prestazioni.

La propensione a soddisfare tutti i bisogni dei cittadini ha generato una situazione di dipendenza di trovare sempre una risposta ai propri bisogni e dall’offerta di un soggetto altro. Per questo motivo è stata coniata l’espressione di “nanny state”, ovvero di stato baby-sitter, che ha innescato un circolo vizioso, con l’aumento di bisogni, che fa aumentare i servizi, che ha portato ad un aumento della spesa sociale, fino ad arrivare alla crisi economica, perché lo stato si indebita per pagare i bisogni dei cittadini. L’assistenzialismo produce un atteggiamento di delega e un depotenziamento del senso individuale di autoefficacia, con una successiva deresponsabilizzazione perché i cittadini si aspettano sempre che qualcun altro trovi le soluzioni ai loro problemi.

Inoltre, l’assistenzialismo provoca anche una frammentazione delle risposte perché più i bisogni diventano specifici più le risposte devono essere specifiche e così succede che solo in rare eccezioni per problematiche complesse vengano messe in piedi dove la problematica viene trattata nel suo complesso (per esempio, centri di cura alimentari che prevedono equipe multidisciplinari). Una delle conseguenze della frammentazione dei servizi è quella di creare tanti servizi regolamentati da regole specifiche alle quali gli operatori devono attenersi. Oltretutto al di là di queste regole gli operatori hanno ereditato delle credenze legate alla loro professione che, nel modello assistenzialistico, li vedono come gli unici in grado di decifrare i problemi e vedono nell’altra persona come una persona che porta solamente problemi.

Questo modello viene chiamato curing, in cui l’operatore è il soggetto attivo ed esperto che ha di fronte a sé un soggetto passivo in quanto incompetente. È un modello nel quale viene aggredito il punto di debolezza e vengono colmate le mancanze, senza chiedersi se il problema è dentro una rete di problemi o se vi sono altre risorse. Per cambiare il modo di intervenire è necessario cambiare l’idea di benessere. Infatti la vita buona a cui i cittadini aspirano non è più quella pensata fino a quel momento in cui il soggetto pubblico cerca delle risposte per rispondere adeguatamente al benessere dei cittadini.

L’idea di benessere è cambiata grazie al processo di individualizzazione, ovvero il pluralismo culturale e la contaminazione tra culture diverse crea un clima di incertezze e un’assenza di punti di riferimento chiari e fa sì che ogni persona costruisca da sé il proprio progetto di vita che è diverso da quello degli altri, mettendo a confronto opportunità diverse per scegliere quelle che maggiormente corrispondono alle proprie aspettative. Questo fa sì che per un soggetto pubblico diventa sempre più difficile standardizzare i parametri di benessere perché vi sono diverse idee di benessere per ogni cittadino, perché questo si basa sulla dimensione soggettiva.

Per questo motivo un economista, Amartya Sen, ha messo in evidenza come accanto agli aspetti più oggettivi messi a disposizione dallo stato ci vogliono delle competenze nei cittadini che potesse permettergli di capire come usarle per arrivare ad un benessere. Quindi l’approccio delle capabilities sostiene che il well-being deve essere inteso come agency (ovvero come possibilità di agire), ma è anche legato al fatto che l’offerta sia molto diversificata e che quindi l’individuo possa scegliere tra le soluzioni che possono essere adatte alle sue aspettative.

Questa riflessione ha avviato un processo di rivoluzione del modo di calcolare il benessere di una società. Nei primi anni 2000 l’OCSE (un’organizzazione di molti paesi che si sono messi insieme per lavorare per costruire lavori migliori per una vita migliore) ha costituito una commissione diretta da Stilflitz oltre il PIL perché fino a quel momento il PIL indicava quanto benessere ci fosse in quella città, mentre successivamente ci si è reso conto che non era il PIL ad indicare il benessere della società. A partire da questi lavori, diversi paesi aderenti all’OCSE hanno recepito questa nuova misurazione del benessere quindi hanno avviato delle rilevazioni periodiche sui parametri individuati dalla commissione (11 parametri del benessere soggettivo).

Per quanto riguarda il benessere soggettivo il riferimento è al testo prodotto dall’OCSE, Conceptual Framework, ovvero il benessere è inteso soggettivamente in tanti modi diversi, quindi è una collezione di numerosi aspetti diversificati e ciascuno ha un valore proprio. Non è un parametro a sé stante, ma è in relazione con la dimensione del benessere non soggettivo. Vi è quindi una influenza reciproca, perché quello che noi riteniamo soddisfacente dal punto di vista fisico, influenza la potenza del dato oggettivo di qual è il mio reddito e di come sto di salute. Dopo un lavoro molto complesso, gli studiosi hanno convenuto che le dimensioni principali del benessere soggettivo sono tre:

  • Valutazione della vita: è il risultato di un giudizio dato dal soggetto sulla vita nel suo complesso o su aspetti specifici (valutati singolarmente e sintetizzati in un indice complessivo). L’individuo arriva al giudizio, comparando la sua esperienza con uno standard che lui giudica buono. Il giudizio è basato sul ricordo della propria esperienza passata e può essere indipendente da quello che ha realmente sperimentato. Le ricerche hanno rilevato che vale la regola del peak-end: il giudizio non è la media tra stati emozionali, ma è basato sul ricordo più forte ed emozionante.
  • Stato emozionale: viene valutato secondo due misure: sentimenti positivi (felicità, gioia e contentezza) e sentimenti negativi (tristezza, rabbia, paura, ansietà). Si tratta di una misurazione media (affect balance) di stati emozionali registrati dagli individui in un periodo di tempo dato.
  • Eudaimonia o flourishing: l’eudaimonia riguarda l’autodeterminazione e l’impegno. È un focus sulla realizzazione del potenziale della persona, però non vengono utilizzate delle scale che misurano oggettivamente quanto la persona è autonoma e competente ma si tratta di misurare quanto la persona si sente soggettivamente autonoma, competente, interessata all’apprendimento, con degli scopi ben definiti, capace di autodeterminarsi e sentirsi capace socialmente, di prendersi cura dell’altro e altruista. Il fatto di non avere un atteggiamento individualistico è riconosciuto come un fattore di aumento della percezione di benessere personale.

Il benessere relazionale

Innanzitutto una delle tre componenti del benessere soggettivo è l’eudaimonia o flourishing che comprende tra i vari aspetti del funzionamento psicologico tre aspetti che rimandano alla relazione con l’altro, che non riguardano quindi solo come ci si percepisce ma anche la dimensione sociale, che sono l’impegno sociale, la capacità di prendersi cura e l’altruismo. Ci sono parecchi dati e ricerche che documentano come il benessere, la soddisfazione per la vita, sono strettamente legate alla socializzazione con gli altri.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cristinacf di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dei processi culturali e promozione del benessere e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Carrà Elisabetta.
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