La commedia e la tragedia
All’inizio queste forme drammatiche erano abbastanza elementari, con pochissimi attori ed erano principalmente spettacoli di tipo musicale, corale.
In seguito vengono inseriti personaggi più complessi e soprattutto il prologo, contrariamente a una semplice prefazione: nel teatro antico e nel teatro medievale era un vero e proprio personaggio che entrava in scena e raccontava per esempio l’antefatto della tragedia, come si era arrivati a quella situazione.
A partire dal quinto secolo in Grecia vengono organizzate grandi feste che servivano appunto proprio alla rappresentazione delle opere teatrali, dapprima erano solo tragedie ma nel quinto secolo anche le migliori commedie.
Sempre nel quinto secolo abbiamo altre forme di teatro: la cosiddetta tragedia greca vera e propria cioè quella di tragediografi come Eschilo, Sofocle e Euripide. Abbiamo anche il dramma satiresco che invece è un genere più basso dal punto di vista dell’estetica teatrale.
I tre grandi tragediografi greci
I tre grandi tragediografi greci sono Eschilo che è il primo tra questi tragediografi a livello cronologico ed è quello che introduce il secondo attore e insiste sugli aspetti spettacolari della rappresentazione tra le due tragedie. Ricordiamo I persiani che è una tragedia molto particolare perché riguarda un evento contemporaneo e non un evento passato. È autore di un’importante trilogia che è l’Orestea composta dall’Agamennone, Coefore e le Eumenidi. Un dramma che si protrae in tre trame diverse e che sarà molto importante perché spesso ripreso nel teatro francese dal 500 in poi.
Sofocle è invece l’autore della cosiddetta tragedia perfetta cioè Edipo Re. Tant’è che Corneille, il padre della tragedia francese riformata, rivaleggia proprio con l’Edipo Re e riscrive una sua versione della tragedia inglobando però all’interno della trama sofoclea, elementi di tipo cristiano.
La cosa importante è che il coro viene in qualche modo distaccato dalla vicenda. Il coro nelle tragedie era un vero e proprio personaggio: le donne di Argo, i vecchi di Corinto che però hanno un ruolo diciamo attivo e dialogano con i personaggi, invece progressivamente il coro si distacca dalla vicenda e assume quasi un ruolo di uno spettatore e giudice. Sofocle tende ad approfondire l’analisi psicologica del personaggio che diviene più complessa e in generale la tragedia diviene più articolata nella sua composizione.
Ancora più articolata è sicuramente la composizione delle opere di Euripide, che è il tragediografo di cui abbiamo più tragedie. È autore oltre che di tragedie che noi riteniamo regolari secondo l’aristotelismo anche di opere che non corrispondono esattamente allo schema e alla struttura della tragedia, come ad esempio l’Elena che tende più verso una sorta di dramma eroico. Se Euripide è tra gli autori più apprezzati a livello di ricezione successiva, era spesso criticato dai contemporanei essenzialmente per tre ragioni: per la scelta degli argomenti che erano giudicati talvolta inadatti al teatro; perché le sue tragedie implicavano una rimessa in dubbio dei valori tradizionali e proprio in ragione della complessità della trama che era estremamente più tortuosa rispetto a quelle degli altri autori precedenti.
La commedia
La commedia ha origine nel quinto secolo e diviene più importante proprio nel quinto secolo. Abbiamo commedie più strutturate che pare abbiano origine da questi riti di fertilità, anche se questi non è che avessero una struttura prettamente drammatica quindi l’origine è comunque incerta.
Il più noto probabilmente commediografo greco è Aristofane. Aristofane è l’autore di cui abbiamo conservato un numero maggiore di opere, perché abbiamo 40 opere di cui sono rimaste ben 11 commedie. C’è un riferimento diretto ed esplicito alla politica contemporanea in Aristofane e anche a topiche culturali e sociali del momento. Quindi la commedia si rivela rispetto alla tragedia un genere drammatico molto più vicino alle classi popolari borghesi, tant’è che poi nella elaborazione teorica della tragedia l’elemento che molti critici dell’antichità e del 500 mettono in avanti per distinguere la tragedia dalla commedia è proprio la natura dei personaggi. Nella tragedia i personaggi erano eroi, principi e grandi condottieri invece la commedia presenta persone comuni.
Questa è secondo alcuni teorici la grande differenza tra tragedia e commedia da cui derivano poi tutte le altre differenze come il tono, l’argomento e il finale. Anche in questo caso dunque come per la tragedia l’autore è in parte coinvolto nella messa in scena ma meno che nella tragedia; cioè Aristofane delegava parte del lavoro di messa in scena a professionisti del teatro. Nella tragedia avevamo tre attori che spesso dovevano interpretare più ruoli come nelle pièce shakespeariane, poiché abbiamo questa lista immensa di personaggi spesso interpretati da più attori (doubling). Ma al premio che veniva dato alla miglior commedia concorreva solo il capocomico.
La recitazione era particolarmente impostata e controllata, ciò veniva fatto apposta per avere una maggiore risonanza nella voce e la recitazione era particolarmente enfatica anche dal punto di vista gestuale. Nella commedia si arrivava addirittura alla deformazione farsesca della realtà sociale per far ridere il pubblico. Il dominio del coro è essenziale nelle primissime tragedie, infatti, spesso ha funzione anche di personaggio per poi staccarsi da questa funzione. Nelle Eumenidi per esempio svolge il ruolo di antagonista del personaggio principale e ciò richiede una grandissima preparazione tecnica da parte dagli attori stessi.
Teatro ellenistico e mimo
Oltre a questi generi poi c’è il teatro ellenistico, meno ripreso dalla tragedia classica seicentesca e cinquecentesca.
Un altro genere fondamentale era quello del mimo che aveva in comune con la farsa il fatto di mettere in scena elementi tratti dalla vita quotidiana spesso presentati attraverso forme particolarmente accentuate. Benché fossero considerati come dei protagonisti, i mimi tuttavia non facevano parte delle corporazioni degli artisti di Dioniso, che erano le corporazioni che appunto inglobavano i grandi attori dell’epoca. Il mimo è un genere che rimane anche a Roma e anche la tragedia stessa è ripresa ampiamente in contesto romano.
I romani eliminano comunque il coro dalla commedia e la suddivisione in episodi che era tipica del teatro greco. Nella commedia i dialoghi erano anche a Roma spesso accompagnati dalla musica e un personaggio era riconoscibile proprio in virtù del tema musicale. È come se un personaggio avesse un jingle in una serie televisiva di oggi e lo si riconosce già dal modo di arrivare. Tra i primi tragici a Roma c’è appunto Ennio. A Roma ci sono due tipi di tragedia: una di argomento greco cioè l’autore latino riprendeva una tragedia greca e ne faceva una tragedia nuova in latino oppure di argomento proprio di storia romana per esempio quella di Ottavia la moglie di Nerone.
Seneca
Seneca scrive essenzialmente tutte tragedie di argomento greco. Era un filosofo stoico che però scriveva anche moltissime pièce teatrali, quasi tutte ispirate alla trama di argomento greco ad esempio c’è la Medea di Euripide e c’è la Medea di Seneca. Caratteristica del teatro di Seneca rispetto al teatro greco era l’insistenza su alcuni aspetti particolarmente macabri, violenti e cruenti della tragedia e questo è fondamentale perché nella prima parte del 600 abbiamo quella che Christian Biet definisce appunto “Tragedie sanguinolente e racconti crudeli”.
Queste tragedie di fine 500 e inizio 600 sono profondamente ispirate all’estetica senechiana, anche perché parte di questi autori leggeva il latino e il greco e quindi sono marcate da questa violenza, crudeltà e dalla forte presenza di sangue. Ciò contraddice i principi aristotelici che vietano per decoro lo spargimento di sangue sulla scena e che saranno appunto ripresi nel secondo 600 dal classicismo e diverranno appunto le cosiddette Bienséance classique (decoro classico).
Un altro elemento che sarà aspramente criticato nella tragedia classica francese al teatro greco è per esempio il ricorso al meraviglioso, ovvero il ricorso ad elementi meravigliosi, soprannaturali essenzialmente che spesso erano responsabili dello scioglimento della tragedia. Secondo invece la logica cartesiana del classicismo francese questi elementi non possono essere presenti proprio perché non sono contro le cosiddette Bienséances, ma contro un altro principio essenziale per il teatro del secondo 600, cioè il concetto di vraisemblance, verosimiglianza. Una pièce non può sciogliersi grazie all’elemento meraviglioso perché questo elemento è contro ogni forma di verosimiglianza, non rispetta gli schemi mentali della Francia del 600 e soprattutto perché è considerato anche un espediente di scioglimento facile.
Racine e il mito di Ifigenia
Nel 600 appunto alcune tragedie greche sono riscritte eliminando però questi elementi meravigliosi ed è il caso proprio di Iphigénie di Racine, che è una delle tragedie più importanti di Racine. Il mito di Ifigenia ha varie versioni: in alcune versioni tragiche o mitologiche alla fine Ifigenia viene uccisa, sacrificata e quindi il sacrificio è reale e la flotta può partire; in altre invece versioni Ifigenia si salva grazie all’intervento divino della dea Diana che la sostituisce con una cerva e quindi è la cerva che viene sacrificata al posto di Ifigenia che si salva. Queste due vie entrambe accreditate dal teatro antico non erano però percorribili da Racine nel 600 a causa dell’uccisione di un innocente che è contrario alla Bienséances.
Racine si inventa una terza via per lo scioglimento di Ifigenia, che riguarda appunto proprio il finale riprendendo Pausania e altri fonti antiche e anche riprendendo l’Elena di Euripide. Lui dice che c’è un’altra tradizione di Ifigenia, una era che si salvava e una no e quindi crea questo nuovo personaggio Erifile. Racine descrive attraverso un racconto la morte di questa Erifile, di questa nuova Ifigenia. Lei non si fa uccidere da Calcante ma si uccide ella stessa. Il suicidio è già più ammesso dell’omicidio, in più non avviene su scena ma viene raccontato.
Ulisse in più ci dice che un soldato dice anche di aver visto apparire Diana dalle nubi però Ulisse che racconta della morte di Erifile è il personaggio più imbroglione della pièce. Quindi Racine da un lato mette a distanza il sacrificio perché avviene fuori dalla scena e dall’altro critica il meraviglioso perché dice che forse un soldato ha visto questa dea Diana rispettando così il finale, però lo fa dire a Ulisse per cui l’apparizione divina diviene un discorso riportato da un testimone indiretto quindi di seconda mano screditando così la verità anche perché il soldato che vede la dea non viene mai nominato nella pièce, non ha nessuna autorità e Ulisse ha ancor meno autorità nel dire la verità e Racine in questo modo rispetta il finale del mito che era inammissibile modificare e comunque evita di cadere nella trappola dello scioglimento meraviglioso.
Lo scioglimento meraviglioso era ammissibile in altri generi come per esempio la tragedia con gli effetti speciali fatta con le macchine che era un genere meno nobile rispetto alla tragedia classica nel 600. Chiaramente dunque di fronte a questo classicismo così rigido dal punto di vista estetico e morale la tragedia di Seneca è meno riutilizzata rispetto al primo 600 con queste tragedie cruente e barocche.
Plauto e Terenzio
Anche a Roma abbiamo il mimo, che oltre alla tragedia e alla commedia si tratta di una forma drammatica breve, a volte anche una costruzione piuttosto complessa e ricercata. L’argomento può essere estremamente vario ma ancora una volta troviamo essenzialmente riprese dalla realtà quotidiana e sociale dell’epoca. Per quanto riguarda la commedia romana i due principali autori sono Plauto e Terenzio.
Plauto divenne un modello importantissimo per la commedia seicentesca tant’è che Molière per esempio in una delle pièce più note del suo repertorio che si chiama l’avaro riprende proprio l’Aulularia di Plauto trasformandola attraverso la mediazione di una traduzione di primo 600.
Plauto presenta strutture più semplici rispetto a Terenzio, personaggi che sono spesso fissi come il militare fanfarone, il vecchio avaro che ritroviamo anche in Molière, il vecchio sporcaccione che vuole sedurre la giovane fanciulla, l’adultero ecc.
Troviamo invece in Terenzio forme più complesse, uno slittamento della commedia verso altri generi più seri e un maggiore approfondimento psicologico dei personaggi.
Gli autori potevano scrivere solo o tragedia o commedia secondo il classicismo, anche la tragicommedia, ad esempio, non era ammessa perché era considerata da Diderot una forma spuria. Nel 700 Diderot e altri autori tendono invece a creare un nuovo genere teatrale più vicino al sentimento della borghesia permeato di patetico e in cui appunto aspetti comici e seri si mischiano. Terenzio diviene un esempio da seguire, una sorta di simbolo vero e proprio. C’è una citazione da un’opera di Terenzio che si chiama in italiano “il boia di se stesso” dove appunto l’autore dice “io sono un essere umano e nulla che riguarda l’uomo è per me straniero”. Cioè il teatro parla di tutto ciò che riguarda l’umano per questo non si sente la distinzione tra generi.
Gli autori invece riformisti insistono sulla figura di Molière perseguitato dalla censura, che è in qualche modo rivoluzionario del teatro antelitteram. Un esempio lo troviamo proprio nella commedia di Sebastian Mercier nel 700 che si intitola Molière ispirata alla pièce di Goldoni dello stesso titolo. Presenta un Molière martire della struttura, un Molière quasi materialista che contraddice i dettami del classicismo.
La tragedia secondo Aristotele
La tragedia è imitazione di un’azione seria, siamo nell’ambito della finzione perché c’è la mimesi della realtà non di un’azione qualsiasi del quotidiano ma di un’azione seria, escludiamo in questo modo il comico, tutto quello che è basso.
È compiuta cioè, la tragedia deve avere un inizio, uno svolgimento e uno scioglimento. È compiuta perché questo scioglimento non deve avvenire tramite l’intervento magico ma deve essere tratto dall’intreccio stesso. Lo scioglimento deve essere la conseguenza logica delle premesse date nella prima parte della tragedia. La lingua e lo stile devono adattarsi al modo in cui parla il personaggio, alla situazione vissuta dal personaggio o dai personaggi o dal contesto della tragedia stessa.
L’avanzamento delle trama non avviene attraverso il racconto ma attraverso l’azione vera e propria, riproduzione sul palco di quello che sarebbe successo nella realtà. Attraverso il terrore e la pietà l’uomo purifica questi stessi sentimenti attraverso la visione sul palcoscenico se ne libera, perché nella tragedia greca la catarsi ha un valore sacro.
Si sta descrivendo la struttura della tragedia. L’intenzione iniziale di Aristotele era puramente descrittiva non prescrittiva.
Nel 600 e 700 la commedia è un genere meno vincolato alle regole e più flessibile, più soggetto a trasformazioni, e lo vediamo sia nel 600 con la commedia eroica, ma lo vediamo anche a fine 700, con la Comédie historique, inventata da Du Val e Lumercier, che mostra punti in comune con il dramma romantico che ancora deve nascere. Questi primi esperimenti drammatici a partire dalla commedia hanno risultati simili al dramma romantico, questo dice Aristotele perché la trattazione della commedia è molto lacunosa.
L’unità di azione
L’unità di azione è l’unità principale che Aristotele persegue, dato che non si espone su quelle di tempo e luogo, o meglio le ultime sono un’aggiunta a quella d’azione: se deve svolgersi una sola azione, si deve svolgere in un luogo e in un dato periodo (24 ore). L’unità di tempo è concessa nelle commedie fino alle città vicine, mentre nella tragedia, il palazzo o l’isola, come nell’Andromaque.
Elemento essenziale che Racine riprende dalla tragedia greca è l’idea del fato, che in Racine è sostituito dalla volontà divina, che non è conosciuta agli uomini. Questi testi greci sono importanti per gli autori di formazione giansenista, visto che nelle scuole gianseniste si studiava greco e latino, mentre nelle scuole gesuite dove studiò Corneille, si studiava il latino, e lo si faceva tramite il teatro, le cosiddette tragedie de collège (tragedie composte da scolari). Al contrario i giansenisti si attingevano a Tertulliano, scrittore cristiano che condannava il teatro per la sua immoralità.
La farce de Maitre Pathelin
È una farsa medievale composta tra il 60 e 70 del 400 ed è la più famosa del teatro francese medievale, la più spesso ristampata e ripresa. È presente in tutte le antologie ed è stata d’ispirazione anche.
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