Management
Introduzione al management
Iniziamo analizzando la parola management: essa viene dal verbo anglosassone “to manage”, che
tradotto nella nostra lingua madre significa gestire, governare (in relazione alle decisioni
strategiche caratterizzate da incertezza), amministrare (in relazione alle decisioni che si ripetono,
e cioè quelle operative). Tuttavia, l’origine della parola è italiana: difatti, il termine manager
simboleggia l’abilità di un individuo di maneggiare qualcosa, dirigendone ogni movimento per
condurla e guidarla in una determinata direzione. Il manager è dunque colui che dirige, e coordina
i compiti dei sottoposti in funzione del raggiungimento di un dato obiettivo. Compito importante
del manager è quello della verifica continuativa circa il raggiungimento degli obiettivi preposti,
intervenendo tempestivamente nei casi critici e manipolando la probabilità del manifestarsi di
eventi negativi. Il valore aggiunto per l’organizzazione aziendale che il manager è in grado di
offrire è l’aumento della probabilità di realizzazione di eventi positivi per l’impresa rispetto alla
probabilità che si realizzino in assenza del medesimo.
ATTENZIONE! Facciamo riferimento al manager quanto al soggetto che gestisce le risorse
(difatti può trattarsi anche di un quadro aziendale) e ad un gruppo di individui che fanno
riferimento ad esso.
La terminologia fondamentale nello studio di questa materia è costituita dalle parole di seguito
riportate:
Manager (1895): colui che maneggia qualcosa con abilità, ne dirige i movimenti per
condurla e guidarla in una determinata direzione; direttore, un capo, un amministratore,
un dirigente; colui che gestisce delle risorse;
Management (1941): è l’insieme delle funzioni che riguardano amministrazione (che
evoca attività più ripetitive), direzione e gestione (si tratta di attività non ripetitive che
possono avere un certo impatto sull’impresa, attività che possono determinare il successo
o l’insuccesso dell’impresa);
Managerialità (1981), associata alle caratteristiche proprie del manager;
Managerializzare (1993): l’attività manageriale non è solo associata all’attività
imprenditoriale ma anche a traslazioni di atteggiamenti tipici dell’organizzazione
imprenditoriale adattati a contesti non associabili ad imprese (quali, ad esempio, ospedali
e pubblica amministrazione) così da rendere più efficienti tali associazioni e riuscendo
dunque a garantire un miglior utilizzo delle risorse disponibili. Il termine managerializzare
fa riferimento proprio a questo fenomeno traslativo di atteggiamenti imprenditoriali ad
associazioni estranee al fenomeno imprenditoriale.
La scuola classica
Volendo andare a visionare le origini di tale disciplina, dobbiamo far riferimento ai fondatori della
scuola classica dell’amministrazione e del management, Henri Fayol e Frederick W. Taylor. È
1
possibile, secondo la disciplina fornita da Henri Fayol, scomporre l’attività d’impresa, la quale
funziona come una macchina, in operazioni diverse: (1) tecniche; (2) commerciali; (3) finanziarie;
(4) di contabilità; (5) di sicurezza; (6) direttive. Quanto alle operazioni direttive, si evidenzia un
ciclo interno all’attività imprenditoriale che parte con la programmazione e si conclude con il
controllo e le cui fasi possono essere così sintetizzate:
1. Programmazione si prevede la redazione di un programma d’azione che evidenzi
l’obiettivo da raggiungere e tutti gli elementi utili per farlo.
2. Organizzazione l’attività che si è programmata nella prima fase del ciclo viene
organizzata mediante la fornitura degli input necessari per avviare il processo produttivo
volto alla trasformazione di tali input. Per acquistare materie prime e attrezzature, per
esempio, tenendo in considerazione il disallineamento temporale tra le uscite e le entrate,
l’impresa necessita di reperire risorse finanziarie che possano soddisfare il fabbisogno di
capitale.
3. Comandare per ogni capo lo scopo è quello di utilizzare nel miglior modo possibile le
risorse che si hanno, nella prospettiva di massimizzare il beneficio dell’impresa (risultato
visto nella sua globalità e non limitato alla singola unità dell’attività imprenditoriale).
4. Coordinamento tutte le attività dell’impresa devono essere coordinate e gestite in
maniera congiunta proprio allo scopo di conseguire l’obiettivo del gruppo nella sua
globalità.
5. Controllo occorre, infine, verificare a posteriori eventuali scostamenti rispetto alla
programmazione originaria e, eventualmente, operare una correzione.
I principi generali di direzione sono rinvenibili nella ripartizione del lavoro, dovuta al fatto che
la specializzazione del lavoro favorisce una efficienza maggiore, nell’autorità e nella responsabilità
degli elementi che compongono l’attività imprenditoriale. Tutto ruota attorno alla necessità di
fornire remunerazione equa dei dipendenti garantendo loro benessere internamente ed
esternamente rispetto al contesto imprenditoriale.
Il superamento della scuola classica
Nello studio del management ci sono state evoluzioni legate al fatto che le organizzazioni hanno
presentato meccanismi di funzionamento differenti. Nel modello di impresa tratteggiato da Taylor
e Fayol riscontriamo nell’organizzazione imprenditoriale atteggiamenti tipici delle macchine, con
obiettivi rinvenibili nella ricerca dell’efficienza e nella minimizzazione dei costi. Con il
superamento della scuola classica, il manager si inserisce nel contesto dicotomico dipendenti-
proprietà praticando un lavoro di mediazione tra i due poli della dicotomia: questa attività di
mediazione incide fortemente sulla gestione dell’impresa garantendo particolare attenzione alle
relazioni umane instauratesi nel contesto imprenditoriale. Si introduce, dunque, al pari
dell’efficienza (tema di minimizzazione di risorse impiegate a fronte di un prodotto maggiore
ottenuto; le imprese più competitive hanno costi contenuti e dunque sono più efficienti) il concetto
di efficacia, e cioè il grado di raggiungimento degli obiettivi (l’impresa è efficace quando è in grado
di raggiungere i propri obiettivi). Non è scontato che le imprese siano sia efficienti sia efficaci:
difatti, un’impresa efficiente potrebbe avere una bassa redditività a causa della scarsa efficacia
(per esempio nel caso in cui produca a bassi costi ma non offra un prodotto che soddisfa le
2
aspettative individuali), o ancora potrebbe essere efficace (e dunque in grado di soddisfare le
esigenze) ma non efficiente (non produce a bassi costi). Il tema dell’efficacia, in questo contesto,
fa riferimento al soddisfacimento personale dei dipendenti; dunque, l’impresa può essere vista
come un sistema socio-tecnico nel quale il lavoro umano, che non viene più concepito al pari del
lavoro di una macchina come nel caso della scuola classica, costituisce un dato importante.
Il management si occupa di attività e decisioni operative e di attività e decisioni strategiche. Per
attività e decisioni strategiche si intende quelle decisioni che incidono in modo rilevante sulle
probabilità di sopravvivenza dell’impresa nel medio-lungo termine: per questo motivo si tratta di
decisioni assunte una tantum in contesti di incertezza (la quale non è calcolabile come il rischio);
dunque, volendo redigere un piano che tenga conto di ogni possibile resoconto, non sappiamo la
probabilità associata ad ogni scenario possibile, ma si può ragionare solamente in termini di stima
del management (probabilità soggettive che il top management assegna ad ogni scenario).
Parlando, invece, di attività e decisioni operative facciamo riferimento a quelle decisioni che si
prendono nell’orizzonte temporale di massimo un anno, che non presuppongono particolari sforzi,
anche a livello previsionale, e sono ricorrenti.
Il concorso tra attività e decisioni di natura strategica e di natura operativa determina il risultato
dell’impresa. Quando parliamo di risultati è necessario evidenziare le nature diverse che esso può
assumere: (1) risultati economico-finanziari, facilmente individuabili mediante una serie di
parametri quali per esempio il reddito operativo che esprime la redditività dell’area caratteristica
= − − = − −
dell’impresa ( ), il reddito netto (
), = /
il return on investiment (
l’impresa realizza una serie di investimenti, visualizzabili nell’attivo netto dello stato patrimoniale,
che danno dei rendimenti), il return on equity circoscritto agli investimenti effettuati con capitale
= / ),
di rischio, cioè con capitale apportato dai soci ( il
= −
margine di contribuzione unitario ( riferito ad un unico prodotto) o
= ( − )/
complessivo (riferito ad una serie di prodotti, ed il tasso di contribuzione (
margine di contribuzione espresso in percentuale riferito all’euro di vendita); (2) risultati
competitivi, per esempio la quota di mercato (indice della presenza dell’impresa sul mercato,
soprattutto in mercati dove il vantaggio competitivo è legato ai volumi prodotti dall’impresa) e la
fedeltà del cliente importante perché da un lato rappresenta stabilità nelle vendite dell’impresa,
e dunque nella formulazione delle previsioni si ha una certezza maggiore (impresa meno
rischiosa), dall’altro poiché acquisire nuova clientela rappresenta un costo maggiore (tentativo di
sottrarre il cliente da un concorrente molto più oneroso rispetto al mantenimento della clientela
ordinaria); (3) risultati sociali, per esempio in merito alla legittimazione sociale dell’impresa
3
ad oggi molto rilevante poiché si parla frequentemente di aspetti ESG (inerenti ad ambiente,
socialità, governance) che possono incidere fortemente sulle performance dell’impresa; (4)
parametri di sviluppo sia a livello di quantità prodotta che di qualità del prodotto.
L’impresa opera in un contesto che si ridefinisce in modo costante; tuttavia, la stessa impresa è in
grado di mutare il contesto in cui opera in modo tale da diventare più competitiva.
3. La differenza concettuale tra decision making e problem solving
Volendo cercare all’interno del vocabolario i termini chiave di questa analisi, evidenziamo la
definizione di management quale “attività di gestione o di direzione di una società, di un’impresa
commerciale o industriale, volta al conseguimento del massimo profitto”. Quando si parla di profitto
nella definizione di management, non si può parlare di profitto a breve termine e questo perché,
avendo come obiettivo prioritario il raggiungimento del massimo profitto a breve potrebbe
pregiudicare le capacità di sopravvivenza dell’impresa nel medio-lungo termine: il motivo di
questa criticità è rinvenibile nella possibilità che l’impresa, nell’ottica del raggiungimento di tali
risultati nell’immediatezza, escluda le possibilità di investimento privandosi di uno sviluppo
futuro e dunque limitando la creazione di valore nel lungo termine. È evidente che anche gli
obiettivi di breve periodo siano importanti, ma è necessario che essi siano equilibrati con gli
obiettivi di medio-lungo termine. Volendo dare una definizione di manager possiamo descriverlo
quale “dirigente d’azienda che ha la responsabilità della conduzione d’azienda (o di un settore
aziendale) e delle relative decisioni”.
Il management, non riferito esclusivamente all’attività di impresa, può intendersi come la
disciplina che si occupa di un ciclo essenziale volto alla sopravvivenza assicurabile mediante la
comprensione del contesto nel quale si opera, nonché mediante l’adozione della strategia più
opportuna. C’è un nesso rilevante tra contesto e strategia poiché quest’ultima deve essere coerente
con il contesto nel quale l’organizzazione opera; difatti, le imprese che hanno problemi hanno
adottato strategie incoerenti rispetto al contesto in cui opera. È essenziale l’analisi del contesto
presente e futuro per poter adottare tempestivamente strategie diverse che si adattino alle
variazioni e alle tendenze del contesto stesso; maggiore è l’instabilità del contesto, più difficile
sarà l’interpretazione del contesto, più difficile sarà la formulazione e l’implementazione della
strategia.
“L’economia è la scienza che studia il comportamento umano come una relazione tra fini
dati e mezzi scarsi che hanno usi alternativi” (Lionel Robbins, 1932).
La prospettiva dell’economia che studia il comportamento umano con fini e mezzi scarsi è
fortemente razionalistica, e dunque Herbert Simon introduce il concetto di razionalità limitata
(non si possono assumere decisioni all’interno di un’impresa ipotizzando di inserire i dati in un
foglio Excel nella speranza di ottenere i risultati ottimali): questo termine, contrapposto alla
razionalità assoluta, ci introduce alla distinzione tra decision making e problem solving. Una
semplificazione della differenza tra decision making e problem solving è la partita di scacchi: il
problema dell’apertura è certamente da considerarsi un problema di Decision Making (strategia:
problematiche poco circostanziate); mentre la necessità di sottrarsi ad una posizione di scacco
4
deve ritenersi un caso di Problem Solving (gestione operativa: decisioni ricorrenti). Con tale
distinzione, ci è utile richiamare una seconda dicotomia, quella tra incertezza, la quale richiama
il decision making, e rischio, la quale richiama il problem solving (poiché siamo in un ambito nel
quale si conosce la probabilità di verificarsi di un dato evento).
Il tema della complessità categorizza le scelte all’interno del decision making o del problem
solving (esempio: lancio di un nuovo prodotto: complesso decision making; scelta quantità di
materie prime da acquistare settimanalmente: poco complesso e ricorrente problem solving).
La distinzione rilevante è tra ambito strategico (cui fa riferimento il governo dell’impresa la quale
ricerca ininterrottamente le vie ottimali volte a garantire che l’organizzazione possa svilupparsi in
equilibrio nel contesto nel quale opera) ed ambito amministrativo: il primo ambito è
assoggettato al decision making, il secondo al problem solving. La ricerca dell’equilibrio
nell’ambito strategico è importante per evitare il disfunzionamento dell’impresa e la successiva
estinzione.
4. I possibili ambiti decisionali
Le decisioni di governo non si affidano solo al calcolo probabilistico, ma ricorrono anche ad una
visione prospettica e creativa in merito al modo in cui il contesto si evolverà: difatti, il governo
delle organizzazioni è considerato un’arte pratica, cioè un’attività non replicabile e non facilmente
intellegibile dall’esterno. Tuttavia, le decisioni vanno giustificate anche dal punto di vista numerico
considerando la necessità di basare le strategie su dati previsionali che possano giustificare una
data proposta. Le decisioni di governo sono quelle che sfruttano meno la razionalità, nonostante
nella concretezza una data decisione debba essere supportata da documentazione contenente dati
probabilistici; la decisione di governo è determinante sia in senso positivo sia in senso negativo
(può essere causa della crisi o del dissesto dell’impresa nel caso in cui la decisione sia incoerente
rispetto al contesto nel quale l’impresa opera). La decisione di governo ha comunque un contenuto
razionale che è parziale e varia a seconda della stabilità del contesto: in particolare, maggiore è la
stabilità del contesto, maggiore sarà il contenuto razionale presente in una data decisione.
La tabella evidenziata sopra rappresenta il rapporto tra la varietà informativa e tipologie
decisionali. Tra le varietà informative riscontriamo: le unità informative sono dati grezzi
(esempio: tasso di inflazione rilevato nel mese precedente), lo schema interpretativo è uno
strumento che consente al decisore di interpretare il dato grezzo e processarlo in una informazione
5
che possa essere utile a prendere una decisione e dipende dal background dell’individuo che deve
prendere la decisione, le categorie valoriali rappresentano ulteriore porzione della varietà
informativa di un decisore che prescindono dal background culturale del decisore, ma
rappresentano i valori (aziendali, individuali, ecc.) del soggetto che deve assumere le decisioni
(prescindono dallo schema interpretativo). Nella colonna a sinistra possiamo evidenziare l’area
problematica rappresentata dal modello delle 4C: Certezza, Complicazione, Complessità, Caos.
Secondo tale modello le decisioni possono essere assunte in quattro aree problematiche differenti:
l’incertezza riguarda decisioni assunte in contesti caotici o complessi (le categorie valoriali danno
un contributo evidente nell’assunzione di una data decisione); il rischio, invece, riguarda decisioni
assunte in contesti certi (le unità informative danno un contributo rilevante nell’assunzione delle
decisioni) o complicati (gli schemi interpretativi danno un contri
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.