Renato Serra
Nel 1881 nasce Papini. Nel 1882 Prezzolini, i due fondatori della Voce, e sempre nel 1882 G. A.
Borgese, uno dei maggiori critici del primo Novecento.
Renato Serra ed Emilio Cecchi nel 1884. Giuseppe De Robertis, che figurerebbe quasi come un
allievo di Serra, in realtà è nato solo quattro anni dopo di Serra, nel 1888.
Campana nel 1885. Sbarbaro nel 1888.
Jahier nasce nel 1884.
Cosa comporta per loro essere nati negli anni ’80 dell’Ottocento? Comporta una cosa molto
drammatica: non soltanto il fatto di vedere il nuovo secolo, quindi di essere ragazzi quando si
concretizza il Novecento, l’inizio della modernità, ma soprattutto l’essere giovani adulti in età di
leva durante la prima guerra mondiale e questa è stata, contemporaneamente, la loro disgrazia ma
anche la loro “occasione storica”, la loro prova: quanto questa tragedia fosse vissuta da loro come
un’occasione, un banco di prova, lo possiamo riscontrare molto bene in Renato Serra.
Renato Serra è nato nel 1884. E’ un provinciale, non viene dalle grandi città. Come Marino
Moretti è nato a Cesena. Essere nato a Cesena nel 1884 significa essere condizionato nelle proprie
passioni letterarie, nella propria formazione dal magistero di Carducci, di Pascoli e da Bologna
come centro di attrazione.
Bologna, anche se nel secondo Novecento, è stata la culla della Neoavanguardia, Umberto Eco,
Paolo Fabbri, Gianni Celati, quindi tutto un contesto molto innovativo, Bologna però
tradizionalmente, con Roma, è la più classica delle città, è la città accademica per eccellenza.
Guardare alla tradizione, hanno cercato un equilibrio con la tradizione. Questo è proprio
quello che cerca di fare Renato Serra. Trovare una via per la modernità che non cavalchi la
tradizioni, che non rinneghi quello che è un patrimonio italiano.
Intanto, Serra non è né un accademico né un critico militante alla maniera di Papini, e quindi cos’è?
E’ una figura veramente ottocentesca dal punto di vista letterario. E’ un autodidatta, un “dilettante
potremmo dire della penna”, di grandissima qualità, di grandissima sensibilità, che fa la cosiddetta
“critica del gusto”, del buon gusto ovviamente. Quindi non ha metodi, non ha una metodologia: non
è uno storicista, non è un filologo. Serra si pone come una specie di “outsider”, anche per i suoi
interessi letterari: se è abbastanza scontato immaginare da lui la scrittura di un libro su Pascoli, ci ha
dato infatti un’importante monografia su Pascoli… poi ci ha dato una serie di interventi sulla Voce,
molto legati all’esperienza del rapporto con la Francia, sempre in un’ottica di classicità però. La
Francia a cui guarda Renato Serra non è la Francia di Apollinaire, non è la Francia di Bergson a cui
guarda Ungaretti: è la Francia dei post-simbolisti, Verhaeren (pr. Vereran), Maeterlinck (pr.
Meterlenc) e soprattutto, un autore che potremmo paragonare ai nostri crepuscolari, Paul Fort, che
è l’autore preferito di Serra, tanto che sulla Voce Serra scrive un “Ringraziamento per una ballata di
Paul Fort”. È un commento, lui concepiva così la critica. Un commento ad una poesia di uno
scrittore contemporaneo francese, non un classico. Uno scrittore suo coetaneo, che pubblica sulla
“Nouvelle Revue Francaise” e lui, anziché scrivere un commento, scrive un commento ma dal
punto di vista del lettore che ringrazia uno “spirito affine di un Paese vicino”, la Francia, un
modello per la letteratura italiana di quegli anni, per aver espresso una sensibilità che lui sente
anche come la sua. E quale sensibilità è? Quella tra decadentismo e crepuscolarismo. Naturalmente
il crepuscolarismo francese e belga, quello di Paul Fort, di Samain, di Laforgue, è molto più
ambizioso di quello italiano. Laforgue scrive dei poemetti cosmologici, scrive dei testi che sono dal
punto di vista metrico molto più complessi. I nostri crepuscolari sono più o ludici, giocosi,
giocolieri come Palazzeschi o più minimalisti, poeti del quotidiano, della prosaicità quotidiana
come Marino Moretti, come Govoni o Gozzoni.
Quella di Serra è quindi una critica basata sulla sensibilità, sul gusto, sulle letture. E infatti la
summa della produzione critica dedicata alla letteratura italiana contemporanea la troviamo in un
libro che non è altro che una raccolta di questi suoi interventi, molto personali, in cui l’elemento
autobiografico, l’elemento di investimento caratteriale, psicologico sull’autore che legge è molto
forte. Lui legge per scoprire se stesso, per conoscersi meglio, e per trovare nell’altro parti di s e
della sua personalità. Tutto questo porta ad una produzione dispersiva. Lui raccoglie gran parte dei
suoi interventi in un libro del 1914, l’anno prima della sua morte, intitolato “Le lettere”, che vuol
essere una mappatura del panorama letterario contemporaneo, ma soprattutto di quello della poesia.
Uno che intitola un libro “Le lettere” fa pensare a un trattato: no. E’ tutto meno che sistematico il
libro di Serra.
Poi un altro libro, in realtà precedente, del ’12, è un’altra monografia, forse il libro più ambizioso,
più impegnativo di Serra, che è dedicato ad uno scrittore non italiano e neanche moderno,
uno scrittore oggi mal visto, perché è stato il cantore del colonialismo inglese: Rudyard Kipling.
Perché Kipling? Non perché Serra fosse un paladino dell’imperialismo inglese, assolutamente, ma
perché Kipling è l’autore di “Kim”, il romanzo, insieme a Stevenson, il romanzo d’avventura
adolescenziale per eccellenza. La scelta di Kipling è una scelta quasi commemorativa della propria
infanzia e della propria adolescenza, vissuta come un’avventura: la scoperta del mondo, anche di un
mondo difficile, come quello della guerra, del colonialismo, dell’impero britannico, attraverso
quello che Kipling definiva il “grande gioco”, questa attività di spionaggio che il protagonista di
Kim, questo ragazzo svolgeva quasi come un gioco.
Serra è quindi un critico idiosincratico. Un critico molto personale, non sistematico, non
accademico, che ha lasciato poco, perché è morto giovane. E’ morto quasi sacrificandosi, perché era
arrivato agli anni della guerra, con una sorta di stanchezza. Ciò è molto caratteristico della sua
natura, del suo temperamento, questa sorta di “senso della fine”, di una spossatezza, di una
stanchezza che è data sia da un amore assoluto per la letteratura, ma anche dalla consapevolezza
che quell’amore non basta, non è sufficiente. E dalla mancanza, un po’ come per i crepuscolari, di
un appiglio concreto, terreno alla vita. Questi giovani vociani avevano un po’ una vocazione
autodistruttiva, molti di loro. Dino Campana, Slataper, Michelstaedeter, quelli che in qualche modo
cercano la morte…
Una delle testimonianze sulla morte di Renato Serra, morte che è avvenuta ad appena tre mesi di
distanza dall’ultima parola scritta nell’“Esame di coscienza di un letterato”. L’Esame di coscienza è
datato 20 marzo 1915, all’inizio di luglio del 1915 Renato Serra muore nella battaglia del Monte
Podgora, dove sono morti anche Boccioni, Carlo Stuparich e tanti altri italiani, e appunto pare, dalle
testimonianze di chi era lì, che lui era tenente…
Questa generazione di vociani, essendo istruiti, sono una generazione di ufficiali dell’Esercito
italiano. Non sono fanti, ma combattono in trincea come ufficiali di basso livello, come ufficiali
inferiori. Quindi pare che Serra, nel guidare i suoi uomini verso una sorta di carica semisuicida, e
lui pare che si sia volontariamente sporto per dare l’esempio ai suoi soldati… Si è alzato, sopra la
trincea, in piedi, ed è stato colpito. In qualche modo “ha cercato questa fine”. Un po’ come il sigillo
di una parabola che andava verso una sfiducia totale verso le cose, verso la situazione, e anche
verso il suo mestiere e verso la letteratura. E infatti l’“Esame di coscienza di un letterato” è anche
uno straordinario atto d’accusa nei confronti della cultura italiana di quegli anni, oltre che essere
una testimonianza biografica, una confessione, una “riflessione pacifista” ma anche allo stesso
tempo una riflessione sulla necessità, per uno che nella guerra non credeva, di andare volontario in
quella guerra in nome di una partecipazione a una sofferenza generale, quella appunto del
“popolo”.
E’ un libro molto complesso. Già nel 1908, in una lettera ad un suo amico, Luigi Ambrosini, Serra
dà una definizione di sé molto efficace e al tempo stesso molto drammatica: “Gente come noi vive
la vita due volte, come vita e come esperienza spirituale, come materia d’osservazione”.
Questa “duplicità”: vivere la vita due volte, come vita e come osservazione della vita, come
esperienza spirituale, introspettiva. Che vuol dire? Vuol dire che, più che i fatti, le azioni, le gesta
eroiche dello scrittore soldato come nel caso di Ungaretti o di Serra, quello che conta è l’altra vita,
quella appunto in ombra, quella della riflessione, quella che in fondo è anche un’antivita, perché è
tutta basata su un concetto che in questi anni di primo Novecento è decisivo: l’idea della critica
della vita come modo di vivere. In sostanza, il vitalismo di questi autori, che sono tutti giovani e
aspirano a compiere delle esperienze assolute, sia sul campo intellettuale che su quello biografico,
su quello sociale. Il sottofondo di tutto questo, che spiega la ricerca della bella morte in battaglia e i
suicidi, o il ripiegamento verso una dimensione religiosa come in Boine o in Rebora, il chiudersi in
se stessi, è dato da questa caratteristica: la critica alla vita. La corrosione degli ideali, il venir meno
di tutte le fedi, religiose, politiche, ideologiche, umanitarie, collettive dell’Ottocento sono venute
meno… quello che conta per questi autori è che questo loro vitalismo, anche sfrenato, intensissimo,
nasce da una critica radicale alla vita, alla natura, nei confronti della quale sono molto leopardiani:
da un certo punto di vista essi dicono: “il mondo degli uomini, il mondo della società organizzata,
quindi la città, ormai si è meccanizzato, è diventato massificato, omologato, è il luogo della
corruzione, è il luogo in cui ci si perde. E’ anche il luogo dell’eros, dell’eros però inteso come
spreco, come scialo. Contrapposta a questa città c’è la salute, intesa sia come sanità, salubrità
dell’ambiente, di tutto, sia come salvezza, che si trova nella campagna, campagna che in realtà per
loro poi significa montagna. Per Slataper significa il Carso, per Jahier significa i monti tra la Valle
d’Aosta e il Piemonte, per Dino Campana significa la Verna, il monte di San Francesco, Marradi,
l’Appennino tosco-emiliano, per Boine significa l’Appennino ligure… perché la montagna? Non
solo perché è il luogo del sacrificio, della guerra, quindi è un luogo simbolico per l’Italia di questi
anni. Ma soprattutto sulla montagna è salito a predicare alle genti in un’ottica di critica della vita e
di contestazione di tutti gli aspetti e sistemi possibili e immaginabili della vita dell’Ottocento: uno
scrittore chiamato Zarathustra e quindi Nietzsche. E questo spiega il dualismo tra vitalità sfrenata
e pulsione autodistruttiva, la morte, tra amore per la vita e critica della vita: si spiega con il rapporto
apollineo e dionisiaco tragico, cioè Nietzsche. L’arte, il lavoro, l’apollineo, e poi però c’è anche una
pulsione che va verso lo spreco, lo scialo, la dispersione vitale e porta anche alla sfrenatezza. E
molti di questi autori vivono e soffrono le loro esperienze biografiche in questa maniera molto
drammatica.
E quindi, “vedersi vivere conta più che vivere” (?). O meglio, è un binario parallelo, come nel caso
di Serra. E non c’è libro in cui uno scrittore italiano del Novecento si sia messo a nudo letteralmente
come questa confessione, l’“Esame di coscienza di un letterato”. Viene pubblicato nel 1915, esce su
La Voce, non è postumo perché, uscendo sulla rivista, è uscito nell’aprile del ’15, lui l’ha finiti di
scrivere il 25 marzo del ’15 e poi il 20 luglio è morto. E quindi è un vero testamento, da questo
punto di vista. Un testamento che fa i conti con tutto ciò che gli sta intorno, con l’opinione pubblica,
con le idee degli altri intellettuali e quindi inizia in medias res. L’inizio non è né narrativo né
autobiografico, non contestualizza le cose, non le spiega. Il libro di Serra è una sorta di pamphlet,
tra i tanti generi, primo tra tutti la confessione, il diario, il cahier a cui questo libro può
appartenere… Il libro è molto breve, ma è composto da pagine densissime, potentissime. C’è anche
questa dimensione polemica del pamphlet e, quindi, del pamphlet di attualità. Una sorta di presa di
posizione all’interno di un dibattito corrente.
Il libro inizia nel modo più semplice possibile, facendo cioè riferimento a cosa pensa un collega
dell’autore, Giuseppe De Robertis: “Credo che abbia ragione De Robertis”, che in questa fase, nel
’15, è il direttore della Voce bianca. “Quando reclama per sé e per tutti noi il diritto di fare
letteratura malgrado la guerra”. Proprio in un articolo su La Voce nella sua rubrica della Voce
bianca, De Robertis aveva detto: “Sì, questo grande evento che sta monopolizzando la discussione e
l’attenzione di tutti, la guerra, però io rivendico il diritto e lo spazio di continuare a occuparmi di
letteratura, cioè di quello che so fare”. Che è lo spirito della Voce bianca. E quindi, in risposta a
questa rivendicazione di De Robertis che è molto inattuale in quel particolare momento storico,
perché pochissimi sono d’accordo con lui in quello… Quasi tutti gli intellettuali italiani sostengono
che con la guerra bisogna cambiare il modo di scrivere, il modo di vedere le cose, perché è
cambiato il pubblico di riferimento… E poi continua Serra: “La guerra… Sono otto mesi, poco più
poco meno, ch’io mi domando sotto quale pretesto mi son potuta concedere questa licenza di metter
da parte tutte le altre cose e di pensare solo a quella”. Ecco, a differenza di De Robertis, Serra è
ossessionato dal tema della guerra. Non riesce che pensare a quella. “I giorni passano e il peso di
questo conto da liquidare colla mia coscienza…”. Subito imposta la questione: non l’ha voluta lui
quella guerra, lui è contrario. Non è antitedesco, non è neanche un irredentista, quindi non ha come
obiettivo quello della riconquista di Trento e Trieste, dell’Istria o della Dalmazia, però si sente
coinvolto. “Mi annoia e mi attira (questo peso del conto da liquidare con la mia coscienza): come