Lezione 1 - 8/2 - Online
Sfide nel 2021 alla mobilità migratoria
Le sfide del 2021 sono plurime e in primo luogo vediamo che la pandemia di Covid 19 ha portato a tre crisi secondo l’ONU, tra loro collegate:
- La crisi sanitaria, che comporta maggiore difficoltà per i migranti nell’accesso ai servizi sanitari e di prevenzione (sembrerebbe comunque che il covid colpisca meno l’Africa), una crisi sanitaria in molti paesi di provenienza di migranti, difficoltà di accesso a campi profughi e di fornitura di servizi sanitari elementari.
- La crisi socioeconomica, con effetti come la recessione e la perdita di posti di lavoro (anche nei settori in cui si impiegano i migranti), o la difficoltà di accesso agli ammortizzatori sociali per i lavoratori migranti, tanto nei paesi di provenienza quanto in quelli di destinazione. Vediamo effetti, nei paesi di provenienza, anche per quanto riguarda la riduzione di rimesse (soldi che un migrante invia alla propria famiglia ancora nel paese di provenienza dal paese di arrivo, che sono un ‘guadagno’ fondamentale per molti), che comunque quest’anno non si sono ridotte in modo drammatico, maggiori ‘push actor’ (fattori che spingono a lasciare il proprio paese) e allo stesso tempo maggiore difficoltà di mobilità (frontiere chiuse, mezzi di trasporto non disponibili…), tuttavia c’è maggiore valorizzazione dell’immigrazione e del bisogno di mano d’opera straniera, in particolare nei settori dei servizi sanitari, nell’agricoltura, logistica, servizi alla persona...
- La crisi di protezione, per motivi di violazione dei diritti umani ci sono persone che devono lasciare il proprio paese ma ci sono restrizioni per lasciare il proprio paese e nei paesi di transito, restrizioni del rimpatrio, maggiore difficoltà di accesso ai sistemi di asilo, lunghezza della procedura a causa di restrizioni amministrative e nei paesi in via di sviluppo innanzitutto ci sono difficoltà nel ricevere aiuti umanitari e trovare accoglienza.
La situazione attuale è fortemente caratterizzata dalla situazione covid 19.
Nuova politica su migrazioni e asilo negli Stati Uniti
Nell’attualità, vediamo una nuova politica degli USA sulle migrazioni e asilo: abbiamo passato 4 anni (2017-20) di politiche apertamente anti-migranti e migrazioni, nonché anti-multilateralismo/internazionalismo/globalismo e ora vediamo un orientamento diverso con l’amministrazione Biden, in particolare si assisterà a:
- Un ritorno degli USA nella concertazione internazionale.
- Abolizione del divieto d’ingresso per coloro che provengono da alcuni paesi islamici.
- Superamento della politica di chiusura nei confronti del Messico.
- Finanziamenti alle organizzazioni ONU per rifugiati.
- Regolarizzazione delle situazioni di molti milioni di migranti.
- Gli USA diventeranno di nuovo un ‘global player’ in materia di migrazioni e di rifugiati.
Inoltre, gli USA tornano nell’OMS e in altre organizzazioni internazionali.
Effetti della Brexit sulla migrazione
Vediamo anche effetti della Brexit sulla migrazione:
- Impatto sulla migrazione intra-UE.
- Nuova emigrazione italiana (con caratteristiche diverse da quelle precedenti, della WWI e della WWII, essendo stato il primo paese di destinazione la Gran Bretagna e la Brexit avrà un importante effetto).
- La normativa europea sull’asilo non sarà più applicabile in Gran Bretagna.
- Le ONG britanniche non potranno più accedere ai fondi UE.
Definizioni
Nella definizione delle Nazioni Unite si fa una distinzione tra:
- Short term migrant, un migrante con massimo tre mesi di permanenza.
- Long term migrant, un migrante con più di un anno di permanenza.
Si vedono delle eccezioni, per esempio chi è in missione diplomatica o militare non è da considerare migrante, così come anche il turista.
Si fa poi una distinzione tra:
- Migrante interno, che migra all’interno del proprio paese.
- Migrante internazionale, che ha lasciato il proprio paese.
Vi sono poi gli IDPs (rifugiati interni) e i lavoratori transfrontalieri (che non sono migranti).
In base alla definizione sociologica, il migrante internazionale è colui che ha lasciato il proprio paese per andare in un altro paese. Per cui in questa definizione è importante esclusivamente il luogo di nascita. (ES. Ibrahim è nato e cresciuto ad Ancona, ma è figlio di marocchini. È un migrante? Secondo questa definizione no, è figlio di migranti, in quanto in questa definizione è distintivo il luogo di nascita e lo spostamento. Però Ibrahim è uno straniero e quindi è migrante in base ad un’altra definizione, che prende in considerazione lo status giuridiconon ha la cittadinanza italiana).
In base alla definizione giuridica, migrante è colui che vive in uno Stato di cui non possiede la cittadinanza. Questo perché tale definizione ha a che vedere con lo status giuridico.
Nell’Unione europea, gli stranieri sono migranti se non hanno la cittadinanza del paese e dunque vengono conteggiati anch’essi come migranti.
In Italia, l’unico elemento di IUS SOLI è il fatto che se un bambino è nato in Italia da non italiani e vive fino ai 18 anni può richiedere la cittadinanza entro un anno. Dunque, una volta richiesta ed ottenuta la cittadinanza, Ibrahim non è più un migrante in base a nessuna delle definizioni.
Nei paesi con lo IUS SOLI, il figlio nato nel paese da genitori stranieri non è un migrante.
Il numero di coloro che rientrano nella definizione sociologica di migrante è ben maggiore rispetto al numero di coloro che rientrano nella definizione giuridica (straniero). Un rifugiato è un migrante, essendo colui che ha attraversato confini internazionali e non ha la cittadinanza. Di fatto, parlare di rifugiato e migrante non è totalmente corretto perché il rifugiato è un migrante. Si può invece fare una distinzione tra migrante per motivi economici e rifugiato.
Lezione 2 - 10/2 - Presenza
Cosa c’è dietro la decisione di migrare?
Si parla soprattutto di migrazioni internazionali, ma esistono anche le migrazioni interne. Spesso si parla di affrontare le cause profonde della migrazione (root causes), innanzitutto quella irregolare, e questa è un denominatore comune tanto tra esponenti di destra, quanto di sinistra e di centro. Si cerca di comprendere cosa si può fare nei paesi di origine per disincentivare lo spostamento.
I motivi per migrare
Le cause – root causes – della migrazione (pull factors & push factors).
I motivi fanno riferimento alla persona. Le cause fanno riferimento al paese di origine.
- Motivi di famiglia.
- Cause di natura economica-sociale.
- Motivi di lavoro.
- Cause di natura politica (persecuzione; discriminazione; mancanza di rispetto dei diritti umani e/o delle libertà fondamentali).
- Motivi di protezione.
- Motivi legati a eventi ambientali.
- Cause di natura religiosa.
- Motivi di studio/formazione.
- Motivi religiosi.
- Cause derivanti da conflitti armati/violenza generalizzata.
- Motivi di salute.
- Cause ambientali; cambiamento climatico.
- Curiosità/avventura.
- Cause legate al colonialismo/In riferimento all’Europa, statisticamente parlando il motivo principale di migrazione è il espansionismo (storia).
- Ricongiungimento famigliare.
- Cause miste.
- Altre cause.
Negli anni ‘90 il motivo principale in Italia era il lavoro, con il tempo è cambiato, attuandosi il fenomeno del ricongiungimento (Questo succede nei paesi in cui vi è una lunga tradizione migratoria, come la Germania, la Francia, la Gran Bretagna, i paesi del nord). È un elenco molto schematico, molto spesso si trovano una commistione di motivi (lavoro-famiglia, protezione-famiglia, religione-protezione).
Normalmente sono i punti 2 e 5 che portano il rifugiato a chiedere asilo. Si possono combattere le root causes tramite interventi militari, spingere alla creazione di uno stato democratico, ma anche interventi di natura economica per affrontare la povertà, la disoccupazione. Il fatto però che le condizioni sembrino non cambiare mai nei paesi dà una prospettiva negativa sulla possibilità di risolvere tutto ciò. Gli interventi economici potrebbero essere efficaci per andare a risolvere problematiche legate alla povertà in alcuni paesi.
Molti dei migranti che vediamo in strada non provengono dai paesi più poveri, poiché quando qualcuno vive in un paese sottosviluppato, magari in campagna, la sfida di partire verso, per esempio, l’Europa è una cosa impensabile e non solo a causa dei soldi, ma anche a causa della loro capacità di migrare (migration skills- conoscere altre lingue, sapersi orientare…). Dunque, i migranti sono riusciti a migrare grazie alle loro capacità di migrare (migration skills). Non sempre poi qualcuno emigra dal proprio paese ad un paese molto lontano e diverso, es. dal Sud Sudan è difficile che qualcuno si sposti in Europa. Chi, dunque, emigra per andare in un paese lontano e diverso? Genericamente chi ha un minimo livello di istruzione e fa parte della classe media e chi non proviene da paesi come Haiti o Sud Sudan (molto poveri), ma magari da paesi come il Marocco (non particolarmente povero, 1° paese per immigrazione in Europa per motivi lavorativi). Dunque, se si interviene come Stato o come Unione in un paese povero ma con già un certo livello di sviluppo si rafforza la classe media, quella che effettivamente emigra attraverso aiuti internazionali creo le migration skills perché le persone possono avere contatto tramite i media e la globalizzazione con il resto del mondo. Per questo motivo, l’investimento per combattere le cause della migrazione per un periodo spinge le persone a emigrare. Quando Salvini era ministro dell’interno, si parlava di ‘aiutiamoli a casa loro’, quando di fatto questa politica porterebbe ad un’ulteriore migrazione.
Dati statistici del fenomeno migratorio
I numeri del fenomeno migratorio richiedono un’interpretazione, perché da soli rivelano poco, essendo anche necessario mettere a confronto i numeri stessi. Le grandi organizzazioni internazionali tendono a “drammatizzare” i numeri e questo ha a che vedere con l’organizzazione interna dell’organizzazione, poiché più grandi sono i numeri più sono i fondi e l’importanza dell’organizzazione stessa. Il che non vuol dire che i numeri vengono alterati, ma i numeri sono stime, non sono mai precisi e dunque si tende a fare stime favorevoli per l’organizzazione.
Perché si ha un aumento della migrazione internazionale nel mondo? I motivi possono essere plurimi, magari legati al criterio di rilevazione dei numeri, all’evoluzione dei media, alla globalizzazione (divario paesi sviluppati-paesi sottosviluppati), all’evoluzione dei mezzi di trasporto. Ci sono paesi che hanno lo stesso livello di immigrazione e emigrazione (es. Italia), altri di sola o quasi emigrazione si deve dunque anche guardare di quale tipo di migrazione si parla.
In Africa, vediamo che a livello globale tutto il continente è solo al 3° posto per la migrazione, con una migrazione più ampia dall’Europa (non UE, per cui pesa la migrazione delle aree balcaniche o interne all’Unione) e Asia. In Africa, il paese che più accoglie è il Sud Africa (per un certo periodo è stato il paese che aveva più richieste di asilo), ma anche in Nord Africa si accolgono anche migranti c’è un’importante migrazione interafricana, con il 50% di migranti africani che rimangono in Africa. In Asia, i paesi con più immigrati sono i paesi del golfo (Emirati, Arabia Saudita). I continenti di provenienza dei migranti sono Asia (India, Cina, Siria) in primis, Europa (Russia), Sud America, Nord America, Africa e Oceania.
Stock = quantità in un momento, Flow = nel periodo.
Lezione 3 - 15/02 - Online
Provenienza e destinazione dei migranti internazionali
La provenienza dei migranti internazionali, vede al primo posto l’Asia (40%, di cui India 17, Cina 10 e Siria 8), seguita dall’Europa (24% di cui la Russia conta il 10,5%), Africa (14,7%), Sud America (14%), Nord America (2,4%) e Oceania (0,8%).
Per quanto riguarda la destinazione dei migranti, vediamo al primo posto l’Europa, seguita da Asia, Americhe e Africa. Mentre per quanto riguarda i paesi, vediamo nel 2019 come primo paese nel mondo gli USA, seguiti da Germania, Arabia Saudita (un paese di immigrati per il basso numero di abitanti nati lì), Russia, Gran Bretagna, Emirati Arabi e Francia. La Francia conta 8,3 milioni di immigrati, mentre l’Italia 6,3 milioni (immigrati secondo la definizione sociologica). In Unione Europea, vediamo nel 2019 60,8 milioni di nati all’estero, con un totale di stranieri che ammonta a 41,3 milioni, di cui 18 milioni provengono da altri paesi dell’UE.
I principali paesi di immigrazione in UE sono la Germania, che ha avuto un forte incremento dal 2015, anche in seguito alla guerra in Siria, Regno Unito, Italia, Francia e Spagna. I paesi che hanno maggiore apertura per la naturalizzazione hanno una forbice maggiore tra stranieri e nati all’estero, mentre per esempio in Italia la forbice è meno ampia (differenza di un solo milione tra nati all’estero e stranieri).
Il potenziale migratorio, cioè il desiderio degli adulti di lasciare il proprio paese, vede la percentuale più alta in Africa (quasi un terzo), nell’Europa (non UE) la percentuale tocca il 27%, mentre nell’Unione europea il 21%. Rispetto alla media dell’Unione, l’Italia ha una percentuale più alta (32%), e l’Italia è al nono posto in qualità di destinazione preferita dei migranti, con gli Stati Uniti al primo posto, seguiti da Germania e Canada. Il potenziale migratorio in Nord America, Asia e Oceania scende sotto il 10%.
Migrazioni forzate
Per quanto riguarda le migrazioni forzate, vediamo nel dicembre 2019 (fonte UNHCR) un numero di 79,5 milioni di migranti forzati, con la metà che sono minori. Nel 2006 avevamo solo 34 milioni di migranti forzati. L’aumento più importante si è visto tra il 2010 e il 2016, ma anche dal 2018 e 2019 abbiamo visto un aumento di 10 milioni, con il principale paese di origine la Siria, con 13 milioni di migranti forzati e la causa sono principalmente i conflitti interni (non internazionali, i conflitti interni sono cresciuti dopo il crollo dell’URSS con anche la guerra in Jugoslavia).
Chi sono i migranti forzati?
Sono quei migranti che migrano per ragioni che prescindono dalla loro volontà, che scappano da guerre, persecuzioni o a causa di calamità naturali (solo se rientra nelle tre categorie si parla di migrante forzato). Secondo l’UNHCR, i migranti forzati sono tre categorie di persone:
- Rifugiati, quindi persone che si trovano fuori dal proprio paese e che hanno chiesto e ottenuto protezione dal paese di destinazione. I rifugiati rappresentano quasi 30 milioni di persone (inclusi 5,5 milioni di palestinesi, contati a parte a causa del trattamento internazionale della Palestina, che non è uno stato e perché quando è avvenuta l’espulsione dei palestinesi con la nascita di Israele la comunità internazionale aveva difficoltà a classificare il popolo, preferendo considerarli profughi, perché questo sfollamento è avvenuto con la benedizione delle UN). Nello statuto dell’UNHCR, nel dicembre 1950, si dice la competenza dell’UNHCR nell’assistere coloro che sono provenienti da tutti i paesi del mondo con esclusione dei palestinesi l’UNHCR non ha competenza ad assistere i palestinesi, poiché esiste un organismo particolare di assistenza ai rifugiati palestinesi, UNRWA, che assiste, e non protegge, i palestinesi che si trovano nel Medio Oriente (non altrove, comunque questi sono i territori dove vivono la maggior parte dei palestinesi). I rifugiati palestinesi tra il 2018 e il 2019 sono cresciuti da 5,3 a 5,6 milioni non per nuovi esodi, ma perché si sono moltiplicati, essendo stati incentivati a procreare. I rifugiati provengono per il 50% (non contando i palestinesi) dall’Asia, dall’Africa per il 32,2%, dall’Europa per il 13,4% e dalle Americhe e Oceania per il 4,4%. Sorprende una percentuale bassa delle Americhe e Oceania, a causa del recente esodo in Venezuela, ma può essere difficile classificare un individuo come rifugiato. Soprattutto i rifugiati provengono dalla Siria (6,6 milioni), Venezuela (circa 4 milioni), Afghanistan (2,7 milioni), Sud Sudan (2,2 milioni), Myanmar (1,1 milioni) e Somalia (900 mila). Dato il recente colpo di stato, il Myanmar potrebbe vivere ora un forte esodo di rifugiati. L’85% dei rifugiati vivono in paesi in via di sviluppo, il 73% in paesi confinanti a quello d’origine.
- IDPs (migranti/sfollati interni), sono la categoria più numerosa, con un forte aumento rispetto al 2018. Si trovano prevalentemente in Colombia, Siria, Iraq, Congo, Sudan e Ucraina.
- Richiedenti asilo. Nel 2019 erano 4,2 milioni.
Qualche altro numero: i rimpatri nel 2018 erano pochi, 600 mila nel 2018, 700 mila nel 2017, IDPs tornati nel 2019 erano 5,3 milioni con un forte aumento rispetto al 2018, i resettlement, ovvero i rifugiati trasferiti da un primo paese di approdo dove non possono rimanere (compito dell’UNHCR di organizzare il resettlement) in un altro nel 2018 erano 103000 mila, con una diminuzione di quelli organizzati dall’UNHCR a causa delle politiche di Trump.
I principali paesi di accoglienza sono Turchia, Colombia, Pakistan, Uganda, Germania, Libano e Iran (i numeri non includono gli ex rifugiati naturalizzati). In Unione europea, la totale presenza di rifugiati è di 2,3 milioni e le richieste d’asilo nel 2018 di UE e Svizzera, Norvegia e Liechtenstein (tot 31 paesi) erano 578 mila, con una riduzione forte rispetto al 2017 e ancora di più rispetto al 2016 (quando erano 1.259.955), a causa d
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