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LIBRO: Introduzione alla criminologia di Isabella Merzagora

Esame orale principalmente sugli appunti delle lezioni

1 LEZIONE, 11/09:

La ricerca del tentativo di capire perché l’uomo commetta un reato è nata prima della criminologia, che invece nasce sul finire

del XIX secolo, ma giù poco prima c’erano gli statistici morali che si interrogavano suol perché ci fossero reati in certe fasce di

popolazione. Questo è perché vediamo un quadro di Tiziano: egli ritrae Caino e Abele, elemento di riferimento parlando di

criminologia perché il fraticidio di loro è un archetipo culturale ed uno dei fondamenti della cultura occidentale.

Nella Bibbia troviamo diversi riferimenti letterali: ecco perché la criminologia esisteva prima che qualcuno la inventasse.

Il quadro ci dice la considerazione nei confronti della vittima, lo studio dell’autore (Caino con un gesto colpisce Abele e lo

espelle dal mondo delle relazioni: la vittima è in una condizione di sofferenza), il contesto (no altre persone, no segnali di

lucidità, ma solo il fraticidio: non c’è civiltà né un richiamo alla vita) —— chi si occupa del crimine sa che ha a che fare con

questi temi.

Un altro esempio in letteratura di profonda analisi criminologica prima della nascita della criminologia è l’opera/letteratura dei

narratori russi (inventori del romanzo sociale e psicologico: Delitto e Castigo di Dostojevski): l’autore non era estraneo ai temi

del delitto e del castigo, perché è stato processato per aver partecipato a moti insurrezionali ed è stato preso dal carcere ed è

stata simulata la sua condanna a morte. Il romanzo è la traduzione della traduzione francese del titolo russo, che in realtà era

delitto e pena, il che ci dice che l’autore aveva letto C. Beccaria (espiazione della pena e rieducazione).

Anche la musica si è occupata di crimini e, ad esempio nella lirica, emerge molto: in Tosca di G. Puccini, Tosca uccide

Scarpia e lo fa in modo catartico. Nel Don Giovanni di Mozart, egli è l’emblema di una volontà che non accetta di essere

compressa ai dettami della Convenzione: si ribella e qui vi trova il castigo che gli impone la commenzione. In Medea (maga

straniera) e Giasone, la donna uccide i figli per vendicarsi del marito, che l’aveva tradita: in questo gesto non c’è solo un atto di

vendetta nei confronti di Giasone, ma c’è anche una condizione di estraneità in cui ella era stata posta, tema che troviamo oggi

nei fenomeni criminali riguardanti ragazzi giovani appartenenti a diverse culture, che vivono in una condizione di aporia

culturale.

Il crimine è presente nella storia dell’uomo ed è ineliminabile sostanzialmente, ma possiamo solo cercare di individuare

strategie che lo contengano: dobbiamo capire quando l’approccio al tema del crimine/reato comincia ad ammantarsi di

scientificità. Degli scienziati belga si interrogano sul perché vi sia una certa frequenza di determinarti comportamenti delittuosi in

certe fasce sociali: il vero punto di svolta si ha a cavallo tra il XIX secolo ed il XX secolo (superato l’Illuminismo: al centro di ogni

dinamica riflessiva c’è la ragione) e si avvia quel lungo percorso che coinvolge molte aree del sapere che è detto positivismo,

cioè l’idea che la scienza possa dare una risposta a qualsiasi fenomeno, compresi quelli umani.

In questo momento storico si innesta la vita di Cesare Lombroso, che nasce a Verona e muore a Torino, dove nascerà

un’eredità particolarissima che è il Museo Cesare Lombroso, dove si trovano ancora molti dei reperti sui quali studiò Lombroso

(c’è un altro museo criminologico a Roma): sono soprattutto reperti anatomici, corpi di reati, tavole di misurazione etc.

Lombroso era fissato col trovare una cause che potesse essere definiva la causa predeterminante il comportamento criminale,

fino a quando si convinse di una certa teoria: prima di arrivare alla sua valutazione sul perché l’uomo delinque, egli fa

misurazione di tutti i tipi (statura, mancinismo, dimensione del cranio, malattia mentale: Mantegazza, scienziato del XIX secolo,

definisce Lombroso come l’alienista con la bilancia). Egli scriverà anche in un atteggiamento antisemita, ma pochi sanno che

egli era ebreo: in certi momenti lo vive con partecipazione, altre volte con disagio. Scrive anche di biciclette in modo negativo,

ma si schiera contro il misoneismo (avversione alle nuove teorie): inoltre partecipa ad un congresso internazionale di medicina

a Mosca, scusa per andare a trovare Tolstoy. I due cercano di fare colpo l’uno con l’altro: litigano sulla pena di morte. Lombroso

pensava che, a causa di situazioni biologiche irreversibili, per alcune persone non c’è nulla da fare, mentre Tolstoy è in

disaccordo.

Gli studi di Lombroso per i quali è divenuto famoso in tutto il mondo sono i seguenti: egli svolge un’autopsia sul cranio del

brigante Villella (era anche medico legale) e si accorge di un’alterazione nella fossetta occipitale. Da qui svolge studi e ricerche

e si convince della sua intuizione: delinquere non è mai riconducibile ad un’unica matrice, ma Lombroso ha centrato l’attenzione

sull’uomo che delinque e di aver sviluppato il metodo clinico nell’osservazione dei delinquenti, andando a creare una disciplina

detta antropologia criminale, ossia lo studio dell’uomo che delinque (Uomo delinquente è il titolo della sua opera più famosa).

Qualche ano dopo si occuperà anche della donna delinquente, ma le valutazioni erronee di Lombroso si fanno ancora più

marcate, ma sono a che il riflesso di un’epoca maschilista, sessista, patriarcale e discriminatoria: la donna delinque meno

perché non ne ha le capacità e, quando lo fa, ricorre alla prostituzione.

L’antropologia criminale ha grande successo e diventa oggetto di studi sia in Italia (Ferri, Garofalo) che in altri paesi: diventa

oggetto di speculazione scientifica e resta nelle aule universitarie fino al fascismo, che abolisce l’insegnamento

dell’antropologia criminale fino agli anni ‘50 perché la vedeva con sospetto, poiché lo Stato voleva avere il controllo del

ragionamento politico e scientifico e capire le ragioni retrostanti al delitto potevano sfuggire al controllo.

Manca però qualcosa: l’ambiente, luogo dove il reato di genera e si sviluppa, dove uomo e donna si relazionano con altre

persone. L’approccio alla condotta criminale non può quindi essere solo legato all’approccio antropologico od all’ambiente, ma i

due aspetti devono coesistere.

Chi è il primo a ragionare sull’ambiente e sulla contaminazione? A Chicago c’è un’importante scuola di sociologia, dove si

genera il pensiero sociologico moderno, dove troviamo uno scienziato Edwin Sutherland, che è il capostipite della scuola di

pensiero sociologico. L’opera che lo rende un elemento di riferimento assoluto per la criminologia è quella che contiene la teoria

delle associazioni differenziali, dove egli enumera nove punti, la cui comprensione o rilevazione determina l’esplicazione del

fenomeno criminale: Sutherland non si occupa della biologia ed anatomia, ma rilevano le persone con le quali si ha a che fare.

L’idea della contaminazione e dell’emulazione c’era già: nasce così la criminologia dell’osservazione ambientale, che si

contrappone all’antropologia criminale lombrosiana. Sutherland diventerà poi famoso per l’opera The white collars crime, dove

egli dice che non sono solo i poveri a delinquere, ma lo fanno anche i professionisti (medici, dirigenti, professori, notai): ciò

sposterà il focus anche suole fasce sociali più alte.

I seguaci di Lombroso e di Sutherland elaborarono molte teorie negli anni successivi (Mazza, Hirschi etc): le due visioni

rimangono su rive differenti del medesimo fiume fino agli anni ‘70/‘80, quando si cominciò a formare una nuova

consapevolezza negli studiosi della criminologa. Per capire le motivazioni retrostanti ad una condotta criminale, bisogna

attingere da entrambi i filoni teorici di cui sopra: dunque arriviamo ad una definizione, ossia il crimine è il risultato di una

somma/addizione, dove abbiamo solo due addendi, che però sono reciprocamente indifferenti, ossia tanto maggiore è il valore

di uno tanto minore sarà il valore dell’altro.

Quali sono i due addendi? Questi sono il risultato dello sforzo scientifico e teorico che si è sedimentato a partire da Lombroso e

da Sutherland, ossia la predisposizione individuale (corredo biologico dell’individuo: comunque esiste una situazione che può

facilitare il ricorso all’atto o contenerla od eliminarla) e la contaminazione ambientale (quanto l’essere cresciuto in un dato

contesto ha influito sulle scelte comportamentali di quell’individuo: è comunque necessaria una scelta individuale).

Un detto popolare fa riferimento a questa situazione, ossia l’occasione fa l’uomo ladro: a parità di predisposizioni, in certe

situazioni, un certo tipo di atteggiamento diventa maggiormente percorribile rispetto ad altre situazioni —— la dimensione delle

relazioni è fondamentale per valutare e capire i comportamenti.

La criminologia è scienza? Ci si interroga a partire dalla fine del 1900: la risposta è positiva, ossia la criminologia è scienza

autonoma, perché è empirica (valuta fenomeni attraverso le ricerche) e perché consente la stratificazione teorica e dalla

successione delle teorie consente di estrarre la visione più accurata (prospettiva non valutativa, perché altrimenti la capacità

operativa diventa meno professionale, ma la prospettiva è asettica del criminologo); la domanda preminente alla quale il

criminologo cerca di rispondere è why: rispondere a tale domanda può assumere dimensioni di complessità eterogenea,

perché se due persone si aggrediscono in un contesto di viabilità stradale, dobbiamo capire perché e come si genera tale

condotta. Ma come facevano dei padri di famiglia amorevoli coi figli a cremare migliaia di persone nei campi di

concentramento? Rispondere a tale domanda è difficile (esempio del processo Eichmann del 1961: Hannah Arendt, in La

banalità del male, dice che quelle persone non erano mostri).

L’opera Effetto Lucifero di Zimbardo, psicologo sociale ed autore dell’esperimento della Stanford University, dove il professore

seleziona 24 studenti: 18 vengono effettivamente arruolati e 6 sono riserve. I 18 vengono divisi in due sezioni: 9 carcerieri e 9

prigionieri: l’esperimento viene interrotto per la violenza verbale e fisica tra i partecipanti.

Per fare questo, la criminologia dove dotarsi di strumenti: userà il diritto (è reato ciò che la legge stabilisce come tale), la

psicologia (scienza del comportamento umano), la psichiatria (quando la malattia mentale possa incidere sulla condotta

criminale) la statistica (altrimenti si rimane nella vaghezza), l’arte, la filosofia, la storia e la sociologia.

2 LEZIONE, 18/09: Sicurezza nelle città: sono davvero diventate più pericolose?

Se dovessimo accontentarci della rappresentazione mediatica avremo un’idea differente del tema della sicurezza rispetto

all’oggettività, poiché vi è una tendenza della narrazione mediatica a sottolineare gli aspetti di criticità della sicurezza: la

narrazione tende a sovraesporre alcuni elementi critici, non rendendo sempre facile all’interlocutore una possibilità di formarsi

un’idea oggettiva corrispondente al vero. D’altra parte questo si combina perfettamente con alcuni studi: fra le varie teorie di

psicologia sociale, ce n’è una che ci interessa particolarmente, ossia quella elaborata dai costruttivisti: rispetto ad un certo

fenomeno diverse possono essere le conoscenze e le rappresentazioni che lo riguardano e, col fenomeno criminale, ciò diventa

particolarmente evidente. Dunque, rispetto al tema della criminalità e della sicurezza, abbiamo tre punti di vista:

• della criminalità conosciuta;

• della criminalità effettiva;

• della criminalità per gli elementi dei consociati.

Come si genera la conoscenza del fenomeno criminale e dunque la prospettiva del fenomeno nella sua conoscibilità? Questo si

conosce in base alle denunce (prospettiva antecedente rispetto al processo ed all’individuazione del colpevole) dei subiti reati,

alle querele ed agli esposti: per quanto riguarda il tema della conoscenza del fenomeno, le denunce consentono di giungere ad

una sua configurazione ed ad un suo dimensionamento. La prospettiva di dimensionamento di tale fenomeno non esaurisce il

problema: sfugge l’effettività del fenomeno; se di un certo fenomeno ho una conoscenza x, l’effettività del fenomeno sarà

tendenzialmente x più qualcosa. Dunque l’effettività del fenomeno è una grandezza maggiore rispetto a quella dimensionata

dalla sua conoscibilità: qui dobbiamo però operare delle distinzioni. Questo discorso va bene se lo riferisco al tema del

fenomeno criminale in generale, ma se entro nelle diverse tipologie di condotte criminose, devo sapere che la differenza tra la

conoscibilità del fenomeno e la sua effettività può variare: usiamo un indicatore che è stato inventato dai criminologi anglofoni

che è detto dark number o numero oscuro, che è dunque la differenza tra il fenomeno conosciuto ed il fenomeno

effettivo. Però le singole condotte criminose introducono una notevole complessità: esistono quindi reati con un dark number

molto elevato ed altri con un dark number molto contenuto. Se l’elemento che genera la conoscibilità sono le denunce, ciò che

produce il dark number è la tendenza alle denunce: reati denunciati quasi nell’’interezza della loro effettività avranno un dark

number molto contenuto; reati con una tendenza alla denuncia molto contenuta avranno un dark number molto elevato.

Perché un cittadino ha comportamenti diversi rispetto alla denuncia di reato? Perché il solo elemento di carattere soggettivo

incide sulla volontà di denuncia di chi ha subito il reato e non riguarda solo la propensione di buona volontà a presentare la

denuncia: si fa l’esempio della bicicletta rubata (lucchetto tranciato). Può darsi che io abbia pensato “non ha senso fare la

denuncia”: fin qui la valutazione di presentare o meno al denuncia ha un suo fondamento nella convenienza, nella

disponibilità e nell’interesse a proporla. Ci sono però situazioni dove la buona volontà e l’interesse sono affiancati da altre

motivazioni che rendono la propensione a sporgere denuncia del tutto insuperabile o reati dove la volontà di sporgere

denuncia è controbilanciata da elementi di forte limitatezza della possibilità di sporgerla o persino di non opportunità, che

incidono sulla propensione stessa alla denuncia: se viene rubata l’autovettura, tutti sporgerebbero denuncia (a differenza del

furto della bici), per diverse ragioni, quali la responsabilità penale, civile ed amministrativa derivante dal fatto che taluno, con

quell’autovettura, commetta degli illeciti ed il proprietario non abbia sporto denuncia: inoltre, spesso l’autovettura è coperta da

una polizza assicurativa, che risarcisce l’eventuale furto, ma per poter innescare la procedura di risarcimento, bisogna prima

presentare una denuncia di furto. Questo ci dice che, nel caso di beni mobili registrati, è contenuto il differenziale tra il

conosciuto e l’effettivo: l’avverbio quasi dovrebbe sorprenderci, perché è difficile immaginare una situazione dove il proprietario

di un’autovettura non sporga denuncia nell’ipotesi in cui essa gli venga sottratta, ma esiste però una casistica in tal senso,

riguardante situazioni che erano ab origine fallaci dal punto di vista giuridico (proprietà senza titolo o possesso ingiustificato

od utilizzo di quella vettura senza l’obbligatoria polizza assicurativa). Nelle statistiche sappiamo che uno dei reati con il dark

number più basso è il furto di autovetture, a cui seguono i furti di appartamenti: il reato con il dark number più elevato è il reato

la cui consistenza effettiva è più molto lontana dal dimensionamento numerico che le denunce esprimono e si tratta delle

violenze di genere, in particolare delle violenze sessuali (art. 609 bis e ss). Anche nell’aumento delle denunce, rimaniamo sui

livelli di consistenza del dark number estremamente elevati: parliamo di possibili dark number del 90% (su 100 violenze solo

10 vengono denunciate). Questo avviene per una difficoltà della vittima nel presentare la denuncia: non sarà una difficoltà

nascente da una valutazione di scarso interesse, ma siamo di fronte ad una difficoltà che deriva da motivazioni più significative

ed incidenti nella soggettività della vittima, che possono essere la vergogna (la colpa non è propria, ma del colpevole), il

timore della riprovazione e di essere giudicati e la paura di ritorsioni. Il criminologo non può accontentarsi del dato ufficiale

sulla criminalità: sono quindi nati degli strumenti per ovviare alla mancata conoscenza adeguata al fenomeno, tra i quali si ha

l’inchiesta confidenziale, uno dei più efficaci. Esso consiste nel raggiungere protagonisti di fenomeni criminosi che rendono

loro informazioni suppletive od addirittura alternative rispetto alla denuncia od alla mancata denuncia: il meccanismo per quanto

riguarda la violenza sessuale è stato affrontato in questi termini.

Il risultato di queste inchieste, che garantivano l’anonimato, è che un numero elevato di donne aveva subito atti di violenza

sessuale, il che aveva generato una situazione in linea con l’art. 609 bis: la politica criminale, cioè le scelte inerenti il diritto

penale od i temi della sicurezza avanzate dal legislatore, tiene conto delle suggestioni

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Scienze giuridiche IUS/01 Diritto privato

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ascanio_schiavon di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Criminologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Brescia o del prof Romano Carlo Alberto.
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