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Filologia e critica dantesca

Non abbiamo autografi danteschi (che noi sappiamo) anche per via della vita travagliata che ha avuto Dante. Dopo l’esilio (1302), abbiamo pochissime notizie certe: non abbiamo autografi o documenti significativi. Ci sono poi molti punti della sua vita che sono ancora oscuri: quando inizia a scrivere? Quando soggiorna a Verona? Pare che nel 1320 sia lì a discutere la Quaestio de aqua et terra.

Dartmouth Dante Project

Il Dartmouth Dante Project riporta tutti i commenti dell’opera di Dante dal 1322 e arriva ad alcuni dei commenti più recenti (es. Anna Maria Chiavacci Leonardi). Mancano però i commenti più recenti in assoluto, es. quello di Giorgio Inglese, Enrico Malato, Luisa Ferretti Cuomo (solo Inferno).

SDI (Società Dantesca Italiana)

  • Sito con bibliografia su Dante
  • Edizioni critiche di riferimento
  • Fondata nel 1800, ha realizzato una grande edizione nel 1921

Nel 1966-67 esce l’ed. di Giorgio Petrocchi in base all’antica vulgata. Da quando Boccaccio diffonde e copia i testi della Divina Commedia non si capisce più quali sono le lezioni originali e quali quelle di Boccaccio: bisogna stabilire quali manoscritti c’erano prima del 1350 (DC boccacciana) e lavorare su quelli. Petrocchi così individuò 27 manoscritti base per la sua edizione. Molto meno dei 600 o anche 800/900 testimoni che abbiamo disponibili se includiamo i frammenti ricavabili dai palinsesti.

Paolo Trovato* revisione di tutti i manoscritti a tappeto tramite il computer. Ha pubblicato solo l’Inferno e lavora fuori dalla SDI, che invece si affida a Giorgio Inglese edizione avanzatissima del 2021, che sostituisce quella di Petrocchi. *crede che tutta la DC si origini dalla speranza che Enrico VII discenda in Italia, quindi il veltro di Inferno I è Arrigo VII di Lussemburgo, ma come vedremo non funziona questa logica.

Interpretazioni critiche e fonti

Per Casadei, per capire Dante si parte dal testo e il poema esce dopo il 1310.

Dantesources fonti di Dante:

  • Dante Medieval Archive
  • DanteSearch utili per interrogare il corpus delle opere di Dante
  • Hypermedia Dante Network ancora in costruzione, permetterà di ricercare commenti già taggati. Collabora Zaccarello

Inferno I Canto

Porta di S. Pietro dovrebbe essere la porta del Paradiso: nei Vangeli Cristo dà a S. Pietro le chiavi e S. Pietro può far entrare solo chi è degno. Ma poi quando Dante arriva al Paradiso questa porta non c’è. Possibile che Dante si sia sbagliato su una cosa così fondamentale? Probabile, considerato che probabilmente come vedremo i primi 4 canti circolarono ben prima del resto dell’opera e non poté correggere l’errore.

E io a lui: "Poeta, io ti richeggio per quello Dio che tu non conoscesti, acciò ch’io fugga questo male e peggio, che tu mi meni là dov’or dicesti, sì ch’io veggia la porta di san Pietro e color cui tu fai cotanto mesti". Allor si mosse, e io li tenni dietro.

Per molti questa porta di S. Pietro sarebbe da individuare nella porta che troviamo in Purgatorio IX, cioè la porta del Purgatorio. Ma Dante dice di voler vedere il punto più basso (=Inferno) e quello più alto (=Paradiso), quindi non può essere, siamo solo a metà strada. E poi era un topos troppo diffuso per contraddirlo così e soprattutto senza spiegazioni, senza che il lettore potesse capirlo. Non c’è qualcosa che permetta né a Dante-personaggio né al lettore di decodificare questo problema.

Quando avviene il viaggio? Nel 1300, anche se gli astronomi dicono il 1301 perché il cielo è del 1301. Ma storicamente abbiamo riferimenti che indicano 1300 come data corretta.

Personaggi e allegorie

Color che son contenti nel foco Virgilio dice a Dante che li vedrà, indicando con loro le anime del Purgatorio, ma in pratica sono solo i lussuriosi a bruciare idea medievale di Purgatorio è distesa di fuoco. Dante quando scrive questo canto ancora non aveva pensato al suo Purgatorio.

Commento di Francesco Mazzoni ai primi 6 canti:

  • Lui è il maggior sostenitore dell’autenticità dell’Epistola a Cangrande, prima di allora molto contestata anche dalla SDI. Si basa su un enorme retroterra culturale, ma non abbiamo prove che Dante avesse letto tutta questa roba. Ricostruiamo la biblioteca dantesca dalle sue citazioni, a volte indirette. E dove reperisce i suoi testi? A Bologna, non a Firenze. E ricordiamoci della tradizione indiretta e dell’eventuale indisponibilità di molti testi.

Es. dice che v. 1 rimanda alla Bibbia, Isaia 38, 10: “In dimidio dierum meorum vadam ad portas Inferi” (Inferno ebraico, Sheol). Ma qui più che interdiscorsività, di intertestualità bisogna parlare di anche se Dante sicuramente conosceva Isaia e la Bibbia. Il problema è che molti commenti non distinguono più intertestualità da interdiscorsività.

Tre fiere

Geremia 5, 6 «leo, lupus et pardus» : la lonza è simile a un ghepardo: pelo macolato, bellezza e velocità. Certamente non è una lince, che non fa così paura. Qui in effetti ha senso parlare di intertestualità.

v. 3 che = in modo che v. 1 il pubblico è fiorentino, lo conosce, capisce facilmente che ha 35 anni Nei primi 5 canti Dante non si descrive come esiliato, solo poi c’è la profezia di Ciacco. All’inizio si presenta solo come un peccatore che deve riscattarsi. Questi suoi canti sono dunque scritti e diffusi prima del 1302.

Allegoria: le 3 fiere

  • Leone = superbia
  • Lupa = cupidigia (abbiamo una conferma in Purg. XX), ma anche avarizia
  • Lonza crea più problemi. È già difficile capire che animale sia
  • - Caratteristiche di un felino lynx
  • Chiavacci Leonardi per lei corrisponde alla dell’Eneide, la cui pelle avvolge la compagna di Venere (che infatti nell’Eneide è ulteriormente definita dall’attributo «maculosae» in Dante in pel macolato). effetti ha Inoltre una lonza era tenuta in gabbia a Firenze nel 1285 al Palazzo del Comune, quindi era familiare ai fiorentini del tempo. Queste fiere impediscono a Dante di proseguire il suo cammino. Sicuramente Dante poteva avere in mente l’Eneide, ma non è certo, anzi poteva essere il ghepardo, la lince è un animaletto che non fa paura. Comunque sono allegorie, il realismo conta poco.

Ma la lonza ricompare in Inf. XVI. Lì si dice che Dante aveva una corda cinta attorno, con cui aveva pensato una volta di prendere la lonza dalla pelle dipinta. Se la leva, la dà a Virgilio che la appallottola e Virgilio la butta per richiamare a sé un mostro, Gerione.

Nel 1300 ci si chiede perché questo titolo, sembra inadatto, è un’opera spesso affiancata ai poemi epici.

Libro della natura degli animali:

  • Corpus TLIO la lonza ha caratteristiche simili alla definizione di lussuria Leo, lupus e pardus in Geremia secondo esegesi biblica rappresentano i 3 peccati fondamentali dell’uomo = superbia, lussuria e avarizia. Così allora gli antichi intendono tutti gli animali di Dante. Anche perché c’è il legame con Virgilio + commenti di Beda, Tommaso, frate Giordano da Pisa + leone simbolo tradizionale della superbia. Ma ci sono altre identificazioni:
  • «le tre disposizion che ‘l ciel non vole», Etica aristotelica = incontinenza, malizia e bestialità, secondo cui sarebbe suddiviso l’Inferno. OK ma quale è quale?
  • «le tre faville ch’hanno i cori incesi» (Inf. VI, vv. 81-83): superbia, invidia e avarizia. Ma sono ipotesi non confermabili, prive di sufficienti riscontri.

Interpretazione politica

  • Lonza Firenze
  • Leone re di Francia
  • Lupa Curia papale

Chiavacci Leonardi la considera probabile, compresente. Tesi fortemente sostenuta da Foscolo, ma in realtà è incerta. E poi le 3 fiere sono molto precise, difficile che possano accogliere più interpretazioni diverse insieme. Specificamente, tengono Dante lontano dalla redenzione gli impediscono il cammino + testo di Geremia. E questo Firenze, re di Francia o papa non lo fanno.

Virgilio e i primi canti

Chi per lungo silenzio parea fioco

  • Attraverso questa frase Dante introduce Virgilio. Come interpretiamo “per lungo silenzio”? Per la Chiavacci Leonardi:
  • Senso letterale ha taciuto per molti secoli
  • Senso allegorico la ragione fatica a farsi ascoltare
  • Se intendiamo “fioco” in senso visivo (pallido, scolorito) allora diventa difficile interpretare il resto della frase, sarebbe solo “per lunga oscurità” o “per lunga assenza”, forzatura. Per lei però è fioco perché è antico e ancora non ha la forza di esprimersi nella parola. Ma non torna: Dante personaggio ancora non sa che quello è Virgilio. Come costruzione narrativa non funziona.

Qui per Casadei bisogna tener conto solo della valenza allegorica, che è fondamentale tra Inf. I e II. In Inf. II abbiamo infatti le tre donne benedette:

  • Beatrice = Grazia divina e verità rivelata
  • Maria = Grazia preveniente
  • S. Lucia = Grazia illuminante

L’allegoria non deve far tornare tutto dal punto di vista logico e realistico. Il codice allegorico non pretende realismo, mentre un codice realistico o pararealistico – adottato però solo dal canto 5 – sì.

Non omo, omo già fui autopresentazione dell’eroe, modulo tipico da epica e romanzi cavallereschi.

  • Buon Augusto valente, no connotazione morale
  • Dèi falsi e bugiardi condanna del paganesimo
  • Giusto figliuol d’Anchise Enea
  • Per qualcuno qui c’è un’esaltazione dell’Impero sulla base del fatto che Dante imita Virgilio. Ma non è così. Semplicemente Virgilio qui si sta presentando e quindi parla della sua opera più importante, l’Eneide. Infatti in Inf. IV Enea viene solo nominato di sfuggita. Qui Dante si sta adattando a un codice, che vuole che si presenti il poeta che gli fa da guida in questo modo. E poi il punto importante del fatto che si sceglie Virgilio non è che esalta l’Impero, ma il fatto che Enea è stato nell’oltretomba. Anche perché in Inf. IV quando incontriamo Cesare ci è presentato come «armato con gli occhi grifagni»: se Dante volesse esaltare l’impero non metterebbe nel Limbo Cesare, che per l’immaginario medievale era da considerare il primo imperatore, anche se storicamente non è corretto.

Nei primi canti NON si accenna al comico.

vv. 82 – 84: captatio benevolentiae (rientra sempre nei codici retorici) Dante dice che ha studiato a fondo Virgilio, che in effetti era parte del bagaglio di base degli studi umanistici impartiti ai giovani del tempo. Lo stesso Dante si premura di dire che fino alla Vita Nova non aveva una conoscenza amplissima degli autori, ma le cose cambiano col Convivio.

Virgilio comunque è definito un grande poeta antico nella Vita Nova.

Inferno III e IV

Inf. III: imitazione palese dell’arrivo di Enea all’Averno, c’è anche Caronte.

Inf. IV: rielaborazione dei Campi Elisi (allegoria del castello, luogo meno nero dell’Inferno ma comunque non sono stati salvati).

Reperimento dei primi canti

Boccaccio: Trattatello (2 versioni), Esposizioni (successiva, 1373-74).

  • 2 informatori diversi gli avevano detto che Dante aveva scritto alcuni canti, poi rimasti a Firenze perché non era più rientrato, e altri documenti, nascosti a Gemma Donati perché non fossero distrutti. Recuperati nel 1305/06, ognuno dei due informatori diceva di averli recuperati lui stesso. Ma chi sono questi due?
  • Andrea Leone Poggi, figlio di una sorella di Dante. Ma Boccaccio ci dice che era “idioto”, cioè poco colto, quindi è improbabile che sia stato mandato lui da Dante a recuperare i canti
  • Dino Perini, che però non è parente di Dante e lo conosce solo molto più tardi a Ravenna, inoltre all’epoca dei fatti aveva solo 15 anni. Nessuno dei due è la persona mandata da Dante. Filippo Villano, biografo di Dante, ci dice che fu semmai un procuratore fidato di Gemma Donati, moglie di Dante rimasta a Firenze, che fu mandato a trovare un numero imprecisato di canti (non 7 come diceva Boccaccio).

Per coloro che credono che i canti siano 7 si adduce come prova il v. 1 di Inf. VIII: Io dico, seguitando. Quel seguitando vorrebbe dunque dire “riprendendo a scrivere”. Ma seguitando può anche solo voler dire “andando oltre”, anche perché tra canti 7 e 8 dell’Inferno per la prima volta Dante scavalca un girone dell’Inferno.

Ma c’è del vero in ciò che dice Boccaccio: il ritrovamento in effetti avviene quando Dante era presso Moroello Malaspina, ed era da lui verso il 1306.

Il primo lettore autentico di questi canti per Boccaccio (non ne siamo certi al 100%) fu Dino Frescobaldi, esponente di un’importante famiglia di Guelfi Neri e poeta stilnovista, che scrive Voi che piangete nello stato amaro. In questa poesia, l’autore cita chiaramente i primi 2 canti dell’Inferno: un personaggio si perde, incontra un leone che alza superbamente la testa su di lui e impaurito fugge, poi però trova un aiuto: è un richiamo evidente. La canzone non è datata, ma Dino Frescobaldi muore nel 1316. Possiamo fare 2 ipotesi:

  1. L’Inferno esce poco prima della morte di Dino;
  2. Dino aveva letto i primi canti molto presto, dato che in qualche modo circolavano molto più probabile.

Dino con questa canzone non era in dialogo solo con Dante, ma anche e soprattutto in un dialogo reale con Cino da Pistoia, di cui cita alcuni elementi, come l’esilio di Dino a cui è probabilmente riferito il titolo della poesia/v. 1. Ma l’esilio gli durò solo fino al 1306. I primi canti dunque già circolavano intorno al 1305.

Nelle Esposizioni, Boccaccio aggiunge che ha sempre accettato le versioni dei 2 suddetti informatori (7 canti scritti prima dell’esilio), ma ora stava ricontrollando e vede che in Inf. VI Dante parla di una guerra tra Guelfi Bianchi e Guelfi Neri e dell’esilio dei Bianchi il Canto 6 è per forza successivo all’esilio. Solo i primi 5 canti quindi forse potrebbero essere stati scritti a Firenze. Quella di Boccaccio è un’operazione filologica.

Nel 1300, a 10 anni dalla morte di Beatrice, Dante riprende il progetto di lodarla e scrive l’inizio della DC, dove compare Beatrice ora beata nel cielo. Ciò è in contrasto con il Convivio e il DVE, risalenti al 1304-07 (successivi quindi all’esilio), mentre la Vita Nova è del 1292-94. In un secondo momento Dante dirà che Beatrice deve farsi da parte e lasciare il passo alla filosofia, infatti scriverà un trattato filosofico. Ma allora perché dopo il Convivio riprende questo progetto? Perché ogni speranza di rientrare in un contesto di dotti, come Firenze o Bologna, era ormai impossibile. Inoltre nel 1307 Dante ha un’ultima delusione in primavera-estate: i Guelfi Bianchi sembrerebbero poter rientrare a Firenze grazie alla spedizione guidata dal cardinale Orsini, è molto probabile che Dante sia andato e abbia visto coi suoi occhi la grande disfatta. Probabilmente per lui si trattò di un’enorme disillusione.

Ep. IV a Moroello Malaspina Dante rinuncia alla filosofia per parlare di amore. «Così regna Amore in me». Per il prof però solo i primi 4 canti sono anteriori all’esilio, e ormai essendo già stati divulgati non erano modificabili, quindi Dante non li tocca. In Inf. I – IV non ci sono riferimenti all’esilio VS Inf. VI, ma non finisce qui: il Canto V è praticamente gemello del Canto VI per quanto riguarda la struttura: presentazione di un mostro (Minosse/Cerbero) + descrizione dei dannati + incontro con un’anima e dialogo (Francesca/Ciacco). Inoltre per la prima volta vediamo personaggi contemporanei. Prima l’unico contemporaneo era Celestino V, ma il suo nome non si diceva. E c’era un progetto e un’idea di aldilà basato essenzialmente su Aen. VI, elenchi estesi e lunghi di personaggi con cui non c’era un’interazione.

Dante si è presentato come peccatore e abbiamo visto i significati delle 3 fiere. Ma la bestia che più di tutte gli impedisce di muoversi è la lupa/cupidigia, l’ultima che incontra.

Virgilio si riteneva che avesse capacità profetiche (avrebbe profetizzato la venuta di Cristo nella IV Egloga, dove parla del fatale puer che sta per arrivare un misterioso che i cristiani identificavano nel Medioevo con Gesù).

La cupidigia è il male peggiore, travolge tutto, anche Dante. È ciò che più dobbiamo combattere, il desiderare tutto per sé. Contro di lei deve combattere il misterioso animale allegorico (cane da caccia). Al v. 106 di questo veltro si dice che salverà l’Italia profezia ante eventum. È particolare: il modo in cui Dante ce lo mostra farebbe pensare che sia un personaggio reale, non solo allegorico. Non ci sono accenni alle lotte interne fiorentine canto scritto prima dell’esilio, non modificato tra 1314 e 1315 perché ormai era stato divulgato così. No imperatore, avremmo avuto un’aquila, semmai un suo aiutante (v. iconografia legata a Carlo Magno: veltri e).

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/05 Filologia classica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Aryy_00 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia e critica dantesca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Casadei Alberto.
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