Corso di storia dell'architettura contemporanea
Primo anno – 2020/2021
28/09/2020
Vitruvio e il termine architettura
Per prima cosa occorre sottolineare l’importanza della terminologia. Analizziamo la parola architettura. Questo termine deriva dal latino architectura ed è noto grazie al trattato De architectura libri decem, scritto da Marco Vitruvio Pollione fra il 33 e il 14 a.C. Vitruvio ha modo di studiare il ruolo dell’architetto, anche grazie alle spedizioni in Gallia in cui accompagna Cesare e per cui costruisce accampamenti, ponti e macchine belliche. Vitruvio quindi, in un territorio sconosciuto, ha dovuto imparare da sé come utilizzare i vari materiali che aveva a disposizione, per lui nuovi, e poterli così usare nel modo più efficiente possibile.
Sceglie il termine architectura, latino, che accoglie in sé due termini greci.
- Archè (ἀρχή) Questo termine era in uso fin dai primordi della tradizione filosofica. La scuola ionica designa con questo nome la sostanza primordiale da cui si pensa derivino tutte le cose. Siccome la realtà è molteplice, occorre ricercare un principio unitario grazie al quale si può conoscere la struttura. Alcuni filosofi la identificano nell’acqua, altri nell’aria, altri ancora nell’infinito. Designa quindi una sostanza fondamentale, immutabile. Il termine deve la sua fortuna all’opera Metafisica di Aristotele, che fu il primo a citarlo in uno scritto come principio della natura. Con il tempo ha assunto altri significati. Uno dei quali è “regola” (si pensi ad archetipo), un altro è “primitivo”, oppure “primario” in senso cronologico.
- Tectònichè (τεκτονική) Il termine deriva o da tecto o dall’aggettivo tectònico. Viene usato in particolare nella geologia per definire la stratificazione della crosta terrestre, ma anche in medicina (in istologia) per definire l’ordinamento a strati di particolari costituenti di un tessuto. In latino tectum, derivato da tegere, significa coprire, proteggere uno spazio.
De architectura libri decem
Quando Ottaviano sostituirà Cesare, pubblicherà il trattato come sintesi della sua esperienza lavorativa. L’intera cronologia dell’opera appare molto complessa, però. Al suo interno bisogna considerare una fase preparatoria (periodo repubblicano), di accumulo di esperienze e conoscenze, e, probabilmente, il susseguirsi di almeno due fasi redazionali. La discontinuità fra i primi sette libri dell’aedificatio e i libri VIII, IX e X induce a pensare che in un primo momento Vitruvio abbia pensato di trattare solo edifici pubblici e privati, per poi realizzare un corpus completo che copriva tutte le attività che alla sua epoca erano competenza dell’architetto.
Gli argomenti dei dieci libri, sempre introdotti da una prefazione, sono ripartiti nel seguente modo:
- Libro I. Definizione dell’architettura e dell’architetto; nozioni di urbanistica.
- Libro II. Evoluzione dell’umanità e nascita dell’edilizia; materiali, murature e tecniche edificatorie.
- Libro III. Templi; ordine ionico.
- Libro IV. Templi; evoluzione degli ordini greci; ordine dorico; tempio tuscanico; soluzioni ibride.
- Libro V. Edifici pubblici: foro, basilica, erario, carcere, curia; teatri; bagni e palestre; porti e murature sommerse.
- Libro VI. Edilizia privata (disposizione, misure, organizzazione, orientamento, tipologie).
- Libro VII. Edilizia privata: rifiniture (rivestimenti e decorazione).
- Libro VIII. Idraulica.
- Libro IX. Astronomia; astrologia e meteorologia; orologi solari e ad acqua.
- Libro X. Meccanica civile e militare.
L’oggetto generale della trattazione è l’insieme dei saperi teorici e pratici acquisiti nel campo dell’architettura e dell’ingegneria. Vitruvio si sente il custode di una lunga tradizione che ormai è giunta al culmine, di una fase che sta per essere travolta dall’età imperiale. Intende salvare i saperi di quel periodo per trasmetterli ai responsabili politici, in un momento in cui l’architettura è divenuta un programma di governo.
Principi fondamentali secondo Vitruvio
- Utilitas, ovvero la funzionalità che un edificio deve necessariamente avere;
- Firmitas, cioè la stabilità, la solidità;
- Venustas, cioè il valore estetico. È il più difficile da misurare poiché si basa su percezioni soggettive.
I saperi dell’architetto secondo Vitruvio (Libro I)
La scienza dell'architetto si adorna di molte discipline e di svariata erudizione: egli deve essere in grado di giudicare tutte quelle opere che le singole arti costruiscono. Nasce da due attività: la materiale o costruzione, la intellettuale o esposizione teorica. La costruzione consiste nel pratico esercizio continuato o consumato, per cui con le mani la materia assume la forma di questa o quell'opera che si voglia, secondo il progetto figurato. L'esposizione spiega e dà ragione delle cose costruite sulla base della preparazione teorica del computo delle proporzioni. Pertanto, gli architetti i quali badarono soltanto alla pratica manuale senza curare gli studi non arrivarono a conseguire un'autorità proporzionata alle loro fatiche; quelli invece che ebbero fiducia soltanto nei ragionamenti e nelle lettere appaiono aver cercato l'ombra non la cosa. Al contrario, quelli che impararono bene l'una e l'altra cosa, come forniti di tutte le armi, più presto raggiunsero il loro proposito con autorità.
Giacché, come in tutte le cose, anche e specialmente in architettura, esiste questo binomio: il “significato” e il “significante”. La cosa o l’edificio di cui si parla è il “significato”; la dimostrazione scientifica che ne spiega, o significa l'essenza, è il “significante”. Sembra perciò opportuno che colui il quale si professa architetto sia esercitato nell'una e nell'altra attività; deve aver quindi ingegno ed esperienza pratica, giacché né l'ingegno senza scuola, né la scuola senza ingegno possono fare il perfetto artefice. E occorre conosca la scrittura, sia esperto di disegno e di geometria, sappia di storia e mitologia, s'intenda di filosofia, conosca la musica, non sia ignaro della medicina abbia cognizione della giurisprudenza, nonché dell'astrologia e dei computi celesti.
Secondo questo piccolo estratto del libro, l’architetto, secondo Vitruvio, non si limita solo a costruire edifici ma deve pensare anche all’ambiente che lo circonda, ad ogni tipologia di spazio edilizio. Deve “proteggere” questi spazi. L’architettura viene considerata la più grande fra le arti. Se la pittura ha bisogno di un supporto e la scultura viene valorizzata solo all’interno di un edificio, l’architettura è slegata da qualsiasi limite. Deve però nascere da due attività:
- Costruire, bisogna cioè avere dell’esperienza;
- Pensiero, bisogna cioè studiare.
Pertanto, coloro che si occupano solo della parte pratica non possono definirsi architetti, così come solo chi si occupa della teoria. L’architetto deve essere quindi dotato sia di ingegno che di esperienza.
Il progetto figurato (il disegno) è fondamentale, sebbene non abbiamo ritrovato disegni di Vitruvio. Sappiamo che usava raffigurare la pianta e il prospetto (facciata) e che si basava su delle proporzioni ben definite. L’architetto deve conoscere la scrittura, il disegno, la geometria, la storia, la mitologia, la filosofia, la musica (in quanto regolata da regole matematiche), la medicina (bisogna sapere in che condizioni igieniche si sta costruendo), di giurisprudenza (bisogna conoscere le norme) e di astrologia.
Vitruvio e i posteri
Il manoscritto vitruviano venne ritrovato nella biblioteca di Montecassino da Poggio Bracciolini, un umanista più interessato alla conoscenza del latino più puro che al contenuto in sé. Venne rinvenuto, però, senza disegni. A causa dell’aspetto “utilitaristico” dell’opera, la trattazione è tesa a soddisfare le esigenze di completezza, brevità e accessibilità, mentre la prosa deve piegarsi alla creazione di un nuovo linguaggio tecnico. Infatti, quando Vitruvio comincia a scrivere il suo trattato, il linguaggio dell’architettura in pratica non esisteva. In passato notevoli critiche sono state mosse proprio al latino poco “letterario” adoperato dall’autore, talvolta ritenuto specchio di una scarsa cultura letteraria. Oggi il mito del “cattivo latino” di Vitruvio è superato, anche se rimane la difficoltà di definire la misura linguistica e la cifra stilistica della sua scrittura. I recenti studi hanno mostrato come la lingua del De Architectura contenga le premesse per il linguaggio dell’architettura moderna. La prima edizione risale al 1468, curata a Roma, e da allora ha incontrato una straordinaria fortuna editoriale, arrivando fino a quasi 200 edizioni. Tutti gli apparati grafici sono stati aggiunti in seguito, stimolati paradossalmente proprio dall’assenza degli originali. È divenuto la base della cultura classica occidentale.
La capanna
La capanna segna il momento in cui l’uomo esce dalla preistoria ed entra nella storia. Smette di rifugiarsi nelle caverne ed inizia a costruire delle capanne. Nasce l’architettura. Secondo l’abate benedettino Laugier nel suo “Saggio sull’architettura” (1753) la capanna presenta i principi essenziali, è l’archetipo, perché:
- Composta da elementi naturali;
- È razionale;
- È funzionale.
Nell’immagine sulla sinistra possiamo vedere il frontespizio del suo saggio, in cui viene raffigurata una donna che indica una capanna. Questa è la personificazione dell’architettura (identificabile dai capitelli su cui poggia e dal compasso che tiene in mano) che indica la capanna identificandola come archetipo. Intanto un amorino sembra voler lanciare una freccia ricca di amore per questa disciplina.
In analogia con la concezione di Rousseau di una felice condizione primigenia dell’uomo, Laugier vede la capanna come germe di ogni possibile architettura. Se prima era vista solo in chiave storica, assume ora un ruolo tutto nuovo: diventa principio e misura di ogni forma architettonica. Dalla capanna nasce la colonna, l’architrave e il timpano, elementi naturali, razionali e funzionali. La parete è solo una “licenza”, non un elemento costitutivo.
Secondo Laugier di ordini architettonici non ne esistono solo 5 (dorico, ionico, corinzio, tuscanico e composito) ma infiniti. La scelta della geometria non deve essere arbitraria, ma razionale e determinata da una logica costruttiva, intesa come legge di natura. È un’esigenza di verità. Si oppone al classicismo francese e si presenta come riscopritore del Gotico, in cui vede realizzata la sua concezione di architettura. I pilastri sostengono delle coperture, il tutto basato su proporzioni numeriche. Diventa simile ad una capanna.
30 settembre 2020
La riflessione di Laugier è basata sullo stile architettonico che in quegli anni si sta affermando in Francia (in particolare a Parigi) un grande regno osservato e ammirato da molti, ma anche molto criticato. Il re in quel periodo è Luigi XV, a cui poi succederà Luigi XVI. Siamo un ventennio prima della Rivoluzione francese. Laugier critica gli architetti e gli artisti, ma anche la committenza, poiché il committente preferisce seguire la moda, senza voler muoversi da quelle coordinate, rimanendo quindi legato a costruzioni vecchie. Un esempio è Versailles, in cui il committente è il re. Da qui si veicola il gusto artistico di tutta la Francia.
Il re, oltre a concentrarsi sulla sua nuova reggia, si diede una serie di obiettivi volti ad abbellire l’antico castello del Louvre, loro residenza cittadina ancora in pieno stile medievale, con un linguaggio più moderno. Si vedono comparire un colonnato con un timpano (impostazione classica) che nascondeva la struttura medievale dell’antico castello. Sul modello di Versailles venne costruita anche la Reggia di Caserta. Vanvitelli guarda alla classicità.
La tradizione, fino a questo momento, viene ricercata nel passato. Bisogna studiare le architetture antiche e tener conto dei processi attraverso i quali si arriva a cambiare il mondo dell’architettura. Laugier voleva che:
- Ci fosse una continuità fondata sull’autorità riconosciuta al passato (Vitruvio e tutti coloro che si sono ispirati a lui, ovvero tutto il Rinascimento italiano). I suoi eredi sono coloro che trasmettono la tradizione attraverso lo studio, si guarda infatti a Roma (si studia tutte le serie di possibilità che mi sono descritte da Vitruvio ma che non hanno disegni).
- Il rispetto delle regole e dei modelli. Gli artisti del Rinascimento, eredi di Vitruvio, sono i garanti della continuità e del rispetto delle regole. Loro trasmettono la tradizione attraverso la conoscenza, i contributi teorici, l’interpretazione e l’applicazione dei principi vitruviani.
Le accademie
Dove si studia? Da dove gli eredi di Vitruvio esercitano il controllo? Nelle accademie. Sono molte in ambito europeo. Fino al Seicento chi voleva diventare architetto doveva prima essere pittore o scultore (si pensi a Michelangelo, Raffaello) e solo intorno al 1650 nascono delle scuole mirate a questa professione. Grazie a Courbert nacque l’accademia di Francia (villa medici, Roma) e, con l’accademia di San Luca (Roma), nascono ufficialmente le accademie per l’architettura. Nascono a Roma così da poter essere a stretto contatto con la storia romana. Queste sono le principali scuole in cui vengono formati gli artisti che lavoreranno per la grande committenza: i sovrani, i principi, lo Stato, l’aristocrazia e il clero. Il fine è realizzare regge, giardini, palazzi, ville, chiese, fortificazioni, caserme e carceri.
Gli studenti delle accademie studiano quindi:
- Il disegno: bisogna aver dimestichezza con lo schizzo, il rilievo dal vero/prospettiva e l’acquerello;
- Bisogna conoscere l’architettura antica, in particolare di Roma;
- Bisogna conoscere le regole di Vitruvio e i testi dei trattatisti.
Per chi non poteva seguire l’accademia direttamente a Roma, si poteva studiare con dei modelli lignei (capitelli, ad esempio). Un intero edificio non poteva però essere riprodotto in scala e così venivano studiati dei disegni fatti dai propri professori o da altri architetti, da delle copie. Il problema di questo tipo di studio è il fatto che se un disegno conteneva un errore questo veniva riportato dagli studenti. Non era quindi uno studio preciso e corretto.
La conoscenza indiretta viene sostituita da una conoscenza diretta. Gli studenti migliori venivano segnalati dai professori ai governatori per poter ottenere una borsa di studio, pagata dallo stato, per poter vivere e studiare a Roma. Questo significa che il vero architetto non è colui che imita delle forme apprese da copie, ma qualcuno che ha una conoscenza diretta della storia. Cambia il modo di rappresentare l’architettura. L’architetto non è più colui che disegna per farlo apprezzare dal committente ma colui che studia un progetto, che ha una formazione archeologica. La sua abilità grafica si sviluppa anche perché si esercita dal rilievo del vero. Ci sono tre tipi di rappresentazione:
- Restitutiva. Si parte da uno schizzo di come si presenta l’architettura;
- Ricostruttiva. Il rudere viene immaginato ancora integro. È d’invenzione;
- Ricostruttiva. Ho dei ruderi, disegno pianta e prospetto di quello che ho e poi dopo deduco cosa io abbia. Di deduzione.
L’esempio del Partenone
Un esempio è dato da Stuart e Revett, che ci restituiscono un Partenone incompleto. Qui i turchi avevano messo il deposito delle munizioni e, quando Atene venne bombardata dagli inglesi alla fine del Seicento, il Partenone esplose e si perse gran parte della struttura. Partendo dai ruderi (1762) ricostruiscono il Partenone ipotizzando la sua struttura originaria. Raccolgono tutti i disegni in dei libri, costosissimi, che vengono custoditi nelle accademie. Il problema è che le proporzioni sono sbagliate e quindi gli studenti che le studiavano apprendevano anche l’errore. Ognuno, quindi, su una base di una percezione formale può inventarsi, anche senza misurare, ciò che vuole.
Jean-Claude Richard, dopo aver studiato gli scavi di Pompei, incomincia ad immaginarsi architetture quasi teatrali. Si veda il Tempio di Iside, che reinventa completamente in chiave misteriosa.
Perché la conoscenza indiretta viene messa in crisi
Cosa mette in crisi una tradizione così consolidata?
- Le nuove scoperte archeologiche. Pompei inizia ad essere scoperta grazie al re di Napoli (punta più che altro a trovare oggetti per abbellire le sue regge);
- Si diffonde la moda dei viaggi, il grand tour, riservato ai giovani rampolli aristocratici;
- Si diffondono nuove mode, in particolare per il collezionismo.
I modelli si moltiplicano: non esiste più solo il modello latino. Esiste qualcosa prima di Vitruvio.
Perché conoscere l’architettura antica?
La conoscenza passa attraverso l’esercizio della copia di modelli. Per imitare un modello bisognava interpretarlo a modo proprio. Se oggi un’imitazione ha un’accezione negativa, all’epoca non era così. Non si facevano quindi delle copie, ma delle imitazioni. Si competeva con il passato. Cambia il modo di osservare l’antico: ci si avvia in una strada sempre più scientifica. Il Partenone non viene più immaginato ma viene studiato partendo dai ruderi. Si prende in considerazione ciò...
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Riassunto esame Storia dell'architettura, prof Rossari, libro consigliato L'architettura moderna dal 1900, Curtis
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Appunti per esame Storia dell'architettura II
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