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Letterature anglo-americane

Suddivisione USA

New England (eastern seaboard, da cui inizia la conquista del territorio con le 13 colonie): Maine, Vermont, New Hampshire, Massachusetts, Rhode Island, Connecticut, Delaware, Maryland, Pennsylvania, New Jersey, New York;

West: California, Oregon, Washington (Alaska), Nevada, Hawaii;

Midwest: Michigan, Ohio, Indiana, Wisconsin, Illinois, Minnesota, Iowa, Missouri, North Dakota, South Dakota, Nebraska, Kansas, Idaho, Utah, Montana, Wyoming, Colorado;

Southwest: Arizona, New Mexico, Texas, Oklahoma;

South: Alabama, Arkansas, Florida, Georgia, Kentucky, Louisiana, Mississippi, North Carolina, South Carolina, Tennessee, Virginia, West Virginia.

Il territorio confina a nord col Canada, a sud col Messico, a est con l’Oceano Atlantico e a ovest con l’Oceano Pacifico.

Momenti storici degli USA

Nella storia degli USA si possono individuare quattro momenti storici principali:

  • Dal colonialismo al 1776;
  • Dal 1776 alla Guerra Civile (1861-1865);
  • Dopo la Guerra Civile;
  • Dopo il crollo delle Torri Gemelle.

Patriottismo

La diffusione del patriottismo negli USA dipende dalle diversità presenti sul territorio. Questa è una nazione che nasce inizialmente come colonia, che successivamente si distingue dalla madrepatria e che si espande grazie alle migrazioni. Vi è quindi una diversità d’origine che pone la sfida di rimanere uniti in un unico popolo. “What is an American?”, cosa significa essere Americani? Un Americano è colui che crede nei principi fondanti della propria nazione.

Jefferson stesso, nella sua dichiarazione d’indipendenza dal Regno Unito, dichiara le cause che hanno portato a questo allontanamento: oltre a dinamiche economiche e di profitto (gli americani si sentono cittadini di seconda classe), vi si leggono ideali nuovi legati ai diritti umani, quali il diritto alla vita, quello alla libertà e quello riguardante il perseguimento della felicità.

La base degli USA è costituita da un ideale utopico, da un sogno, “the American dream”, che costituisce una luce che illumina la strada e dà speranza. Essere americani significa credere ciecamente nelle istituzioni, che sono il mezzo attraverso il quale le persone possono realizzare i propri sogni. È uno slancio utopico verso la felicità.

Si riprende il concetto dell’antica Roma di “homo novus”, ossia la persona può emergere in maniera indipendente rispetto al contesto familiare e sociale nel quale è inserita. Tutti, dall’essere molti e diversi, emergono secondo il “e pluribus unum”, distinguendosi come americani nel momento in cui aderiscono ai sentimenti di nazione comunità. Questa in realtà è solamente una retorica che promuove la visione dello Stato, visione messa in crisi alla fine dell’’800 col cambio delle migrazioni.

Inizialmente infatti i flussi migratori riguardano principalmente anglosassoni o assimilabili di ceppo germanico; con la grande migrazione irlandese si incrina la fede del “e pluribus unum”: a partire dal 1880 e per quarant’anni si ha il picco massimo di migrazioni, con l’arrivo nel Paese di asiatici (bloccati a seguito dell’emanazione di leggi su base razziale), polacchi, greci, portoghesi, scandinavi e italiani.

Il concetto di WASP (White Anglo-Saxon Protestant) viene scosso: è possibile rimanere uniti, con la presenza sul territorio di così grandi diversità e contrasti? Un soggetto etnico, può essere parte dell’ideale? Posso mantenere la mia identità e far parte del tutto, o devo annullarmi e adeguarmi al canone (ciò che si è scelto come rappresentativo)?

Melting Pot

Quello del melting pot è un concetto che prende piede a partire dall’inizio del Novecento con l’opera teatrale di Israel Zangwill “The melting pot”, rappresentata per la prima volta nel 1908. I protagonisti sono David Quixano, immigrato russo ed ebreo, e Vera Revendale. I due si innamorano, e nonostante vengano contrastati e ostacolati a causa delle differenze presenti, riusciranno a coronare il proprio amore, in quanto giovani americani che credono nel futuro. La conclusione, entusiasmante ed entusiasta, si svolge di fronte al simbolo per eccellenza della libertà, la Statua della Libertà di NYC, dove le usanze e le divisioni della vecchia Europa possono essere superate.

Ma il melting pot, può veramente far fronte all’elevato numero di immigrati? Può garantire una prospettiva futura positiva? Nel periodo fra il 1890 e il 1920 giungono negli USA 18 milioni di nuovi immigrati. Si sceglie così di istituire un sistema di quote per regolamentare gli ingressi nel Paese. Vengono emesse due leggi: l’Immigration Act del 1917 e del 1924, che si concentra sulla nazionalità degli immigrati, e il Chinese Exclusion Act del 1882, su base razziale.

L’opinione pubblica inizia quindi a interrogarsi sul concetto di integrazione e la parte conservatrice del governo mette in dubbio il concetto di melting pot. Dall’altro lato, l’ala progressista si chiede: è giusto il melting pot? È necessario anglicizzare gli immigrati? Questi ultimi, i veri protagonisti del dibattito, hanno dimostrato (e dimostrano) una tendenza all’assimilazione, allo sposare l’ideologia del melting pot e al far propri gli ideali statunitensi.

Elemento controverso è la Statua della Libertà, del 1886, collocata su Ellis Island vicino a un secondo edificio, utilizzato originariamente per il controllo dell’immigrazione, sia da un punto di vista fisico, sia da un punto di vista logico-cognitivo. L’isola costituiva una sorta di “terra di mezzo”, un blocco nell’ingresso negli USA. Sedici anni dopo la collocazione della statua, viene affissa una targa con su scritta la poesia “The New Colossus”, di Emma Lazzarus, poetessa newyorkese di origine ebraica. Il riferimento che viene fatto è quello al Colosso di Rodi: il paragone con l’Antica Grecia aumenta l’atmosfera aulica già respirata e la donna con la fiaccola viene definita “mother of the exiles”, ossia una madre protettrice e accogliente nei confronti degli immigrati, che illumina loro il cammino con la sua torcia.

Quella di Ellis Island è una porta dorata, ma è veramente un luogo in cui inizia la libertà? O cela invece una realtà di controllo e di regolamentazione? Randolph Bourne scrive nel 1916 l’articolo “Trans-National America”, poi pubblicato sull’Atlantic Monthly, nel quale tratta la questione dell’abbandono della propria discendenza a favore del consenso.

Questa dicotomia viene proposta per la prima volta dallo studioso tedesco Werner Sollors, che ne fornisce una spiegazione: la discendenza consiste in ciò che una persona assorbe dalle proprie origini; il consenso è costituito dai valori a cui una persona deve appunto acconsentire per integrarsi. Si crea così un doppio standard: la dimensione privata e quella pubblica.

Trans-National America

Nel suo articolo, Bourne definisce la situazione statunitense: l’assimilazione degli immigrati non si è verificata; sono infatti sorti ghetti, negozi etnici, giornali locali che non si sono amalgamati agli usi e costumi del Paese. In realtà, Bourne dichiara che il fatto che una parte degli immigrati non si sia americanizzata, non rappresenta di fatto qualcosa di negativo, sta anzi a significare che la democrazia statunitense è talmente solida da permettere la sopravvivenza delle differenze al suo interno. Ognuno mantiene una propria identità ed è legato all’insieme da un filo comune, ma non bisogna spaventarsi di fronte alla volontà di mantenere la propria indipendenza (in seguito sono infatti sorti nuovi termini quali “salad bowl” e “quilt” che stanno a indicare come ogni elemento rimanga a sé stante anche all’interno di un insieme).

Il problema risiede però nello scontro tra ciò che gli USA sono stati e le direzioni che essi stanno prendendo: saranno infatti gli immigrati a plasmare il futuro, non la classe dirigente portatrice di dinamiche già verificatesi e appartenenti a un vecchio mondo.

Bourne scrive anche che la classificazione in “primi arrivati” e “secondi arrivati” è in realtà scorretta: nessun abitante degli Stati Uniti è in realtà indigeno (gli Indiani d’America non vengono tenuti in considerazione); i padri fondatori, ossia i puritani padri pellegrini, sono in realtà rifugiati religiosi europei e i nuovi immigrati non sono diversi da coloro che hanno fondato la cultura statunitense. L’aggravante è che quest’ultimi non si sono adattati a uno stile di vita già esistente, ma si sono invece stabiliti negli Stati Uniti per poter vivere ed istituire nuovi modelli secondo i loro propri ideali, per poter fuggire da un mondo che consideravano irrecuperabile e per poter trovare benessere economico.

Quella degli Stati Uniti è una nazione implicitamente internazionale, nonostante agli occhi degli immigrati continui ad apparire come una terra promessa e di libertà.

America and I, Anzia Yezierska "from rags to riches"

A partire dal 1880 si verificano grandi flussi migratori dall’Europa orientale verso gli USA. Di 2 milioni di immigrati (spesso di origine ebraica), che si stabiliscono nella parte sud-est di Manhattan, circa il 44% è costituito da donne.

Dalla seconda generazione in poi, esse cominciano ad impiegarsi nelle industrie tessili della zona, fattore che contribuisce al diffondersi di un sentimento di autonomia economica ed emancipazione. Attraverso il consumo inizia la loro americanizzazione, caratterizzata dall’uso di abbigliamento tipicamente statunitense, dall’apprendimento della lingua inglese e dalle attività religiose. Vengono anche fondate istituzioni volte all’aiuto delle immigrate, che spesso si vedono impartire lezioni sul “come deve essere una donna negli USA”. Questa omologazione non avviene sempre in maniera pacifica e fluida, sia nell’interiorità della donna stessa, sia con la famiglia o la comunità d’origine.

Anzia Yezierska vive in prima persona l’immigrazione come un’esperienza di contrasto: ella lascia infatti la casa dei genitori per cercare di ottenere un’istruzione, obiettivo che raggiunge alla Columbia University, divenendo poi insegnante elementare. Questo impiego le permette di dedicarsi alla narrativa (“Hungry Hearts”, 1920), attraverso la quale racconta il passaggio “from rags to riches” e ottiene fama già all’epoca. Nel 1950 scrive anche un’autobiografia, “Red Ribbon on a White Horse”, con la quale descrive le difficoltà e il prezzo da pagare per “avercela fatta”.

L’autrice vede gli Stati Uniti come una terra promessa, ma il famoso “American Dream” impone la rinuncia al mondo e alla cultura d’origine.

America and I, 1923 (short story)

Il titolo spiega molto dell’opera: “I” indica che la narrazione viene fatta in prima persona, “and” è una congiunzione che in questo caso potrebbe essere oppositiva, “America”, e non USA, indica un ideale e non solamente un luogo geografico. Nell’opera si tratta quindi del rapporto fra l’io e l’idealizzazione del luogo. La protagonista è una ragazza ebrea appena giunta nella terra promessa (riferimento biblico), gli Stati Uniti, gravida di speranze. I problemi principali che le si pongono dinnanzi sono il denaro e la lingua; intraprende così un progressivo processo di americanizzazione con un conseguente scisma fra i sogni e gli incubi per realizzarli, fra l’idea di terra promessa e lo sfruttamento dei lavoratori, fra illusione e disillusione.

  • Par. 1, 2. La narrazione inizia nella “terra di mezzo”, alle soglie di Manhattan, con una contraddizione: la protagonista infatti parla pur essendo una dei tanti senza voce. Parla ed è capita, motivo per cui si fa portavoce di un’intera comunità che al contrario non riesce a farsi udire. L’immagine del cancello proposta rimanda ad Ellis Island, luogo dove gli immigrati cercano un respiro di comprensione dopo il soffocamento del vecchio mondo. L’America è vista come qualcosa che brucia (torcia della Statua della Libertà) di desiderio.
  • Par. 3. Vi è un continuo gioco di contrapposizioni: aria – mancanza d’aria, luce – tenebre, “breath for understanding” – “chocked, airless oppression”. La vita del vecchio mondo è vista come una prigione.
  • Par. 4. La protagonista vuole vivere la propria esperienza, il proprio sogno statunitense anche per coloro che non possono, e il suo cuore e la sua anima sono gravidi delle vite e delle speranze altrui.
  • Par. 5. Vengono qui proposte immagini di rinascita, di vita, di colore, con riferimenti alla musica e allo “sbocciare”, con opposizioni cromatiche e di luminosità che sottolineano i diversi caratteri dei due mondi.
  • Par. 6. La protagonista descrive qui i propri obbiettivi, ciò che va cercando, il suo desiderio di non essere più schiava della povertà.
  • Par. 7, 8. Inizia con una particella avversativa, “but”: le basi fondamentali per sopravvivere, cibo e riparo, richiedono infatti denaro. La ragazza si sente estranea alla società, tutto ciò che ha da offrire è il proprio corpo per lavorare.
  • Par. 9. La protagonista si rende conto di star vivendo una situazione di alienazione, in quanto le manca la parola, e ciò non le permette di avere neanche un lavoro in fabbrica; le sue due uniche alternative sono fare le pulizie o diventare una bambinaia.
  • Par. 10. Si introduce qui il suo primo lavoro in una famiglia di immigrati americanizzati col desiderio di nascondere le proprie origini.
  • Par. 11, 12, 13, 14. Si pone il problema dello stipendio: il lavoro che sta svolgendo la ragazza è infatti considerato una vacanza dalla famiglia, con la quale ha la possibilità di risplendere poiché a contatto con la vera società americana; ha quindi l’opportunità di essere istruita e civilizzata, di entrare negli usi e costumi statunitensi.
  • Par. 15. La protagonista ripone totale fiducia nella famiglia per cui lavora, cominciando così un processo di crescita e lasciandosi condurre per mano come una bambina.
  • Par. 16, 17. Nel frattempo inizia a comprendere l’inglese, che inizialmente pare una musica piacevole. Ogni parola nuova imparata corrisponde a una fioritura: la lingua è veicolo per poter riflettere su una cultura, e la ragazza scopre il potere e il piacere della scoperta.
  • Par. 18, 19, 20, 21, 22. Persiste il problema dell’apparenza fisica: gli abiti parlano infatti di lei come se fosse ancora una straniera, e si fa riferimento all’uso europeo dello scialle, non usato invece negli USA. La protagonista non può permettersi abiti nuovi se non pagata, motivo per cui, alla fine del primo mese di lavoro, brama il suo primo stipendio. Viene descritta dettagliatamente l’intera giornata, le azioni quotidiane che svolge, come volesse dilatare il tempo per mostrare al lettore l’ansia e le aspettative da lei provate.
  • Par. 23, 24, 25, 26. La ragazza si sente comunque una mendicante, una “beggar”, ha la sensazione di starsi appropriando di un qualcosa che non le appartiene.
  • Par. 27. La protagonista crede che la famiglia si sia dimenticata dello stipendio, e abbiamo qui l’inserimento di parole non appartenenti all’inglese, ma alla lingua madre del personaggio, l’yiddish, come “Gottuniu”. I soldi le garantirebbero una certa forma di libertà e di indipendenza, le permetterebbero di integrarsi meglio con la società; ha fame di realizzazione.
  • Par. 30. Vi è un’altra parola straniera, “Oi weh”. Le parole appartenenti alla lingua madre della ragazza esprimono l’emotività del momento, e corrispondono solitamente ad esclamazioni o intercalari.
  • Par. 31, 32, 33, 34, 35, 36, 37. Qui si rompe il legame di collaborazione fra la protagonista e la famiglia. Oltre a non retribuirla, fanno sorgere in lei un senso di colpa: ella non conta come persona e cittadina in quanto non parlante l’inglese.
  • Par. 38, 39. Si rompe qui la fiducia di poter aver speranza e la ragazza intraprende quindi un nuovo percorso: non vuole più lavorare per una famiglia, ha paura che sorrisi e linguaggio raffinato nascondano in realtà inganni e pericoli.
  • Par. 40, 41, 42, 43. La protagonista trova impiego presso un laboratorio (sweatshop) nel ghetto. Si tratta di un lavoro faticoso e difficile, ma è retribuito. In laboratori di questo genere spesso le donne si dedicano al cucito e lavorano sottoterra: la ragazza infatti entra a lavorare col buio ed esce col buio. Con questa critica (anche nell’opera “The Jungle”) si avvia una letteratura più attenta e di denuncia sociale (inizio Novecento).
  • Par. 44, 45, 46. Lo stipendio non permette però alla ragazza di condurre una vita dignitosa: condivide infatti la stanza in cui vive e dorme su un materasso sul pavimento, ha una sensazione di fame perpetua che non riesce a saziare. Il suo corpo è martoriato, ma grazie a questo lavoro ha almeno il tempo per ascoltare i suoi sentimenti, comunicare con se stessa e mettere in discussione la sua idea di America; si sente come un agnello sperduto in una foresta (wilderness). Vi è una discrepanza tra l’America come luogo geografico e l’America come ideale. Vi dovrebbe essere la possibilità di lavorare per amore e non per vivere.
  • Par. 47, 48, 49. A lavoro la ragazza riceve promesse concrete, ma nel frattempo ella ha iniziato il processo di affermazione del sé.
  • Par. 50, 51, 52, 53, 54. La protagonista viene licenziata dal suo impiego perché reclama alcuni diritti, fattore che potrebbe diventare un esempio pericoloso per le altre lavoratrici e creare possibilità di rivolta.
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/11 Lingue e letterature anglo-americane

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