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Economia politica

La nascita dell'economia

Che cos'è l'economia

L'economia è una disciplina in continua evoluzione e le società moderne hanno introdotto complessità nelle dinamiche economiche. Le relazioni tra l'economia e altre discipline come matematica, filosofia e psicologia sono cambiate nel tempo. Gli argomenti economici includono le scelte individuali di consumo, risparmio e lavoro, le decisioni aziendali su produzione, assunzioni e investimenti, il funzionamento del mercato del lavoro, la determinazione dei prezzi e l'importanza della crescita economica. L'influenza dello Stato sull'economia e le relazioni economiche internazionali sono anche temi cruciali.

Il sistema economico coinvolge diversi agenti come famiglie, imprese, Stato, banche e il resto del mondo, e può assumere forme diverse come economie di mercato, economie pianificate o economie miste, a seconda degli assetti istituzionali. Infine, si sottolinea che la maggior parte dei sistemi economici attuali è di tipo misto, con la presenza sia dell'iniziativa privata che dell'intervento dello Stato. L'insieme delle relazioni che intercorrono fra agenti economici prende il nome di sistema economico.

Le scelte degli agenti

L'economia politica riguarda le relazioni economiche tra diversi agenti economici, come individui, imprese, organizzazioni e istituzioni. Queste relazioni possono riguardare lo scambio di beni tra produttori e consumatori, rapporti tra contribuenti e lo Stato, o relazioni economiche tra nazioni. Gli agenti economici includono famiglie, imprese, lo Stato, banche e il resto del mondo.

Le famiglie svolgono un ruolo centrale nell'economia, influenzando le decisioni economiche attraverso il consumo, il risparmio e il lavoro. Le imprese determinano cosa e quanto produrre in base alle prospettive di vendita e scelgono le tecniche di produzione. Lo Stato fornisce servizi pubblici e raccoglie entrate attraverso le imposte. Le banche raccolgono risparmi e concedono prestiti, mentre il resto del mondo rappresenta relazioni economiche internazionali.

Il sistema economico può variare a seconda degli assetti istituzionali e può essere di tipo mercato, pianificato o misto. Nelle economie di mercato, i prezzi e le decisioni economiche sono determinati dalle scelte degli agenti, mentre nelle economie pianificate, lo Stato gestisce la produzione e i prezzi. Tuttavia, nella realtà, la maggior parte dei sistemi economici è di tipo misto, con la presenza sia dell'iniziativa privata che dell'intervento dello Stato. Si parla di disavanzo pubblico quando, in un dato anno, le entrate non sono state sufficienti a coprire le spese, mentre per debito pubblico si intende l'ammontare complessivo di debiti che lo Stato contrae nel corso del tempo.

I sistemi socialisti che si fondavano sull'economia pianificata hanno rinunciato a questo sistema di organizzazione e stanno attraversando una fase di passaggio verso l'economia di mercato. Le scelte economiche degli agenti sono guidate dal principio della scarsità, poiché le risorse sono limitate rispetto alle molte alternative disponibili. Gli agenti cercano di massimizzare i benefici e minimizzare i costi nelle loro decisioni economiche, seguendo il principio di razionalità.

Flusso circolare del reddito

Il flusso circolare del reddito descrive le relazioni economiche all'interno del sistema economico, inclusi scambi di beni e servizi tra famiglie e imprese, nonché transazioni sui fattori produttivi come lavoro, capitale e materie prime. Queste transazioni comportano flussi monetari (come spesa delle famiglie e retribuzioni delle imprese) e flussi reali (riferiti ai beni e servizi). Tuttavia, i modelli economici semplificano la realtà e non tengono conto di tutte le sfumature della vita economica.

Le famiglie non sono solo consumatori ma svolgono anche ruoli domestici e di assistenza, mentre le imprese possono vendere beni a altre imprese, non solo alle famiglie. Altri attori, come le banche, complicano ulteriormente la rete di relazioni economiche, svolgendo un ruolo di intermediazione tra famiglie, imprese e Stato. Gli scambi internazionali, come le importazioni ed esportazioni, aggiungono un ulteriore livello di complessità.

Gli strumenti a disposizione degli economisti

Gli economisti utilizzano modelli semplificati della realtà per studiare i fenomeni economici. Questa semplificazione è necessaria ed utile, poiché cercare di modellare ogni dettaglio sarebbe inutile. Un modello economico è efficace quando coglie gli elementi essenziali di una relazione economica, ignorando i dettagli non rilevanti.

Quando ci sono molti fattori che influenzano una certa grandezza, come le vendite di automobili, gli economisti usano l'espressione "ceteris paribus" per indicare che è meglio analizzare la relazione tra due variabili alla volta, mantenendo costanti le altre condizioni. Questo significa che la relazione studiata è valida solo se tutte le altre variabili rimangono invariate.

L'analisi economica può essere positiva, limitandosi a descrivere la realtà, o normativa, esprimendo giudizi su ciò che dovrebbe accadere per raggiungere determinati obiettivi collettivi. Inoltre, può essere teorica, basata su leggi economiche generali espresse attraverso funzioni matematiche, o empirica, derivata dall'osservazione della realtà in contesti specifici. L'analisi può anche essere statica, considerando le grandezze economiche in un dato istante, o dinamica, studiando come i fenomeni evolvono nel tempo.

Le grandezze economiche

Le grandezze economiche, misurabili e variabili nel tempo o in diverse circostanze, includono il reddito, i prezzi, il numero di disoccupati e il tasso di inflazione. I modelli economici studiano le relazioni tra queste variabili. Esistono vari tipi di variabili: endogene (dipendenti da altre grandezze nel modello) e esogene (autonome, prese come dati esterni al modello). Si distinguono anche tra variabili discrete (con valori finiti o interi) e continue (con valori infiniti).

Le variabili di stock si riferiscono a grandezze economiche in un preciso istante temporale (come il capitale di un'impresa), mentre le variabili di flusso si riferiscono a quelle variabili che hanno una dimensione quantità/tempo o valore/tempo e che per tanto vanno misurate con riferimento ad un certo arco di tempo (come il reddito annuale). Si fa anche distinzione tra grandezze nominali (espresse in termini monetari) e grandezze reali (che tengono conto delle variazioni dei prezzi nel tempo).

Quando si studia come una certa grandezza economica si è modificata nel corso del tempo, occorre tenere presente che essa è espressa in termini monetari, dollari, euro, o in qualunque altra moneta, e che una parte della variazione è legata al fatto che con il passare del tempo anche il valore della moneta è variato poiché sono cambiati i prezzi. Quindi, quando si esaminano le variazione delle grandezze economiche nel corso del tempo, si cerca di isolare l'effetto dovuto alla variazione dei prezzi considerando, quindi, le grandezze reali anziché quelle monetarie.

Alcune nozioni

L'uso della rappresentazione grafica è comune in economia per mostrare relazioni tra variabili. I grafici possono confrontare fatti, evidenziare variazioni nel tempo o rappresentare relazioni tra grandezze economiche.

Microeconomia

La microeconomia studia il comportamento dei singoli consumatori e delle imprese, nonché come si formano i prezzi sui diversi mercati. Per i consumatori, si analizza come effettuano le scelte di consumo, come si determina la curva di domanda individuale e come reagiscono ai cambiamenti nei prezzi e nel reddito. Per le imprese, si esamina come e cosa decidono di produrre, quanto producono e come si determina la curva d'offerta dei beni da parte di ogni impresa.

Le principali scuole di economia

L'evoluzione delle idee

La scienza economica ha una storia e un'evoluzione proprie, influenzate da fattori storici, eventi politici e sviluppi in discipline come la filosofia, la sociologia e la matematica. Ciò ha portato a diverse teorie economiche che spiegano i fenomeni in modi diversi. Questa diversità di opinioni è utile in quanto:

  • Aiuta a riconoscere la complessità dei fatti economici e la mancanza di soluzioni semplici.
  • Permette il confronto tra diverse prospettive teoriche, consentendo a ognuno di sviluppare un'opinione personale sugli eventi economici.

L'evoluzione dell'economia implica una distinzione tra la descrizione dei fatti economici e l'evoluzione delle idee per interpretarli. Le origini dell'economia risalgono al periodo che va dal declino del sistema feudale alla prima rivoluzione industriale, con la corrente di pensiero del mercantilismo seguita dai fisiocrati.

Il mercantilismo offriva consigli ai governanti sul raggiungimento di ricchezza e potere attraverso l'accumulo di oro e metalli preziosi tramite l'esportazione di merci nazionali. Le importazioni erano scoraggiate. I fisiocrati, guidati da Francois Quesnay, si concentravano sull'agricoltura come unico settore produttivo e cercavano di studiare le interdipendenze tra settori e classi sociali. Essi cercavano leggi naturali e ritenevano che solo l'agricoltura potesse generare un surplus. Inoltre, erano i primi a studiare le interazioni tra settori e classi sia nella produzione che nella distribuzione dei beni, con l'agricoltura che forniva un surplus sufficiente per tutte le classi.

Le differenze tra mercantilisti e fisiocrati risiedevano nella fonte di ricchezza (oro per i mercantilisti, prodotto netto dall'agricoltura per i fisiocrati) e nell'intervento statale (essenziale per i mercantilisti, inopportuno per i fisiocrati).

L'economia classica

Dalla metà dell'Ottocento, lo studio dell'economia ha guadagnato sempre più importanza, principalmente a causa della Rivoluzione Industriale. Questa rivoluzione, iniziata in Inghilterra nel XVIII secolo e successivamente diffusasi in Francia, Germania e Stati Uniti, ha portato a significative trasformazioni nell'ambito produttivo. La Rivoluzione Industriale ha visto la nascita delle prime fabbriche e l'emergere della figura dell'imprenditore. In questo periodo, sono state introdotte macchine a vapore e nuovi materiali come il carbone fossile.

Queste trasformazioni hanno generato ricchezza e profitti ma anche nuovi problemi economici e sociali. Ci si è posti domande su come regolare la rapida crescita economica e come distribuire l'eccedenza tra le classi sociali. Per rispondere a queste domande, economisti come Adam Smith, Thomas Robert Malthus, e David Ricardo hanno offerto diverse teorie.

Adam Smith è considerato il padre dell'economia politica e il fondatore della scuola classica. Egli credeva in un ordine naturale che guidasse la società verso risultati ottimali attraverso le azioni e gli interessi personali di ciascuno, mediati dalla "mano invisibile" del mercato.

Thomas Robert Malthus ha studiato la relazione tra crescita demografica e sviluppo economico (progressione geometrica della popolazione), sostenendo che il miglioramento delle condizioni di vita portasse a una crescita demografica incontrollata rispetto alle risorse disponibili.

David Ricardo ha completato la teoria del valore-lavoro, affermando che il valore dei beni è determinato dalla quantità di lavoro necessaria per produrli. Ha anche formulato una teoria sulla distribuzione della ricchezza tra classi sociali.

Karl Marx ha criticato gli economisti classici per non aver analizzato le questioni economiche in un contesto storico più ampio. Ha sviluppato la teoria del valore-lavoro, ma ha sottolineato il conflitto di classe tra capitalisti e proletari come una fase transitoria del capitalismo. Considerando che il capitalista impiega i lavoratori per un'intera giornata e quindi per un numero di ore superiori a quelle corrispondenti al salario di sussistenza, si determina un plusvalore di cui se ne appropria il capitalista. Questa sottrazione di plusvalore Marx la considera sfruttamento.

Marx ha previsto che il capitalismo sarebbe crollato, facendo spazio a una dittatura del proletariato e alla proprietà statale dei mezzi di produzione. La teoria economica marxista ha contribuito a collocare lo studio delle questioni economiche in un contesto più ampio, ma ha ricevuto critiche, in particolare per alcune fragilità nella teoria del valore-lavoro e per aver trascurato i benefici del progresso tecnologico per la classe lavoratrice.

La scuola neoclassica

Nel tardo XIX secolo, lo sviluppo industriale divenne sempre più significativo, con la crescita delle grandi industrie, il miglioramento dei sistemi di trasporto e un aumento del tenore di vita. In questo contesto, emerse la corrente dell'economia neoclassica, che utilizzava strumenti matematici per un'analisi più precisa dei problemi economici, dando vita alla "rivoluzione marginale" o "economia marginalista". Gli economisti neoclassici si concentravano sulle variazioni marginali delle grandezze, analizzando il costo marginale (l'extra costo per ottenere un'unità aggiuntiva di un bene) e il beneficio marginale (il vantaggio ottenibile dall'acquisto o dall'uso di un'unità in più dello stesso bene).

Le principali caratteristiche dell'economia neoclassica includono:

  • La validità assoluta delle leggi economiche.
  • L'analisi si concentra sulle scelte del singolo individuo, seguendo il principio dell'individualismo metodologico.
  • L'abbandono della teoria classica del valore-lavoro in favore della teoria del valore-utilità.
  • Una totale fiducia nelle capacità dei mercati concorrenziali di raggiungere l'equilibrio.

Mentre la teoria classica si concentrava sulle relazioni tra le classi sociali e sui conflitti legati alla distribuzione del prodotto sociale, la teoria neoclassica è stata sviluppata come una scienza esatta, indipendente dal contesto storico e istituzionale. La sua attenzione si è rivolta ai comportamenti individuali dei soggetti economici, promuovendo l'individualismo metodologico. Invece di basarsi sulla teoria del valore-lavoro, l'economia neoclassica ha adottato la teoria del valore-utilità, in cui il valore è considerato una grandezza soggettiva legata alle preferenze individuali.

Il problema centrale per i neoclassici è stato come conciliare i bisogni illimitati delle persone con le risorse limitate disponibili nella società. Tuttavia, sia la teoria classica che quella neoclassica condividono una profonda fiducia nelle forze di mercato e ritengono che l'intervento dello Stato debba essere limitato alle funzioni di difesa, giustizia e ordine pubblico.

I neoclassici credono che attraverso il meccanismo dei prezzi, della domanda e dell'offerta, i mercati siano in grado di raggiungere un equilibrio e di funzionare regolarmente, evitando la presenza di risorse inutilizzate. Considerano la concorrenza perfetta come la forma ideale di mercato, ma studiano anche le situazioni di monopolio, in cui una sola impresa può influenzare il prezzo di un bene. In queste situazioni, l'obiettivo di equilibrio sociale può essere compromesso.

La rivoluzione Keynesiana

Tra il 1870 e l'inizio della prima guerra mondiale, il capitalismo ha sperimentato fasi di espansione economica alternate a periodi di crisi e recessione, portando instabilità al sistema. Tuttavia, gli economisti ritenevano che questa instabilità fosse temporanea e destinata a scomparire grazie alle forze di mercato.

Alcuni economisti hanno cercato di superare i limiti della teoria neoclassica, che non era in grado di spiegare o prevedere questi fenomeni, e di adattarla al contesto in evoluzione. Joseph Schumpeter ha focalizzato la sua attenzione sullo sviluppo economico e i cicli economici, che la teoria neoclassica trascurava. Ha sostenuto che lo sviluppo economico è guidato dall'innovazione e crea nuovi prodotti e tecniche produttive, migliorando il tenore di vita dell'intera società.

Altri economisti come Piero Sraffa, Edward Chamberlin e Joan Robinson hanno evidenziato che la maggior parte dei settori industriali era caratterizzata dalla presenza di poche grandi imprese in grado di influenzare i prezzi e limitare la libertà di domanda e offerta. Oltre ai modelli di monopolio e concorrenza perfetta, sono state studiate altre forme di mercato, come la concorrenza monopolistica e l'oligopolio, cercando di estendere l'analisi marginale.

La visione ottimistica neoclassica è stata smentita dalla Grande Depressione iniziata nel 1929 con il crollo della Borsa di New York, che ha causato una grave crisi finanziaria che ha colpito molti paesi industrializzati. In questa situazione, la teoria neoclassica non aveva risposte adeguate per affrontare la lunga crisi.

John Maynard Keynes ha spiegato le cause della Grande Depressione e ha suggerito politiche economiche adeguate per uscirne e prevenirne future. La sua teoria si è concentrata su grandi aggregati economici come la produzione, il reddito, il consumo, l'occupazione e il livello dei prezzi, introducendo un approccio macroeconomico. Keynes ha attribuito un ruolo importante alla domanda aggregata e ha sostenuto che stimolare la domanda era essenziale per combattere la disoccupazione.

Keynes ha anche evidenziato l'importanza dei mercati monetari e finanziari e il ruolo fondamentale dello Stato nell'economia. Nelle decadi successive, due principali scuole di pensiero si sono contrapposte: la nuova macroeconomia (neoclassica), basata sul libero mercato e le aspettative razionali, e l'approccio keynesiano, che sostiene l'intervento dello Stato.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher elisch97 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Universita telematica "Pegaso" di Napoli o del prof Vastola Aldo.
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