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Economia industriale internazionale

Corso Prof. Franco Mosconi

A.A. 2022/23

UniPr - CLEI

Capitolo 1 - Una panoramica dell’organizzazione industriale

Esistono almeno due approcci per affrontare lo studio dell’organizzazione industriale: il primo è denominato struttura-comportamento-risultato (o anche struttura-comportamento-performance, SCR) ed è prevalentemente descrittivo e atto a fornire una visione di sintesi dell’organizzazione industriale, mentre il secondo, il quale è basato sulla teoria della formazione di prezzi, si avvale di modelli microeconomici al fine di spiegare il comportamento delle imprese e la struttura del mercato.

Secondo l’approccio SCR i risultati economici di un’industria dipendono dal comportamento delle imprese che, a sua volta, è in funzione della struttura. La struttura di un’industria dipende da alcuni fattori di base, quali la tecnologia e la domanda. Questa figura illustra i rapporti tra struttura, comportamento e risultati economici, evidenziando anche le interazioni con le condizioni di base e le politiche pubbliche.

Le relazioni esistenti tra gli elementi appartenenti ai cinque riquadri sono piuttosto complesse. Le regolamentazioni incidono sul numero di imprese operanti in un mercato e dunque le imprese possono cercare di influenzare le politiche pubbliche di regolamentazione al fine di aumentare i propri profitti. Analogamente, se le barriere all’entrata determinano condizioni di monopolio in un determinato mercato, altre industrie possono sviluppare prodotti sostitutivi che influenzano la domanda del prodotto offerto in condizioni di monopolio.

L’approccio SCR è un quadro di riferimento molto generale per lo studio dell’organizzazione industriale, e può pertanto essere utilizzato per ordinare logicamente il materiale contenuto in questo volume. Anche il secondo approccio, quello basato sulla teoria di formazione dei prezzi, può fornire un utile criterio di organizzazione.

I costi di transazione sono quelle spese che devono essere sostenute per effettuare uno scambio, al di là del prezzo del bene scambiato. Oltre 60 anni fa Ronald H. Coase (fondatore della teoria dell’impresa) affermò che l’impresa e il mercato rappresentano due mezzi diversi per organizzare l’attività economica. Coase sottolineò che il ricorso al mercato implica determinati costi, i quali a loro volta contano di determinare la struttura del mercato: se i costi di transazione sono alti, vuol dire che i costi del bene sono alti, dunque diviene conveniente produrre il proprio.

Domanda d’esame

  • Perché S-C-R è il paradigma classico dell'economia industriale? Come funziona?
  • Dopo aver definito che cosa si intende per struttura del mercato, si descrivano le relazioni causali che legano struttura comportamento risultati.

Capitolo 2 - Impresa e costi

L’impresa è un’organizzazione produttiva che trasforma gli input in output. Il profitto dell’impresa è dato dalla differenza tra i ricavi derivanti dalla vendita dei beni prodotti e i costi relativi all’acquisto delle risorse utilizzate per la produzione e la vendita.

Fusioni e acquisizioni

Un’impresa può espandersi mediante l’investimento oppure mediante fusioni o acquisizioni, operazioni che consentono di combinare i capitali e le attività di due o più imprese per creare una nuova impresa. Esistono tre tipi di fusioni:

  • Fusioni verticali, in cui un’impresa si unisce con un suo fornitore;
  • Fusioni orizzontali, in cui vi è l’unione di due imprese concorrenti nello stesso settore;
  • Fusioni conglomerali, in cui l’operazione riguarda imprese operanti in settori diversi e non correlati.

Fusioni che aumentano il livello di efficienza: sono altamente desiderabili per la società per svariati motivi, come l’aumento delle dimensioni per raggiungere un livello ottimale, la creazione di sinergie e il miglioramento del management.

  • Aumento della dimensione ottimale: l’accorpamento di due imprese può portare a una riduzione delle ridondanze e allo sfruttamento dei vantaggi derivanti dall’aumento delle dimensioni. A seguito di un mutamento del costo dei fattori di produzione, la dimensione ottima dell’impresa può aumentare. Negli ultimi anni del 1800 il costo di trasporti dei materiali e dei beni crollò a causa del rapido sviluppo della rete ferroviaria, così come quello delle comunicazioni si ridusse in seguito alla diffusione di telegrafo e telefono; inoltre, lo sviluppo dei mercati finanziari provocò una riduzione dei costi relativi alla raccolta del capitale. Probabilmente, la combinazione di tali sentieri condusse ad un aumento della dimensione ottima delle imprese e alla conseguente affermazione della grande società per azioni quale principale forma organizzativa nel sistema economico statunitense;
  • Sinergie: imprese che svolgono attività diverse ma complementari possono ricavare dei vantaggi dalla fusione grazie alle conseguenti economie di scopo. Lo svolgimento di due diverse attività da parte di una stessa impresa può risultare infatti più economico rispetto al loro svolgimento effettuato separatamente da due imprese specializzate. Se un’impresa eccelle nella progettazione di automobili veloci, mentre un’altra è specializzata nella progettazione di automobili dalla linea accattivante, esse possono trarre reciproco vantaggio da una fusione.

Fusioni che riducono il livello di efficienza: alcune operazioni di fusione possono causare una riduzione sia dei livelli di efficienza sia della profittabilità.

  • Potere di mercato o influenza politica: se un numero sufficiente di imprese operanti nella stessa industria si fondessero, l’impresa risultante dovrebbe fare fronte ad una minore concorrenza, acquisendo un maggiore potere di mercato, che corrisponde alla capacità di un’impresa di stabilire un prezzo superiore al livello concorrenziale. Se il prezzo supera il livello concorrenziale, viene prodotta una quantità troppo limitata di beni, quindi l’eliminazione della concorrenza per mezzo di un’operazione di fusione potrebbe tradursi in prezzi più elevati per i consumatori. Negli USA e in Italia le leggi antitrust proibiscono le fusioni che potrebbero condurre ad una riduzione della concorrenza ed ad un aumento dei prezzi.

Le maggiori ondate di fusioni e acquisizioni sembrano coincidere con le fasi di boom del mercato azionario, ma i motivi non sono ancora completamente chiari. Si possono individuare cinque periodi caratterizzati da una grande intensità del fenomeno. George Stigler chiamò il primo periodo, primi anni ‘900, “movimento delle fusioni verso il monopolio”. In questo periodo l’economia statunitense era in una fase di profondo mutamento in seguito al rapido sviluppo delle ferrovie e delle comunicazioni. Il mercato azionario era divenuto un’importantissima fonte di capitale, e si stava assistendo alla creazione di imprese di grandi dimensioni, in molti casi ancora esistenti.

Nei primi anni del secolo, la fine della prima ondata di fusioni coincise con il rallentamento dell’economia e con il verdetto emesso dalla corte suprema nel 1904 circa il caso Northern Securities, in cui la corte decretò che alcune operazioni di fusione violavano la legge antitrust sancita dallo Sherman Act, entrato in vigore nel 1890. Stigler denominò il secondo periodo, alla fine degli anni ’20, “movimento delle fusioni verso l’oligopolio” ed il terzo, alla fine degli anni ’60, “movimento delle fusioni conglomerali”, in quanto numerose delle fusioni concluse in questo periodo diedero vita ad imprese conglomerali o holding che controllavano imprese operanti in settori produttivi diversi. Il quarto periodo non ha una denominazione particolare. È stato durante questa ondata di fusioni che le acquisizioni ostili sono diventate più comuni. Al quinto periodo si potrebbe assegnare il nome di “ondata delle fusioni di deregolamentazione”, in quanto la metà delle operazioni interessarono settori oggetto di deregolamentazione, come quello aereo, delle telecomunicazioni, dei media e bancario.

Concetti di costo

Generalmente, le imprese sostengono alcuni costi che dipendono dalla quantità prodotta e altri da essa indipendenti. Si definisce costo fisso F una spesa che non varia al variare del livello di produzione. Un buon esempio di costo fisso è costituito dall’iscrizione alla camera di commercio che un’impresa deve pagare per poter svolgere la propria attività; l’iscrizione deve essere pagata indipendentemente dal livello di produzione dell’impresa. La parte di costo fisso che non può essere recuperata è detta costo non recuperabile (sunk cost). Essa è metaforicamente paragonabile al latte versato, su cui è inutile piangere e non dovrebbe condizionare alcuna decisione successiva.

Al contrario, un costo fisso che può essere evitato deve essere considerato nel prendere una decisione. I costi, inclusi quelli fissi, che non si devono pagare in caso di interruzione di un’attività sono definiti costi evitabili. Si dicono invece costi variabili VC quei costi che variano al variare del livello di produzione (q). In generale, ad un aumento della produzione corrisponde un incremento del fabbisogno di manodopera, energia elettrica, e materie prime, per cui i costi variabili dipendono dai salari e dai prezzi che un’impresa deve pagare per l’approvvigionamento degli input.

I costi totali C sono dati dalla somma di tutti i costi fissi e variabili, per cui C = F + VC. Strettamente legati ai concetti di costo totale e costo variabile è il costo marginale MC, ovvero l’incremento del costo risultante dalla produzione di un’unità addizionale di output. Siccome i costi fissi non variano all’aumentare del livello di produzione, l’incremento del costo totale relativo all’aumento della produzione è pari al corrispondente incremento del costo variabile.

  1. Il costo medio AC equivale al rapporto tra costo totale e quantità prodotta;
  2. Il costo variabile medio AVC equivale al rapporto tra costo variabile e quantità prodotta;
  3. Il costo fisso medio AFC equivale al rapporto tra costo fisso e quantità prodotta.

Tra MC, AVC e AC esiste una relazione di tipo geometrico. Quando la curva MC è situata al di sotto della curva AVC, la curva AVC è decrescente; al contrario, quando la curva MC è situata al di sopra della curva AVC, la curva AVC è crescente. Quando MC eguaglia AVC, la curva AVC è al suo punto di minimo; lo stesso vale per AC.

All’aumentare della produzione, il costo fisso medio AFC tende a zero e AVC e AC si avvicinano. Una curva di costo riassume in sé un’enorme quantità di informazioni. Per esempio, sapendo come cambia la curva al variare dei salari o dei prezzi degli altri fattori, è possibile dedurre la tecnologia di produzione di un’impresa, cioè la relazione tra fattori di produzione e output che indica la massima quantità di output producibile a partire da un determinato insieme di fattori di produzione. In altre parole, conoscere la funzione di costo di un’impresa equivale a conoscere la sua tecnologia.

Breve periodo e lungo periodo. Per breve periodo si intende un lasso di tempo così breve da non consentire una variazione a costo zero di alcuni tra i fattori di produzione impiegati. Si dice lungo periodo un lasso temporale sufficientemente esteso da consentire una variazione di tutti i fattori di produzione a costo zero. Tra breve e lungo periodo non esiste una linea di demarcazione netta. In realtà, esiste piuttosto un continuum di periodi, dove l’aggiustamento è tanto più agevole quanto maggiore è la durata del periodo considerato.

L’impresa deve quindi sostenere costi di aggiustamento tanto più elevati, quanto più rapido è l’aggiustamento della propria capacità produttiva. Per questo motivo il costo medio di lungo periodo risulta sempre uguale o inferiore al costo medio di breve periodo. Tale relazione tra costi di lungo e breve periodo implica che la curva di lungo periodo sia costituita dall’inviluppo delle curve di breve periodo. Questo significa che la curva di costo medio di lungo periodo LRAC è costituita dall’insieme delle sezioni delle curve di costo medio di breve periodo SRAC che, per una determinata quantità di output prodotto, consentono di produrre al costo più basso.

Costo opportunità. “Il prezzo effettivo di qualsiasi cosa equivale allo sforzo e alla preoccupazione per ottenerla” (Adam Smith). Il costo opportunità di un’azione equivale al valore della miglior alternativa di utilizzo delle risorse impiegate per quella determinata azione.

Economie di scala

Quando un’impresa aumenta il proprio livello di produzione, i costi medi possono mantenersi costanti, aumentare o diminuire. Se i costi medi diminuiscono all’aumentare dell’output, si dice che l’impresa gode di economie di scala (rendimenti di scala crescenti). Se invece i costi medi non variano al variare dell'output, l’impresa ha rendimenti di scala costanti. Infine, se i costi medi aumentano all’aumentare dell’output, l’impresa presenta diseconomie di scala (rendimenti di scala decrescenti). Nel caso in cui un’impresa goda di economie di scala per qualsiasi livello di output, risulterà efficiente che quell’impresa produca l’intero output relativo all’industria.

Le cause delle economie di scala sono varie: una di queste è il fatto che i costi fissi di un’organizzazione non variano al variare del livello di output. Un secondo motivo è che incrementando la produzione, un’impresa può utilizzare il personale per mansioni più specializzate. Se un’impresa produce diversi beni all’interno di uno stesso stabilimento, la durata del ciclo di produzione aumenterà all’aumentare del livello di output. In alcuni casi poi, le economie di scala sono causate semplicemente da leggi fisiche. Il caso più noto concerne la relazione esistente tra volume e superficie.

La decisione relativa alla localizzazione di uno stabilimento è determinata in gran parte dalla comparazione tra i costi relativi al trasporto delle materie prime allo stabilimento e i costi relativi alla consegna del prodotto finito ai clienti. Qui dunque viene fatto un ragionamento sullo sfruttamento delle economie di scala nella produzione. La decisione relativa al numero ottimale di stabilimenti che un’impresa dovrebbe avere dipende dunque sia dai costi di trasporto delle materie prime e dei prodotti finiti, sia dalle economie di scala relative alla produzione.

Quanto maggiore è l’importanza delle economie di scala nella produzione, tanto più elevata è la probabilità che il processo produttivo sia concentrato in un numero limitato di impianti; più elevati sono i costi di trasporto, più è probabile che la produzione si effettui in vari stabilimenti, secondo un modello decentralizzato. Si hanno delle economie di scala quando i costi medi diminuiscono all’aumentare del livello di produzione. La scala efficiente minima SEM di uno stabilimento è il livello minimo di produzione che permette di minimizzare i costi medi di lungo periodo.

Quando la produzione congiunta di due prodotti risulta più conveniente rispetto alla produzione separata di ciascuno dei due, si parla di economie di scopo. Quando due imprese operano in stretta dipendenza l’una dall’altra, i costi di transazione sono elevati ed esiste per entrambe il rischio di un comportamento opportunistico. L’esistenza di elevati costi di transazione giustifica la produzione da parte di una singola impresa dei prodotti caratterizzati da significative economie di scopo. L’informazione rappresenta senz’altro uno dei fattori produttivi più importanti per la produzione e la vendita di prodotti correlati, in quanto le informazioni relative ad un prodotto interesseranno con tutta probabilità anche un secondo prodotto connesso al primo.

Spesso le imprese fabbricano numerosi prodotti per sfruttare le economie di scala possibili nella loro commercializzazione. Per i negozianti è preferibile avere a che fare con un solo venditore in grado di soddisfare esigenze diverse. Un’impresa multi-prodotto può destinare ciascuno dei propri stabilimenti alla fabbricazione di un singolo prodotto, ottenendo così economie di scala nell’attività di produzione, pur fabbricando un’intera linea di prodotti.

Domanda d’esame

  • Si definiscano e si illustrino i tipi o concetti di costo, avvalendosi anche della figura di sintesi pubblicata nel manuale (la figura 2.3);

Capitolo 3 - La concorrenza

Esternalità

L’equilibrio concorrenziale non è ottimale quando un bene cui i consumatori attribuiscono un valore non ha prezzo o ha il prezzo sbagliato. Purtroppo a molti beni o mali non si può attribuire un prezzo: i beni e i mali privi di prezzo vengono definiti esternalità. Un’esternalità si genera quando i consumatori o le imprese non sostengono l’intero costo derivante dal danno che le loro azioni arrecano agli altri.

L’esempio più importante di esternalità negativa (azione non compensata che nuoce agli altri) è l’inquinamento, che appunto è un male cui non si può attribuire un prezzo. In assenza di normative statali le imprese manifatturiere non pagano per l’inquinamento che creano, e pertanto nel decidere il livello di output da realizzare ignorano il costo dell’inquinamento per la società. In altri termini il loro costo marginale privato connesso alla produzione di un’unità addizionale è inferiore al costo marginale sociale. Di conseguenza, esse producono più del livello ottimale dal punto di vista sociale. Tali distorsioni o produzioni inefficienti dovute alla determinazione inadeguata del prezzo

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher fsecci02 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Economia industriale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Parma o del prof Veneziani Mario.
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