Storia romana
25/09/2018
Pre-appello: 14/01/2019 ore 10.30 | Primo appello: 30/01/2018 | Secondo appello: 19/02/2018
Introduzione
1. Coordinate temporali
754/53 a.C.: fondazione di Roma secondo Marco Terenzio Varrone (questa data diventa ➢ canonica a partire dall’età imperiale). Circolavano anche datazioni diverse, alcune differiscono da quella varroniana di poco; i primi annalisti (fine III secolo) se ne distanziavano un po’ di più, di pochi anni Fabio Pittore (748) e di un ventennio Cincio Alimento (728). Radicalmente diverse erano le cronologie seguite da altri: Eratostene, direttore della biblioteca alessandrina nel III secolo, pone la data di fondazione di Roma alla fine dell’XI secolo a.C. (in quanto ritiene che Romolo sia il nipote di Enea). Timeo di Tauromene, primo storiografo greco che si occupa di Roma, pone l’anno della fondazione nell’814 → significato simbolico: coincideva con la fondazione di Cartagine).
La nascita di Roma è segnata da un atto preciso: la fondazione da parte di Romolo. In realtà, gli studiosi concordano sul fatto che la nascita di una città sia un fenomeno molto complesso, frutto di un lungo processo evolutivo. Tracce di insediamenti abitativi su alcuni colli sono attestate sin dal X-IX secolo a.C., se non addirittura dall’età del bronzo (1600 a.C. ca).
La storia romana finisce nel 476, con la deposizione di Romolo Augustolo da parte di ➢ Odoacre. Nelle regioni orientali, l’impero sopravvive fino al 1453 (distruzione di Costantinopoli). In occidente si formano i regni romano barbarici, dai quali nascerà il Sacro Romano Impero di Carlo Magno.
Le date comunque hanno un carattere convenzionale, ma in ogni caso con la storia di Roma siamo di fronte a un periodo di tempo lunghissimo, che copre più di dodici secoli.
2. Coordinate spaziali
Da un piccolo insediamento sui colli tiberini, Roma arriva a dominare, in un lasso di tempo relativamente breve, un territorio vastissimo, dalla Britannia all’India, dalla Germania all’Africa settentrionale. In questo territorio, il Mediterraneo diventa una sorta di mare interno (Mare Nostrum). L’impero romano è la più lunga esperienza di continuità politica che l’Europa abbia mai conosciuto.
Polibio, storico greco che viene preso ostaggio a Roma, rimane conquistato dalla Roma del tempo e ne diviene un grande ammiratore. Pone al centro della sua ricerca storiografica il fenomeno dell’espansione romana (lettura di un passo delle Storie).
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3. Accuse allo studio della storia
Prima accusa
Si rimprovera alla storia il fatto di essere nociva in quanto ingannevole e falsa, strumentalizzabile (secondo una definizione di Valery, ma affermazioni analoghe si ritrovano anche in epoca antica, ad esempio in Seneca il Vecchio e in Luciano di Samosata). La storia può essere effettivamente strumentalizzata → es: appropriazione delle immagini di Roma antica fatta dal regime fascista.
Non per questo motivo, però, bisogna evitare di studiarla, in quanto l’uomo è un animale storico. Bisogna difendersi dai possibili usi distorti della storia, e lo si fa proprio studiandola.
Al giorno d’oggi assistiamo a un certo revival della storia antica, che però si accompagna a mancanza di competenze professionali nel campo. La conoscenza del passato ha delle regole, e solo un esperto di tali regole garantisce la validità dei risultati conseguiti, è una materia “scientifica”. Non è, però, necessario trovare alla storia un’utilità pratica: lo studio della storia è valido in sé e per sé, in quanto attività cognitiva, speculativa, intellettiva, che allena il cervello.
Questo discorso vale anche per la storia antica, e in particolare romana? Al giorno d’oggi sono intervenuti una serie di mutamenti che hanno cambiato radicalmente modi di vita e sistemi di valori, che ha aperto una frattura con il rapporto con l’antico. Ricordiamo che certi concetti antichi possono essere validi ancora oggi: la storia romana offre numerosi spunti di riflessione alla modernità.
Esempi:
- L’impero romano è un impero duraturo, per questo può divenire un punto di riferimento per i grandi imperi del passato, che con Roma si sono confrontati anche per trovare la chiave del successo romano (impero asburgico, Napoleone III, colonialismo inglese, dominio statunitense).
- Capacità romana di creare una realtà multietnica e multiculturale, che si caratterizza da una sostanziale assenza di razzismo e di tolleranza religiosa.
- Assetti della libera res publica che vengono ripresi dalla Rivoluzione francese, ma a cui si guarda anche al giorno d’oggi.
Continuità tra mondo classico e mondo contemporaneo? Molti studiosi sottolineano la discontinuità tra la Roma antica e il mondo moderno. Le realtà istituzionali romane possono fungere da punti di riferimento a noi oggi in quanto risposte a problemi comuni del vivere associato, ma sono necessariamente diverse perché si collocano in un contesto completamente diverso dal nostro (bisogna conoscere per differentiam).
Seconda accusa
I positivisti erano convinti che, adottando un rigoroso metodo scientifico, si potesse giungere alla verità anche del passato. Nel nostro secolo, invece, è venuto prevalendo un atteggiamento scettico: la storia non è perseguibile perché una ricostruzione autentica non è raggiungibile. La storia non può essere vera. Questo scetticismo nasce da due constatazioni:
- Consapevolezza della debolezza delle nostre informazioni sul passato. I documenti di cui noi disponiamo (soprattutto per la storia antica) sono spesso pochi e frammentari, sopravvissuti casualmente. Non costituiscono quasi mai un dossier completo e omogeneo, ma presentano diversi livelli di documentazione. Non è detto, infatti, che ogni testimone contenga tutte le informazioni per ricostruire il passato. Non sono mai testimoni puri, asettici, oggettivi: la loro visione è sempre soggettiva → problema delle fonti.
- Problemi legati alla figura dello storico: egli si trova a fare un lavoro in parte congetturale. Il lavoro dello storico, poi, è sempre filtrato dalla sua soggettività.
In tempi recenti, questa accusa di impossibilità della storia è stata ripresa in modo ancora più radicale, soprattutto da certe correnti, tutte accomunate dalla valorizzazione della dimensione testuale del lavoro storiografico. Lo storico comunica i propri risultati per iscritto, componendo un testo che, secondo i teorici narrativisti, proprio in quanto testo, va analizzato sotto il profilo della forma letteraria. In questo modo, però, concentrando l’attenzione sulla dimensione narrativa, giungono a mettere in dubbio la dimensione cognitiva della storia. Secondo i narrativisti, gli storici che pretendono di ricostruire il passato impiegano le stesse tecniche degli scrittori di fictional narrative. La conoscenza del mondo che ne deriva, dunque, non è autentica. Questo discorso vale anche per la storiografia antica: lo storico, per gli antichi, deve essere esperto di ars scribendi. Cicerone, nel De legibus, definisce la storiografia come “lavoro di chi conosce l’arte del dire”. Gli storiografi antichi usano spesso gli artifici della retorica, in contrasto con i canoni della storia scientifica (es: i discorsi di Tucidide, i cliché narrativi delle battaglie, ecc).
Gli storici si scagliano contro queste accuse: si può mal interpretare gli eventi, ma comunque si dimostra che gli eventi ci sono, sono esistiti. Lo storico applica un rigoroso metodo scientifico. Giungerà non alla verità assoluta, ma a una verità parziale, personale, ma non per questo non vera.
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4. Metodo dell’indagine storica
Per raggiungere la verità parziale nella storia, dobbiamo sottostare a delle regole, bisogna seguire un metodo scientifico. Ci sono diversi modi di fare storia: facciamo storia anche quando leggiamo un libro storico, visitiamo una mostra, quando studiamo un manuale, ecc… Ma è diverso far storia per mera curiosità e fare storia per mestiere. Il secondo piano si differenzia dal primo per metodo e finalità. Per chi fa storia per mestiere, il conoscere è finalizzato all’apprendimento e alla comunicazione. Tucidide (II, 66) dice che aver raggiunto la conoscenza senza la capacità di comunicarla è come non averla raggiunta.
Con indagine scientifica ci si riferisce a un lavoro d’indagine condotto secondo parametri precisi, che prevedono una serie di passaggi ben codificati. Si tratta di una τέχνη con delle precise regole. Il primo significato di storia (dal greco ιστορία/ιστορίη) è quello di “indagine” → dalla radice ιδ- del verbo ὀράω, vedere.
- Raccolta delle fonti. Si parte dalle fonti, che indicano qualsiasi testimonianza giunta dal passato. Fonte può essere qualsiasi cosa del passato, dalla fonte letteraria alla fonte materiale. La storia romana si caratterizza dal fatto di basarsi su una pluralità di fonti. La prima tappa dell’indagine storica è dunque la raccolta delle fonti. Il raccoglimento delle fonti deve essere esaustivo, anche se non avremo mai un materiale documentario completo e molto spesso sarà frammentario e incompleto.
- Analisi critica delle fonti. “Critico” viene da κρίνειν, giudicare: valutare ciò che dice e non dice una determinata fonte, interpretarla nel modo corretto. Non è facile valutare l’attendibilità di una fonte, non c’è una regola precisa. Un tempo era d’uso stabilire una gerarchia tra le fonti primarie e le fonti secondarie, le prime più attendibili. Le fonti primarie erano quelle dirette: epigrafe, coccio, monumento, moneta, ecc; le fonti secondarie erano quelle letterarie, che si riteneva presentassero un maggior livello di mediazione. Questa distinzione a volte viene usata anche oggi, ma ormai è stata superata. Si tende a dividere tra fonti più antiche e fonti più recenti, e si ritengono più attendibili gli autori più antichi perché sono più vicini ai tempi di cui narrano, anche se non è necessariamente vero (recentiores non deteriores). Il processo di analisi delle fonti è molto complesso perché ogni fonte richiede metodi di analisi differenziati e specifici: la storia romana è una scienza multidisciplinare. Molto spesso non è facile far dialogare fonti diverse che pur parlano della stessa cosa. Proprio perché ogni fonte richiede una propria specificità sono venute specializzandosi singole branche della ricerca storica (archeologia, epigrafia, ecc).
- Ricostruzione delle fonti. Bisogna individuare un filo che leghi le varie fonti, delineare i rapporti di causa-effetto e ricostruire in modo generale il soggetto dell’indagine.
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01/10/2018
Le origini di Roma
Mito e storia
Secondo il mito ➢
Abbiamo un fondatore eponimo, Romolo. Egli non è un uomo qualunque, ha tutti i tratti dell’eroe, a cominciare dalle ascendenze. È figlio di Rea Silvia, figlia di Numitore, re di Albalonga. Ella sarebbe stata costretta a farsi vestale (sacerdotessa della dea Vesta), e dunque obbligata alla castità, poiché c’era stata un’usurpazione: suo zio Amulio aveva usurpato il trono, dunque non voleva che lei avesse eredi. Silvia, però, venne violentata dal dio Marte e nascono due gemelli, Romolo e Remo. Lo zio cerca di ucciderli, ma il Tevere straripa e coloro che sono incaricati di abbandonare in una cesta i gemelli non riescono ad arrivare al centro del fiume. Arriva dunque una lupa e li allatta, poi il pastore Faustolo li adotta e li alleva con la moglie Laurenzia. Successivamente i due vengono riconosciuti come figli di Rea Silvia e riescono a riconquistare la città per conto del sovrano legittimo. I due fratelli decidono di lasciare Albalonga e di scegliere una nuova sede. Tuttavia, scoppia una rivalità per la cupido regni, che si conclude con una disputa: deve fondare la città chi per primo vede un segno divino. Remo vede 6 avvoltoi, Romolo ne vede 12: conta chi li ha visti per primi o chi ne ha visti di più? Remo scavalca la linea tracciata da Romolo e viene ucciso da quest’ultimo.
C’è il problema del popolamento della città: si risolve in un primo momento con l’asilum (si accoglie chiunque nella città) e poi avviene il Ratto delle Sabine. Vengono catturate delle donne sabine e portate a Roma: sta per scoppiare una guerra, ma l’intervento delle donne ferma il conflitto e si arriva a una fusione tra i due popoli.
Ulteriore premessa: Romolo e Remo, secondo una delle versioni, sarebbero discendenti di Enea. Nel Lazio egli sposa Lavinia e fonda la città di Lavinio. Enea ha anche un altro figlio, Ascanio/Iulo che a sua volta fonda una città, Alba Longa. I re di Alba Longa hanno dunque per capostipite il figlio di Enea. Dunque, Romolo ha ascendenze divine anche da parte di madre, perché Enea è figlio di Venere. Questa è la versione che leggiamo negli Ab Urbe condita di Tito Livio.
È comunque evidente il carattere artificioso e favolistico di queste origini. È palese la presenza di due diverse tradizioni saldate poi insieme: storia di Romolo e Remo, di origine locale, e la saga eneica che è di origine greca.
Tra Ascanio e Numitore ci sarebbero stati 30 re albani, ma altri autori facevano di Romolo il nipote di Enea. In ogni caso in qualche modo le due tradizioni vengono collegate: gli studiosi sono concordi nel ritenere che il collegamento sia nato in ambiente greco → tentativo da parte dei greci di avvicinare a sé questa realtà lontana e importante di Roma, che cominciava ad espandersi e a suscitare interesse. Non sappiamo quando inizia il processo di eneizzazione delle origini di Roma da parte greca, ma appare sicuramente concluso agli inizi del III secolo. Lo troviamo usato in senso polemico da Pirro, il re dell’Epiro, chiamato da Taranto contro Roma nella guerra tarantina. Pirro si presenta come discendente di Achille contro i romani troiani.
L’ascendenza eneica è accolta e accreditata dai romani stessi, perché porta dei vantaggi: consente di nobilitare la propria stirpe e di differenziarsi dagli altri popoli italici. Enea, infatti, era un personaggio celebre e di grande prestigio. Aveva, poi, certe virtù sentite come tipicamente romane (es: pietas). Ritroviamo propagandata la vicenda eneica quando i romani si confrontano nel mondo greco: IV-III secolo, nei primi incontri con italioti e sicilioti; quando vengono a contatto con l’ambiente ellenistico; con Cesare e Ottaviano, che rivendicano il diritto di sangue a governare Roma.
Nelle leggende delle origini si ritrovano una serie di motivi universali:
- I bambini abbandonati nel cesto (cfr: Mosè)
- La lupa sembra ricollegarsi a cognizioni religiose di epoca arcaica: gli studiosi colgono un riferimento a un animale riverito dalle comunità arcaiche come protettore.
- Presenza dei doppi (gemelli): ha un significato simbolico.
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Non è tutto inventato, si colgono fenomeni arcaici autentici dietro certi temi (es: tema dell’asilum). L’epigrafia dimostra, infatti, che Roma è una città aperta ai flussi migratori. Dei dati autentici, quindi, ci sono, ma è chiaro che l’immagine dell’asilum è costruita per propagandare una certa immagine di sé.
Gli antichi stessi non riponevano una cieca fiducia in questi racconti. Tito Livio (I sec a.C. - I sec d.C.) ci fornisce il racconto più esteso e completo della saga delle origini tra gli autori latini. Egli sembra avere dubbi sulla storia della fondazione della città, già nella praefatio → documento in cui espone la finalità della sua opera e la visione della storiografia. Qua dichiara che quanto si tramanda intorno alla fondazione della città non ha nulla a che fare con la rigorosa documentazione storica, è più simile alla favola.
a) Liv. Praef. 6-7: Quae ante conditam condendamve urbem poeticis magis decora fabulis quam incorruptis rerum gestarum monumentis traduntur, ea nec adfirmare nec refellere in animo est. Datur haec venia antiquitati ut miscendo humana divinis primordia urbium augustiora faciat; et si cui populo licere oportet consacrare origines sua set ad deos referre auctores, ea belli gloria est populo Romano ut cum suum conditorisque sui parentem Martem potissimum ferat, tam et hoc gentes humanae patiantur aequo animo quam imperium patiuntur.
“I fatti che si tramandano (essere avvenuti) prima che la città fosse fondata o che si pensasse a fondarla, più convenienti racconti di poeti che confermati da una rigorosa documentazione.”
Livio include queste “favole” per due motivi: per accogliere la moda di nobilitare la propria stirpe e perché è ancora più lecito al popolo romano → l’origine da Marte fornisce la belli gloria. È preclusa dunque qualsiasi ricostruzione storiografica rigorosa: affermazione significativa in quanto posta proprio nella praefatio.
b) Liv. I 2.6: Situs est, quemcumque eum dici ius fasque est, super Numicum flumen: Iovem indigetem appellant.
“Comunque lo si voglia considerare, uomo o dio”. Parla della morte di Enea.
c) Liv. I 3.2-3: Haud ambigam – quis enim rem tam veterem pro certo adfirmet? – hicine fuerit Ascanius an maior quam hic, Creusa matre Ilio incolumi natus comesque inde paternae fugae.
Parla del fondatore di Albalonga.
d) Liv. I 4.2: Vi compressa Vestalis cum geminum partum edidisset, seu ita rata seu quia deus auctor culpae honestior erat, Martem incertae stirpis patrem noncupat.
Parlando di Rea Silvia, non è convinto della paternità divina.
e) Liv. I 4.7: Sunt qui Larentiam volgato corpore lupam inter pastores vocatam putent: inde loc
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