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Principi e fondamenti del servizio sociale

Introduzione

Nel suo essere sociale, il servizio sociale è una professione che ha come destinatario l’uomo, ovvero l’uomo considerato come “animale sociale”. L’obiettivo è quello di dare risposte a problemi che nascono nei rapporti tra le persone e tra queste e l’organizzazione sociale. Il servizio sociale interviene quando la persona (inteso sia in senso individuale che collettivo) si trova in una condizione di difficoltà, temporanea o permanente, derivante da uno stato di bisogno (si fa riferimento a qualcosa di ordine materiale, economico) o di disagio, per aiutarla, sostenerla e affiancarla nel processo di superamento di tale condizione.

Il servizio sociale viene collocato per questo motivo tra le professioni definite d’aiuto, cioè quelle professioni che rivolgono la propria azione alla prevenzione e al superamento di concrete situazioni di bisogno che le persone possono incontrare in un determinato periodo della loro vita.

L’assistente sociale:

  • Aiuta
  • Sostiene
  • Affianca

Il servizio sociale occupa un posto centrale sia nell’individuazione, lettura e analisi dei bisogni, sia nella predisposizione ed erogazione dei servizi e delle prestazioni sociali rivolti alla loro soddisfazione.

Fenomeni sociali e origini dei bisogni

Ma quali sono i fenomeni sociali che hanno dato origine a questi bisogni individuali e collettivi? Alcuni fenomeni sociali, più di altri, hanno costituito una matrice costante di problemi per un gran numero di persone, rendendo necessaria l’organizzazione di risposte in termini di prestazioni, attività e servizi di vario genere. Due fenomeni che da sempre hanno accompagnato la storia umana sono la povertà e la marginalità.

Povertà

Nella storia dell’uomo la povertà ha sempre rappresentato, e rappresenta ancora oggi, una presenza costante. “La storia dell’assistenza sociale e sanitaria risulta incomprensibile al di fuori di un organico riferimento al quadro storico della povertà reale”. Gli assistenti sociali, e la nascita stessa di tale figura professionale, sono legati a questo fenomeno.

Nel corso dei secoli si è assistito a un cambiamento sia della concezione della povertà, sia delle reazioni collettive nei suoi confronti:

  • Positive in epoca medioevale: il povero andava in paradiso in quanto umile. Inoltre chi all’interno della società si metteva a disposizione per dare un aiuto concreto ai poveri veniva considerato degno del paradiso.
  • Negative in età moderna: la condizione del povero viene vista come una condizione denigrante. Il povero viene escluso dall’ordine economico e dalla vita sociale.

L’atteggiamento attuale nei confronti della povertà è ancora sicuramente negativo. La condizione di povero è vista come degradante. Il valore delle persone è strettamente correlato con il loro “successo” materiale, professionale e sociale.

Significati attribuiti alla povertà

I significati attribuiti alla parola “povertà” sono spesso diversi, ciò è indicativo della complessità di forme e della gamma differenziata di situazioni che sono ricomprese dentro la realtà di questo fenomeno, nel quale si intrecciano:

  • Povertà economica
  • Nuova povertà
  • Condizioni di sotto-sviluppo, presenti anche in contesti sociali sviluppati

Povertà assoluta: legata al reddito di cui una persona o una famiglia dispone per coprire i bisogni alimentari essenziali, e per pagare altri beni fondamentali (abbigliamento di base, utenze, salute, costi della casa, ecc.). Si parla di povertà assoluta quando è in gioco la sopravvivenza fisica degli individui.

Povertà relativa: intesa come una carenza di risorse misurata con riferimento alla situazione media del contesto sociale esaminato. La povertà inizia solo a partire da una certa distanza dalla media, non è infatti possibile quantificare un’unica soglia di povertà che possa essere valida in qualsiasi situazione storica-sociale.

I più recenti approcci al fenomeno della povertà hanno adottato un quadro interpretativo che non ne considera solo l’aspetto economico, ma che identifica nuove dimensioni del fenomeno:

  • Povertà estrema o assoluta
  • Povertà culturale
  • Nuova povertà

È questo un approccio multidimensionale e multicausale più adeguato a ricercare l’esistenza di variabili non solo economiche, ma anche sociali, politiche e personali. Si è così introdotto il concetto di “qualità della vita”, che ha ampliato la concezione di povertà, facendo rilevare altri aspetti, quali:

  • Le qualità delle relazioni personali e sociali
  • Le condizioni di salute, di istruzione, di alloggio, del tipo di lavoro e delle relazioni familiari

Questi elementi sono in parte riferiti alla condizione economica degli individui, ma sono ugualmente centrali nel determinare il modo di vita reale delle persone.

La marginalità sociale

Gli individui, le famiglie e i gruppi che rientrano nella "categoria" dei poveri (largamente intesa) vivono, spesso, anche una condizione di marginalità sociale. Essi costituiscono quella categoria di persone che non hanno la capacità o la possibilità di far sentire la loro voce, di giocare un ruolo di attori politici, non avendo così alcun canale per far arrivare in modo appropriato le proprie istanze ai politici e ai servizi.

I profondi mutamenti che si sono registrati in tutti i paesi dell'Europa occidentale rispetto alla composizione della popolazione, alle esigenze e alle condizioni dei vari gruppi sociali e, nello specifico, ai bisogni delle persone che si rivolgono ai servizi sociali, hanno reso sempre più evidente l'inefficacia dei parametri usati per definire l'area del bisogno e la condizione di povertà.

Per questo motivo, già negli ultimi decenni del XX secolo, si è registrato il passaggio dal concetto di povertà a quello di esclusione o marginalità sociale. Il passaggio dal concetto di povertà a quello di marginalità sociale è derivato dal tentativo di ricorrere a una categoria interpretativa che meglio rispondesse alle trasformazioni in atto nella società.

Un altro fattore da considerare è che alla globalizzazione dei sistemi economici, produttivi e commerciali è associato un aumento dei processi di impoverimento e di esclusione sociale. Ciò che è cambiato, soprattutto a partire dagli anni ’80 del 1900, non è stato tanto l’aspetto quantitativo del fenomeno della povertà/marginalità, quanto piuttosto quello qualitativo. Infatti, nella “costruzione” e definizione delle condizioni di deprivazione degli individui, non si rileva più soltanto la dimensione economica, ma a questa si associano sempre più:

  • La precarietà occupazionale, abitativa, le condizioni di salute
  • La mancanza o la carenza di legami e di supporti familiari, parentali e amicali

Una delle trasformazioni che ha inciso maggiormente sulle condizioni di vita delle persone ha riguardato il mercato del lavoro, che è diventato sempre più flessibile, con il superamento del c.d. "posto fisso”, del lavoro che "durava una vita" a favore di contratti a tempo determinato o atipici e attività lavorative a tempo parziale. A questa maggiore flessibilità si è associata la precarizzazione dei percorsi lavorativi, da cui discende una maggiore incertezza e vulnerabilità nei percorsi di vita delle persone. Questa vulnerabilità è ormai una dimensione universale, nessuno ne è escluso, e l’incertezza e il senso di precarietà investono frange sempre più ampie della popolazione.

Un altro aspetto significativo è la crescente polarizzazione della nostra società, con l'aumento del divario tra coloro che vivono una condizione di integrazione, determinata da stabilità lavorativa e da un reddito regolare, e coloro che invece ne sono esclusi ed emarginati.

Un'attività lavorativa, infatti, non solo permette di assicurarsi un reddito per soddisfare i bisogni elementari, ma procura al contempo uno status sociale, vale a dire una posizione riconosciuta all'interno della società. Il lavoro, da questo punto di vista, assicura l’integrazione degli individui e la coesione sociale.

Un ultimo indicatore di vulnerabilità sociale è la condizione di insicurezza che non deriva solo dalle tracimazioni del mercato del lavoro, ma anche dall'indebolimento delle forme tradizionali di sociability e di integrazione sociale, in primo luogo la famiglia e la rete parentale. Quindi l'attenzione per le condizioni di vulnerabilità si rivolge anche alle risorse provenienti dalle reti familiari e alla loro maggiore o minore capacità di tenuta.

Conclusione

In conclusione, i nuovi fenomeni di esclusione non sono riconducibili solo alla povertà intesa nella sola dimensione economica, ma il quadro interpretativo va esteso ad altri indicatori di esclusione sociale, quali le condizioni abitative, di salute, di istruzione, di partecipazione sociale, ecc. I bisogni che nella vita delle persone nascono dalla povertà (intesa non solo come povertà economica) e da una condizione di marginalità sociale, secondo le più recenti indagini, sembrano riguardare fasce sempre più ampie di popolazione, con un processo sempre più esteso di impoverimento anche delle cosiddette classi medie.

L’intreccio di questi fenomeni e le trasformazioni socioeconomiche che attraversano la nostra epoca determinano cambiamenti profondi nelle esigenze e nelle condizioni dei vari gruppi sociali e, nello specifico, nei bisogni delle persone che si rivolgono ai servizi sociali, incidendo direttamente anche sulla domanda di servizi, interventi e prestazioni e, quindi, sull’operatività del servizio sociale.

La storia dei sistemi di assistenza per immagini

Il Medioevo, in particolare il feudalesimo

Il periodo Medioevale e in particolare il Feudalesimo erano fortemente organizzati intorno alla piramide sociale. Esisteva cioè una netta divisione tra ceti sociali, vi erano:

  • Servi della gleba, ovvero coloro che non avevano titoli nobiliari (poveri, artigiani, agricoltori)
  • Cavalieri o vassalli, ovvero coloro che normalmente erano impegnati nella difesa della città, i signori feudatari
  • Il re era nella parte superiore della piramide, per cui ricopriva il ruolo più potente

Si delinea in quest’epoca un’organizzazione sociale che tiene in considerazione i bisognosi. In particolare il povero aveva un’accezione positiva, rappresentava infatti il modo per assicurare a chi commetteva opere buone, come vassalli e cavalieri, l’accesso al paradiso. Questa idea è strettamente legata al fatto che in quel periodo chi si occupa dei poveri era sostanzialmente la Chiesa, non esisteva un’organizzazione intorno al re, né nemmeno intorno ai feudatari che si occupasse di fornire assistenza ai poveri in maniera sistematica, come succede oggi. La Chiesa, grazie al suo potere, era fiorente anche dal punto di vista economico, basti pensare che era in possesso di chiese, una moltitudine di terreni, castelli e strutture che venivano adattate per poter dare aiuto a chi ne aveva bisogno. Era abile nello sfruttare la propria influenza per convincere i signori a fornire un sostentamento economico per poter aiutare i bisognosi, in cambio l’opera buona li avrebbe permesso di salvare la propria anima e quindi accedere al paradiso, nonché il farsi notare in mezzo agli altri.

Siamo nel periodo in cui dal punto di vista ideologico il povero e il bisognoso vengono visti come i rappresentanti di Gesù Cristo in Terra, di conseguenza aiutarli significava in qualche modo riconoscere il messaggio del Vangelo. Di fatto ciò che la Chiesa riceveva veniva spesso investito per costruire quelli che erano i primi ospedali. Gli ospedali nati nel Medioevo non erano gli ospedali di adesso: erano strutture dedicate sia ai malati (dal punto di vista fisico), che i luoghi in cui si forniva aiuto e accoglienza ai pellegrini, ai viandanti, alle persone che non avevano casa e passavano di lì. Gli ospedali inoltre fungevano da orfanotrofi, accoglievano cioè tutti quei bambini che erano rimasti soli. Non era insolito che i genitori fossero colti da malattie che mettevano a repentaglio la loro vita.

In questo contesto medioevale dal punto di vista sociale, le persone avevano un tenore di vita abbastanza alto. Anche dal punto di vista del sostentamento, questo perché il fatto che ci fossero dei feudi faceva sì che le persone ci potessero lavorare, che potessero avere da mangiare. Quindi siamo in un momento storico in cui una porzione di popolazione era sicuramente povera, ma non ci sono dei poveri che lottano ogni giorno tra la vita e la morte, anzi sono poveri che bene o male hanno sempre da mangiare o un posto in cui stare. Generalmente possiamo quindi dire che le persone stanno abbastanza bene.

All’epoca del Medioevo a fianco agli agricoltori, si vengono a delineare le prime corporazioni di artigiani, le quali rappresentano i primi ordini professionali, i primi sindacati, anche se in realtà non combattono per i propri diritti di lavoratori, i diritti in questo senso non sono ancora qualcosa all’interno della società. Sono queste delle corporazioni che presentano i loro stemmi, i loro simboli, come delle vere e proprie associazione in cui le persone si riconoscono e a cui si iscrivono per ricevere aiuto. Le confraternite artigiane oltre a dare una formazione professionale ai ragazzi che volevano diventare medici, o artigiani del ferro,... cominciavano a garantire per le proprie categorie tutta una serie di aiuti in caso di infortunio, in caso di problemi di salute, di malattia, o per le persone che improvvisamente si ritrovavano molto povere, ma che appartenevano già a quella confraternita. Dobbiamo infatti pensare che la paura dell’inabilità al lavoro, a causa per esempio di una malattia, era qualcosa di fortemente concreto, se una persona improvvisamente si trovava nell’impossibilità di lavorare, tutta la famiglia sarebbe stata gettata nella povertà, senza la possibilità di sostentamento.

Anche gli assistenti sociali hanno oggi il loro ordine professionale che di fatto può essere considerato come la modernizzazione di quella che era nel Medioevo una corporazione. Cioè un insieme di persone che svolgono la stessa attività lavorativa e che si uniscono sotto uno stesso stemma, sotto uno stesso simbolo, sotto uno stesso nome, per ottenere una tutela per la propria professione.

Quindi anche nel Medioevo esisteva già una rete di solidarietà forte, i feudatari in qualche modo facevano sì che le persone potessero lavorare all’interno dei feudi, sostenersi e alimentarsi, la Chiesa forniva delle primissime strutture per chi aveva dei bisogni, e si formano le prime corporazioni che svolgono un’azione di tutela e di assistenza per chi è associato. Tutto sommato quindi vi era uno pseudo-equilibrio sociale in cui non vi era la necessità di introdurre delle grandi innovazioni.

Nel XIV secolo avvennero dei cambiamenti sociali importanti che avevano soprattutto a che fare con una forte crescita demografica. L’aumento della popolazione implicava necessariamente una diminuzione delle risorse a disposizione e che comportò a sua volta lo spostamento dei contadini nelle grandi città. Le carestie, l’impossibilità di lavorare all’interno delle campagne sovraffollate e nel 1300 l’arrivo della peste che spinge le persone a cercare aiuto all’interno delle città, avvia questo spostamento di massa. Coloro che si spostano vengono identificati come i nuovi poveri e cominciano anche ad essere considerati come un pericolo: alcuni infatti nel cercare di sopravvivere commettevano reati come rubare, a volte i più instabili potevano anche arrivare a fare del male alle altre persone.

Quindi dal punto di vista ideologico avviene un vero e proprio cambiamento di quello che è il concetto della persona povera. Da persone positive che rappresenta il volto di Cristo sulla Terra, si passa a un’interpretazione più negativa. La chiesa continua a sostenere i poveri, e in alcuni casi in maniera anche più importante. Pensiamo ai periodi di peste, in cui gli ospedali si erano trasformati quasi in lazzaretti, quindi in strutture sanitarie in cui le persone andavano a curarsi o a morire.

In questo periodo la società promuove una vera e propria distinzione tra poveri buoni e poveri cattivi. I poveri buoni sono coloro che sono stati più sfortunati, che vanno aiutati, ma che non commettono alcun atto negativo. I poveri cattivi invece sono quelli che nascono da una situazione di sfortuna, legata magari alla perdita di lavoro o a qualcosa a livello fisico, e che decidono di ovviare al loro stato di bisogno commettendo atti negativi, che spaventano, che fanno paura agli altri.

L’età moderna e la rivoluzione industriale

Nel XIV e il XV secolo si sviluppa il sistema capitalistico. Il capitalismo che solitamente viene associato all’industria, in realtà nasce all’interno delle compagnie. La primissima forma di capitalismo è infatti il capitalismo agrario. Un cambiamento, a livello di gestione dei terreni e di chi ci lavora, che nasce in Inghilterra ma che si diffonderà in tutta l’Europa.

Il capitalismo agrario pone le proprie basi dalla nascita di una nuova figura quella dell’imprenditore agricolo. Non vi sono più i feudi, i vassalli e tutta una serie di persone alla pari che avevano lo stesso diritto di mangiare e lavorare quello che producevano; vi sono invece degli imprenditori che hanno come obiettivo ottenere un guadagno dal lavoro degli altri. Quelli che erano i grandissimi campi dei feudi cominciarono a...

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

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