La fragilità e inclusione
Secondo Vittorino Andreoli, la fragilità è una visione del mondo che si lega all’esistenza, non al singolo che ne è parte. È la visione del proprio essere nel mondo, è la percezione che deriva dal dolore, dal senso del limite. In un’ottica preventiva e inclusiva, bisogna riflettere sulla fragilità e sul compito della pedagogia speciale e delle emergenze: quello di promuovere l’inclusione dei soggetti che vivono bisogni educativi speciali derivanti da situazioni di fragilità e vulnerabilità all’interno della scuola e del tessuto sociale.
Questi ragazzi vivono una fragilità, che può anche essere legata alla pandemia, la quale ha anche diminuito le capacità di comunicazione e la condizione di “libertà” che ha reso più fragili principalmente i ragazzi autistici e disabili.
Il termine "fragilità"
Il termine "fragilità" è nato in metallurgia e si riferisce alla caratteristica tecnologica di un materiale poco duttile che, sottoposto a trazione o urti, non presenta segni di snervamento prima di raggiungere il limite di rottura. La fragilità è qualcosa che di per sé non si caratterizza né come problema né come risorsa, ma come uno stato o un limite della materia e degli esseri viventi.
Il ruolo dell’educatore
Il ruolo dell’educatore che ruota attorno alla condizione di fragilità è quello di cambiare nel soggetto la visione del mondo. La fragilità si collega al concetto di inclusione, che riguarda tutti, ma soprattutto i bisogni educativi speciali. La fragilità è la chiave d’accesso all’interiorità del soggetto e alla sua costruzione. È l’unità di misura delle esperienze che mettono alla prova l’essere umano nel suo nucleo più autenticamente umano, ovvero la paura di non riuscire, di non farcela, di soffrire all’infinito.
La fragilità si mostra infatti al soggetto nel mentre di un’esperienza che vive per la prima volta, di cui non possiede le coordinate emotive, di cui non conosce il percorso, di cui non ha padronanza. Ogni nuova esperienza positiva o negativa consente di fare esperienza della propria fragilità.
La sofferenza e la crisi
La sofferenza è un elemento con cui facciamo i conti, ma possiamo decidere di attribuire un valore positivo alla sofferenza. Stessa cosa quando si fa riferimento al concetto di crisi, che implica una rottura. La rottura non sempre ha una valenza negativa, ma può avere una valenza positiva. Ciascuno di noi fa esperienza della propria fragilità e della difficoltà di accedere alla propria interiorità. Il ruolo dell’educatore e di tutte le professionalità educative che ruotano intorno alla categoria della difficoltà è quello di trasformare la visione nel mondo.
Inclusione
La fragilità si collega al concetto di inclusione, che assume un significato importante: ogni soggetto appartiene alla comunità e vuol dire essere parte di qualcosa. L'inclusione indica l’essere avvolti e l’essere parte di qualcosa. L’essere inclusi, infatti, è un modo di vivere insieme, basato sulla convinzione che ogni individuo ha valore se appartiene alla comunità. L’inclusione riguarda tutti, soprattutto i bisogni educativi speciali, che derivano da qualsiasi difficoltà evolutiva, in ambito educativo e apprenditivo, espressa in un funzionamento problematico anche per il soggetto, in termini di danno, ostacolo o stigma sociale, indipendentemente dall’eziologia e che necessitano di educazione speciale individualizzata.
Gli insegnanti sono chiamati a gestire all’interno della classe i soggetti "fragili" attraverso la messa a punto di strategie calibrate sui loro bisogni e sulle potenzialità di tutti e di ciascuno. Gli insegnanti in questo contesto devono promuovere un’educazione alla resilienza e la funzione di progettualità educativa della stessa. Una relazione educativa intensa deve essere fondata sulla genuinità.
Linee guida per gli insegnanti
Gli insegnanti e gli educatori, inoltre, per promuovere l’inclusione dei soggetti che hanno bisogni educativi speciali che derivano da situazioni di fragilità, devono tenere in considerazione alcune linee guida:
- La considerazione positiva della persona con bisogni educativi speciali e la consequente fiducia nelle sue possibilità e capacità autorealizzative;
- La consapevolezza che la comprensione dei limiti e delle risorse può pienamente essere colta considerando ciascuna persona all’interno dei nessi e degli intrecci con le figure significative, i contesti, gli ambiti di vita;
- Il riconoscimento dell'identità personale in evoluzione e della specificità e originalità di ciascuno pur all’interno di «categorie»;
- Una relazione personale, fondata su una partecipata atmosfera calorosa ed empatica e su un atteggiamento autenticamente affettivo, rende più probabile l’attivazione di processi evolutivi;
- Il possesso di conoscenze scientifiche e culturali, di competenze e di abilità operative e strumentali che consentono di “leggere” i segnali, i sintomi, le situazioni e intuire/immaginare percorsi di intervento educativo-didattico e tecnico;
- L'integrazione/inclusione come idea guida.
Inoltre, è importante considerare:
- Le angosce, le paure, le risorse, le energie cognitive ed emotive dei genitori e del “sistema famiglia”;
- I bisogni, i desideri, le esigenze, le potenzialità, le motivazioni, i limiti, il detto e il non detto delle persone con bisogni educativi speciali;
- L'ignoranza, l’apatia, il pregiudizio, le remore, l’entusiasmo, l’impegno pedagogico-didattico, la dimensione etica, lo sforzo di ricerca, le competenze;
- Le capacità collaborative, le intuizioni, il buon senso, le potenzialità degli educatori specializzati e non, degli operatori sociali, del personale scolastico non docente delle figure significative del contesto di vita;
- Il sapere scientifico e il contributo di riflessione delle discipline e degli specialisti dell’area delle scienze umane e delle relazioni d’aiuto.
Il compito della scuola è quello di riflettere sull’educazione alla crisi e alla fragilità come possibilità di riprogettazione esistenziale. Questi due elementi smettono di avere una connotazione negativa e assumono una connotazione positiva in virtù di una crescita personale del soggetto da un punto di vista umano.
Da un lato la fragilità, dall’altro la resilienza, dall’altro ancora la crisi - elementi importanti.
La figura e il ruolo dell'educatore professionale
Il lavoro dell’educatore si esplica essenzialmente in un vivere con il ragazzo, quindi l’educatore non è mai puro esecutore di un processo educativo restandone al di fuori. L’incontro e la relazione con l’educatore devono essere per il ragazzo un’occasione per sperimentare che l’adulto può essere anche diverso, dal momento che, nella sua vita, non ha mai incontrato figure di adulti che abbiano provato ad evitare di classificarlo dentro a determinati stereotipi che rappresentano i ragazzi difficili, che non abbiano provato a guardarlo con un’ottica differente.
Il primo passo dell’educatore è far capire al ragazzo quanto sia inutile e infondata la sua diffidenza; dovrà quindi farsi accettare come una persona di cui è possibile fidarsi e a cui guardare con interesse, stima e rispetto. Il primo incontro deve avvenire in campo neutro perché i due protagonisti possano scrutarsi e ottenere informazioni l'uno sull'altro.
Sarà l’educatore a dover iniziare questa costruzione di fiducia reciproca e soprattutto a scommettere in una possibilità di cambiamento del ragazzo, il quale deve essere riconosciuto come soggetto degno di rispetto. Nei primi momenti dell’incontro è fondamentale che l’educatore metta tra parentesi ogni giudizio nei confronti del ragazzo a favore di una comprensione empatica.
Inoltre, l’educatore deve proporsi come punto di riferimento costante all’interno della vita quotidiana del ragazzo, disponibile ed attento alle sue necessità, pronto a risolvere insieme al ragazzo i problemi e le incertezze che si presenteranno. Deve sapersi mettere dal punto di vista del ragazzo, mostrare interesse per le cose che interessano al ragazzo, anche quando appaiono banali. Molti ragazzi mostrano il desiderio di essere ascoltati e che qualcuno prenda sul serio le loro preoccupazioni, le loro ansie e le loro difficoltà: l’educatore deve quindi avere la capacità di ascoltare.
L’autorevolezza
L’educatore deve proporre se stesso quale persona autorevole in modo che il ragazzo debba ogni volta sperimentare che adeguare il suo comportamento alla regola, accettare i vincoli impostigli dall’educatore è un modo per agire in maniera conveniente in primis per lui. È fondamentale che l’educatore non si presenti come il modello da seguire, ossia come portatore dei migliori punti di vista sul mondo, detentore di saperi e saper fare che il ragazzo sarebbe portato ad imitare e rendere propri. L’obiettivo non è quello di sostituire ad una visione del mondo distorta (quella del ragazzo), la visione dell’educatore, ma di comunicare al ragazzo l’idea che il mondo, se stesso e le persone possano essere diversi da come lui li ha percepiti fino ad ora.
Il transfert pedagogico
Le strategie pedagogiche di tipo relazionale in genere attivano nei ragazzi delle risposte emotive piuttosto forti. Difficilmente il ragazzo resta indifferente; le risposte del ragazzo, di qualunque genere siano, costituiscono il segno che le strategie comunicative e di animazione adottate dall’educatore hanno provocato una messa in discussione degli abituali schemi di comportamento del ragazzo, anche quando da parte sua vi è un rifiuto o un tentativo di sottrarsi.
La costituzione di quello che può essere definito come transfert pedagogico, è un momento centrale nell’educazione dei ragazzi difficili. A questo è affidato il passaggio dalla rottura degli abituali schemi di relazione alla costruzione di un nuovo schema centrato sulla capacità intenzionale; si fa riferimento qui infatti al modello di intenzionalità incarnato dall’educatore, cui il ragazzo tenderà ad aderire nella misura in cui avrà sviluppato nei confronti dell’educatore sentimenti di stima, ammirazione e affetto. L'educatore deve comunque adottare un certo distacco affettivo con il ragazzo.
Il ruolo dello psicologo nei servizi educativi
Nella società contemporanea, i servizi per la prima infanzia sono realtà sempre più diffuse. Inizialmente, tali realtà servivano per rispondere alle esigenze lavorative dei genitori, ovvero disporre di un luogo sicuro dove lasciare il proprio bambino per il tempo in cui loro non erano presenti. Oggi, si osserva che al di là delle diverse necessità, le famiglie ricercano tali servizi perché è sempre più evidente l'importanza di tale esperienza per il bambino.
Gli asili nido nascono negli anni '70 proprio per andare incontro all’esigenza dei lavoratori di lasciare i propri figli, ancora troppo piccoli per la scuola dell'infanzia, in una struttura in grado di accudirli. Dagli anni '90 in poi, la qualità dell’offerta si è modificata, e negli ultimi anni vengono considerati con la stessa attenzione anche i bisogni psicologici, sociali ed educativi dei bambini. A tal proposito, sono sempre più numerose le strutture dove gli educatori sono affiancati e coordinati dallo psicologo.
Il coordinatore è una figura professionale che si è sviluppata parallelamente alla nascita e diffusione degli asili nido e delle scuole dell'infanzia comunali. Nella veste di coordinatore, lo psicologo progetta e accerta la qualità educativa del servizio.
Lo psicologo educativo
Dentro la branchia della psicologia è possibile trovare diversi professionisti, tra cui lo psicologo educativo. Lo psicologo educativo è il professionista di quella branca della psicologia dedicata allo studio e all’intervento sul comportamento umano in un contesto educativo. Il suo obiettivo ultimo è lo sviluppo delle capacità di persone, gruppi e istituzioni. Con il termine educativo si intende l’accezione più ampia di formazione, quella che rende possibile lo sviluppo personale e collettivo.
Il campo di studio e di azione dello psicologo educativo è legato ai processi cognitivi associati o derivati dall’apprendimento. Egli riflette e sviluppa il suo lavoro su tutti i livelli della psicologia, da quello sociale a quello personale, da quello biologico a quello della salute e via dicendo.
Funzioni dello psicologo educativo
- Bisogni educativi degli alunni: deve incaricarsi di studiare e prevenire le necessità educative degli alunni così da agire su di esse per migliorarne l’esperienza educativa.
- Orientamento, consulenza professionale e vocazionale: l’obiettivo generale di questi processi è quello di collaborare nello sviluppo delle competenze della persona attraverso la stesura di progetti personali, vocazionali e professionali affinché il soggetto possa indirizzare la sua formazione e la sua presa di decisioni.
- Funzioni preventive: lo psicologo deve applicare le misure necessarie per evitare problemi legati all’esperienza educativa.
- Formazione e consulenza familiare: una parte importante dell’educazione deriva dalla famiglia. Attraverso lo studio del nucleo familiare e la consulenza fornita, si può raggiungere un modello educativo familiare efficiente grazie al quale aumentare la qualità di vita di tutti i membri della famiglia.
La figura dello psicologo è diversa da quella dell’educatore. Lo psicologo interviene sulla persona, l’educatore guarda la persona nella sua interezza, globalità. La figura dell’educatore è importante perché guarda e analizza la persona nella sua globalità. In realtà, l’educatore professionale riesce ad andare oltre quello che si vede in tutti gli ambiti del soggetto. Il suo ruolo è quello di trasformare la visione del mondo, promuovere la tendenza attualizzante, le competenze emotive, vedere l’educazione in un’ottica di cambiamento.
Lo psicologo è importante anche in un’ottica scolastica. Nelle scuole americane è presente lo psicologo che si chiama supervisore. L’educatore nell’ambito scolastico non è un assistente all’autonomia e alla comunicazione, collabora con le altre figure. L’educatore svolge un ruolo di accompagnamento, di andare a capire i desideri, le potenzialità, i bisogni che talvolta non sono leggibili. Dal 2017 si è capito che l’educatore ha un ruolo assestante perché promuove l’intenzionalità educativa, una relazione intensa fondata sull’empatia. Lo psicologo nell’ambito scolastico si deve accorgere di problemi, disagi. Deve orientare rispetto ad una inclinazione, a quello che può essere un talento. Sono figure diverse ma devono collaborare tra loro: coinsegnamento, co-costruzione.
La pedagogia speciale
Pedagogia speciale: di cosa si occupa?
La pedagogia speciale si occupa dei bisogni particolari, complessi, speciali, di persone che nel corso della storia sono state emarginate. Gli inizi della pedagogia speciale si possono collegare a tre autori importanti:
- Sante De Sanctis: fondatore della neuropsichiatria in Italia, egli fonda un asilo per coloro che presentavano una minoranza nella società;
- Giuseppe Fiorucci: psichiatra, ebbe una formazione medica. Lavorò con Maria Montessori;
- Maria Montessori: pedagogista, ella cominciò la sua carriera con bambini che presentavano disabilità complesse e complicate, difficili da seguire. Le stesse strategie che si potevano attuare con i ragazzi disabili potevano attuarsi con bambini “non dotati”. Ella fu conosciuta in tutto il mondo.
Sante De Sanctis crea una scuola in cui iniziano a lavorare sia Giuseppe Fiorucci che Maria Montessori, ed egli inizia ad elaborare la demenza precoce. I disabili, ai tempi di De Sanctis, si trovavano in istituti perché si riteneva che fosse più importante la resistenza piuttosto di creare metodologie per aiutarli. Egli studiò anche la psichiatria infantile. L’approccio di De Sanctis influenzerà molto Maria Montessori. Ripercorriamo questi autori in quanto ci aiutano a dare una definizione di pedagogia speciale e ci fanno capire che, se ad oggi parliamo di inclusione come quell’elemento che ci rende parte di qualcosa, lo dobbiamo proprio a queste figure.
Inclusione e integrazione
Tutti noi abbiamo sentito parlare di inclusione, ma dobbiamo sottolineare che non è solo un elemento astratto, è anche un processo dinamico. Essere inclusi vuol dire sentirsi parte di qualcosa. Il termine inclusione differisce dal termine integrazione, in quanto questa si raggiunge con l’apprendimento, l’inclusione riguarda una dimensione più ampia, cioè tutti i soggetti che diventano protagonisti attivi del processo educativo. De Sanctis mette in evidenza la collaborazione tra le diverse scienze e figure professionali: sinergia tra le varie figure professionali.
La pedagogia speciale dialoga con la psicologia e la psichiatria ma anche e soprattutto con la sociologia; mette in evidenza l’importanza della collaborazione e comincia a parlare dell’importanza di un progetto individuale di vita, che significa superare quel concetto secondo cui il soggetto disabile deve integrarsi nel contesto scolastico, invece deve anche interagire con gli altri e aprirsi al territorio.
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