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Di cosa si occupa la linguistica?

La linguistica è una scienza descrittiva del linguaggio, attua cioè una riflessione profonda sul nostro sistema linguistico, superando il ruolo prescrittivo-normativo della grammatica. La linguistica, infatti, osserva, riflette, descrive ciò che è corretto e ciò che è errato cercandone le motivazioni senza offrire però alcuna correzione. Inoltre, la linguistica osserva le variazioni della lingua al variare del territorio e sottolinea l’importanza della parola (come già faceva Nanni Moretti con la celebre affermazione “le parole sono importanti!”): pertanto lo studio delle parole non è fine a sé stesso dal momento che esse rappresentano società e storia, il risultato di un processo storico iniziato più di 1000 anni fa. La lingua è dunque un corpo sociale, è un riflesso della società in quanto suo prodotto. Le parole sono quello strumento capace di dar forma al pensiero umano, di dirigere la volontà: come espresso da Gianluigi Beccaria, le riproduciamo senza spesso pensarci su, le respiriamo come l’aria.

I. Introduzione

La linguistica è la scienza del linguaggio e delle lingue umane comprese le loro reciproche influenze. Sebbene comunemente usati come sinonimi, i concetti di lingua e linguaggio designano due elementi distinti: la lingua è il modo di parlare peculiare di una comunità di parlanti che viene appreso dagli individui nei primi anni di vita e può essere affiancato dalla scrittura; il linguaggio, invece, è la facoltà umana di usare strumenti comunicativi simbolici, ma è anche la competenza innata dell’uomo di apprendere una o più lingue e di servirsene per intendersi reciprocamente con gli altri, e laddove previsto per scrivere e leggere.

È attraverso un’operazione di codifica che si individuano le regole che rendono fissa una lingua. I dialetti dispongono di un loro sistema linguistico complesso, tuttavia non presentano una grammatica di tipo prescrittivo che li renda fissi poiché nel loro percorso non vi è stato un effettivo tentativo di normalizzazione, motivo per cui esistono numerose varietà di dialetti regionali. L’Italia è l’unico paese nel panorama romanzo a disporre di una tradizione dialettale; i dialetti non costituiscono una variazione regionale o locale di una lingua nazionale, bensì sono sistemi linguistici autonomi a tutti gli effetti. Le lingue sono numerose e di norma sottoposte ad una grammatica.

  • Fonetica: lo studio dei suoni prodotti senza finalità linguistiche e fonologia, lo studio dei suoni delle lingue articolati dall’apparato di fonazione umano.
  • Morfologia: studio dei morfemi e del loro valore grammaticale; studio delle regole di formazione delle parole.
  • Sintassi: studio degli elementi di una o più proposizioni e dei procedimenti logici che esprimono le idee.
  • Semantica: studio dei significati delle parole o delle combinazioni di parole.
  • Lessicologia: studio delle parole di una lingua, riflessioni sulle parole.
  • Lessicografia: registrazione e definizione delle parole in un sistema compiuto, ovvero quello del dizionario, un testo che definisce il vocabolario di una lingua o un suo settore specifico.

Ulteriori ramificazioni sono rappresentate da:

  • Linguistica interna: privilegia lo studio teorico di una lingua senza particolari riflessioni circa i suoi rapporti e riflessi con l’esterno.
  • Linguistica esterna: è lo studio di una lingua sulla base dei suoi rapporti con l’esterno.
  • Linguistica sincronica e diacronica: la linguistica può essere sincronica se lo studio sulla lingua si concentra su un determinato periodo storico oppure diacronica se esso è condotto attraverso l’evoluzione storica.
  • Linguistica comparata: studio dell’evoluzione di più lingue da un determinato periodo storico attraverso il tempo.

Altre discipline interne sono:

  • Dialettologia
  • Geolinguistica: studio della diffusione territoriale dei fenomeni interni ad una lingua.
  • Sociolinguistica: ha in oggetto il legame dei fattori sociali contemporanei con la lingua.
  • Etnolinguistica: ha in oggetto il legame dei fattori culturali con la lingua.
  • Psicolinguistica: lo studio dei meccanismi psicologici alla base dell’utilizzo di una lingua da parte dei parlanti.
  • Neurolinguistica: studia le connessioni tra le patologie del linguaggio ed i disturbi del sistema nervoso.

La linguistica italiana raggruppa tutte le correnti appena elencate.

II. Alle origini della linguistica

Quando è nata?

È nell’alfabeto che riconosciamo la prima riflessione linguistica mai condotta: l’uomo sceglie dei suoni e li associa a dei segni. L’alfabeto è infatti un sistema di grafemi o segni grafici che rappresentano i suoni delle lingue. Contrariamente a ciò che si pensa, il primo alfabeto non è quello greco, bensì quello fenicio. Malgrado ciò, sono i greci i primi ad utilizzare un’impostazione alfabetica e a svincolare i segni dagli oggetti che rappresentano (l’𐤁 è ciò che resta di un muso di bue ruotato di 90 gradi) attraverso un processo di astrazione.

Le prime riflessioni linguistiche pratiche sulla lingua sono state fatte da Platone nel Cratilo e da Aristotele, fondatore della logica come scienza del pensiero e del linguaggio. A partire dal VII secolo a Roma si moltiplicano gli studi di linguistica con Varrone (de lingua latina, I sec. a.C.) e Quintiliano, il quale insegna a parlare e scrivere correttamente nella sua “Institutio oratoria” del V sec. d.C. la riflessione linguistica si fa costante nel Medioevo poiché a fronte della sparizione del latino iniziano a formarsi le lingue romanze e si fa viva la necessità di individuare delle lingue unitarie. Ciascun territorio ha il proprio volgare pertanto si accende la cosiddetta “questione della lingua” da Dante sino al primo quarto del XVI secolo. Nel 1525, anno di importanza cruciale, compare il primo trattato di grammatica italiana: con Pietro Bembo nelle “prose della volgar lingua” l’italiano è fissato nell’uso del fiorentino trecentesco dei maestri Boccaccio e Petrarca.

Tuttavia, il dibattito sulla lingua non si conclude qui: la linguistica nasce infatti in età moderna con Franz Bopp e diventa disciplina scientifica nel corso dell’ottocento. Le opere di Bopp, professore di sanscrito e di grammatica comparata, segnano infatti la nascita convenzionale della linguistica: nel 1816 il linguista mette a confronto il sistema di coniugazione sanscrito con quello greco, latino, persiano e germanico; nel 1833, invece, opera una comparazione tra la grammatica del sanscrito, dell’avestico, del greco, del latino, del lituano, del gotico e del tedesco. Attraverso questi saggi osserva come tutte le lingue analizzate, sebbene molto diverse, presentino corrispondenze strutturali e morfologiche e che quindi debbano necessariamente possedere un antenato comune: è l’indoeuropeo quella lingua che presumiamo essere la base di tutti questi sistemi linguistici. Le lingue indoeuropee sono perciò lingue dalla comune origine.

Riconosciamo nella figura di Graziadio Isaia Ascoli il fondatore della linguistica moderna in Italia e il coniatore della parola “glottologia”. Egli è il primo a conferire ai dialetti dignità di lingua autonoma e a scoprire con due diversi studi l’esistenza di due lingue autonome: il ladino nel 1873 con i “Saggi ladini” e il francoprovenzale nel 1878 con gli “Schizzi francoprovenzali”. Ascoli compie inoltre un importante studio sul tema della frammentazione dialettale.

III. L’italiano e le lingue romanze

Nel mondo sono circa 7000 le lingue parlate con evidenti differenze qualitative e quantitative e classificate sulla base di criteri genealogici. L’antica lingua che ha generato le lingue indoeuropee è il proto-indoeuropeo, una lingua di cui non conosciamo molto, una lingua parlata da numerose popolazioni in gran parte del globo. Le lingue indoeuropee si diffondono grazie ai fenomeni migratori e di colonizzazione ed appartengono a gruppi differenti:

  • Gruppo latino o italico: le lingue romanze, il latino, le lingue utilizzate prima del latino
  • Gruppo germanico: inglese, tedesco, lingue di area scandinava eccetto il finlandese
  • Gruppo greco: greco e dialetti dell’area
  • Gruppo albanese
  • Gruppo slavo: lingue balcaniche, russo, lingue dell’Europa orientale
  • Gruppo baltico: lituano e lettone
  • Gruppo celtico: irlandese, bretone, gallico…
  • Gruppo uralico: finlandese, ungherese, estone
  • Gruppo indo-iranico: sanscrito, hindi, curdo, persiano…
  • Gruppo armeno

Nei paesi baschi si parla una lingua che non appartiene a nessuno di questi gruppi e di cui non si individua alcun grado di parentela con altre lingue, ragion per cui parliamo di “lingua isolata”. Dal momento che le lingue romanze (parlante nel territorio della Romania) appartengono al gruppo latino, esse vengono anche definite “neo-latine”, termine in cui il confisso “neo” sta ad indicare una nuova fase della lingua latina. Le lingue romanze “derivano” quindi dal latino ma non perché il latino le abbia generate o sia scomparso lasciando spazio ad esse: più precisamente, il latino è soltanto evoluto, si è gradualmente trasformato in italiano, francese, spagnolo… nelle lingue neo-latine, che lo continuano.

Si è dunque verificato un mutamento ininterrotto compreso in un periodo secolare attraverso tutti i territori dell’ex impero romano. Pertanto, non si parla né di derivazione né tantomeno di nascita, bensì di continuazione di un’unica lingua madre originaria, che coincide con il latino volgare. Le lingue romanze si sviluppano dunque dal latino volgare, dal latino usato in ambito colloquiale dal popolo, non dal latino classico studiato a scuola o utilizzato in ambito letterario. Il volgare è una lingua quasi del tutto priva di tradizione scritta: le uniche manifestazioni a noi note provengono da alcune lettere scritte dai soldati, da alcune opere teatrali di Apuleio dove emergono registri tipicamente orali e dai testi dei maestri di scuola. È il caso dell’”Appendix Probi”, un testo in appendice ad un’opera di Probo che contiene una lista di 227 parole stilata per gli studenti affinchè al posto di impiegare le parole riportate sulla colonna di destra, utilizzino quelle presenti sulla colonna di sinistra e corrette secondo la grammatica; è questa fonte a dirci chiaramente che la corrispondenza con le lingue romanze emerge dall’uso del latino volgare (un esempio: auris non oricla ma è dalla forma scorretta oricla che si originano orecchia, oreille…).

A questo punto sorge spontanea una domanda: perché le lingue romanze o neolatine si sono differenziate da una base comune? I motivi sono svariati:

  • Periodo e durata della “romanizzazione”: secondo la fase di conquista dei territori colonizzati, il latino parlato sugli stessi subisce delle variazioni. Ad esempio, la Sicilia viene romanizzata a partire dal 241 a.C. e l’uso del latino viene consigliato dai romani sin da subito in sostituzione a quello delle parlate locali per l’ottenimento di maggiori diritti. La Dacia, invece, viene conquistata dai romani agli inizi del II sec. d.C. dopo 300 anni con le conseguenti enormi differenze linguistiche.
  • Livello di intensità della “romanizzazione”: in Francia meridionale, ad esempio, l’amministrazione pubblica viene esemplata sul modello romano. La lingua è un'altra delle manifestazioni dell’intensa romanizzazione del territorio gallico. Nel nord Europa, dove le lotte di conquista furono più dure, le distanze più ampie, le avversità climatiche maggiori e il periodo di conquista più tardo, il processo di romanizzazione fu meno intenso.
  • Il fattore tempo
  • Il fattore spazio: le innovazioni linguistiche del latino si diffondono con maggiore facilità e rapidità nelle zone prossime a Roma e con notevole difficoltà nelle aree laterali dell’impero, dove le forme di latino mantenute sono nettamente più arcaiche.
  • Il fattore socio-culturale: le lingue romanze si originano dagli errori e dalle continue mutazioni del latino in funzione delle persone che lo parlano.

Se consideriamo il latino come lo strato linguistico che ricopre le zone dell’impero, dobbiamo prima considerare la presenza di altre lingue antecedenti all’arrivo dei romani: tali lingue vengono pertanto definite lingue “pre-latine”, lingue di sostrato come il ligure, il celtico, l’iberico, il siculo, l’osco-umbro… Si definisce sostrato l’insieme delle lingue pre-latine, scomparse quasi ovunque sotto i colpi del latino attraverso un procedimento graduale. Le popolazioni autoctone hanno progressivamente abbandonato le loro lingue per passare al latino, una transizione caratterizzata dal bilinguismo, con reciproche influenze tra le due lingue più o meno evidenti.

Definiamo superstrato l’insieme di lingue che nei secoli di declino dell’impero romano si sovrappongono allo strato, senza tuttavia riuscire ad eliminare il latino. Tali lingue lo influenzano e modificano ed appartengono a due principali gruppi linguistici:

  1. Superstrato germanico (per effetto dell’occupazione di Unni, Ostrogoti, Visigoti, Franchi, Burgundi, Longobardi…): ha inciso soprattutto sul piano lessicale arricchendo il vocabolario latino in ambito bellico (“guerra” da “verra”, elmo, spia, tregua…), nel mondo della caccia (spiedo), nell’ambito domestico (tovaglia, zuppa, fiasco), in alcune parti del corpo (fianco, schiena, anca, spalla = zone colpite nel tipico combattimento corpo a corpo barbarico), con alcuni colori (bianco, bruno, biondo).
  2. Superstrato arabo: incide soprattutto in Spagna, dove la conquista araba avviene in fase pre-romanza tra il 711 e il 714 e la dominazione perdura per oltre sette secoli, ragion per cui sono circa 4000 le parole spagnole d’origine araba. In Sicilia, dove la presenza araba si riduce a poco più di un secolo, si contano circa 400 arabismi nel dialetto siciliano, che non entrano però a far parte dell’italiano, al quale giungono invece tramite il francese. I settori lessicali maggiormente influenzati dal sostrato arabo sono quello della scienza (algebra, zero), del commercio, degli animali (giraffa), dell’agricoltura (albicocca, zucchero…) dell’abbigliamento, della toponomastica siciliana (Caltagirone, Caltanissetta)

Infine, l’adstrato identifica l’insieme di lingue che sono capaci di influenzare altre lingue in virtù della loro vicinanza geografica o del loro prestigio culturale (ad esempio l’inglese per l’italiano).

L’evoluzione del latino nelle lingue romanze

Le lingue neolatine, parlate in tutti i continenti del mondo, si originano in Europa e si diffondono in ambito planetario nei territori colonizzati dagli europei. Dall’unione delle lingue romanze importate con le lingue locali presenti nei territori colonizzati si assiste spesso alla nascita di creoli. Ci sono lingue romanze con un consistente bacino di parlanti (come lo spagnolo) e altre che invece, come il dalmatico, si sono ormai estinte. Il panorama delle lingue parlate nel territorio della Romania è pertanto un panorama ricchissimo. Definiamo Romania in senso ampio tutti i territori in cui originariamente sono sorte le lingue romanze ed oggi si continuano a parlare; se invece ci riferiamo soltanto ai luoghi dove esse sono sorte, parliamo di Romania in senso stretto o di Romania “storica”. Con “Romania nuova” ci si riferisce a tutte le aree di lingua romanza extra-europee, mentre con l’espressione “Romania perduta o sommersa” si designano tutti quei territori un tempo di lingua latina che sono stati persi dai romani per effetto di invasioni o conquiste di altre popolazioni.

Al momento del loro primissimo stadio di sviluppo, durante la loro fase più antica, le lingue romanze sono denominate “volgari”, ossia lingue parlate in opposizione al latino. Pertanto, così come il latino volgare è la varietà di latino parlato dal popolo in contesto quotidiano e colloquiale, allo stesso modo i volgari designano lingue parlate in opposizione al latino, da qui la definizione di “romanze” (parlata volgare differente dal latino: latine loqui vs romanice loqui). Nel passaggio evolutivo dal latino, le lingue romanze si sono differenziate attraverso alcuni passaggi condivisi, tuttavia esse presentano anche elementi del tutto nuovi, estranei al latino. Per esempio, i casi spariscono nelle lingue romanze (ad eccezione del romeno) a seguito di un processo di semplificazione dal latino; le lingue romanze inoltre presentano un sistema quantitativo delle vocali, differenziandosi da quello qualitativo del latino. Nella maggior parte delle lingue romanze, inoltre, il genere neutro scompare e lascia spazio a nomi di genere maschile o femminile; il neutro plurale con uscita in -a, invece, mantiene un significato collettivo accanto alla forma di plurale in -i più convenzionale: è il caso di muri-mura, bracci-braccia…. Esistono poi elementi introdotti al latino e che distinguono in maniera peculiare le lingue romanze, tratti comuni a ciascuna di esse malgrado la vasta distanza di molti territori imperiali.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giorgia.fautrero di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Bellone Luca.
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