Relazioni internazionali professoressa Caffarena
L'impatto della pandemia
Questa riflessione è importante perché è una componente significativa dell’attuale incertezza. L’intuizione sull’impatto della pandemia sulle relazioni internazionali non è rassicurante: il mondo è una bomba e la pandemia è il suo innesco, come vediamo sulla copertina di Foreign Affairs. Quando si sviluppa il fenomeno del COVID, la situazione internazionale era già delicata; già dal 2017 si notavano delle problematiche di tipo sistemico come l’insoddisfazione della Cina.
La riflessione si basa sulla domanda “quali sono gli effetti e le conseguenze della pandemia sulle relazioni tra stati?”: la pandemia potrebbe essere una cesura nell’evoluzione del quadro politico internazionale?
Le posizioni rispetto a queste domande sono polarizzate: c’è chi, come pensava Thomas Wright nel 2020, che una crisi lunga come quella che si intuiva agli inizi della pandemia non avrebbe potuto far altro che portare l’ordine al suo punto di rottura. La sua tesi quindi è che la pandemia ci lascia un mondo disordinato: il COVID è la quarta sfida importante in tre decenni, dopo la fine della guerra fredda con la caduta del muro di Berlino nel 1989, l’attacco terroristico dell’11 settembre sul territorio del paese più importante che ha messo a dura prova la sua organizzazione (muovere guerra contro l’Iraq che centrava ben poco) e la crisi economica cominciata nel 2008 che ha avuto un grande impatto negli Stati Uniti e in Europa e ha quindi influenzato le dinamiche del potere che hanno investito l’Asia.
Tutte queste crisi, secondo Wright, sono state sottovalutate e il COVID mette a nudo le fragilità dei singoli paesi. La globalizzazione cederà allo stato: patirà la Cina, l’UE cambierà e la vittima certa sono gli Stati Uniti. La sua conclusione, dati tutti questi elementi, è il ritorno all’anarchia internazionale, intesa come caos e disordine.
In seguito, nel 2021, Wright ha scritto un altro articolo in cui ha continuato il suo ragionamento riflettendo con una maggiore prospettiva non solo sul COVID ma su un serie di fattori ovvero delle minacce transnazionali (cyber) che alimentano la competizione delle grandi potenze e questi due fenomeni sono un circolo vizioso. Secondo lui, gli Stati Uniti hanno bisogno di una strategia per affrontare le minacce transnazionali in condizioni di concorrenza tra grandi potenze: devono cioè cooperare con i rivali e non più solo con gli stati amici, quindi devono cooperare anche con la Cina per prepararsi alle possibili pandemie future e per combattere il cambiamento climatico.
Le conseguenze della mancata cooperazione possono essere molto gravi compreso il rispetto di una norma come l’integrità territoriale, come è successo nella guerra tra Federazione Russa e Ucraina. Bisogna cercare di produrre una quota di beni pubblici molto maggiore di quella attuale alleandosi con i nemici oppure si decide che con i rivali non si coopera e ci si allea solo con gli amici e farsi quindi carico di un onere maggiore, essendo gli alleati in minor numero.
Per esempio, la tutela del diritto internazionale può essere concepita come un diritto pubblico, ma come si fa a proteggere questo diritto cooperando solo con gli amici e quindi essendo in pochi? L’esempio più eclatante della mancata protezione di un diritto pubblico, quello internazionale, la stiamo vivendo ora con la guerra in Ucraina. L’integrità territoriale, uno dei fondamentali principi del diritto internazionale, sostiene Fazal, è stata violata dalla Russia, ma il resto del mondo per fare in modo che questa non venga ulteriormente violata deve cooperare: se invece la Russia riuscisse a sottomettere l’Ucraina, gli stati potrebbero violare l’integrità territoriale forzando i confini o muovendo guerre e questo non deve accadere.
La posizione di Haass
Una posizione diversa la ha Haass. In un articolo dice che alcuni avevano predetto che la pandemia avrebbe portato ad un nuovo ordine mondiale capitanato dalla Cina; altri che pensano che la leadership cinese scomparirà e altri che dicono che porrà fine alla globalizzazione; altri ancora sperano in una nuova era di cooperazione tra stati e altri ancora credono che aumenterà il nazionalismo e minerà invece il libero scambio. Haass invece pensa che alla fine della pandemia il mondo non sarà radicalmente differente, perché, dal suo punto di vista, la pandemia ha accentuato dei caratteri già presenti e ha accelerato le principali tendenze già in atto nella sfera internazionale: l’indebolimento della leadership americana, la fragilità della cooperazione internazionale e la discordia tra grandi potenze. Il vero problema è che ci saranno sempre più questioni da risolvere globalmente e sempre meno risorse per risolverle efficacemente.
I nodi del dibattito
- Quale ruolo ha lo stato
- Dove condurrà la discordia tra grandi potenze
- Quanto potranno incidere le organizzazioni internazionali
- La cooperazione è possibile senza leadership
- Esisterà ancora la globalizzazione dopo il COVID
Lo stato è tornato al centro dell’attenzione a causa del senso di vulnerabilità causato dalla pandemia e per ricostruire l’interdipendenza tenendo conto della vulnerabilità c’è bisogno della politica, che è la capacità di costruire prevedibilità nell’incertezza per poter guardare al futuro senza esserne schiacciati, dice Parsi. Il senso di vulnerabilità individuale e collettiva era già elevato negli stati colpiti dalla crisi del 2008 ma è aumentato per effetto della pandemia. Lo stato quindi è diventato il centro dell’attenzione e le politiche si sono focalizzate su quello. Ma l’emergenza COVID ha posto il problema dell’interdipendenza che lega gli stati a livello globale.
Il tema della discordia mondiale è all’ordine del giorno e il pessimismo riguardo la cooperazione tra stati è palpabile. Il COVID ha dimostrato che la cooperazione appare essenziale ma anche più complicata e la competizione tra USA e Cina è forte e la sanità ci è finita di mezzo, stretta nella morsa della crescente competizione tra USA e Cina (l’USA diceva che il virus era cinese).
La pandemia ha messo in luce quanto terribile sarebbe se noi non potessimo contare sull’organizzazione internazionale e S. Patrick si chiede se la crisi non possa anche funzionare da campanello d’allarme ad indicare l’importanza della cooperazione. Bisogna investire quindi in un sistema multilaterale più efficace, cosicché il mondo sarà meglio preparato nel caso di una nuova pandemia e gli imperativi della cooperazione abbiano la meglio sulle pressioni della competizione.
In alcuni sondaggi vediamo che le persone, soprattutto quelle ideologicamente di sinistra e i giovani, hanno una visione molto positiva delle Nazioni Unite e della cooperazione internazionale.
Nel 2011 Bremmer e Roubini parlano di un mondo G-Zero: secondo loro non c’è un gruppo di paesi mosso da una volontà di un’agenda politica ed economica internazionale. Il risultato di questo è l’intensificazione del conflitto nella scena internazionale su questioni fondamentali come la macroeconomia, la finanza, il coordinamento. Per questo scopo si era creato il G-20, con la volontà di cooperare su temi quali il climate change, l’economia e la politica, ma in realtà non si coopera.
Secondo Bremmer, il COVID è la vera grande crisi senza una leadership internazionale che se ne occupi, perché c’è un forte disinteresse per la cooperazione, soprattutto in America con il governo Trump. Gli Stati Uniti non hanno neanche provato ad assumere la leadership nella risposta internazionale al COVID e così la Cina ha sfruttato questo spazio, ma ora fatica ad assumere un ruolo costruttivo perché non assume una linea netta riguardo la guerra Ucraina.
In America, le persone che pensano che l’America dovrebbe attivamente cooperare come leadership sono l’80%, ma i repubblicani sono contro, mentre i democratici sono fortemente pro. L’alternanza di repubblicani e democratici ormai ha un impatto importante sulla natura della politica estera americana. Le crisi però non finiranno con la pandemia, perché il cambiamento climatico porterà ad altri disastri, dunque bisogna ripensare la leadership, che dev’essere diversa da quella precedente e forse, dice il dottor Evans, le persone impareranno a riconoscere e valorizzare leader avversi al rischio e riflessivi.
Secondo il NY Times, i paesi guidati da donne hanno saputo sostenere meglio le difficoltà della pandemia; un altro suggerimento invece punta su una leadership collettiva inclusiva, aperta anche a non stati che portino idee capaci di favorire la creazione di cooperazione internazionale.
Ci sono alcuni che parlano anche di fine della globalizzazione e l’economista Rodik sostiene che la pandemia porterà ad una riconfigurazione della globalizzazione e ritiene che si rafforzeranno delle tendenze già presenti, in particolare ci sarà:
- Maggior intervento pubblico in economia
- Ritorno dello stato
- Tassi di sviluppo più bassi
Questa sua visione però non è pessimista perché dice che queste tendenze potrebbero portare ad un’economia globale più inclusiva. L’economia mondiale era già fragile prima del COVID, il quale ha chiarito le sfide da affrontare e le decisioni da prendere, ma tutto sta nelle mani di come si risponde.
Interpretare la politica mondiale
Il punto da cui partire in questa riflessione è il rapporto tra teoria e pratica della politica internazionale: bisogna vedere le relazioni internazionali come una realtà sociale, cioè come qualcosa che noi costruiamo di giorno in giorno. Spesso si pensa che nella politica internazionale non si possa cambiare nulla, vi è l’idea di essere dentro un meccanismo che non si può cambiare: questo è il pensiero di una scuola, quella del realismo politico. Per riuscire a vedere la politica internazionale come un processo dinamico che può cambiare noi dobbiamo osservare bene qual è la natura della politica internazionale.
Ma perché studiare le relazioni internazionali? Siamo tutti immersi nella politica internazionale in quanto cittadini e, per comprenderla, abbiamo bisogno di alcuni strumenti. Grazie a questi strumenti possiamo analizzare con competenza la politica internazionale contemporanea e possiamo porci in modo consapevole nei confronti delle diverse interpretazioni degli altri così da poter affrontare criticamente il discorso pubblico. Avere una conoscenza dei diversi approcci ci permette di affrontare i discorsi degli altri in modo critico.
Ma serve davvero padroneggiare questi strumenti teorici per comprendere la politica internazionale? Non dovremmo piuttosto concentrarci esclusivamente sulla pratica della politica mondiale, occupandosi solo dei fatti e non delle logiche che stanno dietro questi fatti?
È necessario occuparsi anche delle logiche, delle dinamiche che stanno dietro i fatti, e per comprenderli abbiamo bisogno di strumenti. La teoria e la pratica delle relazioni internazionali dunque sono legate in maniera stretta e anche complessa e come caso prendiamo un libro scritto da Allison, il cui titolo è “Destinati alla guerra: possono sfuggire alla trappola di Tucidide?”.
Allison fa riferimento al rapporto tra Cina e Stati Uniti e con la trappola di Tucidide restituisce un meccanismo che spingerebbe una potenza dominante (USA) a ricorrere anche ad una guerra per contenere una potenza emergente (Cina) perché chi ha una posizione dominante nel sistema ha una posizione privilegiata e gode quindi della massima sicurezza e non vuole quindi perdere questa sua posizione lasciandosi spodestare da una potenza emergente.
Immaginiamoci quindi gli USA saldi nella loro posizione dopo la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda e improvvisamente si accorge che la Cina sta facendo un percorso di ascesa importante e la forbice del potere si sta stringendo. Il problema è che se il paese che sta crescendo raggiunge quello al vertice del sistema, la capacità di quello superiore di vincere quello ascendente diminuisce. Quindi il paese superiore dovrebbe muovere una guerra preventiva per evitare questo rischio.
Il presidente Xi nel 2015 parla della trappola di Tucidide dicendo che essa non esiste, ma se i paesi più importanti dovessero ripetere nel tempo errori di calcolo strategico potrebbero finire per costruire queste trappole attorno a se stessi: quindi capiamo che la realtà è socialmente costruita, non c’è un meccanismo esterno che obbliga gli stati a comportarsi in un certo modo, ma sono loro stessi a creare questi meccanismi. Quindi l’USA preparandosi militarmente a questo tipo di meccanismo crea delle aspettative da entrambe le parti perché questo meccanismo funziona nella maggior parte dei casi. Quindi il tema di quanto le interpretazioni influenzino la pratica è davvero importante perché, di norma, non sono gli studiosi di relazioni internazionali, i decisori, che vedono la realtà internazionale attraverso delle lenti le teorie degli studiosi.
Questo nesso tra teoria e pratica è la prima ragione che ci fa capire l’importanza della teoria, perché molto spesso non si riesce ad interpretare in profondità gli eventi se non si conoscono quei motivi che hanno spinto i decisori a compiere quelle decisioni (ad esempio la trappola di Tucidide o il dilemma della sicurezza).
Ma nelle relazioni internazionali? Che cosa sono le teorie? Sono le lenti attraverso le quali gli studiosi e i decisori guardano la realtà e questa realtà che si trovano davanti è complessa, quindi noi possiamo interpretare le teorie come strumenti per mettere ordine. Se noi potessimo cogliere la realtà così com’è noi non avremmo bisogno di teorie, ma normalmente non è così perché la realtà è complessa e se noi ci poniamo di fronte alla realtà senza l’ausilio delle teorie noi cogliamo alcuni aspetti anche in maniera casuale, come quelli più ripetuti sulla stampa.
Ma senza le teorie noi cogliamo solo alcuni aspetti, sui quali non si può basare una politica estera: per questo che bisogna mettere ordine con le teorie, mettono ordine sulla base di alcuni criteri. Individuare questo criterio è fondamentale perché una teoria non restituisce una fotografia della realtà ma una interpretazione della realtà, un modo di mettere ordine, cioè posso mettere in ordine il potere definendolo con il criterio di uni, bi o multipolare.
Ci sono però tanti modi di interpretare la realtà e ognuno tende a presentare le proprie teorie come le rappresentazioni più fedeli della realtà, allo scopo di farla apparire oggettiva. Le scuole di pensiero e gli studiosi vogliono dimostrare di avere la visione migliore, quella che riflette le condizioni che il decisore si trova a dover fronteggiare. In realtà però noi viviamo nel mondo che ci trasmettono le interpretazioni e quindi il tema è stabilire quale interpretazione del mondo è quella da scegliere. Sulla base di questa teoria dunque si prendono le decisioni.
Per esempio, l’amministrazione Trump concepiva il mondo come una arena di continua competizione, perché il mondo non è mai completamente in pace come invece si credeva una volta, secondo una visione binaria del mondo (o guerra o pace).
Un’altra visione, opposta a quella di Trump, è quella dell’amministrazione Biden, ispirata più al liberalismo, che pensa che non ci sia esercito sulla terra che possa essere pari al mondo in cui la libertà passa da persona a persona: quindi le relazioni internazionali sono fatte da individui che formulano delle idee e quindi bisogna realizzare un mondo in cui il primo strumento utilizzato è la diplomazia. Per combattere delle problematiche c’è bisogno della diplomazia, dunque, che dev’essere il primo strumento del potere dell’America.
Nel 2021 esce una strategia di rapporto militare tra l’AUKUS, Australia, UK e USA per fornire all’Australia dei sottomarini a propulsione nucleare per proteggere l’Australia dalla Cina. Nello stesso momento nasce però la strategia Indo-Pacifica Europea che proponeva una politica di cooperazione, inclusiva nei confronti della Cina. Quindi vediamo che dietro queste due scelte ci sono due visioni del mondo totalmente diverse e capiamo che ciò che sta dietro le decisioni sono le teorie e i criteri.
Le rispettive visioni del mondo hanno influenzato molto la relazione tra Stati Uniti ed Europa dopo la caduta del muro di Berlino e Robert Kagan spiega le origini della divergenza tra le due potenze nel libro “Sul paradiso e la potenza: l’America e l’Europa nel nuovo ordine mondiale”. Kagan dice che bisogna smetterla di far finta che EU e USA condividano una stessa visione di mondo o che vivano addirittura nello stesso mondo: visioni del mondo diverse portano a vivere in un mondo diverso. C’è una differenza tra i pensieri di USA e EU sulla fondamentale discussione del potere, sull’efficacia e la moralità e la desiderabilità.
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