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Sintesi primo semestre

Recuperiamo il lavoro dalla domanda centrale “Che genere di persona devo diventare?”, intrecciando con la questione della libertà del soggetto morale. Non stiamo ragionando su astrazioni che non coinvolgono il posizionamento di ciascuno di noi, il quale implica un’autodeterminazione della volontà. Come coinvolgiamo la libertà assume la prospettiva del posizionamento personale (guardare etica dal punto di vista di norme, seguire norme, ma assumono una prospettiva estrinseca al soggetto): seguendo MacIntyre, abbiamo visto il fallimento della forma dell’illuminismo che ha tentato di giustificare razionalmente la morale (che ha perso la teologia/finalità per strada).

Il bivio tra Nietzsche e Aristotele

Partiamo quindi dalla domanda che porta al bivio tra Nietzsche e Aristotele. Riguardiamo la road-map. Richiamiamo i capisaldi dell’etica delle virtù: ha a che fare con l’etica della prima persona, si centra sul bene globale della persona umana e della sua vita presa come totalità, non tanto sulle regole ma sul modo di vivere. Ci siamo accorti come ci sono diversi elenchi di virtù che hanno qualcosa in comune: l’interpretazione preliminare, cioè la pratica. La virtù quindi si spiega in tre fasi:

  • Pratica
  • Ordine narrativo (che vediamo oggi)
  • Tradizione morale

Ogni fase presuppone la precedente e integra il successivo, ma non viceversa. Da qui entriamo nel tema della pratica, cos'è, valori della pratica che sono intrinseci o estrinseci. Su questo ricaviamo la prima definizione (incompleta) della virtù. Comprendiamo che c’è un circolo virtuoso. Prima di vedere cosa accadevano alle pratiche, colleghiamo le pratiche alle istituzioni (dialettica pratica-istituzione). Quando si perdono le virtù, le società si reggono su un unico valore, quello della competizione: riferimento storico al popolo degli IK (in più Aristotele dice che non esiste amicizia se c’è competizione).

La teoria di MacIntyre è aristotelica in parte sì e in parte no: è aristotelica perché, raggiunta l’eccellenza in una pratica, il suo esercizio comporta il godimento (es. le Olimpiadi). Il godere di una cosa realizza il tipo di persona che voglio essere. Ultimo elemento da ultimare è questa tematica: abbiamo visto le pratiche con virtù all’interno delle pratiche, ma ci sono pratiche malvagie (es. pratica mafiosa). Se ci fermassimo alle pratiche, saremo manchevoli perché riemergerebbe l’impostazione emotivista vista come problematica all’inizio. Senza una finalità dominante della vita umana, rimane comunque una concezione incompleta. Ora recuperiamo la questione dell’integrità, esiste almeno una virtù che può essere determinata facendo solo riferimento alla totalità della vita umana.

Capitolo 15 – La vita umana come un tutto

Per realizzare il discorso su questo capitolo, partiamo prima da un testo “Un viaggio in treno”. Per sapere chi è una persona abbiamo bisogno che ci raccontino delle storie, del passato, dei contesti di provenienza o relazioni. Dunque, esperimento in classe: i gruppi hanno dato una narrazione del momento, un gruppo ha dato una descrizione fisica, e nessuno ha detto i nomi e cognomi delle persone.

Quando ci presentiamo alle persone, diciamo il nostro nome e cognome (o nome d’arte come i cantanti, artisti). Per definire una persona si dicono alcuni tratti narrativi. La vita umana come un tutto, la nostra vita è descritta attraverso le narrazioni. Riusciamo a valutare un’azione solo in una narrazione più ampia di una singola azione. Servono le motivazioni, le intenzioni per giudicare cosa sta facendo. Quello che compio dice di me, mi cambia.

Per comprendere la vita umana come un tutto, c’è un problema. Quando MacIntyre parla di modernità, parla anche di contemporaneità: la modernità difficilmente coglie la vita umana come un tutto, perché siamo immersi da ostacoli di ordine sociale o ostacoli di ordine teorico-filosofico.

Gli ostacoli sociali sono dettati dal fatto che concepiamo la vita umana come una molteplicità di frammenti, da un lato vita privata, da un’altra vita pubblica, da un altro ancora vita lavorativa, da un altro tempo libero, ognuna con le proprie norme e modi di comportamento particolari. Ci viene insegnato a pensare e a sentire in base al carattere distintivo che caratterizza ciascuno di questi ambiti, dove ciascuna vita scorre. Con ciascuna vita che abbiamo, sempre noi. Quando una persona è totalmente nei differenti ambiti, si disgrega.

In contesti separati facciamo fatica, una delle conciliazioni su cui stiamo lavorando ancora poco è quella della conciliazione vita-lavoro, forse bisogna parlare di armonia tra i due ambiti. Per capire il ruolo delle virtù, che cosa sono le virtù, dobbiamo comprendere che il soggetto umano è lo stesso soggetto nei diversi domini di attività, nei diversi contesti. Se io sono una persona onesta, sarò onesta in tutti i domini della mia vita, sarò onesto con i miei amici, sarò onesto dal parrucchiere, sarò onesto in ambito professionale per cui non farò scorrettezze, e in altri ambiti. Il soggetto onesto è onesto ovunque.

Per cogliere il ruolo delle virtù, devo cogliere di che tipo di persona stiamo parlando, attraverso quello che faccio, nei luoghi che sto. Stiamo guardando da un altro punto di vista, questo sguardo è reso difficile dalla vita contemporanea ma che invece seleziona l’umano in diversi contesti. Oggi si parla di conciliazione vita-lavoro come aspetto positivo, nonostante siamo ancora nell’ottica di frammenti, devo armonizzare. Questi contesti possono essere difficili. “Per cambiare cosa posso fare?” “Come vivo quella realtà difficile?

Costruire un’unità di soggetto, non significa che tutto è armonico non perché siamo nel contesto fiabesco: la vita è reale, e il soggetto costruisce la propria identità morale, la vita che sta foggiando nel vivere, e considero la vita come un tutto. Non solo c’è un ostacolo dal punto di vista sociale, ma anche dal punto di vista filosofico, cioè di pensiero: cosa intendo? Lo sguardo teoretico, che mi rende difficile cogliere la vita come un tutto, è lo sguardo che deriva dalla tendenza a guardare la vita umana in modo atomistico, ovvero una netta separazione tra gli individui e i ruoli, la rappresentazione dei ruoli nella vita dell’individuo. La vita umana finisce come per apparire una serie di ruoli non collegati; invece, l’essere umano agisce certamente ma non si limita ad agire, l’essere umano ha un comportamento, si conduce. Ogni azione è assestante. Se penso l’azione in modo atomistico, non c’è spazio per le virtù in senso aristotelico perché non c’è nessun progetto da costruire, da forgiare.

Allora, capiamo se invece guardiamo la vita umana come un tutto, il ruolo della virtù è una disposizione che favorisce il successo del soggetto soltanto in momenti specifici. Si manifesta in contesti differenti: la virtù non è un’abitudine, un’abitudine di bere un bicchiere d’acqua appena sveglio, questo è un’abitudine. La virtù è un abito che richiede atti differenti fra loro in contesti differenti. Pensiamo alla virtù dell’ordine, una persona ordinata, implica la relazione tra le cose. Anche se diverse tra loro, c’è quindi un’unità delle virtù che non costituisce una tecnica per ottenere successo in una situazione, ma si manifesta nell’unità della persona in situazioni differenti. L’obiettivo non è il successo, ma è la costruzione buona della mia persona.

C’è una virtù che può essere intesa come la vita umana nel tutto, cioè l’integrità umana. Viene risaltato “che cosa devo fare?” “Cosa è bene fare?” Non risponde immediatamente a seguire le regole, che indicano le vie per realizzare le virtù. Ma il primato del bene non è la regola, a volte la devo saltare per realizzare quel bene.

Noi avevamo visto come cogliere l’unità della vita umana. Stiamo lavorando sulle virtù e le pratiche. L’unità della vita umana incontra ostacoli di tipo sociale frammentata e di tipo filosofico, considero in modo atomistico la stessa azione dalla stessa totalità che la rende intellegibile. La virtù è come disposizione che non favorisce il successo in un tipo di situazione, non è un’abilità tecnica. Abbiamo bisogno in questo senso di cogliere la vita come una totalità, e abbiamo bisogno di un soggetto, di un io, la cui unità risiede nella narrazione che collega la nascita alla vita, alla morte.

Non decidiamo di raccontare una narrazione in modo differente perché cambiamo identità, ma nel senso che c’è una narrazione possibile, una narrazione che fa vedere un’unità che soggiace alla diversità di contesti. Non stiamo parlando di memoria soggettiva, ma ci è stato raccontato da qualcun altro (es. il giorno di compleanno dalla mamma), un pezzo di storia che ci riguarda. La narrazione non coincide con la mia memoria, non è che se perdo la memoria perdo allora la mia identità. Non stiamo parlando di memoria. C’è una forma narrativa dell’io.

Per capire cosa sta facendo qualcuno e per dare una valutazione, ho bisogno delle sue intenzioni e del contesto, nel piccolo e nel grande. Questi contesti appartengono a storie che si intrecciano fra loro, per capire la bontà, un atto (legittimo e non doveroso o doveroso). Un contesto sociale può essere un’istituzione, può essere pratica, o un ambiente umano di qualche altro genere. Ma fondamentale è il contesto che intende MacIntyre, ossia una storia al cui interno le storie dei singoli soggetti collocati.

Un esempio che MacIntyre riporta nel volume è l’esempio di un uomo che fa giardinaggio, davanti alla sua viletta. Potremo dire che stava facendo un suo favore alla moglie, sa che le piace un giardino curato quindi per aiutarla, curo il giardino per farle un favore. Oppure sta all’aria aperta perché il medico gliel’ha detto. Si vede come cambia l’azione, ma questi contesti si assommano anche perché sta facendo un favore a sua moglie, ma sta facendo anche giardinaggio. “Qual è l’intenzionalità prevalente dovremo vedere?” “Cosa cambia se cambia il contesto?” Ho bisogno di contesti narrativi. Quindi noi collochiamo le intenzioni di un soggetto in ordine causale e temporale, causale cioè che cosa causa, facendo riferimento anche al ruolo che hanno queste intenzioni/azioni nella storia personale di quel medesimo soggetto. E facciamo ulteriormente riferimento al ruolo che questi hanno nel contesto o nei diversi contesti a cui questi soggetti appartengono.

Stiamo cercando di sottolineare il concetto di azione intellegibile, più fondamentale di azione in quanto tale. L’azione intellegibile vuol dire concepire un’azione come qualcosa di cui si è responsabili, riguardo a cui è sempre legittimo chiedere al soggetto una spiegazione adeguata. È un’azione ma è più fondamentale inserire l’azione in una storia perché sta facendo giardinaggio. Quello è l’azione che compie ed è più fondamentale rispetto all’azione ritagliata nella sua astrazione non valutabile. Quindi sia gli scopi sia gli atti linguistici richiedono un contesto. Per questo MacIntyre sottolinea il ruolo che ha la conversazione, che in senso ampio è la forma di transazione umana in generale. La conversazione è il tipo più familiare di contesto in cui gli atti linguistici diventano intellegibili: conversiamo verso e da insieme, conversiamo con le parole, con i gesti, con la posizione corporea, con tutta la persona conversiamo. Conversiamo attraverso le nostre azioni e la nostra corporeità che agisce perché siamo soggetti capaci di parola, di significato. Perché ha senso di azione e quindi valore la posizione corporea? Perché siamo dotati di corpo e non di spirito, e dotati di parola (es. stare seduti stravaccate significa fregarsene di quello che sta dicendo l’altro).

Noi viviamo di narrazioni e comprendiamo la vita in base alle narrazioni che facciamo e viviamo. “Qual è la differenza tra le narrazioni vere e le narrazioni frutto di fantasia?” Una storia è inventata quando decido io il momento, decido io quando porre l’inizio e la faccio finire es. 26 anni dopo. È una cesura arbitraria nella realtà e la storia con una serie di flashback, continuerà dopo. C’è una finzione. È anche vero che nelle storie vissute che prima si vivono e poi narro il vissuto mentre per le storie finte narro e poi rivivo. Mentre nelle narrazioni vere gli attori non possono cominciare dove vogliono e non possono neppure procedere esattamente come vorrebbero; ciascun personaggio è sottoposto a costrizioni da parte delle azioni degli altri. Nelle storie reali ci sono dei nodi, dei punti di svolta aperti ad interpretazione: considerare un evento come inizio o fine di qualcosa significa conferirgli un significato, un significato che può essere contestabile da qualcuno altro che guarda gli stessi avvenimenti, la storia è un continuo. “Tutto iniziò quando tizio conobbe quell’insegnante...”, sto dando un’interpretazione alla storia, si conobbero anche prima.

Ciascun soggetto libero è l’attore della propria narrazione, e siete solo in parte autore, cioè co-autori perché la narrazione propria si intreccia con la vita altrui. Quindi, tutti noi siamo attori della nostra narrazione, co-autori della nostra e altrui narrazione. Tutte le nostre azioni libere (posizionamento della libertà) entrano nelle storie degli altri, variano la loro storia, non possiamo mai intenderci come individui irrelati; siamo parte della storia, intendiamo la nostra vita in base anche alle narrazioni che viviamo. Quindi questo essere co-autori delle proprie e altrui narrazione, ci riconsegna una nuova dimensione della responsabilità, per cui rispondo in parte anche delle modificazioni che la mia vita provoca nelle narrazioni altrui. La narrazione dipende dal collocamento delle intenzioni del soggetto in ordine causale e temporale facendo riferimento al loro ruolo nella storia personale e anche facendo riferimento al loro ruolo nella storia del contesto o dei contesti cui esse appartengono.

In questo senso la narrazione della vita di ciascuno è sempre inserito in un contesto drammatico: il dramma è una vicenda che richiede dialoghi, contrasti, conflitti, si caratterizza per un intreccio che può essere doloroso ma che può finire bene. La tragedia si conclude con una catastrofe. La vita umana è drammatica perché l’intreccio prima o poi porta sempre a dei conflitti e a dei nodi dolorosi. In questo senso la narrazione ha sempre una sua drammaticità e per questo siamo chiamati a dare una valutazione, perché dobbiamo posizionarci con la nostra libertà, a valutare e a cogliere la gerarchia dei beni. Possiamo sacrificare un bene, significa coglierlo come bene. La conversazione citata come contesto di azioni intellegibili può essere considerato in vario genere come un’opera drammatica: hanno inizi, parte centrali e conclusioni come le opere letterarie, e altre caratteristiche come ribaltamenti e riconoscimenti, digressioni e intrecci secondari.

Quindi, la struttura narrativa della vita umana richiede due cose/poli: da un lato la verità della storia, perché ogni atto libero implica una novità; quindi, implica che è imprevedibile cioè non lo sto vedendo prima, non so cosa succederà. L’imprevedibilità è data dalla verità della libertà, e in quanto tale, l’intreccio della narrazione è sempre aperto ad un futuro non pienamente conoscibile. Ma anche la struttura narrativa chiede anche una teleologia, cioè una finalità: noi viviamo sempre come soggetti nelle reciproche relazioni alla luce di determinate concezioni di un possibile futuro comune, un futuro in cui certe possibilità ci attraggono e altre ci respingono, alcune sembrano già precluse e altre forse inevitabili. Ad esempio, non era pienamente prevedibile che io venissi a lezione, potevo non venire, ma se non avessimo la concezione di trovare il docente, una certa teleologia, non potremo vivere: abbiamo una certa concezione del futuro, perché è sempre aperto alla possibilità del totale imprevisto. Non esiste un presente che sia informato dall’immagine di un qualche futuro verso cui ci dirigiamo, una forma che sia finalizzata, altrimenti non potremo agire e non potremo interagire.

Ecco perché si danno in modo contestuale dei vincoli (sia nel bene sia nel male). La libertà è creatrice del bene. La libertà nel suo essere tale mi impone dei vincoli, e se intendessi libertà come totale assenza di vincoli, la contraddizione performativa, un atto che realizza qualcosa, una promessa. Se io volessi preservare la libertà dai vincoli non dovrei fare nulla, perché qualunque cosa io faccia costituisce un contesto con dei vincoli. La struttura narrativa della vita umana tiene insieme questi due poli, una teleologia, una progettualità ma anche un’imprevedibilità. Questo porta anche qui a una tensione positiva fra dei vincoli e fra la molteplicità indefinita di sensi/direzioni in cui la nostra azione libera si può dare quindi modificando la narrazione. “Che tipo di persona voglio essere?” Mi porta a chiedermi che cosa fare qui ed ora per essere la persona che voglio essere. La domanda di fondo su “Che cosa devo fare?” si intreccia con la domanda “Di quale/i storia/e mi trovo a far parte?” Perché ci sono dei vincoli contestuali/relazionali, quindi “di che storia faccio parte?

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luciamajdancic di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia morale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Colombetti Elena.
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