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Filosofia del dialogo interreligioso

Proff. Roberto Celada Ballanti, Elisabetta Colagrossi

Il termine “dialogo” deriva dal greco dia-logos e significa “attraversamento”. La filosofia greca nasce come dialogo. Il motivo della crisi della globalizzazione e dell’occidentalizzazione del mondo si ritrova nel fatto che esse muovono da presupposti occidentali. L’universale di cui è portatore l’Occidente è un universale particolare e non è l’unico possibile. Serve un punto d’incontro tra le diverse universalità, altrimenti si apre una guerra tra mondi e le differenze faticano a tradursi. Non c’è bisogno di tolleranza, ma di riconoscimento. La prima è l’espediente che la modernità ha trovato per venire a capo dei conflitti e avere una maieutica del plurale, perché servono delle categorie per elaborare il plurale, in quanto prima erano solo monocratiche. Nella modernità vengono meno le categorie cosmoteistiche, che non creano conflitti tra dei, perché questi possono essere tradotti. La tolleranza porta con sé una vena autoritario-paternalistica e presuppone una posizione superiore del tollerante rispetto al tollerato. È una forma di dialogo che non funziona più, così come quella del minimo comune denominatore, che si focalizza su ciò che ci unisce abbandonando le diversità e mettendo da parte le differenze in vista di una comunanza essenziale minimale e povera. Un’altra forma inadeguata è quella della riduzione a uno. Si assiste all’esplosione di mondi che faticano a tradursi. Questi, o si chiudono su sé stessi sfociando nel relativismo, o elaborano qualche forma di dialogo.

Il Dialogo con Trifone di Giustino

La prima forma di dialogo interreligioso si trova nel Dialogo con Trifone di Giustino, scritto nel 160 d.C. a ridosso della nascita del Cristianesimo. Si tratta di un dialogo tra un cristiano convertito e un ebreo. Il dialogo interreligioso non esisteva nel mondo greco-romano, ma una nuova forma di monoteismo pone dei problemi che prima non c’erano, perché c’è una nuova forma di alterità. Quest’opera segna anche l’inizio della teologia della storia, perché il piano provvidenziale divino agisce a partire dal Cristianesimo, considerato la religione definitiva da Giustino. Quest’ultimo è un greco convertito e un padre apologista. I padri apologisti sono studiosi greci o latini che per primi entrano in contatto con l’alterità, perché il cristianesimo deve giustificare la sua esistenza prendendo le distanze dal giudaismo e dal paganesimo assumendo una nuova sintassi, che è quella della filosofia greca. Avviene un processo di de-giudaizzazione assumendo le categorie greche.

Nel prologo, Giustino presenta la sua ricerca passata per l’adesione e varie scuole, fino ad arrivare alla verità ultima del cristianesimo, perché la filosofia antica non ha esaurito le questioni ultime. È la prima volta che qualcuno dice che questa è l’unica filosofia vera e la contrappone alle false filosofie dei classici. Avviene una rivoluzione di paradigma, perché da ora esiste una vera filosofia, una verità definitiva che ha integrato le filosofie precedenti, passando da antiche verità parziali alla verità piena e definitiva. Prima non c’era l’idea di un’unica visione vera contro le altre false. Le verità precedenti sono assunte in una verità più grande e non confutate. La legge ebraica diventa una particolarità, sostituita da una nuova universalità che la ricapitola e la assume. La legge antica viene sospesa, ma assunta e portata a un nuovo livello, sottraendo energie per inverarla su un piano più alto tramite un meccanismo inclusivo. Il Cristianesimo è quindi dinamico e include ebraismo e cultura greco-antica. Nasce una nuova forma di inclusione, perché prima nessuna religione si imponeva come definitiva. Da qui nasce il problema del dialogo, da quando si inseriscono le categorie di vero e falso tra le fedi. Secondo Jan Assmann la nascita dei monoteismi produce una rivoluzione nel modo di pensare, perché nasce una nuova forma di alterità, una nuova logica fondata sull’idea di amico/nemico, noi/voi sul piano religioso.

I padri apologisti devono posizionare la nuova religione rispetto a ciò che esisteva prima e trovare dei ponti che consentano di avere relazioni con nuove forme di alterità. Una nuova figura dell’altro pone il problema di quale logica usare per relazionarsi con un’alterità estranea. Il dialogo interreligioso, quindi, non è neutro, ma nasce da un problema preciso.

I modelli di dialogo

I modelli di dialogo sono i dialoghi socratici/platonici e quelli di Cicerone, ma i primi vengono snaturati, perché consistevano nella ricerca di una verità non conosciuta e non nell’affermazione di una verità ultima. Per Giustino, Platone è già compreso nel movimento alla cui origine c’è Cristo, c’è un movimento Cristo-Platone-Cristo, il logos è all’origine. Si tratta di un movimento circolare in cui il compimento del processo è già compreso all’origine. Gli antichi sono portatori di semi di verità che attendevano di trovare compimento nella rivelazione. Si instaura una dialettica verità parziali-verità piene. Giustino opera una trasformazione profonda del dialogo socratico-platonico. La filosofia antica non ha saputo rispondere alle questioni ultime dell’uomo come esistenza di Dio, destino dell’anima e conoscenza del mondo. La sua era una conoscenza puramente naturale e non si poteva altro in assenza di una rivelazione più alta, ma è imperfetta e parziale e passa per il lume naturale, non soprannaturale. La ragione umana può qualcosa, ovvero sapere che Dio esiste, dimostrarlo razionalmente e sapere che l’anima è immortale. Il logos spermatikos (ratione seminale) è la conoscenza originaria infusa nella mente di tutti gli uomini da Dio. Gli antichi non sono condannati, sono riusciti a cogliere qualcosa del divino tramite i logoi spermatikoi (es. che è sommo bene, con Platone), ma questi offrono una conoscenza solo parziale, perché manca la rivelazione definitiva portata dal logos incarnato. L’antichità funge da preparazione all’avvento di Cristo e della verità. Per i filosofi antichi la conoscenza sulle cose ultime è una ricerca perennemente aperta, non funzionale alla rivelazione ultima.

Si instaura una dicotomia tra lume naturale imperfetto e lume soprannaturale definitivo. La natura è schiacciata sotto la soprannatura, a cui si accede solo tramite il canale di grazia del cristianesimo, c’è un dualismo di piani. Per gli stoici, la natura è tutto e implica la soprannatura, non c’è distinzione di piani, perché questi sono intrecciati insieme. Questo approccio verrà poi chiamato panteismo. Per Platone, il passaggio da natura a soprannatura avviene con forze proprie, non attraverso un unico canale esclusivo. Per Giustino, invece, a parte il Cristianesimo, tutte le altre sono forme di conoscenza imperfetta di Dio. Quella dell’antichità era una rivelazione universale accessibile a tutti gli uomini, non in quanto appartenenti a una certa religione o tramite un’unica via. L’uomo era già in sé un essere soprannaturale, mentre con il Cristianesimo non c’è continuità, ma un salto dato dalla grazia. L’altro non è più il collocutore del dialogo socratico, ma un potenziale nemico. C’è una nuova forma di lontananza, l’altro è colui che non aderisce alla mia verità, per questo nasce la categoria di idolo e idolatria. Il problema consiste nel difendere l’unica religione vera e, in qualche modo, includere gli altri, ovvero prendere una posizione rispetto alle altre religioni. La filosofia antica ha una funzione ancillare nei confronti della teologia, perché è una verità parziale utile solo se in funzione della verità piena, c’è una pretesa di esclusività.

Il dinamismo inclusivo è il motore del cristianesimo originario, che include in vista di una rivelazione più alta. L’Europa si fonda su questo, la religione è chiamata a evolvere e, assorbendo, si trasforma. Il problema è posto dalla necessità di dialogare con l’altro e insieme affermare l’assoluta verità della propria posizione. Il dialogo è costretto a piegarsi al pluralismo e quello che va da Giustino ad Abelardo è destinato al naufragio.

Giustino è il più grande padre apologista, è un uomo di frontiera che si trova a dover difendere il Cristianesimo dagli attacchi dei pagani, dei romani e dei giudei. Il Cristianesimo nascente ha il problema di posizionarsi in tale quadro e di legittimarsi di fronte a realtà secolari. Inizia qui a configurarsi un nuovo paradigma culturale-religioso. Le operazioni compiute da Giustino sono:

  • De-giudaizzazione del Cristianesimo: cesura tra antica e nuova alleanza, non c’è continuità tra Antico e Nuovo Testamento, il Giudaismo non porta al Cristianesimo.
  • Legittimizzazione del Cristianesimo: salto nella rivelazione definitiva.

La filosofia antica diventa uno strumento categoriale. Il Cristianesimo, che nasce come prolungamento del Giudaismo, si distacca non essendone sviluppo naturale, ma irrompere della grazia nel mondo.

L’unica soluzione al problema è la logica inclusiva, tramite cui l’altro viene incluso in una verità più grande. Questo meccanismo è detto “katarghesis” e consiste nel togliere efficacia per trasferirsi su un piano più alto. L’antica alleanza può essere inclusa nella nuova, che assorbe tutto, anche l’Impero romano. Questa forma di dialogo porta con sé l’aporia fondamentale di difendere l’unica religione e di dialogare con le altre. L’esito di ciò sono le crociate e le guerre di religione.

Niccolò Cusano

Cusano è cardinale di Bressanone e ha un ruolo importante nella curia romana. Egli, nel 1753, scrive il De pace fidei, testo in cui separa la religione dalla fede cristiana e traccia il solco tra pensiero scolastico e moderno. Il massimo rischio corso dal Cristianesimo era quello dello scisma, della divisione, per questo Cusano tende sempre all’unità e si rivolge al partito papale durante il concilio, venendo nel papa un garante di unità. Nel 1453 cade Costantinopoli e ciò che è visto come simbolo di stabilità e di permanenza cade. Cusano è tra i primi a provare un’interpretazione del Corano, perché vuole approfondire ciò che l’alterità porta con sé, ha un interesse filosofico e scientifico che è presupposto necessario anche per capire sé stessi, in quanto l’approfondimento delle religioni altre porta con sé l’approfondimento della propria tradizione religiosa. Si rifà alla tradizione neoplatonica.

Il De pace fidei costituisce l’incipit del moderno, perché emerge il problema della pluralità delle fedi di fronte alla guerra di religione quando Maometto II espugna Costantinopoli. Cusano è rappresentante del neoplatonismo cristiano rinascimentale e proprio dal neoplatonismo eredita il problema dell’uno e dei molti, ovvero del come si riduce la molteplicità a unità. Egli ragiona sulla dialettica uno-molti chiedendosi come si tengono insieme la molteplicità delle fedi e l’unicità della religione.

Nel 1453, in Occidente finisce la Guerra dei cent’anni tra Inghilterra e Francia e in Oriente cade Costantinopoli sotto i turchi, evento che scatena in Europa la paura che i musulmani potessero scendere nei Balcani e conquistare l’Europa. Questi due eventi schiudono alla modernità.

Il De pace fidei inscena un concilio ecumenico ideale tra tutte le fedi mondiali, che si svolge in cielo davanti a Dio, al verbo, i santi e gli angeli. Della scena iniziale sono protagonisti gli angeli. L’arcangelo Gabriele invoca Dio e lo prega d’intervenire sulla Terra perché i conflitti religiosi lo stanno devastando. Il concilio si svolge in una zona celeste intermedia, né nell’Uno (Dio) né sulla Terra. Un coro angelico intorno a Dio invoca il suo intervento. Gabriele fa un monologo in cui spiega a Dio che i conflitti religiosi nascono dal fatto che gli uomini credono di ascoltare la voce di Dio in quella dei profeti e dei santi e non sanno che la parola umana che media quella divina è una forma di ermeneutica, non la voce diretta di Dio. Non abbiamo mai di fronte Dio, ma siamo sempre in un rapporto ermeneutico, mediato rispetto alla rivelazione, c’è sempre la parola umana in mezzo, anche le Sacre Scritture sono parola umana. Comincia qui a insinuarsi l’idea che le Scritture debbano essere sottoposte agli stessi criteri ermeneutico-filologici delle altre opere classiche. La filologia moderna inizia poi con Lorenzo Valla ed Erasmo da Rotterdam. È ineludibile la mediazione linguistica anche nel dominio religioso, anche se nel fondamentalismo si pensa di poter saltare la mediazione ermeneutica. Per questo ci sono conflitti d’interpretazione e molti cristianesimi. Gli uomini credono di ascoltare la voce di Dio, mentre ascoltano quella di altri uomini.

Secondo Cusano, le fedi sono congetture e vanno relativizzate. Egli è un teologo medievale, ma porta in sé i germi della modernità. Al centro rimangono la trinità e l’incarnazione di Cristo, ma si rende conto che l’edificio ecclesiastico va innovato. Ha l’intuizione della pluralità delle fedi, del fatto che il mondo religioso è plurale e c’è una varietà di riti. La modernità consiste nella scoperta del plurale. Il De pace fidei è la prima opera che mette a tema la pluralità religiosa. I rappresentanti di 17 fedi, tutte quelle allora conosciute, sono convocati in cielo per il concilio ecumenico. Cusano è l’erede della tradizione neoplatonica, agostiniana e della mistica renana di Meister Eckhart.

Dio risponde dicendo che ha già mandato il Verbo, ovvero Cristo, il quale, a questo punto, interviene proponendo di convocare un concilio di rappresentanti di tutte le fedi, chiamandoli filosofi, perché sono i saggi di tutte le religioni, sono uomini in ricerca. Di fronte alla richiesta del Verbo, Dio cede e, a turno, i rappresentanti intervengono. L’intento del concilio è la ricerca dell’unica religione nella varietà dei riti (religio una in ritum varietates).

Questa formula ruota attorno a due poli: unità e varietà, come da tradizione neoplatonica. Vengono riprese le categorie di unità e molteplicità, la dialettica uno-molti, che fanno parte dell’impianto metafisico-teologico neoplatonico. Il Dio di Cusano è l’Uno di Plotino, ovvero indicibile e ineffabile. Si adotta una teologia negativa, perché di Dio non si può dire nulla. Possiamo dare dei nomi a Dio, ma questi galleggiano sul suo abisso insondabile, pertanto tutte le predicazioni sono inadeguate. Il Dio di Cusano è nascosto, ignoto, lo adora in quanto abisso, incorporando la mistica nella teologia. Ogni dogma e parola umana è relativizzabile.

Nasce qui un nuovo paradigma interreligioso. Quello inclusivo di Giustino sfocia nelle crociate e nelle guerre di religione, mentre Cusano parte dalla possibilità della pace concependo Dio come Uno ineffabile, per cui ogni parola umana è inadeguata. L’unità ultima di Dio non è posseduta integralmente da nessuna religione storica, neanche dal Cristianesimo. L’Uno, però, è comunque il dio trinitario e cristologico del Cristianesimo, si ha quindi sempre un monoteismo e non una religione naturale, anche se sta al di là di ogni possibile dogmatizzazione e concettualizzazione. Esso è anipotetico e apofatico, al di là di ogni possibile ipotesi, non può diventare oggetto di discorso, perché è origine di tutti i discorsi, è inoggettivabile. Per questo tutte le fedi storiche sono congetturali e inadeguate. Dio è senza nome e senza fondo, è abisso. Tuttavia, non tutte le fedi sono poste sullo stesso piano, c’è chi è più avanti e chi più indietro, ma tutte sono in marcia verso l’Uno. Cadono le categorie di vero e di falso, non c’è più falsità totale. C’è una religione ultima e una serie di religioni congetturali in marcia verso un Uno inarrivabile. Anche la Chiesa cattolica è congetturale ed è in marcia, ma è più avanti delle altre. La religione una è un monoteismo trinitario e cristologico, è una forma di cristianesimo trascendentale.

Tra l’Uno e il molteplice c’è la mediazione del Verbo, c’è un mediatore. Egli incista il nulla e l’ineffabilità di Dio nelle fedi storiche, per cui in queste si apre il varco del nulla di Dio. L’esito è la congetturalizzazione delle fedi. Cristo è un grande ermeneuta. Il Verbo non inocula dogmi, ma il nulla, cioè relativizza le fedi e le fa vacillare. Queste non possono più considerarsi assolute e quindi farsi la guerra. L’assolutezza non è eliminata, ma spostata nella religio una, che ricomprende in sé tutti i dogmi e le fedi. Così Cusano può salvare l’universalità del Cristianesimo nell’universalità spirituale e nell’ineffabilità dell’Uno che abbraccia tutte le fedi, e non nell’istituzione. L’idea mistica dell’unità può essere solo spirituale e non istituzionale, perché il vero Cristianesimo sta in cielo e non nell’istituzione. Dio è comprensibile solo nella coincidenza degli opposti, è indicibile, tutto è in lui e nessuna fede s

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Camilla.S. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del dialogo interreligioso e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Genova o del prof Celada Ballanti Roberto.
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