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Demografia sociale

Dalla demografia alla demografia sociale

  • La demografia studia innanzitutto struttura e dinamica della popolazione (approccio macro).
  • Nascite, decessi, spostamenti migratori sono eventi che si producono all'interno delle storie di vita degli individui studio di comportamenti e scelte di vita (es., la decisione di avere un figlio o no, la mobilità da un territorio a un altro, …).
  • Da Demografia a demografia sociale (Social Demography).
  • Disciplina spiccatamente interdisciplinare.
  • Demografia come population studies, studio a fini esplicativi e in modo multivariato dei comportamenti individuali.
  • Rilevanza del contesto territoriale in cui si vive e del gruppo sociale al quale si appartiene.
  • I comportamenti e le scelte che producono gli eventi che caratterizzano i percorsi biografici possono essere considerati come l'esito finale di un processo decisionale (conscio o meno). Su tale processo agiscono:
    • Nella dimensione micro (caratteristiche individuali) le condizioni di vita, le preferenze individuali, gli stili di vita, i bisogni e le esigenze privati;
    • Nella dimensione macro (caratteristiche macro) il contesto storico, sociale e territoriale nel quale si è vissuti e si vive (costituito da particolari istituzioni, strutture sociali ecc.).

(Vedi Lettura da Balbo, Billari e Mills (2013) -> Vedi anche spiegazione prof.)

Il problema della causalità

Uno dei principali ostacoli negli studi di popolazione è il problema di stabilire la causalità, ad es. la capacità di determinare empiricamente se alcuni fattori del corso della vita (ad es. occupazione o reddito) sono davvero determinanti per la fertilità o se certi percorsi di vita e comportamenti di fertilità sono contemporaneamente influenzati dalla presenza di altri determinanti comuni (endogeneità o causalità inversa).

Criteri necessari per rispettare la casualità

  • Tempo: ordine causale (la causa deve venire prima dell’effetto).
  • Contiguità: deve verificarsi subito dopo, quindi devono avvenire in tempi vicini (contiguità).
  • Durata: l'effetto continua quando la causa è attiva.
  • Unicità: il cambiamento è unico.
  • Direzione prevista: es: perdere il lavoro deve portare a una diminuzione della fecondità e non ad un aumento.
  • Proporzionalità: la causa è abbastanza forte da produrre l'effetto.
  • Se non c’è la causa, non può esserci nemmeno l’effetto.
  • Meccanismo: spiegazione del perché una certa causa produce quell’effetto.

Tendenze recenti e problemi di popolazione in Italia e in Europa

Dopo la transizione demografica in Occidente, in cui c’era un tasso di fecondità intorno ai 2 figli per donna e si pensava che si fosse raggiunto un equilibrio sostenibile, la speranza di vita era aumentata, ma si pensava che anch’essa sarebbe rimasta stabile. Però questo equilibrio era solo apparente, infatti la mortalità e la fecondità hanno continuato a diminuire (rispettivamente: dall’alto e dal basso).

Nell’UE quello che sta succedendo è che la popolazione sta invecchiando a causa di: una fecondità bassa e tardiva e condizioni di mortalità sempre più favorevoli alle età anziane.

Indicatori

  • Cambio della popolazione totale (P), che è dato da:
    • Saldo naturale = N - M
    • Saldo migratorio= I – E (spesso si calcola per differenza)
  • Indice di dipendenza (degli anziani) = P(64 +) / P(15-64)

Il problema di questo indice è che la maggior parte degli under 20-25 non lavorano, quindi in realtà non contribuiscono a produrre reddito per sostentare gli anziani e ci sono anche molti over 65 che lavorano. Quindi questo indice ci dà informazioni sulla struttura della popolazione, ma non sull’effettiva dipendenza economica. Allora possiamo usare altri indici, es:

  • Proporzione di persone occupate = numero di occupati / Ptot

Questi dati di solito sono espressi per 100 persone.

Se guardiamo i dati della popolazione Europea vediamo che la popolazione è andata crescendo, però i nativi sono andati sempre diminuendo, quindi questa crescita è dovuta solo alle immigrazioni (vedi grafici). Questo crea problemi per quanto riguarda le pensioni (soprattutto nei paesi del sud Europa) e in più non è detto che la diminuzione delle nascite sia dovuta alla mancanza di volontà delle persone di fare figli. Inoltre, l’Italia è uno dei paesi europei con il minor tasso di occupazione sia per gli uomini che per le donne e questo porta ad un alto indice di dipendenza degli anziani (vedi grafici).

Ma fino a quando si può sostenere economicamente e demograficamente la situazione? Dipende da:

  • Quota di occupati tra i 15-64 (che possono sostenere gli anziani);
  • Dal numero di nati (che ‘rimpolpano’ le fasce lavorative);
  • Dall’immigrazione, che «rimpolpa» le fasce di età lavorative (solitamente sono giovani adulti).

Anche l’aspettativa di vita è la più alta in Italia rispetto al resto d’Europa (che è positivo) e in generale è più alta nel sud dell’Europa, mentre è molto più bassa nell’est Europa, a causa della povertà e dei problemi di alcolismo. Inoltre, nei paesi dell’est la speranza di vita alla nascita degli uomini rispetto alle donne è molto più bassa, quindi è quella degli uomini a influire così tanto sulla speranza di vita generale.

Per quanto riguarda la fecondità, negli anni ’50 tutti i paesi europei avevano tassi simili che oltrepassavano il livello di rimpiazzo, mentre oggi si trovano tutti sotto questa soglia. Però ci sono alcune differenze, infatti, mentre gli USA e i paesi dell’Europa occidentale e settentrionale (Francia, Belgio, Olanda, Svezia, Danimarca, ...) sono un po’ più vicini alla soglia di rimpiazzo, i paesi del sud Europa, est Europa e paesi germanofoni (Austria, Germania, …) si parla di lowest-low fertility, ovvero il tasso di fecondità è intorno a 1,3 figli per donna.

Questa differenza è dovuta:

  • Alle politiche sociali che favoriscono una fecondità elevata (per quanto riguarda i paesi del nord e ovest Europa)
  • A contesti culturali in cui i rapporti di genere sono tradizionali (est Europa, in cui prevale la religione islamica)

Fattori che influenzano la bassa fertilità

Fattori strutturali

  • Cambiamento delle decisioni riguardo al matrimonio: posticipato o sostituito dalla convivenza
  • Posticipazione delle nascite: la cadenza incide sulla densità, ovvero, se posticipo la prima nascita, avrò meno tempo per le nascite successive (Italia e Spagna sono i paesi in cui l’età al primo figlio è più alta)

Fattori socio-economici individuali

  • Scelta delle donne di avere una maggiore educazione
  • Aumento dell’occupazione femminile
  • Aumento del reddito delle donne
  • Cambiamenti dei desideri delle donne (vogliono fare meno figli o non ne vogliono affatto)
  • Cambiamento di valori (ma il numero di figli ideale per la maggior parte delle donne in Europa è circa 2!)

Focus sull’Italia in chiave comparata

Dal 2015, per la prima volta in 150 anni di unità d’Italia, la popolazione ha iniziato a diminuire. Ma in realtà il saldo naturale era negativo già da molti anni, quindi la crescita era dovuta solo al contributo degli immigrati:

  • All’apice del baby boom (anni ‘60), le nascite superavano i decessi di mezzo milione di unità, e queste andavano ad aggiungersi annualmente alla popolazione.
  • Il saldo naturale (la differenza fra i nati e i morti) è negativo a partire dal 1994 (con l’eccezione del 2006), e la popolazione residente sarebbe diminuita da allora se non fosse stata sostenuta dall’apporto degli immigrati.
  • L’Italia si discosta dunque significativamente dal trend europeo.

La «trappola demografica»

  • Il numero dei morti e dei nati dipende non solo rispettivamente dai livelli di mortalità e dai livelli di fecondità (TFR), anche la struttura per età conta.
  • Una popolazione anziana – con un peso relativamente minore dei giovani in età riproduttiva – “produce” ovviamente molte meno nascite di una giovane, a parità di numero medio di figli per donna.
  • Questo è quello che sta succedendo negli ultimi anni in Italia, dove le classi giovanili si sono assottigliate e quelle anziane si sono ampliate.
  • In pratica i processi di invecchiamento della popolazione e di bassa fecondità di cui abbiamo parlato in precedenza alimentano un ulteriore calo del numero di nascite (dunque della popolazione italiana complessiva), a prescindere dall’andamento di mortalità e fecondità.

Quindi la popolazione italiana è destinata a calare.

Cos’è più importante per il calo delle nascite in Italia e in Europa?

Il calo della fecondità o del numero di madri? È dovuto principalmente al calo del numero di madri (vedi Figura 3.3).

«Genitori cercasi»

  • Il calo dei nati dal 2008 al 2017 è dovuto non tanto al calo della fecondità (riconducibile alla Grande Recessione), ma anche (e soprattutto) a quello del numero dei potenziali genitori.
  • Tra il 2008 e il 2017: oltre 700mila potenziali madri in meno, e, tra queste, mezzo milione di donne in meno nelle età intorno ai 30-35 anni, dove massima è la fecondità.
  • La fecondità del 2017 è gran parte frutto della generazione di donne nate negli anni Ottanta, quando la fecondità italiana era già in forte calo.
  • Per capire il calo delle nascite contemporaneo ci vuole dunque uno sguardo di lungo periodo.

4 fasi della fecondità in Italia

Baby boom (dopo guerra - anni ’60)
  • Comune a gran parte del mondo industrializzato.
  • Poderosa crescita economica e ottimismo: effetti tempo (concentrazione delle nascite) e quantum (declino della fecondità totale).
  • Interessa soprattutto il centro-nord, che recupera parte della differenza rispetto al Sud.
Baby bust (metà anni ’70 – fine anni ’90)
  • Fine della «spinta» del miracolo economico (seconda metà ’70).
  • Anche in questo caso effetti tempo e quantum (posticipo dovuto all’evidente aumento dell’età media al parto).
  • Trainato dal centro-nord all’inizio (’70), seguito dal Sud in anni più recenti (’80-’90).
«Ripresina» (fine anni ’90 - 2008)
  • In gran parte effetto del recupero (tempo).
  • Contributo della fecondità immigrata.
  • Interessa soprattutto il centro-nord: nel 2008 il TFR è 1,49 al Nord, 1,45 al Centro e 1,38 al Sud. Ruolo della fecondità immigrata (le donne immigrate sono soprattutto nel centro-nord).
Grande Recessione (2008 fino a oggi)
  • Annullato l’effetto della «ripresina».
  • Interessa in maniera generalizzata tutte le aree del paese.
La fecondità «più bassa tra le basse» (lowest-low)
  • Tra i paesi economicamente più sviluppati, la transizione demografica aveva portato ad una convergenza dei comportamenti familiari e riproduttivi.
  • Successivamente, tutti i pasi esperiscono il baby-boom.
  • Grosse differenze a livello Europeo si cominciano a vedere a partire dagli anni ’70: l’entità del baby-bust varia significativamente tra i paesi.
  • In particolare, per i paesi sud-europei, Italia in testa, Kohler, Billari e Ortega coniano il termine di fecondità lowest-low (letteralmente “la più bassa fra le basse”) riferendosi ad un numero medio di figli per donna al di sotto di 1,3.
  • Oltre ai paesi Sud-Europei, altri paesi interessati sono i paesi dell’Europa orientale e german-speaking (AT, CH, DE).
  • La «ripresina» sembrava segnare la fine della lowest-low fertility, ma la Grande Recessione ne ha vanificato gli effetti.

Dalla bassa fecondità del passato alle poche nascite recenti

  • L’andamento del numero di nati (quindi la consistenza numerica delle nuove generazioni) dagli anni Sessanta in poi è solo in parte sovrapponibile a quello della fecondità media registrata in quegli anni.
  • Infatti, il numero di nascite dipende dall’intensità media della fecondità registrata anno per anno moltiplicata per il contingente di potenziali madri, che a sua volta dipende dalla fecondità delle generazioni precedenti.

Dalla bassa fecondità del passato alle poche nascite recenti

  • La consistenza numerica delle trentenni era più ampia nell’immediato post-baby boom, e questo ha limitato per un certo periodo la caduta del numero delle nascite.
  • L’Italia è ormai entrata in una nuova fase, in cui le potenziali madri stanno esse stesse diminuendo perché provengono dalle generazioni nate negli anni del baby bust.
  • Si assiste inoltre ad un progressivo invecchiamento interno al contingente delle possibili madri (che porta a fare meno figli).
  • L’Italia sta quindi scivolando in un progressivo svuotamento dei reparti di maternità: i pochi figli del passato, cioè i genitori di oggi, vincolano al ribasso non solo le nascite attuali, ma anche quelle future.

NOTA: La crisi del 2008 coincide anche con la diminuzione delle donne in età feconda, quindi il problema non è tanto la crisi economica, ma il numero decrescente di donne.

NOTA_1: Le previsioni delle nascite hanno un IC più ampio perché dipendono da molteplici fattori (migrazioni, scelte personali, ecc …), mentre le morti sono più facilmente prevedibili se si conosce la struttura per età di una popolazione.

Politiche sociali e conseguenze socio-demografiche: L’Italia a confronto con l’Europa

Rischi sociali

  • Lo Stato (cioè le politiche sociali), insieme a Famiglia e Mercato, gestiscono la protezione dai rischi sociali.
  • Un rischio è «sociale» quando riguarda un gran numero di persone ed esse non possono farsene carico senza un supporto da parte di uno degli attori sociali di gestione dai rischi (es. invecchiamento, gli attori sociali sono quelli del punto sopra).
  • In ogni fase storico-economica esistono determinati soggetti sociali con determinati rischi sociali.
  • Es: durante la fase del baby boom (miracolo economico):
    • Assetto economico-produttivo: Industria fordista.
    • M.d.L. (mercato del lavoro): maschio adulto di medio-bassa qualificazione (era lui ad avere rischi sociali), male-breadwinner model.
    • Rischi sociali: infortunio, malattia, vecchiaia.

L’equilibrio all’epoca del baby boom

  • In quel periodo storico si è creato equilibrio tra Famiglia, Stato e Mercato.
    • Il welfare copriva i principali rischi sociali del maschio adulto-sostentatore.
    • La famiglia «funzionava», garantendo almeno 2 figli per coppia, la donna (moglie) svolgeva lavoro domestico e servizi di cura.
    • Il M.d.L. garantiva salari adeguati e occupazione immediata e stabile anche ai poco qualificati.
  • Tuttavia, già allora paesi diversi proteggevano dai rischi di malattia, infortunio e vecchiaia in modalità e misura diversi, dando importanza diversa ai 3 attori del welfare (teoria dei regimi di welfare).

Rottura dell’equilibrio

  • A partire dalla seconda metà dei ’70 ci furono importanti modifiche nell’assetto economico-produttivo: le nuove occupazioni sono nel settore dei servizi.
  • Fine delle condizioni economiche del miracolo economico:
    • Rallentamento della crescita economica,
    • Accesso sempre più difficile al lavoro stabile, soprattutto per soggetti a medio-bassa qualificazione,
  • Cambiano gli attori sociali e i rischi sociali -> dunque deve mutare il welfare.
  • Il welfare italiano ha fatto (e fa) fatica ad adeguarsi ai mutamenti, generando:
    • Disuguaglianze sociali basate su genere, generazione e stratificazione sociale.
    • Disuguaglianze determinate dal disequilibrio tra politiche sociali, funzionamento della famiglia e mercato del lavoro.

Nuovi rischi sociali: lavoro femminile e fecondità

  • Dagli anni ’70 la partecipazione femminile al M.d.L. è in aumento in Europa e anche in Italia (limitato e disomogeneo sul territorio), a seguito dell’espansione educativa.
  • In parallelo vediamo anche un calo della fecondità (ampiamente) sotto il livello di rimpiazzo.
  • Tale calo della fecondità non dipende da meccanismi «naturali», è un nuovo rischio sociale perché:
    • Non corrisponde sempre a desideri di minor fecondità.
    • Genera invecchiamento della popolazione, dunque ha implicazioni sociali.
    • Dipende da fattori sociali (e non biologici).

Conciliazione lavoro e famiglia

  • Crescente necessità delle donne di conciliare lavoro di cura e lavoro retribuito
    • In Italia è bassissimo livello di servizi per l’infanzia (0-2 anni).
    • Quindi i servizi di cura vengono «internalizzati» nella famiglia, perché la famiglia è il principale attore di gestione dei rischi sociali in Italia (quindi le donne devono occuparsi della cura della famiglia).
  • Allora quali opzioni per le donne (istruite) in Italia?
    • Posticipare e rivedere le decisioni di fecondità, facendo un solo figlio (o finendo involontariamente senza figli a forza di posticipare).
    • Rivolgersi al mercato: ma in Italia il mercato è per lo più incentrato sugli anziani (badanti), non sui bambini, e per giunta è un’opzione costosa!
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche SECS-S/04 Demografia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher claudia.lon di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Demografia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Guetto Raffaele.
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