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Comunicazione interpersonale: scambio di significati

Per comunicazione interpersonale intendiamo un'interazione in cui due o più persone interagiscono direttamente (spesso “faccia-a-faccia”) basandosi su codici e convenzioni socialmente condivise (anche se inconsapevolmente).

Forme di comunicazione interpersonale

Le tipiche forme di comunicazione interpersonale avvengono in vari luoghi o situazioni:

  • In un luogo pubblico
  • Durante una conversazione
  • Quando interagiamo attraverso i social media

Sebbene le interazioni o le conversazioni della nostra vita quotidiana sembrino libere e senza regole, esse sono invece altamente codificate in base al contesto, alla cultura e alle norme sociali che abbiamo appreso durante la socializzazione.

Comunicazione faccia-a-faccia e oggetti di consumo

Comprenderemo meglio le dinamiche della comunicazione faccia-a-faccia attraverso un approfondimento sulle implicazioni comunicative degli oggetti di consumo (cosa, come e perché comunichiamo attraverso le scelte e gli oggetti di consumo?).

Forme di comunicazione considerate

  • Le relazioni in famiglia
  • La comunicazione nei lavori di gruppo
  • Le conversazioni con gli amici
  • Gestire la comunicazione in un colloquio di lavoro

Aspetti della comunicazione

Negli anni ‘50 il Gruppo di Paolo Alto elaborò l’idea di comunicazione come relazione e contenuto, ossia non solo un modo per scambiarsi delle informazioni ma anche una modalità per costruire e mantenere delle relazioni. La comunicazione è perciò un comportamento con cui diamo forma al nostro mondo sociale.

Un’altra idea è quella della comunicazione come reciprocità e fiducia. Lo stesso termine deriva dal significato latino “mettere in comune”. Quando comunichiamo con le altre persone ci aspettiamo che queste si comportino con noi in maniera trasparente e presupponiamo che ci considerino come delle persone con cui interagire allo stesso livello. Questa idea ci rimanda al fatto che la comunicazione è alla base della vita sociale, e ci suggerisce uno scenario in cui le persone sono in qualche modo vincolate le une alle altre, con aspettative reciproche, nel corso della comunicazione.

Comunicazione vs Informazione

Risulta dunque evidente la differenza tra comunicazione e informazione:

  • Comunicazione: un’emissione deliberata di contenuti, che implica una relazione esplicita con qualcuno (esempio: il saluto)
  • Informazione: una serie di espressioni non intenzionali, che ci dicono comunque qualcosa del nostro interlocutore (esempio: l’accento, il modo di vestire)

Quello che cambia è l’intenzionalità, ovvero la volontà di scambiare un messaggio. Tuttavia, nella comunicazione quotidiana facciamo costantemente uso di un misto di queste due dimensioni.

Modello di base della comunicazione

È necessario un emittente che trasmetta un messaggio in un determinato codice ad un ricevente che lo ascolta in un certo contesto. Affinché la comunicazione vada a buon fine occorre che il codice sia condiviso e che il messaggio sia adeguato al contesto di riferimento.

Elementi chiave della comunicazione

  • Intenzionalità: la comunicazione implica che si voglia comunicare
  • Codici: molteplici e socialmente condivisi
  • Contesto: ogni forma di comunicazione avviene in un contesto specifico

Dunque noi definiamo la comunicazione come: l’emissione di un messaggio codificato rivolto a dei riceventi, secondo certe regole socialmente condivise, dipendente da contesti specifici.

Da un modello "base" a un "modello stratificato" di comunicazione

Dobbiamo tenere in mente un modello stratificato di comunicazione che mette in evidenza:

  • Gli aspetti sociali impliciti e le convenzioni della comunicazione, ovvero le norme socialmente condivise da rispettare durante lo scambio di messaggi
  • Le competenze comunicative complesse che servono per gestire i contesti in cui ci troviamo tutti i giorni

Sono molte le ragioni per cui la comunicazione interpersonale è stratificata:

  • Per il linguista Roman Jakobson la comunicazione ha sei differenti funzioni mescolate e sovrapposte tra loro
  • Ci sono differenti codici della comunicazione interpersonale (le parole, ma anche le espressioni del volto e i movimenti)
  • Chi parla “codifica” il proprio messaggio, chi lo riceve deve “decodificarlo”: a volte si crea un'ambiguità o una discrepanza

Le 6 funzioni della comunicazione di Jakobson

  1. Espressiva emotiva: esprimere i propri sentimenti
  2. Conativa: vogliamo suscitare un effetto su chi ascolta
  3. Poetica: riguarda l’attenzione alla “forma” o stile del messaggio
  4. Referenziale: lega la comunicazione ad un contesto o contenuto
  5. Fatica: mira al mantenimento della relazione comunicativa
  6. Metalinguistica: mette il codice della comunicazione al centro (come parlo)

In sintesi: quando comunichiamo facciamo più cose alla volta, e solo piuttosto di rado con l’unico obiettivo di trasmettere un contenuto. Tutti questi meccanismi li mettiamo in atto ogni giorno senza nemmeno rendercene conto.

Codici della comunicazione

  • Linguistici: linguaggio
  • Paralinguistici: suoni non linguistici
  • Cinesici: sguardo e movimenti del corpo
  • Prossemici: gestione dello spazio e delle distanze
  • Aptici: come tocchiamo le persone quando parliamo

Insomma: non comunichiamo solo a parole, ma attraverso una serie di altri canali, il più delle volte utilizzati assieme.

Modello encoding/decoding

  1. Quando comunico qualcosa devo “mettere in codice” quello che voglio dire, utilizzando una serie di strumenti e codici differenti
  2. Chi riceve il messaggio deve decodificarlo in modo da capirne il contenuto
  3. I messaggi possono essere ambigui (anche volontariamente)
  4. È anche possibile fare decodifiche alternative (la spilla del punk come messa in discussione dei valori tradizionali e l’orinatoio di Duchamp, un oggetto normale ricontestualizzato dall’artista e trasformato in opera d’arte)

Comunicazione interpersonale e uso dei media

I modi in cui comunichiamo faccia-a-faccia sono sempre più intrecciati con le forme di comunicazione tipica dei media. Secondo John Thompson vi sono tre livelli di interazione comunicativa:

  1. Interazione faccia-a-faccia: co-presenza, bidirezionalità, molteplici codici
  2. Interazione mediata: avviene tramite strumenti per la comunicazione come la lettera, il telefono o la chat, differenza di spazio e/o tempo, codici limitati
  3. Quasi-interazione mediata: tipica dei mezzi di comunicazione di massa come la TV, la radio o i giornali, asimmetria tra chi emette il messaggio e chi lo riceve (unidirezionalità), insieme di riceventi potenzialmente infinito

Intrecci tra interazione e comunicazione mediata: "il flusso a 2 livelli"

Già negli anni ‘50 ci si è resi conto che le persone “decodificano” i messaggi a partire dalle proprie relazioni interpersonali. Lazarsfeld e Katz hanno proposto il modello del flusso a 2 livelli della comunicazione dei media:

  1. Un primo livello è quello in cui i media trasmettono un messaggio
  2. Un secondo livello è quello in cui questo messaggio viene negoziato nel contesto di vita delle persone, in cui sono presenti “opinion leaders”, ovvero persone particolarmente stimate o autorevoli, che incanalano il messaggio in una certa direzione

Come ci formiamo un’opinione di quello che succede nel mondo a partire dalle notizie che circolano? Nel modello tradizionale, i giornali e le TV (fatte da professionisti e influenzate dalla politica), proponevano un’agenda di argomenti (che venivano poi discussi al bar o con gli amici). Oggi, attraverso i social, sempre più spesso riceviamo notizie già in una certa forma filtrate dalla nostra rete di relazioni online (e dagli algoritmi che le governano).

Come cambiano le interazioni al tempo del coronavirus?

  • È cambiato il modo di salutarsi
  • Certi oggetti legati al virus come le mascherine hanno assunto un significato fondamentale nell’interazione con gli altri, andando ad eliminare l’importante ruolo giocato dalle espressioni del viso negli scambi comunicativi e costringendo le persone ad affidarsi unicamente alla lettura dello sguardo
  • La comunicazione mediata da tecnologia ha preso il sopravvento
  • Dobbiamo rielaborare segnali prima considerati “innocui” come il tossire

L'interazione faccia a faccia

La comunicazione come rituale

Il punto di partenza è Emile Durkheim e il suo studio della vita religiosa (rituale) come base dell’ordine della società, in quanto lui fu il primo a sottolineare il carattere rituale di alcuni aspetti della vita quotidiana. La società secondo la sua teoria si rafforza e si mantiene regolata e unita in quanto collettività attraverso rituali collettivi. Questi rituali hanno il fine di distinguere il sacro dal profano, ovvero ribadire i valori fondanti di una comunità (un ordine morale) e il carattere sacro della collettività. Durkheim riconosce dunque come i rituali servano, nelle società primitive, a riaffermare le basi collettive dei gruppi sociali e a rafforzare il senso di appartenenza al gruppo.

Dal collettivo all'individuale

Ma cosa succede nelle società moderne, in cui la dimensione individuale ha affiancato (o superato) quella collettiva? Ovvero, cosa succede in società in cui il singolo individuo diventa sempre più importante rispetto alla collettività (processo di individualizzazione)?

Il sociologo Erving Goffman a partire dagli anni ‘50 ha studiato la comunicazione interpersonale, trasportando l’approccio teorico di Durkheim dai rituali collettivi ai rituali dell’interazione interpersonale. Per Goffman i rituali quotidiani della comunicazione sono fondamentali per ribadire il carattere “sacro” degli individui, mostrando come le persone si riconoscano l’una all’altra una particolare attenzione e rispetto reciproco.

I rituali dell'interazione quotidiana

Goffman si dedica allo studio dei meccanismi dell’interazione faccia-a-faccia, considerandone la dimensione rituale. Ovvero, i modi con cui ci relazioniamo con gli altri possono essere intesi come forme standardizzate di comportamento con cui “manifestiamo il nostro rispetto e la nostra considerazione”.

Possiamo pensare ai rituali individuali delle società moderne come modi per ribadire il carattere “sacro” dell’individuo all’interno di una società sempre più complessa e frammentata. In queste società il sé (self) è qualcosa di sacro, ovvero qualcosa che deve essere costantemente riconosciuto e rispettato.

Per Goffman esistono due tipi principali di rituali quotidiani, con cui ribadiamo il carattere sacro degli individui:

  • I rituali di deferenza: con i quali sottolineiamo con gesti e atteggiamenti l’importanza dei nostri interlocutori
  • I rituali di contegno: con cui sottolineiamo la nostra stessa importanza, utilizzando anche vestiti e accessori

I rituali di deferenza

I rituali di deferenza sono quelli che servono per manifestare il nostro apprezzamento rispetto al nostro interlocutore e sono di due tipi:

  • Rituali di discrezione (proscrittivi): ci dicono cosa non dobbiamo fare per evitare violazioni nella “sfera sacrale” attorno all’individuo. Esempio: evitiamo di abbracciare con calore una persona appena conosciuta
  • Rituali di presentazione (prescrittivi): ordinano di fare qualcosa per testimoniare al destinatario del modo in cui lo si considera e lo si tratterà nell’imminente interazione. Sono molto numerosi e si presentano sotto molteplici forme. Esempio: se scegliamo il “tu” o il “lei” con una persona

I rituali di contegno

I rituali di contegno sono quelli con cui noi rendiamo evidente agli altri la nostra onorabilità e la nostra competenza sociale. Sono rituali con cui esercitiamo un controllo sul nostro aspetto e i nostri comportamenti per comunicare il nostro valore sociale e mostrarci degni di rispetto agli occhi degli altri. Esempi: come ci vestiamo, che atteggiamento assumiamo in un gruppo di persone.

Lo spazio dell'interazione e i territori del self

Per Goffman il self (identità sociale) degli individui possiede uno “spazio personale sacro”, che deve essere rispettato nelle interazioni e può essere facilmente “profanato”: una sorta di “bolla” personale. Nel corso dell’interazione con qualcuno, noi siamo costantemente in pericolo di vedere invasi i nostri spazi personali, ovvero di vedere profanata la sacralità del nostro self, e dunque, in ultimo, vedere messa in discussione la nostra identità.

Vi sono 8 tipi di spazi o territori del self:

  • Spazio personale: circonda l’individuo ed è una sorta di bolla, la sua violazione genera molto fastidio
  • La nicchia: spazio ben delimitato in cui l’individuo ha possesso temporaneo ma esclusivo (cabina telefonica)
  • Spazio d’uso: territorio che un individuo rivendica per necessità strumentale (lo spazio per usare la motosega senza ferire nessuno)
  • Il turno: l’ordine preferenziale in cui un rivendicante riceve rispetto ad altri un bene di qualche tipo (prima le donne e bambini)
  • La guaina: pelle e vestiti, che sono differenziati al loro interno (differenza tra toccare seno o gomito)
  • La riserva di possesso: insieme di oggetti che si identificano con il suo possessore (effetti personali, tenere il posto al cinema piazzando la giacca sulla poltrona)
  • Riserva di informazione: controllo su un insieme di fatti che riguardano un individuo. La privacy (non fissare una persona o controllare la sua borsa)
  • Riserva conversazionale: pretesa di controllare chi può invitare qualcuno alla conversazione e il momento in cui può farlo

Le marche o i confini dello spazio

Le marche sono dei contrassegni che delimitano un determinato territorio:

  • Marche centrali: ad esempio la giacca segnaposto su una sedia
  • Marche di confine: ad esempio il bracciolo delle poltroncine al cinema
  • Marche incorporate: segnali marchiati su un oggetto che ne indicano il proprietario, ad esempio scrivere sulla copertina di un diario il proprio nome

Tipi di violazione del self

  • Posizione: quando si colloca il proprio corpo vicino a una determinata area sensibile
  • Tocco: quando tocchiamo un altro individuo
  • Penetrazione visiva: fissare una persona
  • Penetrazione sonora: lo spazio viene invaso da suoni (qualcuno che parla al cinema)
  • Penetrazione conversazionale: quando qualcuno si rivolge a una persona che non conosce importunandola o qualcuno che si inserisce in una conversazione
  • Secrezioni corporee: fisiche (saliva) o no (flatulenza o alito pesante)

I rituali di riparazione

Quando accade una violazione del self, affinché l’interazione non si scomponga, serve una qualche forma di riparazione per rimediare all’errore commesso e rassicurare la persona con cui abbiamo a che fare (ad esempio fissare qualcuno in ascensore richiede poi un altro sguardo di “riparazione”). I rituali di riparazione, dice Goffman, implicano un “balletto”, uno scambio di azioni, in primo luogo con delle “glosse del corpo” (glosse di “circospezione”, ovvero fare finta di niente, o glosse di “esagerazione”, in cui si esibisce platealmente l’errore).

Le quattro "mosse" del "balletto di riparazione"

  • Riparazione: ad esempio pesto il piede ad una persona per strada, e allora chiedo scusa per riparare all’offesa
  • Accettazione: il mio interlocutore (se vuole apparire educato) mi dirà “non si preoccupi”, accettando così le scuse
  • Apprezzamento: a quel punto io dirò qualcosa come “lei è molto gentile, devo averle fatto male”, apprezzando l’accettazione
  • Minimizzazione: il mio interlocutore allora minimizzerà “si figuri, non ho sentito niente”

Questo «balletto» è per Goffman una forma di interazione codificata socialmente, che noi apprendiamo a gestire come persone competenti all’interno di una determinata società.

L'approccio drammaturgico di Goffman

Un secondo fondamentale contributo di Goffman allo studio della comunicazione interpersonale è il suo approccio drammaturgico. Questo approccio adotta una metafora teatrale, l’idea che “il mondo è come un palcoscenico”: le persone mettono in scena se stesse (il proprio self) come in uno spettacolo nelle situazioni di interazione faccia a faccia. La recitazione è vista come un’attività finalizzata a “mantenere la faccia”, evitare forme di imbarazzo e esibire una normalità. È importante ribadire che si tratta di una metafora, una strategia analitica per organizzare i fatti e le osservazioni sulle forme di interazione.

L’obiettivo è studiare le interazioni non dal punto di vista psicologico, ma da un punto di vista collettivo: quali sono le forme socialmente codificate di interagire con gli altri? Il self non è un’entità stabile, emerge nel corso delle interazioni sociali.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher sofia.mazzaggio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Comunicazione interpersonale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Maggauda Paolo.
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