Scienza delle finanze
La scienza delle finanze si occupa dell'intervento del settore pubblico nel sistema economico, tenendo conto di motivazioni, strumenti ed effetti di quell'intervento. Si occupa inoltre dei meccanismi di decisione politica che conducono il settore pubblico ad intervenire nel sistema economico, attraverso determinati strumenti e con determinati obiettivi.
Il settore pubblico
Differenze principali tra il settore pubblico e quello privato
In un sistema democratico, i responsabili della gestione di enti pubblici sono eletti o nominati da qualcuno che a sua volta è stato eletto, e quindi possiede una "rappresentatività democratica". Lo Stato inoltre, a differenza delle organizzazioni private, è dotato di un potere coercitivo o potere d'imperio (= ha piena autorità), e quindi ha il diritto di obbligare i cittadini a pagare le imposte, espropriare la proprietà privata per ragioni di pubblica utilità (nazionalizzazione) e decidere chi può produrre cosa.
Il peso del settore pubblico nei principali Paesi industrializzati
Il peso del settore pubblico nei principali Paesi industrializzati nel corso del tempo è dato dal rapporto tra la spesa pubblica e il PIL (= prodotto interno lordo) dello Stato stesso. Un rapporto elevato significa che buona parte del PIL è stato generato dagli interventi statali, mentre un rapporto basso significa che buona parte del PIL è stato generato da iniziativa privata. Nel corso del 1900, l'intervento del settore pubblico nell'economia dei principali Paesi industrializzati europei come Francia, Germania, Italia e Regno Unito è aumentato notevolmente, raggiungendo una percentuale media di circa il 50%. Solo a partire dal 1996, tale intervento è cresciuto anche in Paesi come Giappone e USA. In generale quindi, tra l'inizio del 1900 e l'anno scorso, tutte le principali economie industrializzate avevano un peso del settore pubblico sul PIL che si aggirava in media intorno al 50%.
| Anno | Francia | Germania | Italia | Regno Unito | Giappone | USA | Media dei Paesi industrializzati |
|---|---|---|---|---|---|---|---|
| 1913 | 17,0 | 14,8 | 17,1 | 12,7 | 8,3 | 7,5 | 13,1 |
| 1920 | 27,6 | 25,6 | 30,1 | 26,2 | 14,8 | 12,1 | 19,6 |
| 1960 | 34,6 | 32,4 | 30,1 | 32,2 | 17,5 | 27,0 | 28,0 |
| 1980 | 46,1 | 47,9 | 42,1 | 43,0 | 32,0 | 31,4 | 41,9 |
| 1996 | 55,0 | 49,1 | 52,7 | 43,0 | 35,9 | 32,4 | 45,0 |
Ruoli dello Stato nelle economie di mercato
L'economista Richard Musgrave (1959) ha elencato i ruoli dello Stato nelle economie di mercato, motivati dalle diverse funzioni dello Stato nel sistema economico:
- La funzione allocativa = lo Stato interviene modificando l'allocazione (= un particolare equilibrio) a cui l'economia del Paese giunge, indirizzandola verso un'allocazione efficiente.
- La funzione distributiva o perequativa = lo Stato interviene modificando la distribuzione delle risorse tra i soggetti, con obiettivo di equità.
- La funzione di stabilizzazione del ciclo economico = lo Stato interviene assumendo la funzione macroeconomica di regolazione dei mercati.
[La differenza tra macroeconomia e microeconomia è nel metodo di analisi: la microeconomia analizza il comportamento economico delle singole unità (= lavoro, beni, imprese, mercati), mentre la macroeconomia analizza il comportamento delle stesse unità sotto forma di insieme e di aggregato].
Gli agenti macroeconomici
- Le famiglie = le famiglie acquistano i beni di consumo dalle imprese e il consumo di quei beni [C] genera un flusso di denaro che dalle tasche delle famiglie entra nelle casse delle imprese produttrici di quei beni. Le famiglie costituiscono i lavoratori, quindi offrono lavoro alle imprese, ma anche gli imprenditori, ed anche in questo caso offrono lavoro, perché offrono imprenditorialità, capitale fisico. In entrambi i casi, il lavoro offerto dev'essere remunerato attraverso il salario, per il lavoratore, ed il profitto, per l'imprenditore (= sono entrambi redditi da lavoro). Le famiglie pagano inoltre le imposte allo Stato [TA]. Le famiglie poi risparmiano [S = saves] ciò che non consumano.
- Le imprese = le imprese domandano input produttivi, quindi lavoro alle famiglie, producono i beni, di consumo e di investimento, utilizzando i fattori produttivi e incassano il ricavo di vendita dei beni e pagano i redditi a lavoratori ed imprenditori, sotto forma di salari e profitti. La somma dei redditi da lavoro è definita come reddito [Y]. In questo caso si produce un flusso di denaro che dalle casse delle imprese entra nelle tasche delle famiglie. Le imprese inoltre, acquistano i beni di investimento [I] da altre imprese, producendo così un flusso di denaro che dalle casse di alcune imprese entra nelle casse di altre imprese.
- Il settore pubblico = il settore pubblico preleva denaro (= prelievo fiscale) dalle tasche delle famiglie sotto forma di imposte [TA], eroga denaro (= erogazione di trasferimenti) alle famiglie sotto forma di trasferimenti [TR] (es. le pensioni), ed utilizza i beni prodotti dalle imprese per occuparsi di spesa pubblica [G = government] (es. costruzione di strade, ponti, scuole, infrastrutture, ecc.), generando così un flusso di denaro che dalle casse del settore pubblico entra nelle casse delle imprese. Il settore pubblico emette inoltre titoli di debito pubblico e paga gli interessi sul debito pubblico.
Le relazioni tra gli agenti macroeconomici
Il ricavo di vendita delle imprese, generato dalla somma di consumi, investimenti e spesa pubblica, permette loro di pagare gli input produttivi e i redditi. Da ciò deduciamo che parlare di reddito e ricavo di vendita è la stessa cosa, perché le imprese distribuiscono ciò che hanno in cassa, che è stato generato dal ricavo di vendita. Il ricavo di vendita è il valore dei beni e dei servizi prodotti, il che è uguale ai redditi, e quindi al PIL. Il reddito è il PIL.
Il reddito disponibile delle famiglie [Yd], ossia ciò che effettivamente rimane nelle loro tasche, è il reddito al netto delle tasse e con l'aggiunta dei trasferimenti.
Yd ≡ Y – TA + TR
Le famiglie poi risparmiano ciò che non consumano. Il risparmio costituisce il complemento al reddito disponibile, e quindi:
Yd ≡ C + S
Y – TA + TR ≡ C + S
Y ≡ C + S + TA - TR
C + I + G ≡ C + S + TA - TR
S ≡ I + (G + TR – TA)
Da ciò se ne deduce che i risparmi delle famiglie vengono usati per finanziare:
- Gli investimenti delle imprese = acquistando titoli privati emessi dalle imprese.
- Il fabbisogno finanziario del settore pubblico/il deficit di bilancio = acquistando i titoli del debito pubblico, emessi dallo Stato per finanziare il deficit che si crea tra uscite ed entrate nelle casse dello Stato. Lo Stato inoltre, deve pagare degli interessi sui titoli pubblici emessi, e quindi l'intero debito pubblico finanzia il deficit primario (= è la differenza negativa tra le entrate e le spese pubbliche, al netto degli interessi sui titoli di Stato, in un determinato periodo di tempo).
I titoli rappresentano un debito per coloro che li emettono, e le famiglie possono quindi diventare creditrici delle imprese private o del settore pubblico, acquistando i titoli del loro debito.
Il sistema finanziario è l'insieme di tutti quei canali, diretti o indiretti, attraverso i quali gli operatori in surplus finanziario, ossia le famiglie, finanziano gli operatori in deficit finanziario, cioè imprese e settore pubblico.
Le interazioni tra il settore pubblico e il sistema economico
Le interazioni possono avere:
- Carattere macroeconomico = riguarda gli agenti macroeconomici.
- Carattere microeconomico = inerente al funzionamento dei singoli mercati.
Come e perché gli economisti hanno valutato l'utilità dell'intervento del settore pubblico nell'economia nel corso del tempo
Nel corso del 1700 la teoria economica prevalente era quella dei mercantilisti, che consideravano come necessario l'intervento dello Stato nel protezione dei beni prodotti all'interno del Paese, attraverso l'imposizione di dazi, tariffe, ecc., e nella promozione del commercio e dell'industria, soprattutto rispetto agli stati concorrenti, perché la potenza di un Paese veniva valutata in base alle esportazioni del Paese stesso. Oggigiorno, seppur la maggior parte dei sistemi economici siano improntati al non interventismo, si tende a mantenere ancora un po' di protezionismo.
Nella seconda metà del 1700, l'economista scozzese Adam Smith prende posizione, nel suo libro intitolato "Nella Ricchezza delle nazioni" (1776), a favore della riduzione dell'intervento dello stato nell'economia, perché ritiene che la concorrenza e l'attitudine naturale degli agenti economici a perseguire i propri interessi privati (es. utilità e profitto), possano andare a vantaggio della collettività. Per questo, Smith afferma che lo Stato dovrebbe interferire col funzionamento del mercato, e quindi con il sistema dei prezzi (= che coordina la domanda e l'offerta), tentando di limitare o regolare l'impresa privata.
Successivamente, questo concetto viene portato all'estremo dall'economista italiano Vilfredo Pareto, che ritiene che l'economia non ha bisogno dello Stato, il quale rappresenta solo un elemento di disturbo nell'armonia del mercato. Egli sostiene che non solo lo stato, ma nessun altro ente regolatore sarebbe capace di soddisfare i bisogni individuali, così come il mercato. Secondo Pareto, solo una forma di mercato perfettamente concorrenziale consentirebbe all'economia di realizzare il massimo benessere di tutti gli individui che partecipano al processo di produzione e di scambio. Il mondo però sta cambiando.
All'inizio del 1900 infatti, durante la grande depressione degli anni '30, il PIL decresce drasticamente ed il tasso di disoccupazione raggiunge livelli altissimi, tantché l'economista del Presidente degli Stati Uniti Roosevelt, John Maynard Keynes, afferma che lo stato deve intervenire nel sistema economico, in quanto ha un ruolo fondamentale per contrastare e prevenire le crisi. Keynes ritiene che lo stato deve intervenire nel sistema economico attraverso la spesa pubblica, quindi attraverso politiche fiscali a sostegno dell'economia volte alla funzione di stabilizzazione del ciclo economico. Questa teoria fu incorporata nella legislazione statunitense attraverso il "Full Employment Act" del 1946 e nel secondo dopoguerra inoltre, lo stato assunse un ruolo più attivo nella stabilizzazione dell'economia anche nei paesi occidentali, attraverso politiche fiscali e di bilancio. Nacquero così i primi schemi di protezione sociale: Welfare State.
Questo meccanismo funzionò fino agli anni '70 e '80 del 1900 quando, in seguito alle crisi petrolifere, l'inflazione aumenta spropositatamente causando il fallimento dell'intervento statale nel sistema economico. Il fallimento dell'intervento statale porta, insieme ai fallimenti del mercato, ad un ritorno al più libero mercato.
In conclusione, non esiste unanimità di pensiero economico circa la necessità dell'intervento statale nell'economia di un paese, ma anzi esiste una forte tensione tra i sostenitori dell'intervento pubblico e i sostenitori del non interventismo statale. Il pensiero economico è infatti molto spesso connesso a quello politico.
La Costituzione italiana
La Costituzione italiana norma il ruolo dello stato nell'economia:
- Art. 41: definisce in modo ampio l'ambito dell'intervento pubblico nella regolamentazione dell'economia: "L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali".
- Art. 42: fissa esplicitamente il carattere misto dell'economia quando afferma che la proprietà è pubblica o privata: "La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati. La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti".
- Art. 43: stabilisce la possibilità di un ruolo dello stato nella produzione: "A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale".
- Art. 53: definisce le caratteristiche generali del sistema tributario: "Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività".
- Art. 3: spese redistributive: "È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese".
- Art. 32: sanità: "La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti".
Come funziona il mercato?
Il mercato ha:
- Il lato della domanda = è l'esito delle scelte del consumatore di un bene.
- Il lato dell'offerta = è l'esito delle scelte del produttore di un bene.
La scienza delle finanze analizza le motivazioni e le modalità di consumo (= lato della domanda) e di produzione (= lato dell'offerta) di un bene. L'interazione tra la domanda e l'offerta genera un equilibrio di mercato; se la domanda è eccedente l'offerta di mercato mostra un eccesso di domanda, quindi il mercato non è in equilibrio, e viceversa.
Il lato della domanda/la teoria del consumatore
Il consumatore domanda un bene perché lo necessita/desidera per stare bene. Gli economisti misurano quello "stare bene" del consumatore attraverso l'utilità che egli trae dal consumo di quel bene. Tutto quello che caratterizza l'utilità che il consumatore trae da quel bene, rientra nella descrizione delle preferenze del consumatore.
Le ipotesi assiomatiche circa le preferenze di un consumatore
Un consumatore ha la possibilità di consumare un bene x e un bene y. In due panieri, quello A e quello B, c'è un po' del bene x e un po' del bene y, ma in quantità diverse. Il paniere A è quindi costituito da xa unità del bene x e da ya unità del bene y, mentre il paniere B è costituito da xb unità del bene x e yb unità del bene y. Un'ipotesi assiomatica che caratterizza le preferenze del consumatore tra i due panieri è che il consumatore è sempre capace di scegliere/valutare: se preferisce l'uno piuttosto che l'altro, ma anche se è indifferente ai due panieri. La preferenza del consumatore dipende dall'utilità che egli trarrebbe dai diversi panieri. La prima ipotesi assiomatica delle preferenza del consumatore quindi è la completezza delle preferenze, ossia il consumatore sa sempre scegliere se preferisce A a B, B ad A, oppure se A è indifferente a B.
La prima ipotesi assiomatica delle preferenze del consumatore: la completezza delle preferenze
A > B o B > A o A ~ B
La seconda ipotesi assiomatica delle preferenze del consumatore: la transitività delle preferenze
La seconda ipotesi assiomatica circa le preferenza del consumatore è la transitività delle preferenze. Prendiamo ora in considerazione, oltre ai panieri A e B, anche un terzo paniere C, che contiene xc unità del bene x e yc unità del bene y. Il consumatore deve scegliere tra questi tre panieri, e la transitività delle sue preferenze implica che: se A è preferito a B e B è preferito a C, allora A è preferito a C.
Se A > B e B > C allora A > C
La terza ipotesi assiomatica delle preferenze del consumatore: la non sazietà
La terza ipotesi assiomatica circa le preferenza del consumatore è la non sazietà. Il consumatore potrebbe aggiungere sempre più unità del bene x e y, del bene che l'utilità del paniere crescerebbe sempre di più, non esiste un punto di massimo assoluto.
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