APPUNTI DI STORIA DEL DIRITTO
MODERNO E CONTEMPORANEO 1
L’IDEOLOGIA DELLA MAGISTRATURA TRA OTTOCENTO E
NOVECENTO
IL CONTESTO CULTURALE E PROFESSIONALE
Tra Ottocento e Novecento la magistratura non è più soltanto un insieme di funzionari incaricati di applicare
la legge, ma sviluppa una vera ideologia, cioè un sistema di valori e modelli che definiscono come deve
essere un magistrato.
Questa ideologia riguarda il rapporto con il potere politico, l’immagine del magistrato nella società e le
qualità morali e professionali richieste. Non sempre si tratta di convinzioni realmente interiorizzate: spesso
è un modello ideale a cui il magistrato deve adeguarsi almeno esteriormente. Anche senza una piena
adesione, è necessario apparire conformi all’immagine ufficiale.
Le testimonianze scritte dai magistrati permettono di ricostruire questo modello e di comprendere quali
comportamenti fossero considerati corretti all’interno dell’istituzione.
LE TESTIMONIANZE DI BONASI E PACIFICO
Le testimonianze di Bonasi e Pacifico mostrano in modo concreto i valori dominanti.
Nel caso di Pacifico, magistrato agli inizi della carriera, emerge un modello fortemente stereotipato: egli si
adegua ai valori tradizionali per ottenere riconoscimento, presentandosi come fedele all’istituzione e
conforme all’immagine richiesta. L’aspetto centrale non è la sincerità, ma la necessità di aderire al modello
per essere accettati.
Anche Bonasi, pur in una posizione diversa, riflette gli stessi principi. Questo dimostra che l’ideologia della
magistratura è ormai diffusa e condivisa, contribuendo a costruire una vera identità professionale.
I PRINCIPI FONDAMENTALI DELL’IDEOLOGIA
Un principio centrale è il rapporto tra separazione dei poteri e indipendenza della magistratura. La giustizia
può essere davvero indipendente solo se i poteri dello Stato sono distinti: il potere legislativo crea le leggi,
il potere esecutivo governa e il potere giudiziario le applica.
Se questa distinzione non è rispettata, il potere politico può interferire nelle decisioni dei giudici,
compromettendo l’imparzialità. Il principio si afferma con lo Stato di diritto, in cui anche il potere pubblico
è sottoposto alla legge.
LE ORIGINI TEORICHE
Il principio della separazione dei poteri viene elaborato da Montesquieu, secondo cui la libertà dei cittadini
esiste solo se il potere è distribuito tra organi che si controllano reciprocamente.
Queste idee, ispirate al modello inglese, vengono sviluppate durante la Rivoluzione francese e diventano
uno dei fondamenti dello Stato moderno.
LA SEPARAZIONE DEI POTERI NELLA PRATICA
Nella realtà, la separazione dei poteri si realizza in modo graduale e imperfetto. Per lungo tempo la giustizia
continua ad essere amministrata in nome del re, che mantiene un’influenza sul sistema giudiziario, ad
esempio attraverso la nomina dei magistrati.
Anche il rapporto tra potere legislativo ed esecutivo resta poco distinto: il sovrano continua a influenzare il
governo e, in alcuni casi, anche il Parlamento. La separazione dei poteri rimane quindi incompleta e
strettamente legata alla realtà politica dell’epoca. 2
IL SISTEMA DEI CONTROLLI
I CONTROLLI RECIPROCI
Anche senza una separazione perfetta, la presenza di più centri di potere consente di creare un sistema di
controlli reciproci, in cui ogni potere può limitare l’altro. Questo riduce il rischio di abusi e introduce limiti
al potere politico, rafforzando la tutela dei cittadini.
IL CONTROLLO SULLE DECISIONI INGIUSTE
Tra gli strumenti di controllo vi è la possibilità di bloccare decisioni ritenute ingiuste, ad esempio attraverso
il veto. Meccanismi simili esistevano già nell’Antico Regime, ma nello Stato costituzionale assumono una
funzione diversa: diventano strumenti per bilanciare i poteri e proteggere l’ordine giuridico.
MONARCHIE COSTITUZIONALI E COSTITUZIONI
Nelle monarchie costituzionali il re non è più assoluto, ma mantiene un ruolo centrale come garante
dell’equilibrio tra le istituzioni. Le costituzioni non derivano da una volontà popolare, ma sono spesso
concesse dal sovrano, che decide di limitare il proprio potere.
Un esempio significativo è lo Statuto Albertino, concesso da Carlo Alberto di Savoia nel 1848.Si tratta di una
costituzione flessibile, modificabile con legge ordinaria, caratteristica tipica delle costituzioni
ottocentesche.
La situazione cambia con la Costituzione italiana del 1948, approvata da un’assemblea rappresentativa. Essa
è una costituzione rigida, modificabile solo con procedure complesse, e segna il passaggio a un sistema in
cui la legge è subordinata alla Costituzione.
SIGNIFICATO STORICO
L’ideologia della magistratura deve essere letta nel contesto di uno Stato ancora in evoluzione. In questa
fase la magistratura cerca di affermarsi come potere autonomo, capace di garantire la legalità e l’equilibrio
tra i poteri.
Si definisce così un modello ideale di magistrato fondato sul rispetto della legge, sulla fedeltà alle istituzioni
e sulla difesa dell’indipendenza della giustizia. Anche quando resta in parte formale, questo modello
contribuisce in modo decisivo a costruire l’identità della magistratura nello Stato moderno.
LA MAGISTRATURA NELLO STATO LIBERALE DELL’OTTOCENTO
COSTITUZIONE, PRIMATO DELLA LEGGE E FUNZIONE DELLA GIUSTIZIA
Nel corso dell’Ottocento la magistratura si inserisce nello Stato liberale, caratterizzato dal primato della
legge, da una separazione dei poteri non ancora pienamente realizzata e da una struttura sociale dominata
dalla borghesia. In questo contesto la giustizia assume soprattutto una funzione conservatrice, diretta a
mantenere l’ordine giuridico e sociale esistente.
LE COSTITUZIONI NELL’ITALIA DELL’OTTOCENTO
IL MODELLO COSTITUZIONALE PRIMA DELLO STATUTO ALBERTINO
Nel corso dell’Ottocento diversi Stati italiani adottano costituzioni, cioè carte fondamentali che regolano
l’organizzazione dello Stato. Prima dello Statuto Albertino, anche il Regno delle Due Sicilie aveva introdotto
una costituzione votata, ma si trattò di un’esperienza breve e priva di stabilità.
Per questo motivo il principale punto di riferimento diventa lo Statuto Albertino, che, grazie alla sua durata,
diventa la costituzione del Regno d’Italia dopo l’unificazione. 3
LO STATUTO ALBERTINO E LA SEPARAZIONE DEI POTERI
Lo Statuto Albertino, concesso nel 1848 da Carlo Alberto di Savoia, rappresenta una tappa fondamentale
dello Stato liberale.
Esso afferma la separazione dei poteri tra legislativo, esecutivo e giudiziario, ma solo sul piano teorico. Nella
pratica il re mantiene un ruolo centrale: nomina i ministri, partecipa al potere legislativo e conserva
un’influenza anche sulla giustizia.
La separazione dei poteri risulta quindi parziale e graduale, non ancora pienamente realizzata.
IL PRIMATO DELLA LEGGE NELLO STATO DI DIRITTO
LA LEGGE COME FONDAMENTO DELL’ORDINAMENTO
Una delle caratteristiche principali dello Stato di diritto è il primato della legge. La legge diventa la fonte
principale del diritto, l’azione dello Stato deve conformarsi ad essa e i giudici devono applicarla senza
crearne di nuove.
Questo principio garantisce la certezza del diritto, cioè la possibilità per i cittadini di conoscere in anticipo
le regole che disciplinano i rapporti sociali.
I LIMITI DEL PRIMATO DELLA LEGGE
Nella pratica, però, la legge non riesce a prevedere tutti i casi e presenta lacune. Per colmarle, i giudici
ricorrono all’analogia, ai principi generali del diritto e alla tradizione giuridica.
Questi strumenti rendono il sistema più completo, ma introducono anche un certo margine di
discrezionalità, perché il giudice non si limita ad applicare meccanicamente la legge, ma la interpreta.
IL RAPPORTO CON IL DIRITTO NATURALE
La presenza di questi strumenti mostra che lo Stato di diritto non si separa del tutto dal diritto naturale,
cioè dall’idea di principi di giustizia superiori alla legge. ìNel corso dell’Ottocento il riferimento diretto a tali
principi diminuisce, ma continua a sopravvivere indirettamente attraverso l’interpretazione giuridica,
mantenendo uno spazio per valori non scritti.
IL MODELLO DEL GIUDICE
Per limitare il potere dei magistrati si afferma il modello del giudice come “bocca della legge”, espressione
riconducibile a Montesquieu. Secondo questo modello, il giudice non deve creare né modificare il diritto,
ma applicare la legge così come è stata formulata. L’obiettivo è evitare interferenze con il potere legislativo.
LA MAGISTRATURA COME “ORDINE”
Nello Stato liberale la magistratura non è ancora considerata un vero potere, ma un “ordine giudiziario”.
Questa definizione indica una funzione importante, ma non pienamente autonoma, ancora legata al potere
esecutivo e alla tradizione della giustizia amministrata in nome del sovrano.
IL PREDOMINIO DEL POTERE ESECUTIVO
Il potere esecutivo rimane a lungo il più forte. Anche in presenza del Parlamento, il governo e il re
continuano a esercitare un ruolo predominante. Solo in seguito si realizzerà un reale equilibrio tra i poteri.
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LA STRUTTURA SOCIALE DELLO STATO LIBERALE
La società ottocentesca è una società monoclasse, dominata dalla borghesia e fondata sulla proprietà. Lo
Stato tutela principalmente gli interessi dei proprietari e dei produttori di ricchezza, e le istituzioni riflettono
tali interessi.
Il suffragio censitario limita il diritto di voto ai cittadini con un certo livello di ricchezza. Di conseguenza,
solo una parte ristretta della popolazione partecipa alla vita politica e il Parlamento rappresenta soprattutto
la borghesia.
LA “NEUTRALITÀ” APPARENTE DEL MAGISTRATO
IL MAGISTRATO COME CUSTODE DELL’ORDINE ESISTENTE
Nel modello ideologico della magistratura ottocentesca il giudice si presenta come una figura neutrale e
imparziale.
Il magistrato afferma di essere:
indipendente dalle pressioni sociali
indifferente ai conflitti politici
legato esclusivamente alla legge.
Tuttavia questa neutralità è in parte solo apparente. Poiché la legge esprime gli interessi della classe
dominante, applicarla rigidamente significa di fatto proteggere e conservare l’ordine sociale esistente. Il
magistrato diventa quindi il custode dell’ordine costituito.
IL RIFIUTO DELL’EQUITÀ
Nella cultura giuridica dell’Ottocento molti magistrati insistono sull’importanza di applicare la legge anche
quando l’equità suggerirebbe soluzioni diverse.
Il riferimento all’equità indica la possibilità di adattare la decisione giudiziaria alle esigenze concrete della
giustizia e alle circostanze del caso.
Tuttavia, nella mentalità dominante dell’epoca, il ricorso all’equità viene visto con sospetto perché
potrebbe:
introdurre elementi di cambiamento
dare spazio a nuovi valori sociali
modificare l’equilibrio stabilito dalla legge.
Per questo motivo molti magistrati ritengono che il giudice debba evitare qualsiasi decisione che si discosti
dal testo della legge.
LA FUNZIONE CONSERVATRICE DELLA MAGISTRATURA
DIFESA DELL’ORDINE SOCIALE ESISTENTE
L’indipendenza della magistratura, che in teoria dovrebbe garantire libertà e tutela dei diritti, viene spesso
utilizzata nel XIX secolo per difendere l’ordine sociale esistente.
La magistratura non diventa uno strumento di innovazione, ma piuttosto uno strumento di conservazione.
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Il suo compito principale è mantenere:
l’ordine giuridico stabilito dalla legge
l’equilibrio sociale della società borghese
la stabilità del sistema politico liberale.
LA SACRALIZZAZIONE DELLA LEGGE
Molti magistrati arrivano a descrivere il proprio ruolo in termini quasi religiosi.
Nei testi dell’epoca compaiono espressioni come:
missione sacra della magistratura
dominio sacro della legge.
Questo linguaggio contribuisce a costruire un’immagine della giustizia come un’istituzione solenne,
autorevole e incontestabile.
Attraverso questa forte ritualità si cerca di rafforzare l’idea che l’operato dei magistrati non possa essere
facilmente messo in discussione.
SIGNIFICATO STORICO DEL MODELLO OTTOCENTESCO DI MAGISTRATO
Il modello di magistrato che si sviluppa nello Stato liberale dell’Ottocento è quindi caratterizzato da alcuni
elementi fondamentali:
fedeltà assoluta alla legge
rifiuto di interpretazioni innovative
difesa dell’ordine sociale esistente
forte valorizzazione dell’autorità e della solennità della funzione giudiziaria.
L’indipendenza della magistratura, che in epoche successive diventerà uno strumento di garanzia dei diritti
e di controllo del potere, in questa fase storica viene utilizzata soprattutto per preservare l’assetto sociale
e politico già stabilito.
LA MAGISTRATURA TRA CONSERVAZIONE E CAMB IAMENTO TRA
OTTOCENTO E NOVECENTO
LE TESTIMONIANZE SULLA MAGISTRATURA E IL LORO SIGNIFICATO
Per comprendere l’ideologia della magistratura tra Ottocento e Novecento, le fonti storiche utilizzano
raramente le sentenze e privilegiano altri documenti. La sentenza, infatti, è caratterizzata da un linguaggio
tecnico e formale che mira a essere oggettivo e impersonale: il giudice deve applicare la legge e motivare
la decisione senza far emergere opinioni personali.
Proprio per questa struttura, la sentenza tende a nascondere la personalità del magistrato. Per questo
motivo risultano più utili documenti come lettere, relazioni e interventi pubblici, che permettono di cogliere
il modo in cui i magistrati concepiscono il proprio ruolo e il rapporto con la società.
Dalle testimonianze emerge una differenza significativa tra magistrati e altri operatori del diritto. Gli scritti
di avvocati e altri giuristi mostrano spesso posizioni più aperte, con attenzione ai problemi sociali e richieste
di riforma.
Al contrario, gli scritti dei magistrati rivelano un atteggiamento più prudente e conservatore, soprattutto ai
livelli più alti della carriera. 6
LA GERARCHIA DELLA MAGISTRATURA
La magistratura è organizzata secondo una struttura gerarchica, in cui l’accesso ai livelli superiori avviene
dopo molti anni di carriera. I magistrati ai vertici risultano quindi più esperti, ma anche più legati alla
tradizione, e tendono a sostenere posizioni più conservative.
Al vertice si colloca la Corte di Cassazione, che non giudica i fatti ma garantisce la corretta interpretazione
della legge e l’uniformità del diritto.
Questa funzione richiede stabilità, ma può comportare il rischio di una eccessiva chiusura al cambiamento,
quando la difesa dell’ordinamento si trasforma in resistenza alle trasformazioni sociali.
Il sistema giudiziario deve bilanciare due esigenze fondamentali: da un lato la certezza del diritto, dall’altro
la capacità di adattarsi ai mutamenti della società. Senza stabilità il diritto diventa imprevedibile, ma senza
apertura al cambiamento rischia di diventare rigido e distante dalla realtà.
LA CERTEZZA DEL DIRITTO E IL DIRITTO PENALE
Nella cultura giuridica ottocentesca centrale è il concetto di ordine. La legge è lo strumento attraverso cui
lo Stato organizza la società e interviene per ristabilire l’equilibrio quando questo viene violato.
Nella seconda metà dell’Ottocento si afferma la scuola classica del diritto penale, rappresentata da
Francesco Carrara. Secondo questa impostazione, il reato è una violazione della legge e la pena serve a
ristabilire l’ordine giuridico. Questa concezione riflette la mentalità della magistratura, orientata a
difendere l’equilibrio stabilito dalla legge.
IL MODELLO DEL MAGISTRATO OTTOCENTESCO
Il magistrato è rappresentato come una figura distaccata, neutrale e superiore ai conflitti sociali. Questa
immagine rafforza l’autorità della giustizia, ma crea anche una distanza dalla realtà concreta.
Il giudice deve essere imparziale rispetto alle parti, ma non può essere neutrale rispetto alla legge. Applicare
la legge significa infatti attuare scelte e valori già presenti nell’ordinamento.
La neutralità assoluta è quindi impossibile: il magistrato, anche senza volerlo, contribuisce a mantenere un
determinato assetto sociale.
5. IL RUOLO DEL MAGISTRATO NEI CONFLITTI SOCIALI
Il magistrato non può sottrarsi al proprio compito: di fronte a una controversia deve sempre decidere,
applicando la legge al caso concreto.
Proprio per questa funzione, il giudice è inevitabilmente a contatto con i conflitti sociali, i cambiamenti
economici e le nuove esigenze della collettività.
Questo rende contraddittoria l’idea di un magistrato completamente estraneo alla società: pur essendo
concepito come distante, egli opera costantemente nella realtà concreta.
L’INFLUENZA DEL POTERE ESECUTIVO
Nel sistema monarchico la giustizia è amministrata in nome del re, e il potere esecutivo esercita un’influenza
significativa sulla magistratura, soprattutto attraverso nomine e carriere.
Di conseguenza, l’indipendenza della magistratura, pur affermata in teoria, rimane a lungo limitata nella
pratica. 7
LA NASCITA DI UNA COSCIENZA COLLETTIVA
Tra fine Ottocento e inizio Novecento i magistrati iniziano a sviluppare una maggiore consapevolezza del
proprio ruolo. Emergono rivendicazioni legate alle condizioni economiche, al prestigio della professione e
al riconoscimento istituzionale.
In questo periodo nascono forme di organizzazione collettiva, che porteranno alla creazione
dell’Associazione Nazionale Magistra
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Appunti di Storia del Diritto Moderno e Contemporaneo (S. Solimano)
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