Shakespeare e il viaggio: esplorazione e cultura
1623 > accolta di tutte le opere di Shakespeare pubblicata postuma. È l'epoca in cui si assiste alla presenza di molti esploratori che sono anche scrittori. Affidano i loro testi a mano, ad autori, a scrittori che poi li redigono ed i quali scrivono direttamente oppure li scrivono loro stessi. Lo fanno secondo la prospettiva di un turista straniero, come avevamo visto essere la tradizione delle lettere persiane di Montesquieu, per poter essere liberi nell'esprimere il proprio giudizio.
Qui succede la stessa cosa: questa apertura verso il mondo diverso comporta un accrescimento al quale non è facile far fronte. A seconda del re cambiava il credo religioso; vanno prevalentemente in Europa.
Il viaggio e la scoperta
Pericle e Prospero > collegano al viaggio verso la terra incognita, le terre annesse alla nazione britannica nel corso della formazione dell’impero. Viaggio che genera l’esigenza di trascrivere, comunicare, interpretare il nuovo mondo. Il viaggiatore che diventa anche conquistatore cerca inizialmente di codificare le nuove esperienze alla luce di quelle che sono le sue competenze culturali, quasi per sistematizzare il caos che incontra > per neutralizzarlo cerca di dargli un ordine attraverso la tradizione. Crea la sua isola e la domina con le formule del passato, ignorando l’esistenza o l’identità di Calibano. È un viaggio di non ritorno perché comporta uno sradicamento, lo spaesamento, e nel tempo il tutto si traduce nel riconoscimento, quindi della consapevolezza di un distacco sempre più profondo dal mondo dal quale si è giunti.
Ulisse e il viaggio culturale
Percorso evolutivo verso la formazione di nuove identità culturali. Ulisse > diventato simbolo di portato universale del viaggio. I gentlemen che affrontano il Gran Tour a partire proprio dal XVI secolo si sentono degli Ulisse perché infatti Ulisse aveva molto viaggiato e ben raccontato le sue esperienze. [Lessel > an Italian voyage, che funziona come una guida di viaggio in Italia].
Colui che viaggia con l’occhio di Ulisse, scriverà Sydney, "sceglie una delle strade eccellenti della sapienza terrena". In questo caso il viaggiatore e il viaggiare sono intesi come ricerca, come riconoscimento di modelli culturali, assimilati dalla tradizione colta in un continuo confronto del presente con la memoria classica. Ecco allora che l'Italia diventa il traguardo prediletto di intere generazioni di viaggiatori inglesi, a cominciare proprio dal periodo elisabettiano, quando si pongono le basi del Grand Tour.
Italia: meta e cultura
L'Italia rappresenterà di volta in volta per il viaggiatore ciò che lui vuole trovarci. È spesso descritta come un giardino di delizie, come un museo inesauribile, un campionario anche antropologico senza pari, ma anche un campionario folcloristico. Il viaggiatore del Seicento trova nell'Italia molti elementi di curiosità, molteplicità di esperienze. Nel Settecento generalmente il viaggiatore è guidato nel suo viaggio e nella valutazione di ciò che scopre di nuovo dalla fiducia nel condividere una struttura uniforme della natura umana. Poi nell'Ottocento con il romanticismo si passa dalla fase del viaggiatore sentimentale al viaggiatore pittoresco. In questo caso il viaggiatore è attratto dalle differenze irriducibili sia in ambito umano che in ambito paesaggistico.
I viaggiatori inglesi arrivano sempre numerosi in Italia e questo a partire dal Medioevo. Nella maggior parte dei casi si tratta di un passaggio sulla via di andata o di ritorno dal pellegrinaggio in Terra Santa. Con la diffusione dell’umanesimo italiano, viene dato un nuovo impulso alla cultura e allo studio della cultura italiana, sia quella letteraria che quella politica, sia allo studio della lingua.
La lingua italiana e il Grand Tour
Negli anni '30 del 500 a corte la lingua italiana è molto diffusa, sia perché è il periodo dell’annullamento del matrimonio regale e quindi questo comporta un susseguirsi di missioni diplomatiche a Roma, sia perché i sovrani, come la Regina Elisabetta (es: traduce un’opera di Petrarca), ne fanno una vera e propria moda. Fino alla fine del 500 si assiste ad un intensificarsi dell’insegnamento della lingua presso le case nobiliari, grazie anche all’afflusso a Londra di italiani esuli per motivi di religione, e che si dedicheranno all’insegnamento e alla traduzione. Thomas Wyatt > traduce direttamente dall’italiano e adatta la forma del sonetto con continue traduzioni; aveva fatto una visita in Italia.
La pratica del viaggio in Italia si va rapidamente diffondendo tra i giovani aristocratici, con una sempre più crescente diffusione della conoscenza della lingua italiana e del patrimonio culturale. Con la separazione dalla Chiesa di Roma una volta tornati in patria sono visti con sospetto, spie o eretici. Costituiscono una classe di gentiluomini che vogliono apprendere le lingue e studiare forme di governo e istituzioni diverse.
Viaggio educativo in Italia
Viaggio di educazione in Italia > Vede la presenza di italiani in Inghilterra come insegnanti di lingua e traduttori, la traduzione di libri italiani in inglese, la raccolta di libri italiani nelle biblioteche delle residenze dei nobili. Nel 600 Bacon dedica un saggio alla pratica del viaggio, ribadendo il valore educativo della pratica e proponendosi come una guida di viaggio. Viaggio come parte di un progetto educativo che mira alla formazione del gentiluomo che sia perfetto nel comportamento, nella conversazione, nell’esercizio della politica e del potere.
The History of Italy, William Thomas fine 500 > primo libro inglese sull’Italia, anch’esso con l’intento di fornire una guida al viaggiatore + principal rules of the Italian grammar. Queste sono delle opere pioniere perché oltre a scrivere questo primo libro ^ sull'Italia scrive anche la prima grammatica per lo studio dell'italiano, che tra l'altro comprende anche un dizionario italiano inglese che costruisce su termini che trova in autori classici italiani come Dante, Boccaccio, Petrarca. Quindi aiuta, oltre che la conoscenza della lingua, anche la conoscenza della letteratura. Nell'introduzione esalta l'importanza della letteratura e della cultura italiana e la mette alla pari di quella greca e latina.
Pericle e l'influenza culturale
Pericle. Sia il primo che il secondo degli in-folio (di grandezza doppia rispetto agli in-quarto = fogli piegati in 4) non comprendevano il Pericle. La fonte è la storia di Apollonio di Tiro, diffusa attraverso un testo latino risalente al quinto, sesto secolo. Shakespeare si ispira alla versione di John Gower, poeta medievale ("Confessio Amantes"). S. usa il suo nome nel prologo del dramma (/ lo inserisce come prologo > modo per decretare la fonte). La provenienza del nome Pericles non si trova in Gower ma nel romanzo in prosa pubblicato da George Wilkins (1608 "The painful adventures of Pericles prince of Tyro"). Si è anche supposto che Wilkins stesso sia stato collaboratore di Shakespeare nel dramma, perché quest'opera shakespeariana ha fatto discutere molto i critici si è ritenuto per tanto tempo che i primi due dei cinque atti non fossero di Shakespeare.
Nel 1608 si ha notizia di una rappresentazione di Pericle di Shakespeare proprio perché, l'ambasciatore veneziano a Londra assiste alla rappresentazione del Pericle nel 1608. Non si sa dunque quale opera ha influenzato l’altra.
Pericle scopre il segreto infamante di Antioco (imperatore della Grecia). Questo lo mette in difficoltà, rischia la vita perché Antioco lo vuole morto. Scappa quindi da Tiro e lascia il governo nelle mani di un suo fedele ministro (Elicano). La nave fa naufragio e soltanto Pericle sopravvive. Nel frattempo, partecipa ad una sfida insieme ad altri pretendenti, a Pentapoli. Qui il re è Simonide, che ha una figlia Tisa. Pericle vince e la sposerà. Arriva la notizia da Tiro che Antioco è morto, il popolo vuole proclamare re Elicano. P. torna a Tiro con la moglie, incinta. Durante una tempesta sulla nave, T. partorisce una bambina. T. sembra morta tanto che il suo corpo viene abbandonato alle onde del mare in una cassa. Vicino ad Efeso viene gettata la cassa. Il medico, Cerimone, apre la cassa e la fa tornare in vita. Pensando che P. sia annegato decide di diventare sacerdotessa nel tempio di Diana. P. arriva a Tarso con la nave, consegna la figlia, Marina, e l’affida alle cure del governatore e della moglie. Quando cresce la bambina suscita la gelosia della moglie, perché è molto bella. Lei progetta di ucciderla, ma viene salvata perché rapita da dei pirati che la vendono ad un bordello in una città di nome Mitilene. Qui, il suo comportamento puro, garbato e riservato muove a pietà uno dei frequentatori del bordello, il governatore di nome Lisimaco e decide di liberarla. P. giunge a Mitilene e la incontra, e sogna di doversi recare ad Efeso. Incontra la sacerdotessa, le racconta la sua vita, lei lo riconosce, la famiglia si riunisce. Marina sposa Lisimaco, i due gelosi vengono bruciati. La figura di Marina torna nelle altre opere di Shakespeare, per esempio in Miranda nella Tempesta. Questa figura di Marina è stata vista anche come il primo studio preparatorio a un carattere di fanciulla che poi verrà realizzato nelle opere successive.
Il Pericle è il primo delle opere della fase finale della produzione shakespeariana che inizia appunto con Pericle e che termina con la tempesta e che sono chiamate romances.
Il dramma di Antioco e Pericle
La figlia di Antioco, con cui lui ha un rapporto incestuoso, non ha nome, proprio per andare a sottolineare il peccato che rappresenta > emblematico + nel testo c’è un tono allusivo all’evento (invece Gower lo dice in modo esplicito, ha un’impronta moraleggiante, essendo un poeta medievale). Si mette l’accento sul fatto che è stato introdotto come coro un personaggio che è un autore, di un testo che è fonte di quello shakespeariano. Gower rappresenta l'autore medievale e in quanto tale Shakespeare lo recupera come personaggio, ma lo recupera come personaggio collocato nel suo tempo, quindi, un cantastorie che si esprime in rima > tutto il prologo di Gower è in rima, mentre successivamente la rima è casuale (i versi sono regolari). Gower descrive, Gower non ci dà l'andamento rapido dell'azione, perché Gower ci racconta le premesse, serve proprio da congiunzione tra una scena e l'altra; quindi, il lettore è aiutato da Gower perché gli dà delle informazioni che se no non avrebbe.
Gower. Raccontare un racconto già raccontato > il suo Shakespeare, come in tutte le sue opere, cerca di accattivarsi il pubblico, cerca la sua comprensione (e lo fa fare a Gower) + si finge incapace (understatement), parla di rime zoppicanti.
Pericle vede questa serie di teste, di teschi, tutti infissi su dei pali, che sono le vittime precedenti a lui dei vari pretendenti alla mano della figlia, che però avevano scoperto il peccato del padre. Quindi? In che cosa consiste il gioco di questo re nel proporre l'enigma? E se il pretendente scioglie l'enigma e lo capisce, lui lo uccide? No, perché se no verrebbe infamato.
Antioco sembra parlare da padre, non da amante. Pericle sottolinea l’aspetto virtuoso, non quello peccaminoso > parla da uomo a tutto tondo, mosso da amore e che vuole dominare le sue passioni e convogliarle in sentimento alto. Figlio > ovvero sposarla, quindi diventare parente di Antioco.
Ecco l'ambiguità di Antioco. Antioco parla secondo una morale specchiata e di fatto lui non si comporta così. Allora gli dice tu devi meritarla questa bellezza e questo splendore. No, è un enigma che che lui non vuole che venga risolto proprio perché vuole mettere alla prova, vuole evitare che la verità scomoda emerga.
Pericle, che in realtà è il vero uomo sano e con dotato di virtù e con il senso della morale, ha molto chiara la sua essenza di fragilità umana. E non si sente superiore a nessuno + è saggezza pura. La figlia, così come Antioco, capiscono il valore di Pericle, e quindi sono anche un po' combattuti, perché in realtà si accorgono che la perdita sarebbe la loro > il re salva Pericle perché perderlo sarebbe peggio di diffondere il segreto.
Nasce poi tutto questo questa finta incomprensione da parte di Antioco che di fronte poi alla alla resistenza, alla pervicacia di Pericle, lui si vede insomma condannato, in pericolo e decide di fuggire.
La città di Tarso
Siamo nella città di Tarso, dove regnano Cleone e la moglie Dioniso. Situazione della città che un tempo era meravigliosa. Questa sofferenza va gridata, va urlata, non va subita. E Dionisa gli dice io stessa farò del mio meglio signore, quindi ti aiuterò in questo. Qui inizia questa lamentela di Cleone per la situazione di difficoltà di Tarso che sta subendo una carestia. Ora qui c'è già in questo testo questa consapevolezza di come il destino possa cambiare e di come questa riflessione porti a un sentimento di condivisione rispetto a chi magari soffre quando noi stiamo bene > diventare più comprensivi nei confronti di chi soffre.
Shakespeare è sensibile all'aspetto della solidarietà tra le popolazioni e riprende un'epica che è quella di un Ulisse che qui si chiama Pericle e che non a caso fa navigare nel Mediterraneo e riprende anche tutta quella letteratura e cultura di valori che per la Grecia antica erano fondamentali. La pantomima è solo accennata, in realtà poi riprende Gower. I richiami alle profezie di Ulisse sono abbastanza evidenti > anche Ulisse naufraga, si salva, viene scagliato contro le rocce.
La tempesta e la sua storia
La tempesta invece viene stampata per la prima volta negli in-folio del 1623. Non esistono edizioni in in-quarto. La rappresentazione del 1608 precede la prima versione scritta che è del 1609. Sembra che Shakespeare abbia ripreso e abbreviato una sua opera giovanile. È stato inserito un mask, una forma di intermezzo che veniva inserita nelle opere shakespeariane e che era stato inserito in occasione delle nozze della principessa Elisabetta. Quest'opera va ricercata all'interno della tradizione della commedia dell'arte italiana (intrecci analoghi in commedie italiane più o meno contemporanee) + particolari del naufragio alle Bermuda di Sir George Somers nel 1609.
Fa uso del soprannaturale > rappresentazione di un mondo meraviglioso fatto di elfi, fate. Prospero, duca di Milano, viene spodestato dal fratello Antonio e messo in una barca insieme alla figlia Miranda. Arrivano su un’isola deserta dove vive una strega chiamata Sycorax/ Sicorace. Prospero ha delle arti magiche e grazie a queste riesce a liberare degli spiriti imprigionati dalla strega. Tra questi spiriti c’è Ariele. Prospero sottomette gli spiriti al suo volere, tra cui il figlio della strega, Calibano, creatura mostruosa e molto ingenua. Vivono per 12 anni sull’isola senza nessun altro, fino a quando non arriva una nave al cui bordo c’è Antonio, insieme al re di Napoli, Alonso, e il figlio Ferdinando. Prospero con i suoi incantesimi fa sì che la nave naufraghi. I passeggeri si salvano, mentre Ferdinando viene creduto morto annegato dagli altri e lui a sua volta crede che gli altri lo siano. Mentre non lo è, anzi. Incontra Miranda, si innamorano e si fidanza con lei. Ariele, sotto ordine di Prospero, procura vari spaventi ad Antonio e ad Alonso. Antonio viene dominato dal terrore e si pente della sua crudeltà, tanto da riconciliarsi con Prospero. La nave risulta poi salvata sempre per forza di incantesimi, Prospero e gli altri si preparano a lasciare l'isola dopo che Prospero rinuncia alla sua arte magica, cedendo attraverso un gesto simbolico la bacchetta. L’isola rimane nelle mani di Calibano. Le sue scene con due personaggi, Stefano, un ubriacone, e Trinculo, un buffone, danno al dramma l’impronta della commedia dell’arte così come il tratto comico che pervade un po’ tutto il racconto. Il poeta sembra rivolgersi direttamente al mondo ed esprime la sua concezione della vita, tanto da fare della tempesta il più personale dei drammi shakespeariani.
La stesura di questo dramma sicuramente non precedette di molto la prima rappresentazione a corte. È probabile che sia stata scritta nella seconda metà del 1610, e infatti nell'estate precedente, del 1609 una tempesta nel mare dei Caraibi aveva trascinato una nave che era diretta verso la Virginia, sulle rive delle Bermuda. Nel 1610, i naufraghi furono salvati e furono portati sulla costa americana. La notizia di questo salvataggio giunse in Inghilterra nell'autunno del 1610. Quindi non è escluso che queste notizie abbiano suggerito l'idea della vicenda che poi è raccontata nella tempesta.
Nella seconda metà del Seicento e ancora nel Settecento, fu messa in scena come una favola, quindi in una dimensione fiabesca. Però quello che gli spettatori vedevano, quello a cui assistevano non era l'opera originale, ma era un'opera che era stata rivista, rimaneggiata dagli autori dell'epoca (tanto da farne una specie di melodramma). Durante il Romanticismo l’accento si sposta dalla fiaba alla magia, accentuando la figura carismatica di Prospero (che in parte si identificava con Shakespeare stesso). A partire dalla fine dell’800 l’attenzione si sposta sulla figura di Calibano, descritto come lo schiavo selvaggio e deforme di Prospero. Si tende a vederlo come il nativo delle Americhe, la vittima della colonizzazione britannica. Diventa un eroe che combatte per la libertà e viene molto ideologizzato (anche se non c’è nel testo la minima indicazione che lo faccia immaginare come un indigeno delle isole caraibiche). È stato visto anche come un africano, un irlandese. Calibano in inglese è quasi l’anagramma di Cannibale e il riferimento al saggio di Montaigne è quanto prevale nella lettura del personaggio e dell’opera (parole di Gonzalo, che riprendono il contrasto tra la civile Europa e il nuovo mondo selvaggio).
Opera che riflette sul pregiudizio che si aveva nei confronti del mondo nuovo.
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