Lezione 1: Rischi degli intermediari finanziari e mappatura dei rischi
Introduzione ai rischi degli intermediari finanziari
Cercheremo di capire cosa deve fare il soggetto addetto fidi o il chief risk officer, i quali prendono decisioni sulle politiche di fido della banca. Gli intermediari finanziari hanno l’obiettivo di mettere in contatto soggetti in surplus di risorse e quelli in deficit, cioè far sì che chi ha bisogno di risorse possa trovare degli investitori disposti a dargli capitale. Le banche nel fare questo fanno trasformazione dei rischi e delle scadenze:
Trasformazione dei rischi e scadenze
Trasformazione dei rischi: Chi vuole fare investimenti non è dettato che abbia un profilo di rischio elevato, normalmente vuole investire risorse disponibili non necessarie oggi, per ottenere un rendimento ragionevole senza assumere rischi elevati. Gli IF interpongono allora i loro bilanci tra chi è in deficit e chi è in surplus. Chi è in surplus è disposto a depositare denaro alla banca, perché sa che per non riottenere il denaro devono fallire sia il soggetto in deficit sia la banca stessa (poco probabile).
Trasformazione delle scadenze: Capacità dell’intermediario di mettere un orizzonte temporale per l’investimento che sia coerente con le esigenze dei soggetti in surplus, però di fare anche investimenti su scadenze diverse (silicon valley faceva trasformazione delle scadenze in modo massiccio, con un attivo che aveva una scadenza media molto più lunga del passivo, e col fatto che la fed ha alzato i tassi, l’attivo si svalutava, le obbligazioni valevano meno, i prestiti pure e ciò ha portato a perdite importanti).
Servizi offerti dagli intermediari finanziari
Gli IF offrono servizi di finanziamento, investimento e pagamento (creazione di sostituti di moneta legale per fare pagamenti). Nell’effettuare queste operazioni, si assumono dei rischi:
Rischio di credito puro
Ci sono tre profili rilevanti per la misurazione del rischio di credito puro:
- Rischio di controparte: Rischio collegato all’incapacità temporanea o permanente della controparte di non adempiere a un contratto sottoscritto. La banca deve capire come creare una griglia di criteri che permetta di selezionare tra i richiedenti fondi coloro che non sono esposti a rischio controparte o lo sono in maniera ridotta.
- Rischio di recupero: Possibilità che c’è, una volta che il soggetto è fallito, di recuperare almeno una parte dell’esposizione esistente. Si vuole capire la percentuale del credito inizialmente vantato che riusciamo a recuperare dopo che il soggetto è insolvente.
- Rischio di esposizione: Vale solo per i contratti di finanziamento che prevedono dei margini disponibili (es: la banca mi dà una linea di finanziamento per 100mila, ma mi dice che posso utilizzarla fino a 130mila, quindi il margine disponibile=affidato-utilizzato); il margine rappresenta quanto io posso avere, come maggiore esposizione, prima del verificarsi del default, rispetto a ciò che c’è scritto nel contratto.
Rischio di credito a carattere finanziario
- Rischio di migrazione: Durante la vita di un finanziamento, la controparte peggiora/migliora il proprio merito creditizio. Il problema è che spesso il contratto non prevede la revisione delle condizioni contrattuali al variare del merito creditizio.
- Rischio di spread: È legato solo ai finanziamenti a tasso fisso ed è collegato al fatto che le condizioni di mercato vadano a disallinearsi rispetto alle condizioni iniziali del contratto. (Prima del COVID i mutui stavano a 1-1.5%, oggi meno del 3% non si trova niente). Queste variazioni possono favorire/sfavorire la banca.
- Rischio di liquidità: Impossibilità per la banca di vendere uno strumento finanziario sul mercato a un prezzo ragionevole.
Rischi finanziari puri
Sono legati al tipo di investimento che posso fare con alcune delle risorse disponibili per la banca. Quest’ultima non può erogare solo finanziamenti, deve in alcuni casi sottoscrivere anche dei titoli sul mercato, perché la banca è un intermediario vigilato e chi la vigila vuole che la banca assuma un rischio che non la porti in situazioni di difficoltà, perciò non è che raccoglie 100 ed eroga 100, ma eroga 80/85 e ciò che non eroga lo deve investire in titoli a basso rischio (titoli di stato) per mantenere la c.d. "riserva obbligatoria".
Il rischio di credito puro: il rischio di controparte
Il driver principale nella definizione di tale rischio è la probability of default che deve considerare le info utili per valutare il rischio della controparte. Le info che si considerano sono di natura:
- Quantitativa: Per una controparte retail si guarda magari allo stipendio, per la controparte corporate al reddito di periodo. In entrambi i casi serve capire se il reddito disponibile è sufficiente a coprire gli impegni legati al finanziamento. Nel retail si fa il rapporto tra la rata del mutuo e lo stipendio, se il rapporto è superiore a 1/3 è molto improbabile che il soggetto sia in grado di pagare. Lato corporate, si prende non il reddito mensile, ma il risultato di periodo annuale e se il rapporto tra gli impegni originati dal finanziamento nell’anno rispetto al fatturato dell’azienda è tale che le rate pesano più di 1/5 del fatturato, probabilmente non si è in grado di pagare (la soglia nel corporate è più bassa, ma si parla di fatturato e non reddito netto). Altre info per le controparti corporate: si vede come si è comportato in passato quel soggetto con gli altri finanziamenti (per capire se il fatto che non ripaga è sporadico o abituale) prendendo i dati dalla centrale dei rischi. Si può poi vedere come l’azienda ha prodotto il suo reddito: se il reddito è dato principalmente da attività straordinaria in quell’anno, non devo farci troppo affidamento, perché per definizione quell’attività non è destinata a replicarsi in futuro; se la redditività viene dal core business sono più tranquillo.
- Qualitativa: Per la controparte retail, sicuramente l’età (un 70enne ha probabilità di morte alta, non andrebbe finanziato, c’è il rischio che lui muore e i figli rinunciano all’eredità e perdo il finanziamento), se è sposato/convive (chi vive insieme dispone di redditi maggiori nel complesso e la probabilità di pagare è maggiore). Per la controparte corporate, gli aspetti qualitativi importanti sono: da quanto quell’impresa è presente e consolidata sul mercato (un’impresa con 30 anni di storia mi permette di avere più dati da analizzare rispetto ad una start-up), quanto il mercato in cui opera/l’idea che sviluppa tende ad essere innovativa (le banche dovrebbero preferire realtà più solide e sicure, meno innovative, perché hanno una maggiore probabilità di sopravvivenza), e poi c’è il tema della governance (più i meccanismi di governance sono ben strutturati, con presenza di un cda, organi di controllo interno, procedure e regolamenti per standardizzare le attività, più è probabile che l’azienda riesca a sopravvivere a shock importanti che la interessano: un’azienda familiare non facilmente viene finanziata dalle banche perché i sistemi di controllo sono meno rigorosi perché i soggetti si conoscono tra loro, sono parenti, sono meno attenti, ma normalmente accade che se il capo-famiglia che ha fondato l’impresa muore, l’impresa fallisce perché non ha una struttura di governance solida).
- Ibride: Combinazione di dati di natura quantitativa e qualitativa per la stima della PD.
Rischio di recupero
Bisogna stare attenti ad alcuni profili che impattano su quanto recupero in caso di default del cliente. In questi casi, la prima cosa di cui mi devono preoccupare è capire quali sono le vie che mi permettono di recuperare il credito: azioni legali (procedura che richiede diversi anni), azioni stragiudiziali (si propone uno stralcio al cliente: mi devi 100mila, dammi 80mila e la chiudiamo qua) oppure si cede a un terzo la posizione. Se l’azienda non ha capacità di rimanere sul mercato (ES: non ha più asset strategici), se gli proponiamo una negoziazione lei rifiuta, perché continuare per due mesi in più non gli cambia niente, tanto sa che a breve sarà fuori dal mercato e preferisce la via legale. Se l’azienda ha invece prospettive di ripresa e di rimanere sul mercato, accetterà la via stragiudiziale.
Il processo di recupero è influenzato anche dalla dimensione del cliente che ho davanti: se un cliente mi deve 1000€, mi costa più il dipendente che devo pagare per negoziare che la somma che recupero. Se ho clienti piccoli, con esposizioni minime, gestisco i processi di recupero in maniera standardizzata. Se ho invece un cliente che mi deve 100 milioni, prima di avviare la procedura di fallimento, ci parlo e trovo un accordo, perché anche solo se ottengo 60/70 milioni, evito di dover aspettare 10 anni di vie legali. Maggiore è la dimensione, maggiore è l’incentivo a negoziare, altrimenti no.
Altra cosa importante è capire l’andamento dell’economia e come questo impatta sul rischio di recupero: se l’economia va bene, la capacità di recuperare un credito in default è maggiore, perché se vado ad escutere le garanzie sugli immobili o sugli impianti, è più facile vendere gli asset dell’attivo. Se l’economia è in fase di recessione, anche se vado ad escutere le attività, poi faccio fatica a venderle e se le vendo lo faccio a sconto (la LGD in fase di recessione è normalmente più alta di 20 punti percentuali). Tra i fattori macroeconomici c’è poi l’andamento dei tassi di interesse: se i tassi sono crescenti, i processi di recupero più lunghi sono per me più penalizzanti, perché ogni anno che passa in più perdo la possibilità di investire le somme recuperate a tassi sempre più alti (se devo aspettare di recuperare soldi quando i tassi sono al 5% perdo molto, se i tassi sono all’1% perdo sì soldi, ma meno). I tassi sono una sorta di costo opportunità dei processi di recupero e tanto più sono alti tanto più sono disincentivato a fare processi di recupero lunghi, se invece sono bassi mi posso permettere procedure più lunghe.
L’ultimo aspetto è il settore di attività: il settore ci dice le caratteristiche dell’attivo dell’azienda finanziata: se opera nella consulenza e l’azienda va in default, l’attivo a garanzia essendo prevalentemente immateriale (gli immobili li aveva in affitto e al massimo ha comprato qualche pc) fa sì che recupero poco o niente; se invece l’azienda fa trasporto merci su nave, ho come garanzia le navi, che hanno un ciclo di vita di 25/30 anni e quindi hanno un mercato che mi permette di venderle ad un prezzo in linea col loro valore (tanto più l’attivo è materiale, meglio è).
Un problema importante nella misurazione del rischio di recupero è che per misurarlo io in teoria dovrei avere dei default e poi capire quanto recupererò a fronte del default, ma questo è inutile per la banca, perché la procedura parte DOPO il default, mentre la banca vuole capire EX-ANTE quanto recupererà, se si verifica il default del cliente. I modelli LGD si basano allora su default pregressi e quindi nel definire la LGD di un certo contratto o cliente, vedo la LGD media palesata da contratti passati stipulati da soggetti con caratteristiche simili. Non avrò sul signor Verdi la sua LGD, ma visto che lui è un retail con 1 MLN di euro e so che in passato soggetti simili hanno avuto una LGD media del 50%, accordo anche a lui 50%. Questa è una procedura top-down: parto dalla categoria e ribalto su tutti gli individui la stessa LGD; il problema è come segmento gli individui, in base a cosa distinguo i soggetti.
Rischio di esposizione
Rileva solo per i finanziamenti che prevedono un margine disponibile, quindi devo distinguere prima tra i finanziamenti pre-determinati (importo stabilito) rispetto alle linee di credito con affidamento massimo. Nel primo caso, la misurazione dell’esposizione è facile, so il piano di rimborso e so l’esposizione a ciascuna data, pertanto le stime dell’EAD è banale. Nel secondo caso, devo prevedere quale sarà la percentuale di utilizzo rispetto all’affidamento disponibile.
Il rischio di esposizione per le controparti retail pesa diversamente rispetto alle controparti corporate: per un individuo, l’affidamento disponibile è definito per far fronte a spese eccezionali non prevedibili (nei C/C si può andare in rosso entro un limite definito della banca, ma ci si può andare solo per eventi inattesi), mentre per le aziende, l’importo del finanziamento non viene definito sulla base del fabbisogno attuale, ma sulla base delle prospettive di fatturato, quindi se il fatturato sta crescendo la banca mi darà più linee di credito perché sa che in prospettiva il mio fabbisogno aumenterà. Lato corporate quindi il margine è un aspetto strategico definito sulla base delle prospettive dell’azienda e differisce rispetto al margine riconosciuto al singolo individuo anche per importo: per il singolo è tra i 1000-5000, per le aziende il margine è anche il 30/40% dell’intero ammontare affidato.
La fase di concessione del credito
Nella fase di concessione del credito, ci sono altri due aspetti da considerare:
- Concentrazione single-name: Bisogna stare attenti se un cliente diventa troppo rilevante per la banca; se un cliente è il 20% del portafoglio credito, la banca perde il requisito di indipendenza rispetto ai clienti, perché se quello fallisce, lo farà anche la banca. L’autorità di vigilanza cerca di capire la concentrazione verso singoli e fissa le soglie d’esposizione massime verso i soggetti (se si supera 2/3% del totale portafoglio credito, c’è rischio per la banca e si può arrivare anche a sanzioni da parte dell’autorità).
- Concentrazione per tipologia di attività: Si tenta di capire se ci sono settori troppo rappresentati nel portafoglio o troppo residuali. Se sono troppo rappresentati e quel settore è affetto da uno shock, anche io banca entrarei in crisi. Se alcuni settori invece, nonostante siano rilevanti su scala nazionale, non sono rappresentati nel portafoglio (es: in Italia il settore turistico), ci togliamo una serie di opportunità di guadagno che possono essere creati dai clienti di quel settore (le marginalità che la banca ottiene sui servizi che offre nel mondo del turismo sono elevate, perché molti immobili sono presi in leasing e il margine di guadagno della banca lì è sicuramente più ampio rispetto al margine che ha sul singolo mutuo al cliente retail).
L'esposizione al rischio
Bisogna capire il rischio rilevante per la politica di pricing e il rischio inteso come evento inatteso: si parla di perdita attesa e inattesa. La prima serve per definire le condizioni contrattuali, per fare il pricing dei contratti (quale tasso richiedo?), la seconda serve per capire quanto accantonare per gestire eventi inattesi.
EL=PDxEADxLGD
La perdita attesa è data dai driver visti prima. Gli approcci per misurare questi driver sono 2, tra di loro estremi:
- Approccio mark-to-market: Sempre aggiornato sulla base delle attuali condizioni di mercato. Il problema è che con questo approccio, nella stipula dei contratti, considero le condizioni ad oggi, ma se i finanziamenti sono a lungo termine io non voglio tanto sapere cosa accade da qui a breve, ma cosa mi posso aspettare mediamente durante tutta la vita del contratto. Se i finanziamenti sono a lungo termine un approccio mark-to-market non mi serve (preferisco la storia), se invece sono finanziamenti di breve un approccio mark-to-market può essere migliore di quello storico.
- Approccio storico: È quello più utilizzato perché la maggior parte del portafoglio credito della banca ha scadenza superiore all’anno e quindi per questo si usa l’approccio storico, perché siamo più interessati al lungo termine.
Se invece parliamo di perdita inattesa, si fa riferimento agli eventi inattesi che non posso scontare nel tasso di interesse richiesto, ma devo solo ragionare sul livello di rischio che la banca deve assumere e sulla base di questo definire le somme da accantonare. L’approccio è quel del VaR (Value at Risk), che va a misurare le dinamiche dei rendimenti o dei valori del portafoglio credito nel tempo, cerca di capire la componente inattesa di queste variazioni e su questa componente inattesa tenta di definire quanto voglio coprire: se voglio coprire il 99%, VaR al 99%, se voglio coprire il 95%, Var al 95%...tento di capire quanto deve essere grande l’area non coperta a seconda del rischio che la banca vuole assumere. Non esistono strategie a rischio 0 (Var 100%), ma bisogna capire il Var che per la banca è ragionevole.
Nel ragionare sulla perdita attesa/inattesa, la banca deve vedere la redditività corretta per il rischio e verificare se è < o > del ROE target per gli azionisti (la redditività di una banca non è elevata, di solito sotto il 4/5%): va confrontato il ROE con il rischio che si vanno ad assumere i soggetti che finanziano la banca. Le banche difficilmente falliscono, ma io finanziatore devo capire se la banca che finanzio ha dei rischi di fallimento < o > rispetto alla media, e ciò dipende da:
- Rischio collegato allo spread: Quindi rendimento dell’attivo rispetto al rendimento del mercato.
- Commissioni nette: Commissioni in entrata (che mi pagano) - commissioni in uscita (che pago; es: chi mi gestisce i sistemi informativi).
- Aspetti relativi alla perdita attesa
- Capitale a rischio che la banca ha definito con l’approccio Var.
In base a questi aspetti, si va a definire se la banca ha una redditività adeguata o meno rispetto al ROE target. Se la banca ha una redditività corretta per il rischio > ROE target si riesce a raccogliere capitale a titolo di equity e si riescono a fare aumenti di capitale per erogare nuovi finanziamenti e avere capitale maggiore a presidio dei nuovi finanziamenti.
Lezione 2: Le informazioni per la valutazione del merito creditizio
L’obiettivo è quello di osservare come si valuta un affidamento...
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Appunti Financial Markets, Credit and Banking