Paesaggi e stagioni nella poesia di Ungaretti
Paesaggi e stagioni rappresentano spazio e tempo che attraversiamo. Il ritmo annuale del tempo è scandito dalle stagioni. "Un grido e paesaggi" è il titolo di una delle sue ultime raccolte. Il termine paesaggio, dal francese "paysage", entra in uso nel 1552 grazie a una lettera del pittore veneto Tiziano. Tiziano realizzava ritratti su sfondi di paesaggi naturali, abitati e coltivati, non selvaggi. Il significato pittorico deriva dall’etimologia latina: deriva da "paese" (piccolo borgo o nazione, dal latino "pagus"=villaggio, da cui deriva l’aggettivo "paganus"=pagano). Pagano è in opposizione al cristianesimo, poiché nelle città si affermava il cristianesimo mentre nei villaggi (pagus) i contadini continuavano ad essere fedeli agli dei.
Il volgare italiano nasce tra il XII e XIII secolo e adotta molte parole dal francese/provenzale (francesismi) poiché la letteratura francese in volgare si sviluppa prima. In Italia, sede del papato, il latino ha una durata più lunga. Nel ‘700 c’è una seconda ondata di francesismi. Stagione ha la stessa radice di "stazione", un posto in cui si sta in attesa di partire, luogo di transito. Le stagioni misurano il divenire del tempo: la vita dell’uomo è iscritta nel ciclo delle stagioni e del giorno. I paesaggi non sono immobili; cambiano, si evolvono, divengono proprio come le stagioni.
Influenze e differenze
Ungaretti è influenzato dall’Alcyone (1904) di d’Annunzio, ma ci sono molte differenze tra i due. Alcyone è un diario di una estate trascorsa in Versilia che comincia in prossimità del solstizio d’estate e arriva all’equinozio d’autunno, quindi si tratta di una raccolta ritmata dallo scorrere delle stagioni. Al centro della poesia c’è un paesaggio. L’estate che muore produce un sentimento del tempo che è angoscia, perché finisce una stagione che il poeta vorrebbe durasse.
L’equinozio è il momento in cui giorno e notte hanno la stessa durata. Il paesaggio spesso aiuta a entrare in contatto con il poeta in questione e ad avvicinarsi alla sua poesia. John Keats nella poesia "Four seasons" sottolinea che "ci sono 4 stagioni nella mente dell’uomo" perché noi interiorizziamo le stagioni.
La poesia e la natura
"La natura, il paesaggio, l’ambiente che mi circonda hanno sempre una parte fondamentale nella mia vita." - Ungaretti
Il paesaggio nella poesia è vissuto e trasfigurato. Alla fonte della sua poesia c’è sempre un’esperienza e poi le stagioni. Tra gli spunti che ispirano la sua poesia ci sono sempre lo spettacolo offerto dalla natura. La sua poesia nasce sempre da uno spettacolo che tutti gli occhi degli uomini possono contemplare, ma che solo il poeta sente in tutta la sua grandezza e può esprimere. Questo spettacolo si inserisce nel ciclo della giornata, nell’arco di 24 ore, e delle stagioni.
È come se la realtà, la bellezza della natura, prestasse al poeta i simboli che lo aiuteranno a rispondere a interrogativi profondi sul senso del nostro esistere, ai quali non sa logicamente rispondere. In questo modo il poeta può andare oltre quella realtà: per esempio, vede l’alba, ma l’alba lo trasporta al di là della realtà. Contempliamo una realtà naturale che ci incanta e attraverso questa realtà naturale ricaviamo dei simboli che ci permettono di dire qualcosa che va oltre la realtà e di comprendere i nostri interrogativi più profondi.
Ungaretti disse che se si leggono le sue poesie scritte intorno al 1903, appartenenti alla raccolta "Sentimento del tempo", ci si accorgerà del valore mitico che egli attribuisce alla natura. Questo significa che, come per Leopardi, la natura non è un dato oggettivo, ma si carica di significati ulteriori, di suggestioni, di sensi profondi e favolosi. La natura per lui non è soltanto qualcosa di oggettivo e reale, che si può toccare, ma è qualcosa di favoloso.
Il valore mitico della natura
Per Ungaretti questo valore mitico assume il carattere di riflessione nella metafisica: la natura, circonfusa di mistero e favolosa, assume in lui anche il carattere di una riflessione metafisica, cioè che va oltre le cose tangibili e reali.
Mito è una parola di origine greca, da "mithos"=racconto; racconto o favola, non è qualcosa di reale, esprime qualcosa di nascosto e profondo, diventa paradigma delle cose più essenziali. I miti sono come messaggi arrivati da una dimensione misteriosa, chi ha inventato il mito ha toccato delle verità profonde che non possono essere dette in altro modo, se non con quella espressione fantastica. Il mito è un modo per dire cose profonde attraverso simboli e immagini.
Mito non è leggenda. La leggenda può essere circonfusa da un alone fantastico, ma al fondo di ogni leggenda c’è un fondamento storico.
La poesia come creazione
Poesia deriva dal greco "poiei" = fare. L’uomo possiede la capacità di creare. Poetica deriva dal greco "poiētikḗ" = arte poetica. L’autore della prima arte poetica è Aristotele. L’arte poetica è il momento riflessivo, il momento in cui il poeta è lucido e riflette sulla sua poesia, ragiona e prende coscienza su ciò che ha fatto, sulle sue intenzioni e sulla sua spinta a creare.
All’inizio di ogni grande poema il poeta si rivolge alle muse perché ha bisogno del loro aiuto (es. Dante). Si può dire che la musa di Ungaretti è la natura stessa.
La storia della poesia di Ungaretti
La storia della poesia di Ungaretti è anche una storia di incontri con paesaggi molto diversi tra loro:
- Egitto: Alessandria d’Egitto (1888)
- Francia: Parigi (1912 — quando il poeta si trasferisce da Alessandria a Parigi, questo cambiamento di ambiente suscita in lui emozioni e pensieri diversi)
- Italia: Carso, Milano, Roma
- Brasile: San Paolo
C’è un divenire nella poesia ungarettiana legato alle sue esperienze di vita, ai luoghi in cui ha vissuto. Per lui i paesaggi e le stagioni sono realtà di esistenza in cui si è immersi, ma nello stesso tempo sono anche, a volte, quasi segni, messaggi dei dei di un senso ulteriore che li trascende. Tutto questo si integra nel senso totale del vivere e di un destino: Ungaretti diventa poeta perché segue un destino, c’è una vocazione alla poesia, cioè sente una voce interiore che gli dice che deve fare quello (ricorda il daimon di Socrate, un “demone” dentro di noi che ci parla).
La nascita e le influenze
Ungaretti non nasce in Italia, ma nasce da genitori lucchesi il 10 febbraio 1888 ad Alessandria d’Egitto. Infatti, in quegli anni si era cominciata la costruzione del canale di Suez, perciò ad Alessandria c’era la possibilità di lavorare e trovare fortuna. Ungaretti non conobbe mai suo padre, perché si ammalò e morì a causa di un incidente sul lavoro. Per questo motivo, Ungaretti riconobbe di avere un debito di gratitudine nei confronti di sua madre, la quale, rimasta vedova in terra straniera, riuscì a mantenere due figli, mettendo in piedi una panetteria e svolgendo anche il ruolo paterno. Dopo la morte della madre scriverà per lei una poesia intitolata "La madre".
Alessandria d’Egitto è una città molto singolare, perché si trova alle soglie del deserto, ed è una città molto antica, con una storia millenaria, che esisteva ancora prima della fondazione di Alessandro Magno (332-331 a.c). Tuttavia di questa storia non è rimasto nulla, è andato tutto perduto. In questo luogo c’era una biblioteca molto grande e importante, ma dopo la conquista, venne distrutta e con il passare del tempo non ne rimase più nulla. Perciò è un luogo in cui la storia si è svolta per secoli, ma non ci sono testimonianze, la vita non lascia alcun segno di permanenza nel tempo, è come se fosse sorta dal nulla, è una città senza quasi un monumento che ricordi il suo passato, muta incessantemente, niente dura, il tempo la porta sempre via in ogni momento. È una città dove il sentimento del tempo distruttore è presente all’immaginazione.
Il deserto come simbolo
C’è un immenso spazio, il deserto, e c’è poi la percezione di questa infinità del tempo che però consuma, distrugge e cancella ogni cosa. Il nulla del deserto è la storia cancellata. Questo dato è molto importante, infatti egli stesso dice "sono nato al limite del deserto e il miraggio del deserto è il primo stimolo della mia poesia".
Il miraggio, pur essendo una illusione, è qualcosa che attira verso di sé, ha qualche parentela con l’illusione poetica, è un tentativo di resistere, di superare il deserto. Perciò il miraggio diventa simbolo della stessa illusione poetica. Quindi nascere ad Alessandria ha segnato il suo destino, perché è venuto a contatto con uno spazio che in Italia non c’è e che gli ha dato lo stimolo per scrivere poesia.
Il deserto è il nulla fatto a paesaggio, è il vuoto, che però contiene in sé una potenzialità infinita, è un luogo disponibile alla trascendenza. Il deserto è uno spazio vuoto e abbandonato (Deserto = participio passato del verbo latino "desere"= abbandonare, desertum=ciò che è abbandonato dalla vita, dall’uomo), ma nonostante questo è una dimensione dello spirito, è il luogo in cui si può entrare in contatto con quella dimensione ulteriore.
Il deserto è il vuoto, ma quel vuoto spinge alla ricerca. Un filosofo tedesco disse che nel deserto si può trovare, cioè paradossalmente in quel vuoto si può intuire l’assoluto, si può trovare la trascendenza, che nelle altre cose non c’è. Assoluto = dal latino "ab solutus" = ciò che è libero da ogni legame con la realtà, ciò che appartiene ad un’altra dimensione completamente libera, ciò che non ha limiti, trascende tempo e spazio.
Il deserto, nella poesia di Ungaretti, diventa un vero e proprio mito. Una delle sue ultime raccolte poetiche si intitola "La terra promessa", titolo che ci riporta al deserto, perché la terra promessa è quella che Mosè fa intravedere come un miraggio al popolo d’Israele uscendo dall’Egitto. Il deserto è lo spazio che ci separa dalla terra promessa, la quale è oltre il mondo, sta oltre la vita.
Nel "Ultimi cori per la terra promessa", Frammento 5, si legge: "Si percorre il deserto con residui di qualche immagine di prima in mente" = condizione di ogni uomo sulla terra, nella nostra vita noi siamo impegnati in questo percorso attraverso il deserto, che diventa metafora della vita. Noi siamo nel deserto, in mezzo al nulla, però l’unica forza che ci sostiene sono questi residui, qualcosa di minimale, di sfuggente. Nell’uomo c’è una memoria profonda, insita in lui, di qualcosa sperimentato prima e che ci è rimasto come un ricordo sfocato, un’immagine sfocata.
L’uomo ricorda la cacciata dall’Eden, perciò il paradiso è la terra promessa, è una condizione di pienezza, è ciò che sta oltre il deserto. Noi attraversiamo il deserto avendo in noi qualche residuo che a tratti lo recuperiamo e a tratti lo perdiamo, ma senza quel residuo saremmo perduti, il nostro viaggio non avrebbe senso, perché quei residui sono barlumi della terra promessa, sono l’illusione che ci dà speranza di superare il deserto.
L’impressione del deserto diventa un mito, un simbolo molto potente della condizione dell’uomo sulla terra. Ungaretti scrive tutto ciò quando ormai è anziano. La poesia per Ungaretti è questo, sono quei residui, immagini di qualcosa di anteriore.
Alessandria e il suo ambiente
Alessandria è una città sospesa tra due infiniti: il deserto, che è immobile, e il mare, che è in continuo movimento ed è inospitale per l’uomo. È una città portuale e cosmopolita, dove si fondono insieme comunità ed etnie diverse (ebrei, egiziani…) e si parlano le più svariate lingue. La parola poetica è così potente perché si serve del suono.
Quando si addormentava, la madre accendeva un piccolo lume votivo alla Madonna, ma nei suoi spaventi notturni lo confortavano le voci, i suoni che gli venivano dall’esterno, cioè i latrati dei cani e il grido delle guardie notturne che percorrevano le strade, perché lui intuiva che intorno a sé la vita continuava circolarmente, sentiva il ritornare perenne delle cose su se stesse.
(Il serpente che si morde la coda rappresenta la ciclicità del tempo) Anche Marinetti, fondatore del futurismo, nasce ad Alessandria, nei quartieri residenziali.
L'educazione e le influenze intellettuali
Ungaretti cresce bilingue: viene mandato a studiare in un prestigioso collegio svizzero, dove parla francese. Ad un certo punto, da solo, senza qualcuno che lo guidi, capisce che i poeti che per lui contano sono Leopardi (poeta italiano) e Mallarmé (uno dei maggiori rappresentanti del simbolismo francese, poeta molto difficile).
Allo stesso tempo, da ragazzo un po’ scapestrato, benché la madre gli avesse impartito un insegnamento religioso, comincia a frequentare ambienti anarchici. Ad Alessandria incontra un italiano proveniente dalla Versilia, chiamato Enrico Pea, che viveva commerciando e ospitava nel suo capannone, chiamato "la baracca rossa", tutti gli esuli scappati dalle polizie politiche dei propri paesi. Tra questi due si crea uno scambio: Enrico Pea era un uomo di grande ingegno, autodidatta, si era fatto da sé e aveva un talento di scrittura.
Quando nel 1912 Ungaretti viene in Italia, per dirigersi a Parigi, porta con sé un manoscritto a datogli da Pea affinché lo pubblicasse.
Un altro incontro importante è con i due fratelli Thuile, ingegneri e scrittori francesi che divennero suoi amici e gli offrirono delle occasioni importanti, poiché gli permisero di allargare i propri orizzonti. In un testo in prosa, Ungaretti, già anziano, rievoca questo incontro: La loro casa era un luogo irreale, un’occasione di scoperta, con una biblioteca piena di libri rari, appartenenti alla letteratura francese dell’800, ma anche più recente. Biblioteca da lui detta "mecca del libro", cioè quasi un luogo dove si va in pellegrinaggio, perché i due fratelli imprestavano i libri.
L’importanza della biblioteca è tanto più forte perché Ungaretti si sente lontano dalla propria patria, quindi si sente un po’ tagliato fuori, ma allo stesso tempo si sente al riparo da influenze letterarie che si devono superare.
Grazie ai fratelli Thuile, Ungaretti sentì parlare, per la prima volta, del "porto sepolto" (sarà il titolo del primo libro pubblicato da Ungaretti nel 1916 ad Udine, vicino al fronte di combattimento — si arruola volontario come soldato semplice, ruolo molto complesso e rischioso. Ettore Serra, che faceva l’editore, sente parlare di un soldato che scriveva poesie, perciò lo va a trovare, legge le sue poesie e fa uscire un libro di poche pagine. Prima di andare in guerra Ungaretti era stato a Parigi, perciò manda in giro il suo libro, che, pur essendo di un autore ancora sconosciuto, ha subito una risonanza non solo italiana, ma anche europea).
Il titolo "porto sepolto" lo riporta alla sua giovinezza ad Alessandria. Il porto sepolto è una specie di mito, perché Alessandria, prima di essere fondata da Alessandro Magno, era già una città affacciata sul Mediterraneo, e, sommerse dalle sue acque, si potevano ancora vedere le rovine dell’antico porto della città pre-alessandrina, perciò si tratta di un sito archeologico un po’ misterioso, perché sepolto sotto il mare. Perciò Ungaretti decide di intitolare così il suo libro per alludere a una poesia che cerca di dar voce e ricordo a quanto di profondo e nascosto è dentro di noi.
Uno dei due fratelli, Jean Leon, si era occupato anche di questa vicenda archeologica: una volta di fronte alla città c’era un ramo del Nilo, dove sorgeva un’isola chiamata "Faros", in cui si trovava il faro di Alessandria, considerato dagli antichi una delle 7 meraviglie del mondo.
Il trasferimento e la crescita intellettuale
Ungaretti si trasferisce al Cairo per lavorare e intanto collabora a un giornale che si stampava ad Alessandria in italiano, intitolato il "messaggero italiano", su cui pubblica articoli e recensioni su libri usciti in Italia, perciò si tiene informato su tutto ciò che accade lì. Intanto intrattiene una corrispondenza con Prezzolini, un intellettuale molto importante e direttore di una rivista fondamentale pubblicata a Firenze, chiamata "La voce". Era una rivista militante, che voleva trasformare la società, perciò si parlava di letteratura nuova, lasciandosi alle spalle il passato, ma si occupava anche di politica, economia… rivolgendosi a un ceto intellettuale che era il più progredito in Italia.
Nel 1912, la madre vende il forno della famiglia, così Ungaretti, all’età di 24 anni, si trova a disporre di una somma di denaro che gli dà la possibilità di concepire un progetto ardito: lui vuole studiare e decide di andare a Parigi per frequentare la Sorbona. Prima però va in Italia, poi risale la penisola e infine arriva a Parigi, dove troverà modo di completare le proprie informazioni, segnando una svolta decisiva nel suo periodo parigino.
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