Unibg SCO – Sociologia generale A+B
A.A. 2021-22
Introduzione alla sociologia
Che cos'è la sociologia?
La sociologia nasce nella seconda metà dell'800 dalla filosofia. Durkheim fu il primo a fondare e istituzionalizzare la sociologia come scienza. I primi sociologi si occuparono dello studio della società in quanto tale, per poi farla diventare sempre più specializzata.
Nella seconda metà dell'800 diventa importante rispondere alla domanda “che cos'è la società?”, questo perché essa era attraversata da tante trasformazioni importanti che introducevano grandi discontinuità nella vita delle persone. Ci si iniziò a chiedere come funzionassero le relazioni fra le persone e l'economia, la politica, la società nel suo complesso. Questo avviene perché cambia lo stile di vita comune rispetto ai secoli precedenti. A partire dalla fine del '700, infatti, sono avvenute due importanti rivoluzioni: la rivoluzione politica e la rivoluzione industriale.
La rivoluzione politica
Sul versante politico tutto ebbe inizio dalla rivoluzione francese: per tutto l'800 la Francia fu teatro di varie rivoluzioni in questo ambito, che si diffonderanno poi in tutta Europa. La prima rivoluzione francese del 1789 ebbe un carattere soprattutto politico (classe commerciale-borghese vs. vecchia nobiltà), favorendo l'ascesa sociale delle classi commerciali che si schierarono contro la nobiltà e il clero, considerati parassitari. I francesi diedero inizio a una modernità (modernità = novità) politica. I rivoluzionari francesi si sentivano i padri fondatori di un nuovo mondo politico.
Anche oggi è interessante notare come la classe politica sia percepita come era percepita all'epoca, cioè come una massa di persone che vivono bene alle spalle dei più “poveri” solo per il proprio interesse. Unire a “modernità” è “libertà”: da ora in poi, per la prima volta nella storia umana, sta nascendo un mondo in cui le persone stesse determinano da sole il mondo in cui vivono, uscendo dal mondo di sottomissione in cui hanno sempre vissuto. Sono le persone a decidere, non più la nobiltà o la volontà divina.
Prima l'individuo aveva un senso solo come umano appartenente a uno specifico gruppo, da ora in poi l'individuo si autonomizza, resta completamente membro della società, ma il rapporto con essa diventa più complesso, si valuta di più come singola persona. L'autoaffermazione è dunque il terzo processo fondamentale, insieme alla modernità e alla libertà.
La rivoluzione francese fu il primo momento della storia in cui la massa partecipò alla politica: nasce la politica di massa. In questo contesto si trovano tutti i tre processi fondamentali. Sul piano strettamente politico viene posta fine al feudalesimo in favore di una vera democrazia, una vera repubblica, termina l'era dei re e dell'ereditarietà del potere. È il popolo a scegliere chi comanda e chi fa le sue veci. Il potere politico non dipende più dal sangue, dalla tradizione, ma dalla libera scelta degli individui.
Lo stato diventa centrale, non è più frammentato (re con il suo potere, feudatari con i loro poteri, nobili con i loro poteri, clero con il suo potere ecc.). Il quarto punto è dunque la trasformazione del potere politico frammentato in favore di un potere unico, centrale dello stato che è l'unico su tutta la nazione.
La rivoluzione industriale
La seconda grande rivoluzione fu un processo che proseguì per tutto l'800, fu teatro di una meccanizzazione della produzione, dando la disponibilità di nuovi mezzi tecnici che favorirono una maggior produzione di merci a costo minore: si parla quindi di rivoluzione industriale.
La famiglia e il borgo, prima, erano il centro della vita delle persone, ciò limitava il pensiero dell'individuo: il mondo era spiegato dal prete, l'individuo e il suo pensiero non erano importanti, quanto più lo era il contributo alla vita del borgo. Con la rivoluzione industriale si verifica il vero e proprio passaggio da feudalesimo a capitalismo, che già esisteva dal '500 con la colonizzazione dell'America. Il capitalismo ora supera il feudalesimo, diventando il principale metodo economico. La differenza maggiore fra i due è il lavoro salariato, il lavoratore viene pagato per il suo lavoro, mette in vendita la sua naturale forza lavoro. Progressivamente ciò diventa sempre più dominante fino a causare la scomparsa dei feudi, i vecchi feudatari ora sono imprenditori.
Legata alla rivoluzione industriale c'è la rivoluzione urbana, grandissime masse di persone si trasferiscono dalle campagne alle città per lavorare in fabbrica. Ciò porta alla costruzione di nuove aree urbane e al mutamento delle condizioni sociali, che diventano sempre più povere e svantaggiose. La sociologia nasce proprio per studiare e per rispondere a questi mutamenti.
Cos'è l'immaginazione sociologica?
L'immaginazione sociologica è la capacità di riflettere sistematicamente su quante cose da noi percepite come problemi personali, siano in realtà questioni sociali, condivise da altri individui nati in un ambiente e periodo simile al nostro. Comprendere che le nostre esistenze individuali siano influenzate dai luoghi e dai tempi in cui siamo nati, da chi nasciamo e dalle esperienze fatte.
L'immaginazione sociologica ci permette di comprendere il mondo che ci circonda, ci aiuta a porci domande sui mondi sociali che abitiamo e a cercare risposte. Il sociologo Mills scrisse “L’immaginazione sociologica ci permette di afferrare biografia e storia e il loro mutuo rapporto nell’ambito della società”.
L'immaginazione sociologica ci permette di mettere in discussione tendenze per noi normali e naturali. Gli stereotipi sono credenze solitamente false, o perlomeno esagerate, relative ai membri di un gruppo, ma che sono tuttavia alla base delle supposizioni sui singoli individui che ne fanno parte. Tendiamo a fare generalizzazioni partendo da ciò che crediamo di sapere, e ciò delle volte porta anche a discriminazioni, la discriminazione implica ogni comportamento, pratica o politica che danneggi, escluda o svantaggi le persone sulla base della loro appartenenza a un qualche gruppo o categoria sociale.
La sociologia ci offre gli strumenti per comprendere e pensare in modo critico alle nostre vite, ai tempi in cui viviamo, e ai motivi per cui siamo ciò che siamo. Tutti possediamo un certo livello di immaginazione sociologica, ad esempio quando incontriamo una persona o un gruppo di persone, iniziamo a porci delle domande, a pensare sociologicamente, individuiamo il loro genere, la loro età, la loro etnia, e anche osservando il loro abbigliamento e ascoltando la loro voce possiamo raccogliere informazioni. Questo esercizio basato sull’osservazione è un buon uso dell’immaginazione sociologica (people watching).
Una situazione che spesso stimola la nostra immaginazione è quando ci accorgiamo della falsità di un certo tipo di opinione comune, di qualche supposizione ampiamente condivisa, e quando capita iniziamo a porci domande su quanto osserviamo attorno a noi. Le domande che ci poniamo possono riguardare ciò che è direttamente davanti ai nostri occhi, così come intere società. Non è difficile trasformare semplici osservazioni in punti interrogativi di ricerca ampi e profondi. Per porre tali domande e valutare le prove empiriche ad esse collegate, i sociologi hanno introdotto le teorie sociali, ossia schemi molto generali che suggeriscono determinati assunti e asserti su come funziona il mondo. Essi hanno inoltre sviluppato metodi di ricerca che consistono in modi di studiare sistematicamente tali questioni, per trovare nuove evidenze che permettano di elaborare nuove risposte.
Karl Marx
Karl Marx fu una delle personalità la cui ideologia ha maggiormente influenzato il pensiero sociale mondiale. Nessuno prima di lui fu così influente. Tuttavia Marx non fu un sociologo, la sociologia all’epoca non esisteva ancora, fu più che altro un filosofo. Marx nacque nel 1818 e morì nel 1883, visse il pieno ottocento, la sua vita fu quindi molto segnata da tutte quelle rivoluzioni che investirono e caratterizzarono il suo secolo. In vita fu un militante politico, scriveva per agire politicamente. Il suo contributo fu fondamentalmente ideologico, aveva come scopo quello di fornire un'ideologia ai movimenti rivoluzionari operai. Proprio per questa tendenza non fu mai ben visto dalle forze dell'ordine, fu infatti cacciato da numerosi stati.
Nell'ideologia marxista c'è un continuo confronto fra ideologia e realtà sociale, egli infatti modificava le sue teorie in base ai mutamenti del contesto sociale al quale apparteneva. Tutto questo aveva il fine di riuscire a dotare il popolo di tutti quegli strumenti concreti necessari ad attuare una rivoluzione vera e propria, con l’obiettivo di mutare le proprie condizioni.
Marx nasce da hegeliano, fu un hegeliano di sinistra, diventò poi un critico del maestro (senza mai rinnegarlo, vedi dialettica in materialismo storico) e infine il teorico del comunismo, dottrina di cui scrisse il manifesto insieme al collega Hengels. Ben presto, soprattutto dopo le sconfitte dei movimenti che supportava, spostò progressivamente il suo piano di studio in territorio economico. Il suo è un tipo di studio economico sempre di tipo filosofico, anche “Il capitale”, la sua maggiore opera, è ricca di concetti filosofici, non solo economici.
Gli aspetti fondamentali del pensiero marxista
Marx, già nel manifesto, parlò del “modo di produzione”, cioè l'insieme dei metodi con cui la società produce, si riferisce anche ai risvolti sociali che ogni modo di produzione genera, cioè come ogni modo di produzione determina le relazioni sociali. Un modo di produzione è dunque una società nel suo insieme (ogni aspetto sociale fa parte del modo di produzione, che perciò può essere definito anche come formazione sociale): un modo di produzione capitalistico è sostanzialmente una società capitalistica.
Nel capitale Marx e Hengels affermano che ci sono tre modi di produzione nella storia:
- Modo di produzione antico: tipico delle società più antiche, si basa sulla schiavitù.
- Modo di produzione feudale: è cronologicamente il secondo, si basa sul feudo.
- Modo di produzione capitalistico: è il più moderno, si basa sul capitalismo, cioè sul guadagno.
Ogni modo di produzione si forma all'interno del precedente, ciò significa che non vi è una separazione netta fra questi modi di produzione, ognuno di questi nasce a partire dal precedente. Secondo i due studiosi, inoltre, ci sarà in futuro un quarto modo di produzione: il comunismo futuro.
Il secondo grande principio è quello della storia come lotta di classe: ciò che determina l'evoluzione delle società, cioè la storia, è la lotta di classe. Ogni modo di produzione ha le sue classi sociali, fra le quali ci sono sempre interessi, bisogni contrastanti, che fanno sì che si generino le lotte di classe. Per questo motivo l’ideologia di Marx è chiamata “Materialismo storico”.
Quella di Marx e Hengels è un'evoluzione della dialettica servo-signore hegeliana, che viene appunto elevata a lotta di classe nel composto sociale mondiale. Ogni volta la classe inferiore prende il posto di quella superiore, diventando a sua volta la classe superiore, che verrà surclassata dalla rispettiva classe inferiore, che ne mantiene però i caratteri. Tutto questo finché non crolla il modo di produzione.
Marx riconosce i pro del capitalismo: costituisce un'evoluzione rispetto al modo di produzione precedente, favorisce anche il progresso, la tecnologia, la ricchezza, le condizioni di vita, sebbene però distribuisce le ricchezze in maniera estremamente diseguale. Nell'ideale marxista la parola “libertà” si pone come fondamento del comunismo, sarebbe la libera individualità. Quella teorizzata dal pensiero marxista sarebbe una libertà più profonda, che permette a ognuno di sviluppare al massimo le proprie capacità nella direzione che preferisce. La persona non deve sottostare a nessuno, non deve essere indottrinata e deve essere in grado di autoaffermarsi.
Il capitalismo permette tutto questo, ma non a tutti. Si tratta di un processo dialettico: Marx prende gli ideali della modernità e del capitalismo e li critica, li evolve rendendoli disponibili a tutti, non solo ai pochi che possono permetterselo. La libertà marxista è più del classico “la libertà finisce dove comincia quella altrui”, si tratta invece di una libertà più profonda, che permetta al singolo di sviluppare la propria individualità. Ciò si ottiene con l'uscita dal lavoro salariato. È una libertà non solo economica, ma che si estende a tutti i rami della vita sociale e individuale della persona.
Dunque, cos'è il capitalismo per Marx? Secondo Marx il capitalismo ha alcuni aspetti fondamentali: il lavoro salariato, la produzione della merce è data dal lavoro. Era fondamentale considerare il tempo medio impiegato per la produzione di una merce, da lui chiamato “lavoro socialmente necessario”. È il lavoro a dare valore alla merce. Inoltre chi ha il capitale deve poter trarre un profitto dalle merci. L'imprenditore deve massimizzare il proprio profitto per mantenere la sua impresa sul mercato pagando i lavoratori, investire nella propria attività, difficilmente un'impresa rimane sul mercato se non si espande. Il capitalismo si basa sul lavoro salariato, è il lavoro a dare valore alle merci, il profitto è fondamentale per mantenere l'azienda sul mercato.
Nella società contemporanea c'è il mito delle startup, che si divide fra leggenda e realtà: secondo la leggenda un individuo che ha una bella idea può richiedere un capitale e aprire una startup, in modo da diventare un nuovo super-ricco. La realtà invece dice che il 95% delle startup muoiono dopo un anno, la restante percentuale viene invece acquisita da aziende molto più grandi. In questo senso le imprese diventano sempre meno e sempre più importanti, il mercato diventa teatro di una continua costruzione di oligopoli e monopoli. Il capitalismo non è il mercato, è bensì concorrenza e potere.
Questa competizione non è mai pura, ci sarà sempre chi parte in maniera più avvantaggiata. Lo stato svolge un ruolo chiave: tramite le leggi si occupa di regolare l'anarchia del capitalismo senza però andare contro i suoi principi. Spesso lo stato fa in modo che i potenti diventino più potenti o più deboli.
Il problema per Marx è capire da dove l'imprenditore ricava il profitto. Marx si risponde con il concetto di plusvalore: si può spiegare immaginando che un individuo lavori per 8 ore e di queste gliene vengano pagate 5, quanto basta per poter vivere. Tutto ciò che produce nelle restanti 3 ore è profitto per l'imprenditore. Per aumentare il plusvalore si può chiedere all'operaio di aumentare le ore di lavoro (cioè il plusvalore assoluto per il capitalista) ma ricevere sempre lo stesso stipendio (lavorando 10 ore prende lo stesso stipendio di 5 ore, aumentando il plusvalore per il capo di un'ora rispetto all'esempio precedente). In alternativa si può chiedere all'operaio di aumentare il plusvalore relativo, cioè diminuire le ore di lavoro aumentando però l'intensità del lavoro, ricevendo lo stesso stipendio (ciò che prende con 5 ore di lavoro lo prende ora con 4 ore, ma più intensive. Così facendo aumenta il profitto dell'imprenditore, in quanto il plus valore vale ora 4 ore su 8 totali). Questo è oggi universalmente accettato.
Tutto questo porta ai conflitti di classe, poiché ovviamente l'imprenditore cerca sempre di pagare l'operaio il meno possibile, quanto basta per vivere, in modo di aumentare il proprio profitto. Ciò si traduce spesso nella riduzione di diritti e garanzia come vacanze, maternità, 13esima e 14esima e simili.
Il capitalismo a cui si riferisce Marx è chiaramente più violento rispetto a quello odierno, malgrado vi siano numerosi paesi che presentano ancora il capitalismo becero dell'epoca di Marx.
Il secondo principio a cui si riferisce Marx per capire cosa sia il capitalismo è il valore d'uso e il valore di scambio. Il capitalismo è un continuo processo di scambio tra valori d'uso in valori di scambio. Il terzo punto è l'alienazione, cioè il rapporto che c'è fra la persona e il suo lavoro, è un rapporto di estraneità fra la persona e il prodotto del proprio lavoro. Non è l'operaio a decidere cosa si produce, non decide i fini del prodotto. Essendo al di fuori delle decisioni si sente alienato rispetto al prodotto. Secondo Marx il capitalismo è irrazionale Il quarto punto è la relazione dialettica fra rapporti di produzione e forze di produzione.
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