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1. I PARADIGMI DELLA RICERCA SOCIALE

1.1 UN NUOVO CONCETTO

Thomas Kuhn nel 1962 riflette sulla struttura delle rivoluzioni scientifiche,

rifiutando la concezione CUMULATIVA della scienza e definendo il

concetto di “paradigma“:

DEF il PARADIGMA è la visione del mondo condivisa dalla comunità

scientifica e il concetto di “RIVOLUZIONE SCIENTIFICA“ come la

trasformazione del paradigma dominante.

Il paradigma è quindi qualcosa di più ampio e generale della teoria, è una

prospettiva “pre-teorica“ riconosciuta dalla comunità scientifica, fondata

sulle ACQUISIZIONI PRECEDENTI della disciplina e che ne orienta la

acquisisce teorie,

ricerca: quando lo scienziato impara un paradigma

metodi e criteri, tutti assieme .

Il processo scientifico alterna tempi di “SCIENZA NORMALE“, segnato da

un’accumulazione progressiva e lineare di conoscenza, che non scopre

nuovi generi di fenomeni, e di rivoluzione scientifica, che invece segna il

passaggio ad una nuova visione del mondo, quando il paradigma non riesce

a spiegare determinati fenomeni.

La questione si sposta ora sulle SCIENZE SOCIALI, che generano una

duplice interpretazione del paradigma kuhniano: secondo la prima la

sociologia è una scienza PREPARADIGMATICA (immatura), la seconda la

vede invece come MULTIPARADIGMATICA, avendo una prospettiva

teorica globale ma non esclusiva.

I PARADIGMI FONDATIVI della ricerca sociale sono il positivismo

(empirista e soggettivista), il neo/post-positivismo (evoluzioni secondarie del

positivismo) e l’interpretativismo (umanista e soggettivista). Questi tentano

di risolvere TRE QUESTIONI fondamentali:

1. ONTOLOGICA - La realtà sociale esiste? (Essenza)

Questa studia l’essere in quanto tale e si chiede quindi se la

realtà sociale è autonoma, oggettiva ed esiste in modo

indipendente dall’interpretazione che ne dà l’individuo.

2. EPISTEMOLOGICA - La realtà è conoscibile? (Conoscenza)

Riflette sul rapporto tra scienziato e realtà studiata ed è

strettamente legato all’ontologia: se la realtà sociale esiste

autonomamente, allora sarà conoscibile in modo oggettivo e

distaccato; se invece dipende dall’agire umano, si suppone che il

processo conoscitivo possa alterarlo.

3. METODOLOGICA - Come può essere conosciuta? (Metodo)

Concerne la strumentazione tecnica necessaria al processo e

dipende anch’essa dalle questioni precedenti: se il mondo è esterno

a noi e non alterabile, allora saranno ammesse tecniche manipolative

(come l’esperimento); altrimenti saranno preferite analisi per

soggetti, tecniche dell’osservazione, dello studio di caso e storie di

vita.

A seconda delle risposte date alle tre questioni di fondo, si definiscono i

diversi paradigmi che convivono nella disciplina sociologica.

1.2 POSITIVISMO

Il primo Positivismo ottocentesco apre la strada alla sociologia come

disciplina, che ora può essere studia utilizzando apparati concettuali

tecniche e strumenti di analisi matematica, procedimenti di inferenza

delle scienze naturali. I fondatori della disciplina sono Auguste Comte

(1798-1857) e Émile Durkheim (1858-1917).

1.2.1 AUGUSTE COMTE

È il padre del termine “Sociologia“, definita da lui come fisica sociale, ed in

quanto tale è universale, con un unico metodo scientifico. Può essere

considerata una nuova scienza e mutua la metodologia delle scienze

naturali. Formula la LEGGE dei TRE STADI, che afferma l’esistenza di tre

stadi di sviluppo dello spirito umano, cui corrispondono tre forme diverse

di stato:

a) stadio TEOLOGICO - Spiegazione soprannaturale della realtà,

tipica del Medioevo, di società gerarchiche e militari;

b) stadio METAFISICO (o astratto) - Gli agenti soprannaturali

vengono “sostituiti“ con entità astratte legate al mondo della

natura, tipiche del Rinascimento e del secolo dei Lumi;

c) stadio SCIENTIFICO (o positivo) - La spiegazione parte dai fatti

osservabili e dalle scienze esatte, tipiche della società

contemporanea basata sull’industria.

1.2.2 ÉMILE DURKHEIM

Si propone di fare della Sociologia una scienza positiva, una scienza sociale,

dotandola di una metodologia di base. La sua prassi empirica è incentrata

sulla TEORIA dei “FATTI SOCIALI“, definiti come modi di agire/

sentire/pensare con un potere coercitivo, in quanto derivano dalla

coscienza collettiva che si impone su quella individuale, dunque

considerare i fatti sociali

interiorizzata. Stabilisce a riguardo due regole:

come cose, quindi la sociologia deve essere esterna al suo oggetto di

cercata tra i fatti

studio; impone inoltre che la causa di un fatto sociale va

sociali antecedenti. La conoscenza segue quindi il processo INDUTTIVO

(dal particolare all’universale) e, una volta formulate, le leggi universali si

possono dimostrare e verificare.

Il positivismo risponde alla questione ontologica col realismo ontologico,

ovvero affermando l’oggettività della realtà, e il suo essere esterna

all’individuo; a quella espistemologica con il dualismo/oggettività, conside-

rando lo studioso e l’oggetto di studio come due entità indipendenti; infine,

a quella metodologica, dà una risposta sperimentale/manipolativa, ovvero

con metodi e tecniche presi dalle scienze naturali.

1.3 NEOPOSITIVISMO e POSTPOSITIVISMO

Esistono due declinazioni della revisione del pensiero positivista: il

Neopositivismo e il Postpositivismo, di seguito spiegati.

1.3.1 NEOPOSITIVISMO

Si sviluppa tra gli anni ’30 e ’60 del Novecento nel circolo di Vienna e di

Berlino, dove avviene l’incontro con il pragmatismo americano. Gli elementi

cardine sono il rifiuto delle questioni metafisiche non dimostrabili, la

centralità delle questioni epistemologiche e l’adozione del linguaggio delle

variabili. Ogni oggetto sociale viene definito in base a delle “VARIABILI“,

che hanno caratteri di oggettività e operativizzabilità matematica; i

fenomeni sociali sono studiati quindi come relazioni tra queste.

Il cambiamento di prospettiva nasce da alcuni sviluppi nel campo della fisica

(principio di indeterminazione di Heisenberg e teoria della relatività di

Einstein), che fanno venir meno la certezza assoluta della scienza, intro-

ducendo elementi di INCERTEZZA rispetto all’oggettività-immutabilità del

mondo esterno, portando all’indeterminismo probabilistico; nasce anche la

“falsificabilità“ come criterio di validazione empirica di una teoria (“valido

fino prova contraria“).

1.2.2. POSTPOSITIVISMO carica di teoria,

L’osservazione empirica è la realtà esiste indipendente-

mente dall’attività di osservazione del ricercatore, ma l’atto del CONO-

SCERE è CONDIZIONATO dalle circostanze sociali e dal quadro teorico

in cui si colloca. Nonostante la perdita di molte certezze positiviste, resta

valido il fondamento empirista e si registra un’apertura alle tecniche

qualitative.

Il postpositivismo risponde alla questione ontologica con il realismo critico,

che afferma l’esternalità della realtà all’individuo, ma anche la sua

imperfetta conoscibilità (carattere probabilistico); per quanto riguarda

quella epistemologica, considera lo studioso e l’oggetto di studio non più

indipendenti, il processo deduttivo e la falsificabilità permettono di

arrivare alla formulazione di leggi, anche se probabilistiche e provvisorie;

infine, rispetto a quella metodologica, si assume sempre il metodo fondato

sul distacco tra “osservatore“ e “osservato“, con un’apertura alle tecniche

qualitative.

1.4 INTERPRETATIVISMO

Comprende tutte quelle visioni teoriche secondo le quali la realtà va

INTERPRETATA e non semplicemente osservata. La visione iniziale della

(Verstehen

“sociologia comprendente“ ) è sviluppata da Max Weber (1864-

1920) all’inizio del ’900. Vi è poi una reinterpretazione, a partire dagli anni

’60, quando prendono forma vari filoni teorici, che si distaccano dal

terreno macrosociologico e esplorano una prospettivo più “micro“: l’intera-

zionismo simbolico, la sociologia fenomenologica e l’etnometodologia.

Wilhelm DILTHEY evidenzia le DIFFERENZE tra le scienze della natura

e quelle dello spirito: per le prime l’oggetto di studio è la realtà, che resta

invariata nell’atto conoscitivo, e la conoscenza equivale alla spiegazione

della realtà; nelle seconde non c’è separazione tra il ricercatore e la

realtà studiata, dunque la conoscenza è la comprensione (verstehen)

della realtà.

1.4.1 MAX WEBER

Temendo che questo concetto sfoci nello psicologismo, Weber lo revisiona,

cercando di mantenere l’oggettività che si traduce nei caratteri di

“avalutatività“ e di generalità. L’oggetto di studio della Sociologia per lui

sono le AZIONI SOCIALI e il metodo è quello di COMPRENDERE. L’azione

sociale è un’azione condivisa che produce effetti sulle altre persone, è

intrapresa tenendo conto delle reazioni degli altri e suscita quindi una

risposta: la sociologia si propone di studiare le INTERAZIONI. L’obiettivo è

l’INTEPRETAZIONE, ovvero intendere lo scopo dell’azione e cogliere

l’intenzionalità dell’agire umano.

Secondo il principio di AVALUTATIVITÀ il ricercatore deve tener distinte

la constatazione di fatti empirici e la sua presa di posizione pratica

[…]

come apprezzabili o non apprezzabili, e che

che valuta questi fatti […]

in questo senso risulta valutativa. orientamento verso

Con GENERALITÀ si intende che pur partendo da un

l’individualità, rimane l’intenzione di arrivare a formulare enunciati aventi

un qualche carattere di generalità (i tipi ideali).

Lo strumento per la comprensione dei fenomeni sociali è l’ IDEAL-TIPO,

che consente di giungere ad una conoscenza oggettiva con caratteri

di generalità. È una rappresentazione semplificata della realtà costruita

ELIMINANDO tutto ciò che non è caratteristico del fenomeno studiato

e ACCENTUANDO invece i tratti specifici. I tipi ideali svolgono una

FUNZIONE EURISTICA: non hanno un corrispettivo concreto nella realtà,

sono modelli teorici che guidano il ricercatore nell’interpretazione della

realtà. Tra i vari esempi, c’è quello della BUROCRAZIA: i suoi elementi

fondamentali sono la netta divisione del lavoro, il preciso ordine gerarchico,

la definizione di un sistema di regole scritte, il principio di impersonalità, la

possibilità di fare carriera, l’assunzione di personale qualificato e

l’impossibilità per i membri di impiegare risorse materiali personali.

L’intepretativismo, per affrontare la questione ontologica, si serve del

COSTRUTTIVISMO: quello radicale, che esclude virtualmente l’esistenza

di un mondo oggettivo, quindi ogni individuo costruisce la sua realtà; quello

moderato sostiene che, a prescindere che esista o meno una realtà

oggettiva, è possibile conoscere solo le costruzioni individuali. Invece, in

ottica di RELATIVISMO, queste costruzioni mentali della realtà variano

tra gli individui o tra le culture, quindi non esiste una realtà assoluta

uguale per tutti, ma realtà multiple.

Per quanto riguarda la questione epistemologica, si parla di non-dualismo,

quindi l’annullamento della separazione tra studio e oggetto di studio

(l’obbiettivo è la comprensione, non la spiegazione). Su quella metodologica,

infine, si cercano tecniche di ricerca qualitative e soggettive, adattabili

a seconda dell’interazione tra studioso e oggetto di studio; la conoscenza

avviene tramite induzione, con libertà da pregiudizi.

Le correnti POST-WEBERIANE hanno estremizzato il soggettivismo,

abbandonando l’obiettivo di Weber di giungere a generalizzazioni macro-

sociologiche partendo dall’individuo. Tale radicalizzazione porta a negare

l’oggettività scientifica, poiché annulla la separazione tra studioso e

oggetto studiato rendendo impossibile il controllo intersoggettivo.

L’approccio viene criticato perché trascura le istituzioni, riducendo

l’analisi sociologica esclusivamente alla vita quotidiana e alle interazioni

soggettive.

2. RICERCA QUANTITATIVA E QUALITATIVA

2.1 LE DIFFERENZE

Il dibattito tra ricerca quantitativa e qualitativa ha attraversato DIVERSE

FASI storiche. Dopo un vivo confronto iniziale negli anni ’20 e ’30, trainato

dalla Scuola di Chicago, e una successiva fase di latenza, si è passati a una

netta prevalenza dell’approccio quantitativo tra gli anni ’40 e la metà degli

anni ’60. Il dibattito si è riacceso negli anni ’60 portando, dalla fine degli anni

’80, a una rivalsa del metodo qualitativo sia nella teoria che nella pratica.

Oggi i due approcci finalmente convivono, sebbene il quantitativo abbia

mantenuto una certa prevalenza fino al primo decennio del 2000.

2.1.1 IMPOSTAZIONE della RICERCA

La prima grande differenza riguarda la logica di fondo. Nella ricerca

quantitativa il percorso è strutturato e sequenziale: si segue un approccio

DEDUTTIVO, dove la teoria precede l’osservazione e serve a giustificare

i dati empirici. Di conseguenza, la letteratura è fondamentale per definire

ex ante

le ipotesi, e i concetti vengono operativizzati (prima di iniziare) per

permettere il controllo empirico. Al contrario, la ricerca qualitativa è

aperta e interattiva. Qui vige l’INDUZIONE: la teoria non è formulata a

monte, ma emerge dall’osservazione stessa. La letteratura ha solo una

(sensitizing concepts),

funzione ausiliaria e i concetti sono “orientativi“

rimanendo aperti per guidare la scoperta.

2.1.2 RAPPORTO tra AMBIENTE e OGGETTO

Anche l’atteggiamento del ricercatore cambia: l’approccio quantitativo è

MANIPOLATIVO (si parla di “manipolazione controllata“) e mantiene un punto

di osservazione distaccato e neutrale; il soggetto studiato è considerato

passivo e i fatti sociali sono trattati come “cose“. Nell’approccio qualitativo,

invece, si adotta una prospettiva NATURALISTICA: non si manipola

l’ambiente. Il ricercatore cerca l’immedesimazione empatica e il contatto

diretto, vedendo il soggetto studiato come attivo. L’obiettivo è la

compartecipazione per comprendere la prospettiva altrui.

2.1.3 RILEVAZIONE - DISEGNO e CAMPIONAMENTO

Quando si scende in campo, la ricerca quantitativa utilizza un disegno

(ex ante).

STRUTTURATO e chiuso, deciso prima di iniziare L’obiettivo è la

generalizzazione dei risultati, ottenuta tramite campioni statisticamente

Hard: oggettivi, standardizzati e

rappresentativi. I dati raccolti sono

precisi. La ricerca qualitativa preferisce un disegno DESTRUTTURATO e

aperto, che si modella nel corso della ricerca stessa. Non interessa la

rappresentatività statistica, ma la profondità dei singoli casi. I dati che ne

Soft,

derivano sono ricchi e profondi, poiché la diversità delle informazioni

è considerata una ricchezza e non un ostacolo.

2.1.4 STRUMENTI e TECNICHE

Al fine di raccogliere questi dati, il metodo quantitativo punta alla

STANDARDIZZAZIONE (strumenti uniformi per tutti, come il questionario

strutturato) per costruire una matrice dati. Le tecniche tipiche sono le

survey, gli esperimenti o l’analisi di dati secondari. Il metodo qualitativo

rifiuta la standardizzazione: lo strumento VARIA a seconda dei casi. Le

tecniche principali sono l’osservazione (anche partecipante), le interviste in

profondità, le storie di vita, i focus group e l’uso di documenti o metodi visivi.

2.1.5 ANALISI dei DATI e RISULTATI

Infine, cambia il modo di analizzare e presentare i risultati. L’analisi

variable-based

quantitativa è (basata sulle variabili): è impersonale e usa

intensamente la matematica e la STATISTICA per spiegare le variazioni

osservate. I risultati sono presentati in tabelle e mirano a stabilire

(logica della causazione).

correlazioni, modelli causali e LEGGI generali

case-based

L’analisi qualitativa è (basata sui casi): è olistica, cioè guarda

all’individuo nella sua interezza, senza usare statistica. L’obiettivo è la

COMPRENSIONE dei soggetti. I risultati sono presentati tramite brani di

interviste o testi (approccio narrativo) e servono a creare classificazioni,

(logica della classificazione),

tipologie o idealtipi privilegiando la specificità

rispetto alla generalizzazione.

2.2 CONFRONTO SCIENTIFICO E INTEGRAZIONE DEI METODI

Il dibattito sulla validità dei due approcci ruota attorno alla domanda se

uno sia scientificamente “migliore“ dell’altro. A tal proposito si distinguono

TRE POSIZIONI principali:

1. la prima sostiene fermamente l’INCOMPATIBILITÀ dei due metodi:

essendo incommensurabili dal punto di vista epistemologico, i sostenitori

di una prospettiva considerano l’altra non corretta;

2. la seconda posizione, diffusa tra i neopositivisti ma respinta dai

“qualitativisti“, ritiene che le tecniche qualitative siano utili solo in una

fase esplorativa o “prescientifica“ (come un brainstorming), SUBORDI-

NANDOLE alla fase quantitativa vera e propria;

3. la terza posizione, infine, riconosce PIENA LEGITTIMITÀ e pari

dignità a entrambi i metodi: la scelta dipende dagli obiettivi della

ricerca e prevede la possibilità di utilizzarli congiuntamente.

Da questa terza prospettiva nascono i MIXED METHODS RESEARCH,

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher MinoSancio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodologia e tecnica della ricerca sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma La Sapienza o del prof Gallo Raffaella.
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