Linguistica italiana
Profilo linguistico dell italiano antico
Nel corso de niamo:
1. Caratteristiche dell’italiano 200-300 evidenziando i tratti scomparsi in epoca moderna
2. sintassi.
3. Tipologie testuali da cui traiamo la nostra idea di italiano in riferimento alle critiche rivolte alla
GIA
4. Le carateristiche di alcuni tra i volgari medievali al di fuori della Toscana.
Il corso pone al centro il problema su come de nire l’italiano antico, quali contorni abbia ed
entrare nel merito di alcune di erenze evolutive sulla struttura dell’italiano e sulla continuità o
discontinuità tra italiano antico e moderno. A tal proposito emergono diverse visioni: c’è chi crede
che nell’evoluzione della lingua italiana prevalga la discontinuità e chi invece ritiene che prevalga
la continuità. Per poter de nire i contorni di tale problema partiamo dalla problematicità della
nozione di italiano antico.
Ci sono due problemi che possiamo considerare aperti:
Cosa dobbiamo intendere per italiano antico?
1. (quali sono i con ni geogra ci e cronologici).
Si parte da un problema di identi cazione. L’italiano non ha avuto la storia di altre lingue, per
cui la fase antica corrisponde alla fase contemporanea. C’è un problema geogra co e non
esiste astrattamente una entità che si chiama italiano antico ma esiste l’entità del orentino
antico. Allora potremmo dire che in tutto il resto di italia al di fuori di Firenze si parla qualcosa
di discontinuo. Non esiste una fase antica dell’italiano in tal senso. Oltre ai problemi
geogra ci, ci sono problemi cronologici, cioè in che fase temporale collocare questo italiano
antico.
L’evoluzione di questa lingua è continua o discontinua?
2.
Entrambi i problemi nascono da particolari condizioni storiche: derivano dal modo in cui sono stati
studiati certi fenomeni. L’italiano è esistito no all’800 come lingua letteraria, cioè no all’unità è
stato parlato dal 2,5% degli italiani (Vedi dibattito tra de mauro e castellani sul numero degli
italofoni). Ciò ha avuto come conseguenza sulla lingua il fatto che l’italiano, essendo stato una
lingua scritta, ha avuto un’evoluzione più lenta rispetto alla lingua parlata che tende a cambiare
più rapidamente dovendo rispondere alle esigenze dei parlanti.
D’altra parte abbiamo avuto una tradizione letteraria no all’800 molto unitaria con modelli
consolidati come Petrarca per la poesia e Boccaccio per la prosa. Ciò ha fatto sì che non si
imponesse una periodizzazione condivisa per via della continuità che si dava per scontata
considerando i modelli letterari. Ciò invece accade in altre lingue come l’inglese e il francese.
CONT INUITÀ O DISCONT INUITÀ?
forte continuità
L’idea di una nello sviluppo dell’italiano è stata incontrastata anche tra gli storici
della lingua italiana no a trenta o quarant’anni anni fa. Infatti si dava per scontato che l’italiano,
rispetto ad altre tradizioni, avesse una continuità fortissima. Ciò è stato ra orzato dal fatto che gli
storia della lingua italiana
studi si sono concentrati sugli aspetti fonologici dell’italiano. Nella di
Bruno Migliorini (1960), infatti, non si indicano periodizzazioni dell’italiano ma la trattazione
1
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Arrigo Castellani tipo fonetico
procede per secoli. ha ria ermato nei suoi studi l’identità tra il
italiano orentino antico.
e i caratteri fonomorfologici più tipici del
Egli ribadisce che l’italiano è un’evoluzione del orentino perchè ribadisce alcuni fenomeni.
Sottolinea che orentino coincida con la fase antica dell’italiano.
Il settore che più è cambiato nel corso della storia dell’italiano non è tanto la fonologia e la
sintassi
morfologia ma la e negli ultimi 30 anni esso è il settore che si è sviluppato di più. Alcuni
studi più ampi hanno mostrato il funzionamento sintattico dell’italiano antico e come esso fosse
il dibattito tra continuità e discontinuità.
diverso da quello dell’attuale italiano. Ciò ha riaperto
MARCELLO DURANTE Marcello
Colui che ha riaperto questo dibattito negando l’idea della continuità dell’italiano è stato
Durante latino all’italiano moderno)
che in un saggio del 1981 (Dal dava più attenzione ai
cambiamenti sintattici e individuava il ‘600 come il secolo della svolta. Durante individuava il
momento di maggiore cambiamento nel Seicento, secolo in cui accanto al modello sintattico
boccacciano se ne a erma uno moderno. La sintassi ipotattica comincia a venir meno rispetto
alla paratassi.
GHINO GHINASSI E RICCARDO TESI Ghino Ghinassi Riccardo Tesi
Su questa strada alcuni studiosi o allievi come e hanno insistito
sul fatto che la continuità dell’italiano sia un mito da sfatare. Si schierano dalla parte di chi
Storia
sostiene la discontinuità. Infatti Riccardo Tesi, sulle orme di Gianfranco Contini, nella sua
dell’italiano Vita nuova
(2001) riprende un’analisi di un sonetto dantesco della in cui si mostra che
la vicinanza all’italiano di oggi è solo apparente:
• lessico,
sia nel perché gran parte delle parole, pur essendo ancora presenti in italiano, ha
cambiato signi cato;
• sintassi,
sia nella perché sono presenti strutture oggi scomparse.
Tanto gentile e tanto onesta pare gentile ‘nobile’
la donna mia, quand’ella altrui saluta, onesta ‘piena di decoro’
ch’ogne lingua deven, tremando, muta, pare ‘si mostra, si manifesta’
e li occhi no l’ardiscon di guardare. umiltà ‘benevolenza’
Ella si va, sentendosi laudare, piacente ‘fornita di bellezza’
benignamente e d’umiltà vestuta,
e par che sia una cosa venuta - Altrui in funzione di complemento oggetto, oggi
da cielo in terra a miracol mostrare. non ammesso
Mostrasi sì piacente a chi la mira
che dà per li occhi una dolcezza al core, - miracol mostare
Anticipazione dell’oggetto in
che ’ntender no la può chi no la prova;
e par che de la sua labbia si mova - posizione dei pronomi rispetto ai verbi
un spirito soave pien d’amore, l’ardiscon di guardare; Mostrasi)
(No
che va dicendo a l’anima: Sospira. andarsi
- Forma verbale pronominale
Il lessico ha molti elementi di continuità ma nella semantica discontinuità. Dimostra che il sonetto
può essere facile da comprendere ma scritta in un italiano diverso da quello di oggi.
2
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COSA INTENDIAMO PER ITALIANO ANT ICO?
Questi studiosi riaprono la questione che negli anni successivi continua ad essere dibattuta ma
ancora di stabilire se c’è continuità tra fase antica e fase moderna è necessario porsi un altro
che cosa intendiamo per «italiano antico»,
problema: de nire non solo dal punto di vista
cronologico ma anche geogra co.
Infatti la situazione contemporanea, in cui si può parlare di italiano facendo riferimento alla lingua
della nazione non si può proiettare sul passato: nel medioevo il orentino è solo una delle tante
evoluzioni del latino volgare. Per impostare questo italiano antico dobbiamo capire che di fatto
non esiste una fase antica dell’italiano: esiste il orentino antico, che però ha conosciuto apporti
di vario tipo prima di diventare italiano. Dobbiamo quindi stabilire, per convenzione, l’oggetto col
quale vogliamo confrontare l’italiano contemporaneo. Il problema dipende molto da cosa
selezioniamo cioè che periodo e spazio geogra co.
LORENZO RENZI E LA GIA
A tal proposito Lorenzo Renzi in uno dei suoi saggi espone la sua tesi:
Contrariamente a ciò che avviene per altre lingue (per es., francese, tedesco, inglese), non è
italiano antico, italiano
abituale periodizzare l’italiano. Tuttavia il concetto di opposto a quello di
moderno e separato da questo da una sezione storica intermedia con caratteri precisi, quella
dell’italiano, o meglio orentino, del Quattrocento, si è ormai imposto negli studi. La
periodizzazione proposta è dunque la seguente:
italiano antico o meglio orentino antico,
(a) dal 1211 (data del primo documento, costituito dai
frammenti di un libro di conti di banchieri orentini), n verso il 1400;
orentino medio, Prose
(b) dall’inizio del Quattrocento circa no alla riforma di Pietro Bembo,
della volgar lingua, 1525;
italiano moderno,
(c) dalla riforma di Bembo no ad oggi (probabilmente da suddividere a sua
volta approssimativamente dal Cinquecento all’Ottocento e dall’Ottocento a oggi).
Successivamente Renzi osserva che le 3 fasi potrebbero dare un’idea di continuità, mentre questa
in realtà non c’è perchè molte forme dell’italiano letterario sono uscite dall’uso nel ‘400 e sono
rientrate nel ‘500 con la codi cazione bembiana.
Approfondisce lo studio della sintassi dell’italiano antico e capisce che se isola il 200 separandolo
dal 300 ha dei risultati migliori sul piano della discontinuità. Perchè
già nel 300 ci sono delle strutture che si avvicinano al
contemporaneo, iniziano a svilupparsi dei tratti innovativi vicino ai
GIA,
nostri. Questa idea è alla base della cioè la grammatica
dell’italiano antico a cui Renzi insieme a Giampaolo Salvi lavora per
molti anni. Viene pubblicata nel 2010 e descrive tutte le strutture
dell’italiano antico con molta attenzione alla sintassi basandosi
unicamente sui testi orentini del 200 perchè isolando solo i testi
orentini e solo il 200, alcune strutture sintattiche sono più
GIA
discontinue rispetto a quelle di oggi. La descrive l’italiano
testi orentini del Duecento
antico basandosi su , quindi:
• esclude testi di altre aree d’Italia, comprese le altre aree della
Toscana.
• esclude i testi trecenteschi (e quelli successivi).
La GIA che dà molto spazio alle caratteristiche sintattiche
dell’italiano antico, prende posizione sul problema della continuità:
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fi fi fi fi fi fi fi fi fi fi fi fi fi fi fi fi
“Si è spesso pensato, e qualche volta anche scritto, che tra italiano antico e italiano moderno non
ci siano di erenze sostanziali, ma quest’opera mostrerà crediamo che si tratta di un’idea molto
lontana dalla realtà”.
Tale tesi ormai è incontrovertibile.
Dunque le risposte della GIA ai due problemi che ci siamo posti sono:
Per Italiano antico si deve intendere il orentino del ‘200;
1. Tra italiano antico e italiano moderno c’è forte discontinuità.
2.
Quindi potremmo già porre un polo: al massimo della discontinuità c’è la grammatica dell’italiano
L’evoluzione dell’italiano antico è discontinua solo se si considera un determinato
antico.
periodo e luogo.
IL TLIO
Esiste però un’altra accezione di “italiano antico”, che lo considera non una verietà unitaria ma
l’insieme di tutti i testi esistenti dalle Origini no al 1375 (morte di Boccaccio) in tutte le varietà
italoromanze: milanese, veneziano, bolognes, toscano, romanesco, abruzzese, napoletano,
pugliese, siciliano ecc… Il tesoro della
Si basa su questa convenzione, ereditata da una tradizione di studi precedenti.
lingua italiana delle origini (TLIO) vocabolario storico on line sviluppato dall’opera del
vocabolario italiano. È agli antipodi della GIA perchè non si pone problemi relativi alla sintassi ma
alla semantica delle parole in particolare relativa solo solo fase antica.
MAURIZIO DARDANO: SINTANT E SIA
Altri studiosi hanno scelto una via intemedia nell’individuazione
Maurizio Dardano
dell’italiano antico: alla ne degli anni ’90 ha
Sintant
organizzato un progetto di ricerca intitolato con dei criteri
diversi da Renzi e Salvi. La sua descrizione infatti abbraccia tutto il
toscano, non solo del ‘200 ma anche del ‘300 ed introduce
SIA
confronti con altre varietà. Da ciò nasce un volume: (sintassi
Pur
dell’italiano antico), pubblicata in due volumi 2012, 2020.
dando una descrizione approfondita delle molte di erenze
esistenti tra sintatti del toscano antico e dell’italiano moderno,
ritengono che si debba dae più spazio agli aspetti di continuità
(dunque si ri uta l’idea espressa con nettezza dalla GIA).
Ricapitolando le posizioni sono 3:
• discontinuità
Da un lato Renzi e Salvi favorisono la isolando il
200 e i testi orenitni
• italiano antico tutte le varietà.
Il TLIO che considera come Non si esprime su questo tema.
• pur riconoscendo la forte discontinuità valorizza gli elementi di continuità
Dardano 4
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LE CRIT ICHE ALLA GIA: TOMASIN E SERIANNI
sostanziale continuità dell’italiano,
Anche altri studiosi hanno ribadito la pur riconoscendo che il
settore più dinamico è quello della sintassi.
Ciò accade perchè la GIA nel frattempo ha ricevuto alcune critiche da parte, per esempio di
Lorenzo Tomasin. sincronica
Egli osserva che un problema della GIA è quello di dare una descrizione dell’italiano
antico, come se fosse una lingua viva di cui si ha competenza attiva, mentre le fonti che abbiamo
scritte.
sono solo Descrive le strutture e ci riporta gli esempi che vengono dal volgarizzamento
del latino, come se quell’esempio fosse valido senza l’in usso dell’altra lingua.
Inoltre restringendo il campo al orentino del ‘200, spesso la GIA produce delle distorisioni, ad
modelli
esempio descrivendo come tipicamente orentini tratti che nei testi sono favoriti dai
latini, tutte le
oppure considerando peculiarità del orentino tratti che invece sono comuni a
varietà romanze. Signi cativo è esempio dell’ordine dei pronomi atoni: il orentino antico
conosce l’ordine accusativo+dativo (Lo mi dici) mentre l’italiano moderno ha l’ordine inverso (Me
lo dici).
Questa divisione che fa dire a renzi e salvi che c’è una discontinuità funziona solo se
consideriamo il 200, perchè già nel 300 troviamo la forma moderna. C’è una compresenza delle
due possibilità nell’antico e selezione di una delle due nel contemporaneo.
Il passaggio da “Io mi” a “Me lo” avviene in orentino tra 300 e 400. Tuttavia Tomasin osserva che
il tipo moderno esisteva già in altre varietà come il veneziano e il romanesco e si domanda se la
sua a ermazione nell’italiano comune non possa dipendere da questo. Un fatto del genere mette
in crisi sia la scelta del solo orentino sia la discontinuità tra antico e moderno.
Luca Serianni ha osservato che il paragone tra antico e moderno produce distorsioni
prospettiche perchè si confrontano tipologie testuali diverse tra loro. Se confrontiamo, come fa la
GIA, l’ordine delle parole di un sonetto di Petrarca con quello dell’italiano comune di oggi
l’impressione di discontinuità è maggiore. Ciò dipende dal fatto che il tipo di studio della GIA è
molto teorico mentre Serianni imposta il problema a livello lologico. Ogni volta la tipologia
testuale deve essere considerata.
Riassumendo l’ossatura del dibattito, si sono riaperti questi due problemi perchè nell’ ultimo
trentennio si è sviluppato uno studio intorno alla sintassi rispetto ad altri settori. Ciò deriva anche
documentazione disponibile nell’italiano antico.
dalla il mito di
Fino a 40 anni fa quindi si dava per scontata la continuità, anche perchè era molto forte
Dante come padre della lingua italiana. Quindi c’è l’idea che l’italiano vero e proprio sia nato in
quel momento.
Tale posizione non è più difendibile ed è chiaro che in questi due poli relativi all’evoluzione
dell’italiano non possiamo mai dire che ci sia una continuità forte. Superata l’idea ottocentesca
della piena continuità, abbiamo 2 posizioni:
discontinuità Ghinassi, Tesi, Renzi-Salvi)
1. forte (Durante,
continuità Serianni, Tomasin)
2. sostanziale (Dardano,
Ciò è estremamente legato alla de nizione di italiano antico per il quale ne de niamo 3:
Fiorentino del Duecento
1. (Salvi-Renzi)
Toscano del Due-Trecento, con aperture ad altre varietà
2. (Dardano)
Tutte le varietà italoromanze dalle Origini al 1375
3. (TLIO)
Per Salvi e Renzi è considerato il Fiorentino del ‘200, per Dardano invece nel toscano del
200-300, oppure come fa il TLIO tutte le varietà romanze dalle origini al 1375.
Fondamentale è anche l’elemento della codi cazione grammaticale. Padota ritiene che la
Bembo è da considerare come la 4º corona
grammatica dopo Petrarca e Boccaccio nella
5
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misura in cui completa la codi cazione già elaborata dai due autori precedenti. Egli lima la lingua
dei due autori senza prenderla tutta.
Fonologia il orentino antico fonologia.
Iniziamo a descrivere partendo dalla Come abbiamo visto si tratta
del settore di maggiore vicinanza all’italiano moderno, anche se dobbiamo tener conto di due
elementi codi cazione bembiana:
1. Questa vicinanza dipende dalla Il orentino ha una sua evoluzione
dal Trecento al Cinquecento, ma questi cambiamenti non entrano nella codi cazione di
Bembo (che guarda al Trecento) e quindi non si a ermano nella lingua letteraria. Questo ci fa
ri ettere sul fatto che il orentino dal 300 in poi si allontana dalla lingua letteraria a partire
dall
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