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Riassunto “arte romana” di Paul Zanker

Cap. I un’arte nuova che si sviluppa da forme greche

L’arte romana iniziò nel momento in cui lo stato e la società iniziarono a cambiare e a trasformarsi in direzione dell’impero. Questo momento coincide con l’intervento degli eserciti in Italia meridionale e nell’Oriente Greco tra il 211 a.C. e il 146 a.C. In queste occasioni i romani vedono per la prima volta l’arte greca. Inizia così l’ellenizzazione, la quale modificò le strutture politiche e sociali, i modi di vita e i valori della società romana. Oltre a tutto ciò cambiarono anche la funzione e il carattere delle immagini, per le quali l’arte greca divenne la base del nuovo linguaggio figurativo.

I greci crearono e alimentarono il luogo comune riguardante l’ignoranza dei romani in ambito culturale. Nonostante questa credenza comune, anche a Roma, già in epoca arcaica, si era sviluppata una cultura figurativa, tra l’altro ispirata all’arte greca trasmessa dagli Etruschi e dalla Magna Grecia; tuttavia, c’è l’impressione che solo a partire dal IV secolo l’esigenza di immagini della società romana arcaica fosse limitata alla decorazione dei templi. La situazione di una cultura figurativa locale limitata ai margini del mondo greco si modificò con l’appropriazione su vasta scala della cultura greca che avvenne a partire dal III secolo a.C. grazie all’espansione verso oriente. Con questo fenomeno di espansione avvenne l’acculturazione nata dall’esigenza di inserirsi a pari livello nei rapporti politici internazionali. L’adozione di pratiche lussuose, proprie dello stile di vita greco, in ambito alimentare, del tempo libero e della filosofia generarono un nuovo sistema di valori che produsse una trasformazione di tutti gli ambiti della vita. In contemporanea cambiarono anche gli usi e le funzioni delle immagini.

Marcello viene considerato da Plutarco il primo ad aver portato a Roma moltissime opere d’arte greca e la tryphè, che corrisponde ai concetti di ricchezza e abbondanza legati a Dioniso. Questa era la caratteristica prima del governo e dello stile di vita dei Tolomei. Secondo alcuni moralisti romani il declino morale a Roma fu dovuto proprio all’adozione della luxuria, di cui l’arte greca era una componente fondamentale, anche se quello che veniva criticato maggiormente era la mentalità e lo stile di vita alla greca, in quanto si temeva che le virtù civiche antiche, chiamate anche “mores maiorum” e create proprio per distinguere il carattere proprio da quello straniero, potessero essere minacciati da questa visione edonistica della vita.

L’immagine di Roma e i templi ellenistici

I greci ironizzavano sulle lacune culturali dei romani, come ad esempio, l’aspetto antiquato di Roma, i suoi templi arcaici, la scarsità di edifici pubblici e di rappresentanza, oltre che di piazze e portici. L’immagine di Roma cambiò, anche se lentamente, dal II secolo a.C., solo con Augusto, 27 a.C.-14 d.C., accelerò. Il Campo Marzio fu la prima zona ad assumere connotati ellenistici: era la zona in cui i generali vittoriosi facevano erigere i nuovi templi in marmo in stile greco. Quando si continuava a costruire in stile antico si ricorreva alle forme ellenistiche per la decorazione. Tali edifici venivano costruiti perché al popolo romano spettava una parte del bottino di guerra e la costruzione di questi templi dedicati alle divinità erano un modo per mettersi in mostra davanti al popolo e alla divinità stessa. Spesso tali luoghi erano adornati di opere d’arte greca, rendendo i templi spazi espositivi. L’arte greca, pur essendo dedicata alle divinità, acquistava una funzione di natura principalmente estetica. Queste opere diventarono presto indispensabili per ambienti e monumenti pubblici e privati che ricercavano dignità e prestigio.

I rilievi dell’“Ara di Domizio Enobarbo” rappresentano perfettamente questa fase di assimilazione culturale. Essa era composta da una base decorata su 3 lati da rilievi ellenistici rappresentanti il corteo nuziale di Poseidone, e su un lato da un rilievo romano riguardante la scena del rituale ufficiale del census. I rilievi rappresentano le nozze di Poseidone e Anfitrite, la quale lo affianca pudica sul carro trainato da centauri marini. Il corteo è composto di Nereidi e tritoni. Il rilievo romano è meno elaborato dal punto di vista artistico e rappresenta al centro il sacrificio finale di un censore alla presenza del dio Marte in armi, mentre a sinistra c’è la scena della pratica amministrativa. Essa rappresenta l’unione di un gioco di fantasia descritto dai corpi sensuali delle Nereidi e l’austera rappresentazione di personaggi di rango equestre.

Paideia greca e stile di vita aristocratico

I generali e gli amministratori romani iniziarono a portare con sé anche architetti, insegnanti, scultori e pittori greci, i quali avevano il compito di organizzare i trionfi e costruire templi e monumenti. Essi erano richiesti soprattutto per creare spazi in cui i senatori potessero vivere in modo magnifico, cioè alla greca. Intorno alla metà del II secolo a.C. la paideia greca iniziava ad essere integrata nell’educazione romana. Dal ginnasio greco vennero recuperate non solo le materie intellettuali ma anche quelle fisiche, oltre che l’educazione artistica e la caccia, elementi fondamentali dello stile di vita aristocratico. La paideia greca era diretta ad ampliare l’educazione romana e non a sostituirla: la fede romana negli dèi, la virtus, la pietas e la iustitia dovevano quindi essere integrate con uno stile di vita nuovo e lussuoso. È importante ricordare che in questa fase ci fu l’ampliamento dell’antica casa romana ad atrio con l’aggiunta di porticati su cui si aprivano ambienti riccamente arredati. Questo nuovo stile di vita esercitò un fascino enorme sulla gioventù romana, la quale, verso la metà del II secolo a.C., iniziò ad andare a studiare ad Atene, città che nonostante la perdita del suo potere politico riuscì a diventare il centro culturale dell’impero romano.

Vi è un rapporto stretto tra l’appropriazione della cultura greca e la formazione di un nuovo linguaggio figurativo romano nell’arredo delle ville e delle dimore di città; infatti, la nascita della villa romana è connessa a tale assimilazione in quanto lo stile di vita alla greca avrebbe suscitato scandalo nella plebs romana e destabilizzato il sistema politico della repubblica. Per questo motivo inizialmente, attorno al II secolo a.C. nacquero le ville di campagna, anche se poco tempo dopo la stessa cultura abitativa venne adottata a Roma. La villa di campagna disponeva comunque di ambienti ben arredati anche se si conservava il legame con il mondo agricolo come base economica.

Con questa differenziazione tra case di campagna e di città nacque anche la suddivisione del tempo in otium e negotium, concetti legati rispettivamente alla campagna e a Roma. Il mondo dell’otium era pervaso di cultura greca e aveva lo scopo di dedicarsi ai piaceri del corpo e dello spirito. I due mondi venivano visti come contrapposti. Nelle ville si creavano spazi abitativi ispirati al mondo greco, a cui venivano attribuiti nomi greci, ad esempio spazio porticato = gymnasium, ambiente riparato = pinacotheca, peristilio con giardino = palaestra, e i giardini venivano trasformati in santuari. In questi ambienti il padrone di casa riceveva gli ospiti. Ben presto si svilupparono le biblioteche e alcuni possedevano addirittura un filosofo personale. L’arredamento aveva un ruolo essenziale e prevedeva opere d’arte greca, quadri originali, statue, pitture parietali, mosaici, ornamenti architettonici, mobilio e suppellettili in stile greco.

Ville romane, copie e programmi figurativi

A Malibu Paul Getty ha fatto ricostruire a grandezza naturale la villa dei papiri come museo. Nel XVIII Karl Weber esplorò la villa di Pompei con una tecnica mineraria che utilizzava gallerie sotterranee e rinvenne più di cento statue e busti in bronzo e marmo, tutte copie e varianti di opere greche. Queste sculture venivano poste nelle ville non più con una funzione celebrativa ma servivano da prezioso ornamento; inoltre, suscitavano associazioni d’idee ed evocavano singoli settori e aspetti della civiltà greca, comunicando modelli e valori culturali. Alla nuova funzione delle immagini corrispondeva un nuovo tipo di ricezione da parte degli osservatori. Per esempio, l’Hermes seduto, copia del I secolo a.C. di un’opera del IV secolo a.C., simboleggiava il successo economico e la prosperità, così come il Satiro ebbro, copia di originale ellenistico del II secolo a.C., era l’incarnazione della gioia di vivere dionisiaca e quindi di un determinato ideale di vita.

Finora non è stato possibile identificare un preciso e coerente programma figurativo, ma si pensa che l’intenzione fosse quella di molteplici associazioni figurative. Grazie alla riduzione delle statue a semplici erme si poté accumulare un compendio della civiltà greca in uno spazio ristretto. I ritratti presenti ricordavano figure del passato e della civiltà greca come filosofi, letterati, re ellenistici, uomini di stato e figure del mito. L’esempio migliore dell’interesse per il mito è la villa di Sperlonga, in cui dei gruppi scultorei in marmo erano collocati in una grotta marina e ricreavano le avventure di Odisseo con Polifemo e Scilla.

Molti dei proprietari si “accontentavano” di raccolte standard prodotte in botteghe specializzate in quanto apparivano come una sufficiente dimostrazione dello stile di vita culturalmente elevato e della partecipazione alla cultura e alla civiltà greca. Erano presenti anche dei veri e propri collezionisti ed intenditori d’arte, ad esempio Verre e Lucullo.

Pitture parietali e mondo superiore

Le pitture parietali attestano il bisogno di trasferirsi in un mondo greco di cultura e lusso e indicano una nuova funzione delle immagini, che diventerà caratteristica dell’arte romana. Dal 100 a.C. si vedono comparire delle decorazioni che coprono completamente le pareti degli ambienti interni. Nella prima fase la pittura parietale imita gli spazi interni delle dimore greche rivestite di marmo; nella seconda fase, 100-30 a.C., invece prospettive architettoniche con recinti sacri, porticati e templi decorati con costosi ornamenti. Non sono presenti figure umane. Queste architetture invitano l’osservatore a goderne ma non riproducono una realtà concreta e intendono aprire gli spazi alla fantasia dello spettatore. In queste pitture porte sbarrate e zoccoli delle pareti tengono l’occhio dell’osservatore a distanza. Prospettive diverse possono essere poste una di fianco all’altra, ad esempio Villa di Boscoreale con le rappresentazioni di un santuario urbano, una grotta delle ninfe, dei principi ellenistici. In contrasto con le rappresentazioni parietali più tarde la pittura del secondo stile mirano ad una rievocazione immediata e invitano lo spettatore ad entrare nelle stanze dipinte come spazi di fantasia. Le immagini creano una sorta di “mondo superiore” capace di trasfigurare l’ambito della vita reale.

Alla nuova funzione di statue ed immagini corrispondono rituali sociali trasmessi da fonti letterarie che riguardano la vita nella villa. Questi rituali creano un ponte tra immagini e situazioni della vita reale. Non era insolito vestirsi alla greca e spesso le opere d’arte erano riferiti a tali rituali. È importante ricordare come il concreto comportamento degli abitanti della villa non ha corrisposto con questa idealizzazione trasmessa dell’arte e dai rituali; infatti, molti avranno anche criticato l’infatuazione e il sempre più diffuso gusto per la cultura greca, ad esempio coppe d’argento di Boscoreale in cui i filosofi enunciano le loro massime anche se ridotti ormai scheletri.

Anche se i singoli elementi figurativi provengono dall’arte greca, essi sono stati raggruppati in forme nuove e utilizzati in una funzione diversa. Inoltre, l’occhio dello spettatore percepiva le singole opere in maniera del tutto diversa a seconda della situazione: infatti, lo sguardo dello spettatore non era indirizzato da un programma preciso ma si muoveva liberamente.

Nell’intero repertorio privato c’è la mancanza delle tematiche tipicamente romane, così come mancano le scene di vita della villa o della vita nei campi, in quanto nel momento dell’otium si voleva vivere la Grecia come mondo superiore.

Classicismo, copie e linguaggio figurativo

Il fenomeno dell’assunzione e della rifunzionalizzazione su vasta scala delle immagini provenienti da una cultura diversa si deve alla situazione storica data dall’inferiorità culturale romana e dalle tendenze retrospettive presenti nella cultura ellenistica. Durante l’età ellenistica, infatti, si iniziava a guardare al passato per darsi un nuovo orientamento per il futuro al fine di accertarsi della propria identità; per questo motivo nelle arti figurative si era giunti allo sviluppo di tendenze stilistiche classicistiche. Questo fenomeno ha avuto un incremento con la crescente richiesta di opere d’arte greca da parte dei romani.

Gli studi di retorica fecero conoscere ai romani le teorie sull’arte degli intellettuali ellenistici, le quali attribuivano alle opere del V e IV secolo a.C. particolare sublimità e dignità, fornendo quindi ai romani spunti per valutazioni estetiche decisive nella scelta dello stile da adottare nelle opere di rappresentanza politica.

Già in età ellenistica si era formato un canone dei maestri e dei rispettivi lavori più famosi, ad esempio atleti di Policleto, i satiri e le statue di Afrodite di Prassitele, le cui copie erano richiestissime dagli intenditori romani. È importante ricordare però che anche la riproduzione più fedele rimane un’opera a sé e determina altre forme e altri effetti. In età diverse, inoltre, si attribuiva più o meno importanza a determinati aspetti, ad esempio in età augustea aveva particolare importanza la precisione e le strutture lineari. Sulla scelta di determinate opere piuttosto che altre influiscono anche ragioni di tipo pratico come l’accessibilità degli originali e il permesso di riprodurli. Lo scopo non era quello di allestire un museo ordinato secondo criteri storico artistici ma era più legato a qualità decorative ed estetiche.

Dall’inizio l’appropriazione dell’arte greca comportò sia la creazione di copie il più possibile fedeli alle originali sia la creazione di varianti e innovazioni figurative in cui si combinavano anche elementi formali di fasi stilistiche diverse, ad esempio per le statue ritratto era sufficiente la riproduzione del busto per poter meglio osservare i tratti del viso e leggere il nome sotto al busto. Gli ambiti in cui si potevano applicare forme e prototipi greci erano illimitati. Nacque un repertorio di immagini chiave che si diffuse in tutto l’impero. Il nuovo medium figurativo aveva una forza comunicativa enorme dovuta anche alla facile leggibilità e all’universale comprensibilità fondata su schemi iconografici divenuti canonici. Questo rendeva possibile anche l’esibizione in forma greca di divinità dei popoli incorporati nell’impero e promuoveva l’idea di un’universale unità religiosa senza intaccare però le tradizioni locali.

L’impiego del linguaggio classicistico permeava la religione, le rappresentazioni pubbliche e gli spazi figurativi privati. Ciò implicava che gli artisti non avessero più bisogno di ricercare forme nuove, sembra che il disegno dal vero fosse poco praticato, e che dovessero ricercare dei modelli antichi da riadattare al contesto. La difficoltà era nel rappresentare un soggetto che non poteva essere illustrato con questo linguaggio “alto” e “colto”. Questo era un problema molto diffuso nella prima fase della tarda repubblica nel caso in cui i committenti avessero ben chiaro cosa rappresentare ma non avessero assimilato il linguaggio “alto”, spesso erano arrampicatori sociali. Il loro bisogno di comunicare era particolarmente forte. Funge da esempio il rilievo di un uomo che era impiegato nell’organizzazione dei giochi circensi che fece rappresentare una corsa di carri in un’architettura del circo che costrinse la rappresentazione del committente e della moglie in un angolo. Il funzionario è in toga, con i capelli acconciati secondo la moda traianea, mentre la moglie, morta prima di lui, è rappresentata più piccola come sotto forma di una statua mentre stringe la mano del marito. Opere di questo tipo, realizzate da artisti che soffrivano la mancanza di modelli antichi, vengono chiamate “arte popolare” e affascinano per l’im

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/07 Archeologia classica

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