Antropologia filosofica
El levantamiento – Diego Rivera
Diego Rivera, l’opera è un murale di marito di Frida Khalo, che interpreta la sua arte come atto di denuncia della disuguaglianza sociale. Il murale s’intitola: El levantamiento → il termine levantamiento significa letteralmente alzarsi in piedi/insurrezione.
Siamo nel 1931 in Messico, un periodo molto difficile dove il Messico attraversa un cambio repentino di dittature e dove sono presenti tumulti e sommosse in tutto il paese.
Nell’opera possiamo notare il popolo oppresso che si alza per far valere i propri diritti, in particolare, al centro vediamo una donna che protegge il suo bambino e che con tutta la sua forza cerca di ribellarsi ad un militare, non si lascia spazzare via per far valere la dignità umana e devia il colpo mortale che era diretto contro l’operario.
Possiamo analizzare varie tematiche come il tema del lavoro, della sofferenza (uomini calpestati), la forza che resiste alla violenza, la violenza intesa come abuso di potere esemplificata dall’esercito, si vedono uomini disposti a mettere a rischio la propria vita per ottenere i diritti, c’è la questione della (Leopardi-giustizia, vediamo anche la presenza della social catena Ginestra), Leopardi fa riferimento alla social catena contro la natura maligna, in questo caso è contro il sopruso degli altri nostri fratelli che si presumono superiori a noi, innescando questa dinamica violenta; vediamo quindi la sorellanza fra uomini e donne che combattono contro questa ingiustizia.
Bob Marley alzatevi
Pensando all’attualità ci viene in mente con la sua frase “in piedi per farvi valere stand up for your rights (da” → questo murale si può già dedurre ciò che arriverà, ovvero i movimenti studenteschi del 1968, dove nelle università gli studenti si alzavano sui banchi per poter dire le proprie opinioni).
Rivera vuole trasmettere un senso di indignazione (come diceva Aristotele, come potremmo combattere le ingiustizie se fondamentale per il cambiamento): non ci indignassimo contro le dinamiche capitalistiche, chi non s’indigna contro le cose che non vanno bene è come se fosse narcotizzato, addormentato (riferimento a Pasolini: parlava del consumismo come il cloroformio della società: il narcotizzante) → Ciò che vuole trasmettere il murale è che per i diritti bisogna combattere → Per fondare una democrazia, che ha la caratteristica di nascere e rimanere imperfetta, si parte dall’indignazione.
pag. 1 Giorgia Bellucci
Significato dell’antropologia filosofica/nascita con Kant vs Freud
L’antropologia filosofia è simboleggiata da: dalla lettera PHI dal simbolo della CIVETTA/NOTTOLA: che accompagna l’immagine della dea Atena (divinità della guerra e del combattimento ma anche dell’amore per la che è detta glaucopide (dagli occhi chiari), perché ha nella potenza sapienza), del suo sguardo l’amore per il sapere. La forma degli occhi della civetta che s’incrocia con il becco formano la lettera PHI greca, questa sezione aurea suggerisce armonia; quindi, per i greci simboleggia la sapienza, la bellezza e l’amore per la saggezza (per i greci c’è una corrispondenza tra la bellezza e la bontà del mondo classico).
S’innalza in volo al riferimento ad Hegel riguardo la nottola di Minerva, che calar del sole la filosofia simboleggiata dalla civetta, comincia a ragionare → quando una civiltà è al suo declino, la filosofica deve provare ad interpretare il mondo vs secondo Marx invece deve cambiarlo.
L’antropologia filosofica deriva dal 1798 con Kant che però definiva antropologia pragmatica: traduciamo questo termine con il significato di Dottrina della consapevolezza dell’uomo concepita sistematicamente → Si tratta della dottrina della conoscenza dell’uomo, ovvero, modo di organizzare ciò che sappiamo e poi trasmetterlo, e dev’essere organizzato in modo meticoloso per essere insegnato all’uomo.
Kant associa a questa definizione della riflessione antropologica sull’essere umano, l’idea stessa di dignità:
Il fatto che l’uomo possa rappresentare il proprio io lo eleva infinitamente al di sopra di tutti gli esseri viventi sulla terra → questa capacità è l’Autocoscienza: consapevolezza di sé stessi come autori delle nostre azioni → ciò ci rende l’essere più dignitoso nel mondo, al contrario degli animali e alle cose; quando trattiamo gli esseri umani come cose noi insorgiamo come di fronte a qualcosa di ingiusto, significa violare quella dignità, misconoscere la capacità che ci rende superiore a tutto: di comprendere quello che siamo e siccome l’essere umano è il più dignitoso rispetto agli altri esseri può fare agli altri quello che vuole accento antropocentrico (oggi noi grazie alla → riflessione contemporanea abbiamo una visione eco-centrica: l’uomo vive nella medesima dignità degli altri).
Kant tenta il + possibile di padroneggiare l’essere umano e di conferire ad ognuno la capacità di tenere il controllo della propria vita (l’io non si altera qualsiasi cosa accade), quindi la padronanza assoluta di mantenere il controllo della propria vita → Kant non ha avuto il coraggio di gettarsi nella psiche umana, anche perché ha sempre avuto il dispiacere di trascorrere tutta la sua vita nella città natale, non si è gettato nel mare tempestoso pieno di viandante inganni; riprende la figura del di Friedrich che non si azzarda ad andare oltre.
’L’io si Diverso è il ragionamento di Freud (e di Socrate), in cui afferma che: ‘‘sente a disagio, nessuno di noi è padrone in casa propria ’’ → incontra pag. 2 Giorgia Bellucci limiti nella sua stessa casa, nella psiche. L’antropologia filosofica per Freud s’interroga davanti alla presunzione di controllo. Meglio un’antropologia filosofica che s’interroga, che affronta questo “mare tempestoso”, nonostante la paura, che non è in grado di controllare tutto → l’antropologia è intesa come domanda di sé.
Eraclito e Democrito – Bramante
Possiamo individuare 2 soggetti Eraclito (l’uomo a sinistra) e Democrito, Eraclito piange mentre Democrito è con un volto sorridente. Bramante ci suggerisce che Eraclito ha indagato sé stesso, il ditze mai verbo greco è: la traduzione non è solo indagare come il desiderio di ricercare, la brama di capire ma è anche il mettere in discussione → Dentro la ricerca della verità sull’umanità c’è sempre una dinamica di desiderio, di amore, di passione (infatti filosofia significa proprio amore per il sapere); e la condizione per amare qualcosa è non possederla → quindi il desiderio nasce da una mancanza. Proprio per questo nella filosofia c’è sempre un’erotica.
“Ho indagato me stesso”: in questo senso, quindi, significa che ho ricercato con desiderio che cosa fosse l’enigma della condizione umana → significa fare i conti con la propria finitezza, con i propri limiti perché il tempo strappa via le cose che amiamo e alla fine anche noi stesso, è impossibile risolvere la morte, non c’è speranza, è inesorabile (come si afferma nell’Antigone, l’uomo ha trovato rimedi per le malattie ma non è riuscito a sconfiggere la morte), per questo Eraclito piange vs Democrito dall’altra parte ha un’espressione di riso, perché a differenza di Kant ha viaggiato molto, ha avuto la possibilità di sperimentare diverse culture, ha quindi un atteggiamento più disincantato, è come se dicesse è vero che la condizione umana è un enigma e alla fine ci sarà la morte ma bisogna prenderla con ironia e leggerezza, quindi sdrammatizza l’angoscia di fronte alla morte, sa che bisogna godersi il + possibile quello che si ha.
L’Idea di Bramante non è solo quella di pensare a questi due atteggiamenti come contrapposti ma ci vuole insegnare che questi due insegnamenti vanno compensati l’uno con l’altro, non possiamo fare a meno di uno e dell’altro, nella nostra ricerca della verità scopriremo delle cose angoscianti ma dovremo avere il coraggio di sdrammatizzare (come per Socrate), la virtù sta nel mezzo.
Conosci te stesso – pudore
“Conosci te stesso” → non vuol dire, nel mondo classico, di fare un’introspezione, ma bensì riflettersi negli occhi degli altri. La conoscenza di sé non è mai individuale ma anche erotica. Socrate afferma che nessuno di noi ha il sapere e mai lo avrà, l’unica cosa che possiamo fare è ricercare amore pag. 3 Giorgia Bellucci e comprendere i propri limiti e per conoscere sé stessi bisogna costruire legami con gli altri.
Secondo Socrate una vita non esaminata non vale la pena di essere vissuta dall’uomo, purché questa indagine sia fatta insieme agli altri → nessuno può attraversare il mare di nebbia da solo perché la condizione umana è una condizione fragile, di vulnerabilità e bisogna portare insieme il peso di quella vulnerabilità (rif. discorso Kennedy: addomesticate la belva che porterebbe a trattare l’altra persona come una preda e rendete gentile l’esistenza in questa terra).
Conosci te stesso è il precetto che Socrate riceve dall’oracolo di Delfi → Socrate ci indica come strada da seguire per andare nel mare di nebbia, ovvero di non andare nell’Ade con l’animo carico di ingiustizia (rif. all’Egitto se hai l’anima pesante per aver commesso ingiustizie la tua anima sarà condannata a vagare in eterno) “conosci te stesso” → Non puoi conoscere te stesso da solo ma solo specchiandosi negli occhi dell’altro, costruendo legami e accettando il fatto di essere degli esseri limitati e finiti.
La domanda originaria della filosofia sul senso del mondo, e della natura Socrate la converte nella domanda su di sé → l’oggetto dell’indagine è il soggetto stesso che pone la domanda e c’è una virtù fondamentale: il pudore.
Il pudore è collegato alla divinità ‘‘Aidos’’, è una divinità che viene rappresentata come una donna velata → il velo è il simbolo del pudore, rappresenta un grido rivolto all’altro, che segnala la vulnerabilità del corpo (tipicamente il corpo nudo, inerme, indifeso, fragile, che ha bisogno di essere protetto); quindi torna il tema della solidarietà, il prendersi cura gli uni degli altri.
Il pudore è quella qualità del buon cittadino che serve per rendersi conto del potere che avremo di far del male all’altro; siccome siamo vulnerabili e fragili il pudore questa vulnerabilità non deve occasione di scatenamento di quella belva che abbiamo dentro di noi, ma un ‘occasione fondamentale di messa alla prova della nostra capacità di rendere gentile l’esistenza.
Platone dice che il pudore è la più bella paura, bella perché la bellezza è collegata alla saggezza; quindi, in qualche modo ci aiuta a comportarci secondo giustizia perché il pudore è la consapevolezza del fatto che siamo degli → esseri limiti e quindi è la consapevolezza del potere che potremmo esercitare sugli altri se non lo tenessimo sotto controllo, altrimenti è l’impeto della violenza.
Il pudore è una paura tipicamente sociale → Immediatamente si correla al rispetto nei confronti degli altri: è un rispetto reciproco. Rispetto viene da ’respicio’, che significa soffermare lo sguardo sull’umanità dell’altro. Platone dice che la giustizia è figlia del pudore, infatti la giustizia nasce proprio dal modo in cui guardiamo e ci soffermiamo, indugiando con lo sguardo i nostri occhi sull’umanità dell’altro. In questo modo imparerai a trattare l’altro come tratti te stesso.
Per costruire rapporti giusti:
- Devi conoscere te stesso.
- Acquisire la paura del pudore → quando viene violato il pudore di qualcuno (quando la dignità umana dell’altro viene ferita) Aidos chiama la dea della vendetta.
Passeggiata tra Socrate e Fedro (tafano per Atene)
Fedro, giovane retore (appassionato del tema della retorica), mentre passeggia fuori dalle mura di Atene incontra Socrate e cominciano a chiacchierare e si fermano sotto un Platano. Socrate è estasiato dalla bellezza della natura e Fedro è un po’ imbarazzato perché essendo Socrate un cittadino di Atene è impossibile che non sia mai uscito a fare una passeggiata. Vede Socrate ammirare la natura in un modo che non è normale, lo reputa strano, sembra una persona spaesata, uno degli epiteti di Socrate è proprio lo straniero → L’incontro con Socrate è Thauma (fauma) → stupore e spaesamento: ed è l’inizio del filosofare. Lo stupore è ambivalente può essere affascinante ma anche terrificante.
Socrate prende in giro Fedro rispondendo che lui ama imparare, afferma di essere innamorato del sapere, di avere il desiderio di imparare e che l’albero non ha nulla da insegnarli; collega l’amore del sapere alla città, alla polis¸ è sempre in movimento stando con persone che amano mettersi in discussione, con cui incorrere in un dibattito costante, stando insieme, avendo posizioni diverse e la possibilità di cambiare idea → Lui dirà che è un tafano per Atene → perché Atene come tutti gli agglomerati sociali tendono ad accontentarsi di ciò che si ha, Socrate spacca questa chiusura mettendo in discussione quel sistema di credenze concordato come definitivo.
Dialogo con Menone
Menone dice a Socrate che parlare con lui, provoca in lui molti dubbi e lo paragona infatti a una torpedine marina: è un pesce che dà la scossa; quindi, fa intorpidire chi gli si avvicina, inoltre fa riferimento alla somiglianza estetica perché Socrate aveva una faccia molto schiacciata ed era particolarmente brutto.
Socrate non gode a trattare le persone in questo modo e a farle angosciare quindi risponde: che lui non si diverte a metterlo in discussione ma lui è il primo che si mette in discussione, proprio perché “sa di non sapere” e perché ama sapere e ama imparare dagli altri.
Il prezzo da pagare per la conoscenza è la scossa: è lo spazio della discussione, perché questo amore di imparare va coltivato, bisogna uscire dal default setting e andare oltre quel mare di nebbia.
Processo a Socrate + paresia
Socrate venne imputato in un processo, ‘‘una vita non esaminata non vale la pena di essere vissuta dall’uomo’’. Socrate afferma che per una vita umana degna di essere vissuta bisogna usare tutto il desiderio amoroso per affrontare quel ‘‘mare’’, non ce l’avremo fatta, ma per lo meno abbiamo vissuto, nessuno può affrontare il mare da solo. ‘‘Continuate a fare quello che vi ho insegnato, prendetevi cura gli uni degli altri’’.
pag. 5 Giorgia Bellucci
Siamo in un contesto storico dove la città di Atene è spaccata in due fra fazioni politiche.
Nel 399 a.C inizia il processo a Socrate, lui aveva 70 anni è una farsa di → Socrate è smascherare ciò, non ambiva a cariche pubbliche, è sempre stato in disparte alla politica e Socrate non farà altro nelle sue arringhe che dimostrare queste falsità.
Al termine della sua vita, a 70 anni, ha colto questo processo per coronare qualcosa: il coraggio di dire la verità a costo della propria vita.
Venne richiesta la pena di morte, con 34 voti a favore, di fronte a quelli che → lo accusano a morte usa una sottile ironia. S decise di andare oltre a quel ‘‘mar di nebbia’’, decise di bere la cicuta e così poté dire di aver vissuto una vita degna di essere stata tale, il suo intento era proprio quello di ottenere la sua giustizia, non voleva andare incontro a qualcosa di ingiusto secondo lui.
Socrate non ha mai amato la democrazia, eppure noi sappiamo che ha sempre disprezzato la tirannia e si è sempre impegnato persino in battaglia dando grande prova durante la guerra contro gli spartani.
Atene all’epoca non era il paradiso della democrazia, Pericle (il padre della democrazia) sarà il primo a non voler estendere i diritti agli stranieri → Mito dell’autoctonia: in cui puoi essere cittadino e avere tutti i diritti solo se sei maschio e se sei nato da genitori ateniesi (sangue puro → concetto ripreso da Hitler).
Secondo Aristotele, inoltre, nella città occorre distinguere: chi è naturalmente disposto a governare vs chi naturalmente disposto ad essere governato (donne, schiavi, stranieri e bambini).
Paresia → termine chiave della democrazia, etimologicamente deriva da: pan: tutto e rema: discorso e significa coraggio della verità/dire tutto → è un termine anticorruzione, caratterizza l’operato di Socrate all’interno di Atene, perché per Socrate bisogna avere il coraggio di dire tutto senza trattenere nemmeno ciò che ci metterebbe a rischio.
Le testimonianze che abbiamo sul processo di Socrate sono di l’Apologia Platone, che racconta gli ultimi momenti della vita di Socrate (divisa nelle 2 Memorabili arringhe difensive) e un’altra fonte è i di Senofonte, dove ci racconta che Socrate avrebbe detto ai suoi allievi di aver preparato la sua difesa per tutta la vita, come se sap
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