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Antropologia di genere

Testo: Antropologia di genere, Giovanna Campani 2016.

“Il genere non è un’ideologia ma un concetto analitico fondato su una solida ricerca scientifica che si è sviluppata all’interno dell’antropologia nata per comprendere l’uomo nella sua totalità e complessità”.

Cambi si riferiva alle ricorrenti polemiche su qualcosa che all’interno dell’Accademia dobbiamo cercare di non ideologizzare.

Il genere è come un prisma attraverso cui si può osservare la realtà, il concetto analitico può essere la storia, la prospettiva storica oppure il mondo animale, la comunicazione.

Il concetto si fonda su una solida ricerca scientifica, si è sviluppato all’interno dell’antropologia, non è stata solo essa a contribuire allo sviluppo di studi di genere, ha contribuito a scoprire il genere come categoria analitica.

Studiando altre questioni antropologiche e sociali siamo arrivati a questioni di genere, dicendo che l’antropologia è scienza dell’uomo che lo comprende nelle sua totalità e complessità.

Cos’è l’antropologia di genere?

Entra nel mondo anglosassone nella seconda metà degli anni 90 per poi affermarsi nel 2000, è un concetto che si situa tra una dimensione sociale e politica, educativa.

Il testo descrive la storia dell’antropologia sociale/culturale in prospettiva di genere, parte dal 700, si sofferma sull’800 e 900 prima di arrivare all’attualità, converge spesso con le questioni femminili e femministe, si inserisce una tradizione della prospettiva di genere che cerca di capire questa dinamica che ha pervaso in senso binario tra uomini e donne e viceversa. Non sono mai esistite società matriarcali.

Due parti

  • Percorso storico la disciplina Morgan, Tylor, Boas, Benedict, Mead, Levi-Strauss, Mauss fino ad arrivare a Diamond, Harari, Campani, Gottner-Abendroth.
  • Contributo dell’antropologia alla nascita del concetto di genere e al dibattito attuale sul fenomeno, dal un lato il percorso dell’antropologia in sé con uno sguardo con più accentuato sul genere, dall’altro il suo contributo al campo di studi.

Riflessione su

  • Storia e lo sviluppo dell’antropologia.
  • Sulla come disciplina umanistica.
  • Sulla diversità culturale, sociale, di genere.
  • Su una crescente attenzione alle relazioni tra i generi ai ruoli “femminili” e “maschili”.
  • Sul ruolo di alcune scuole, correnti di pensiero socio-antropologico e movimenti, es. femminismo, nello sviluppo del concetto di genere in diversi contesti sociali, politici e culturali.
  • Fino al dibattito attuale sul genere sollecitato da antropologie di diversi orientamenti: gender studies, antropologia femminista intersezionale, antropologia ecc.

Durkheim ne parla nel testo “Le regole del metodo sociologico” (1895). I protagonisti sono alcuni fatti sociali, o meglio fatti sociali totali di cui parla Mauss.

I fatti sociali sono delle espressioni della produzione antropica che poi diventa essa perché compenetra una buona parte della vita sociale in comune.

Es. fare una lezione.

I fatti sociali totali

  • Genere, non esiste una società umana senza una visione di genere, il fatto che qualcosa sia da maschi o da femmine.
  • Socializzazione, ogni società è fatta di socializzazione primaria in famiglia, secondaria nella scuola/lavoro.
  • Lingua(ggio), ci distingue perché creiamo le parole, costruiamo il linguaggio.
  • Cultura, produzione antropica socializzata, condivisa, che ci distingue insieme al linguaggio dal mondo umano, è un fatto sociale, perché riguarda tutte le popolazioni del mondo e diversità / affinità / pluralità e narrazione del sapere, il focus è sul riutilizzo del sapere.
  • Educazione e conoscenza, condivisi da tutte le società del mondo nell’accezione antropologica.

Tutto ciò fa cultura, rientra nell’accezione più vasta del termine “produzione umana socializzata”, che la vuole come tale.

Se la storia nasce con la scrittura, la cultura nasce con l’educazione, non tutte le culture condividono la stessa idea, nonostante condividano fatti sociali culturali.

L’educazione è il sistema di condivisione ed inclusione delle esperienze che costituiscono fonti di conoscenza.

Cultura: verso una definizione

L’antropologia culturale dell’800 è stata funzionale alla definizione di cultura, attraverso l’antropologia si è deciso che la cultura dovrebbe unire tutti gli elementi materiali e immateriali in un unico fatto sociale, la cultura.

La cultura deriva da una disposizione articolata, sviluppata lungo i millenni della sua storia che si costituisce negli individui in quanto membri di una società e permette loro di affrontare le realtà circostanti ed adattarsi ad esse.

A partire dagli studi di Margaret Mead, la cultura è individuale, cultura anche come fatto antropico qualcosa che riguarda l’umanità e le singole culture.

Il fatto che la cultura sia un fatto sociale totale è stato possibile grazie alle pratiche di socializzazione e educazione e alla natura dei contenuti offerti dalla cultura stessa che si trasmette, si condivide, si distrugge e poi si fa rinascere. È in continua evoluzione e mutamento.

La capacità del linguaggio, secondo Harari esiste una teoria del pettegolezzo, che ha stimolato la rivoluzione cognitiva del sapiens attraverso la comunicazione, ovvero socializzata.

Il pettegolezzo comincia a dare una conformazione molto più elastica al cervello rispetto a una ripetizione mnemonica dei miti, delle formule magiche.

Margaret Mead (1901-1978)

Antropologa che influenzò particolarmente il percorso della disciplina antropologica ma anche per quanto riguarda l’antropologia di genere segnandone il futuro sviluppo tanto nel metodo quanto nei contenuti.

Cercò di applicare i principi dell’antropologia alla soluzione di alcuni problemi sociali come:

  • L’educazione dei bambini in una famiglia o in un società.
  • La salute mentale.
  • La disuguaglianza di genere, non in chiave politica, non si è mai definita una femminista ma in termini scientifici, il processo sessuale attraverso l’osservazione.

Era interessata alla pace, alla giustizia, alla libertà e all’avventura, come viaggio, scoperta, esplorazione.

Allargò la problematica educativa alla questione della sessualità.

Adolescenza in Samoa, scritto nel 1928, ripropone i suoi risultati di una ricerca sul campo, aveva preso negli anni Venti corsi di antropologia con Boas e Benedict.

Scelse la carriera antropologica e si iscrisse al dottorato alla Colombia University.

Nel 1925 partì per fare un lavoro nelle isole Samoa, isole polinesiane del Pacifico meridionale, si soffermò sull’isola di Tao, che contava 600 abitanti, convisse con loro per alcuni mesi per comparare la vita di quelle adolescenti con quelle statunitensi.

Cercava di capire, si interrogava su: l’adolescenza è un fenomeno universale?

Sesso e temperamento (1930), temperamento sta per genere, attraverso lo studio di tre popolazioni della Nuova Guinea, capì che i ruoli sessuali, oggi di genere, differiscono nelle diverse società poiché sono culturalmente determinati.

Studia tre piccole società che vivono in prossimità l’una all’altra e nota che in ognuna di esse i ruoli sono definiti, sviluppati in maniera diversa, tanto che un comportamento che può essere considerato maschile in una può essere femminile in un’altra.

All’epoca primitivo era associato alle culture extraeuropee, cioè che non corrispondeva ai comportamenti occidentali.

Levi-Strauss (1908-2009)

Razza e storia, Razza e cultura, uscito nel 49 in Francia, al rientro dei suoi viaggi nelle Americhe dove si è recato per scappare alle guerre, ai totalitarismi del primo 900.

È stato commissionato nel 48 per collaborare nell’ambito della dichiarazione dei diritti umani. Da qui nasce il suo testo che è una specie di manifesto dei diritti umani, un po’ più antropologizzato rispetto alla dichiarazione stessa.

È importante per il contenuto sia perché prodotto da un’eminenza selezione mondiale de contesto europeo.

Era antropologo, etnologo, psicologo e filosofo francese di orientalismo strutturalista, si collocava tra gli intellettuali europei più attivi nell’operazione volta alla ricostruzione spirituale, culturale e scientifica del continente europeo, guidata dall’UNESCO dopo le guerre mondiali.

Aveva riportato la questione di razza alla luce di quanto avvenuto nell’ambito scientifico.

Nel 1949 l’UNESCO lancia un programma di studio intitolato “Il problema della razza”, teso a combattere il razzismo, a distanza espresse tutta una serie di idee come manifesto antirazzista scientifico e attuale che toccano la ricerca antropologica pedagogica sociologica.

Definendo l’antropologia

Tanti hanno offerto una definizione, nel nostro caso l’antropologia è la scienza che studia l’essere umano nella sua totalità e complessità.

Abbraccia diverse sfere:

  • L’evoluzione biologica della specie, soprattutto la sovrastruttura che la caratterizza come tale.
  • Sviluppo e modo di vita di popolazioni del passato.
  • La diversità delle espressioni culturali e linguistiche che caratterizzano l’umanità.

Le origini dell’antropologia come disciplina risalgono al XVII secolo, anno in cui si sviluppano le scienze umane, il 700 fu il secolo in cui le scienze umane, oggi umanistiche, hanno cominciato a consolidarsi e a prendere forma.

La prima menzione di antropologia appare in un trattato di anatomia pubblicato nel 1694 da un medico francese, Pierre Dionis.

Le prime due opere pubblicate in cui titolo contiene il termine sono trattati di anatomia umana:

  • La Antropologia Nova or New System of Anatomy (1707), un trattato medico pubblicato da James Drake. Le scienze umane si intrecciavano e non si era ancora trovata la collocazione precisa.
  • Gli Elementi di Antropologia o Teoria del corpo umano (1718) di Hermann Friedrich Teichmeyer, studioso tedesco.

L’interesse per l’anatomia che si avvicina all’ambito antropologico si inserisce in un progetto culturale che si sviluppa nel contesto del pensiero illuminista.

Capire l’uomo nella sua totalità, costruire una storia naturale dell’uomo, avente come oggetto l’uomo universale in quanto tale, di ogni tempo e luogo.

Costruire una storia su basi scientifiche e non più ostacolata dal racconto biblico sulle origini dell’umanità, qualcuno già nel 700 aveva iniziato a capire se la storia di Adamo e Eva fosse l’unica risposta.

L’illuminismo, movimento politico e culturale e intellettuale, ha l’ambizione di laicizzare il pensiero, di separarlo dalla narrazione spirituale / religiosa, molte persone recusavano la chiesa, volevano dare delle spiegazioni scientifiche ai fatti che osservavano, che trovavano poco combaciabili con la narrazione biblica.

Non c’è una netta distinzione tra scienze della natura e scienze umane.

Diderot, un illuminista, scrisse un passaggio nell’Encyclopedie, nuovo genere di testo che spiega tutto, lo stesso termine significa sapere tutto, sotto la voce consacrata all’anatomia definisce l’antropologia la nuova scienza naturale dell’uomo, cioè avrebbe designato lo studio del corpo umano a differenza di quello animale.

La dimensione culturale è evocata alcuni anni dopo da Jean Baptiste Robinet, in un articolo del dizionario universale delle scienze morali, pubblicato verso la fine del 700, afferma che si tratta della più importante, la più degna a cui l’uomo si consacri, esprimeva una definizione più della visione che del concetto di antropologia.

L’opera più importante in ambito antropologico è la “Storia naturale generale e peculiare” di Georges-Louis Leclerc o conte di Buffon, visse nell’arco del 700 ed era conservatore de Jardin des plantes a Parigi.

Non fa una distinzione tra le scienze umane e le scienze naturali, per lui e per gli altri studiosi dell’epoca le scienze della natura e le scienze umane sono strettamente intrecciate.

Perché?

I materiali su cui si basano i due ambiti sono comuni, la diversità dell’umanità che gli studiosi notano e si interrogava sul perché.

Fanno uso di materiali che provengono da viaggiatori e dagli esploratori che li raccoglievano nei paesi di oltremare, sono dunque materiali di seconda mano.

Lo stesso metodo scientifico si applica ad entrambi, l’uomo è un essere naturale ma non lo è la sua diversità culturale, che dipende dalle relazioni sociali che uno o più di uno intreccia nell’interazioni con altri.

Se l’antropologia si presenta come la scienza dell’uomo nella sua totalità con una forte connessione con l’anatomia e l’osservazione dell’uomo fisico, come realtà fisica, la questione delle differenze culturali risulta quindi centrale.

Un enigma riguarda le origini dell’umanità: discendiamo tutti dagli stessi antenati, come racconta la narrazione biblica con Adamo ed Eva oppure gli uomini come gli animali sono divisi in specie diverse con diversi antenati.

Inizia il dibattito tra monogenismo e poligenismo.

La questione delle differenze culturali ha posto interrogativi fin dall’antichità presso studiosi e filosofici.

Secondo Confucio gli esseri umani sono spinti ad avvicinarsi l’uno all’altro dalla loro comune natura, ma le abitudini e costumi li differenziano.

I monogenisti accettavano la narrazione biblica come unica origine dell’umanità, trovando un valore per l’unità della specie umana, l’inscindibilità, l’indivisibilità dell’umano, come valore intrinseco dentro l’unicità dell’essere umano.

Il conte di Buffon non mette in discussione le diversità umane ma cerca cause al di fuori della spiegazione biologica e biblica.

Quelle che definisce le diverse variazioni della specie umana siano una prova dell’unità del genere umano, perché derivano da mescolanza di individui della stessa specie, gli ibridi sono fecondi, il che non potrebbe prodursi se si trattasse di specie diverse.

Non costruisce una gerarchia dei gruppi umani, nonostante per prendere come metro di paragone la civiltà europea, all’epoca si valutavano le diversità in base alla propria di diversità, per collegare le cause delle variazioni a processi degenerativi, che risultavano dall’allontanamento dei primi temperati agli spostamenti forzati.

Cerca di dare risposte scientifiche, vede che la schiavitù nelle popolazioni dell’Africa sud-sahariana vengono catturate ed esportate nella americhe, osserva il processo con i materiali di seconda mano.

Capisce che il cambiamento climatico produce in loro delle malattie.

Le cause della diversità umana sono da individuare in fattori naturali o storici come il clima, il cibo, i costumi.

Sosteneva le teoria delle degenerazione di alcune razze appartenenti alla stessa specie, si sono mescolate in maniera impropria, la natura e la cultura viaggiano sullo stesso piano.

Nella sua “Storia naturale” comincia a descrivere diverse popolazioni che non aveva mai visto, crea un catalogo delle variazioni della specie umana sia aspetti fisici che culturali, utilizzando l’anatomia comparata che si basa su esperienze non esperite.

  • Gli eschimesi popolano la parte nord del Canada, l’Alaska, l’estremo nord-est della Russia.
  • I lapponi, cinesi, giapponesi, i giavanesi, abitanti di un’isola.

Sono categorie diverse difficilmente paragonabili, cerca comunque di classificare per darsi delle risposte alla diversità umana.

Arriva agli indiani, persiani.

L’atteggiamento dominante degli studiosi era euro-centrico, considerava la civiltà europea come superiore alle altre, si cominciò ad avere una visione d’insieme del mondo e dell’umanità.

Gli studiosi che avevano un approccio vicino al relativismo culturale erano rari, l’antropologia di oggi si fonda sul forte relativismo culturale.

All’opposto della civiltà europea c’era il “selvaggio”, il diverso, questo porterà ad una tradizione narrativa dove si descriveva l’altro, il selvaggio o il primitivo che all’epoca non aveva valore dispregiativo, era indicativo.

Il selvaggio poteva essere considerato negativamente o essere portatore di virtù perdute in Europa, c’è una percezione di “puro”, “preservato”, perché vicino alla natura.

Il mito del buon selvaggio è un elemento che entra nella nascente antropologia, non metteva in discussione il fatto che la civiltà europea era il metro di paragone per tutte le altre culture.

Fa eccezione Jean Jaques Rousseau, contrappone il suo benessere europeo-svizzero al buon selvaggio, senza definirlo tale, però si auto descrive come corrotto dalla sua propria civiltà.

Nell’ambito della ricerca sulle cause delle differenze tra le popolazioni, subentra la filosofia e lui inizia a dare delle risposte ad alcune domande.

Nel 1755 esce il suo “Discorso sull’origine e

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Martils5 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia di genere e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Zoran Lapov.
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