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Antropologia culturale

Data: 23.09.2022

Introduzione

  • L’antropologo impara dai contesti, come l’educatore.
  • La cultura è dinamicità, una serie di processi, un continuo cambiamento.
  • L’uso del linguaggio è il primo passo verso la manipolazione della realtà.
  • L’antropologia serve a capire meglio il mondo in cui viviamo.
  • “Essere cosmopolita pur restando a casa”.

A cosa serve antropologia culturale?

Punto 1: Chi è l’altro?

Chi ha un’età/genere/cultura diversa. L’ignoto, l’estraneo diversi dai miei.

Estraneo

Extra = fuori da (es. dall’occidente, dalla città) = in più (estraneo è colui di cui riesco a misurare lo scarto).

L’antropologia nasce verso la fine dell’Ottocento con l’intento di studiare l’altro “esotico e lontano”.

NB! L’idea di qualcosa di esotico corrispondeva per forza all’idea di qualcosa di lontano.

Il concetto di esotico è in realtà relativo al posto in cui si trova chi sta parlando. Esotico… ma rispetto a chi?

Esos (greco) = fuori da

Il luogo di riferimento dipende da quello in cui nasce e cresce il soggetto che si esprime. L’antropologia adotta il punto di vista dell’uomo bianco, occidentale ed europeo, considerando come esotico tutto ciò che non rientra in queste categorie.

Ed oggi?

Oggi l’esotico è tra noi: siamo continuamente immersi tra persone che mangiano o vestono in modo diverso dal nostro, o provengono da contesti molto diversi dai nostri.

Non serve più viaggiare per incontrare l’esotico. L’idea di una cultura planetaria è un’illusione. Non incontrare il diverso è impossibile.

Perché l’antropologia nasce proprio con questo forte interesse per l’esotico? A causa del contesto colonialista. Verso la fine del 1800 il colonialismo si è ormai affermato come forma di potere, basti pensare alla spartizione dell’America e dell’Africa da parte dei paesi europei che così affermano i loro imperi coloniali.

Il colonialismo manipola lo sguardo dell’antropologia sulla diversità culturale, perché ne ha bisogno per controllare meglio le colonie. L’antropologia nasce dunque “ancella del colonialismo” o più schiettamente come “serva dei poteri coloniali”: il suo obiettivo è quello di costruire un modo di pensare l’altro utile per i potenti. La pretesa dell’antropologia è quella di cristallizzare la cultura altrui.

Solo più avanti l’antropologia cambierà la sua natura e filosofia diventando “l’espressione del rimorso dell’uomo bianco” e concependo la cultura come qualcosa in continuo movimento.

Pillole di antropologia...

  • Alla Scuola di Chicago vengono condotti vari studi antropologici di interesse mondiale, tra cui uno sugli italiani immigrati in America.
  • Nell’epoca moderna si è affermata l’idea che il bambino costruisca una sua cultura e costituisca un’alterità rispetto all’adulto (alterità intergenerazionale): per questo bisogna evitare di adottare visioni adulto-centriche quando si ha a che fare con i bambini. Per farlo è necessaria la capacità di mettersi in ascolto delle forme di produzione culturali dell’altro con lo scopo di portare all’emancipazione il gruppo a cui appartiene.
  • L’antropologia ultimamente si occupa giornalmente dei processi migratori. Negli ultimi 30 anni c’è stato infatti un movimento contrario: le culture esotiche si sono avvicinate a noi, aumentando la diversità culturale.
  • NB! Eravamo già eterogenei! La cultura è strutturalmente plurale, bisogna quindi decostruire l’idea di un senso comune.
  • L’antropologia nutre anche una forte attenzione verso il cambiamento climatico, in quanto questo influenza perché tutti i processi antropologici: un esempio è quello dei migranti che arriveranno a causa dei cambiamenti climatici.

L'antropologia studia i rapporti intersoggettivi tra i nostri contemporanei, con rapporti d'identità e di alterità che sono in continua ricomposizione.

Marc Augé

Estratto dal libro (pag 16, fine paragrafo 2)

“Occorre subito notare come tutto ciò sta all'origine di una tensione intellettuale che dominerà, senza mai sciogliersi interamente in un senso o nell’altro, tutti i futuri sviluppi della disciplina. Da un lato, parlare di cultura-dei primitivi significa contrapporsi a un senso comune che li considera semplicemente come «bestiali» e privi di ogni cultura; significa rivendicarne la comune umanità, mostrare anzi come siano più vicini a «noi» di quanto ci piace pensare. In questo senso, l'antropologia sta fin dall'inizio dalla parte dei primitivi, contro il razzismo biologico che ne afferma l’inferiorità congenita e contro il dominio coloniale che ne fa un puro oggetto d’amministrazione. Fin dall'inizio, l'antropologia si schiera contro i pregiudizi etnocentrici che assolutizzano la nostra versione dell’umanità e distorcono in caricatura quella degli altri. Tuttavia, questo dominio — e la violenza con cui si esercita — non possono non influenzare a fondo le stesse categorie epistemologiche della disciplina. Quest'ultima può pensare i primitivi solo a partire da una fondamentale assunzione di disuguaglianza, tanto più profonda quanto più implicita, che ne plasma le categorie interpretative. Si è persino parlato, in proposito, di una «violenza epistemologica» insita nelle forme di rappresentazione, oggettivazione e classificazione degli «altri» che l'antropologia sviluppa fino alla fine del XX secolo. Ciò non significa però che la storia dell’antropologia culturale possa esser letta (come pretenderebbe qualche semplicistica attuale critica) come una sorta di riflesso o copertura ideologica dell’imperialismo. L'ambivalente relazione con il colonialismo è invece un elemento di tensione che percorre l’intera vicenda del pensiero antropologico (come altri aspetti della cultura, della letteratura e dell’arte contemporanea), e ne determina gli elementi di chiusura come quelli di ricchezza e di potenzialità critica.”

Punto 2: Osservare

Lo sguardo antropologico è strabico: attento ai minimi dettagli da un occhio, verso una contestualizzazione globale dall’altro.

A) Competenza sociale

La capacità di entrare in un contesto sociale estraneo e comprenderne le regole sociali sottese.

Regole sociali sottese

  • All’università: fare silenzio, alzare la mano per parlare, la professoressa comanda, ascoltare, rispetto reciproco, essere vestiti, stare seduti.
  • Stare seduti nei banchi significa disciplinare la postura per mettere a tacere il corpo in favore della mente e della mano così da favorire l’apprendimento, concepito come esclusivamente conoscitivo (visione tipicamente occidentale).
  • La cattedra enfatizza implicitamente un rapporto di potere.

B) Strumenti per osservare

Apprendere metodo e strumenti di osservazione elaborati dall’antropologia nel suo studio delle culture “altre”, da utilizzare per imparare a conoscere una cultura dall’interno.

C) Postura metodologica

Apprendere una postura metodologica corretta nell’osservazione dei contesti “altri” o multiculturali, imparare ad agire e a prendere posizione specie in contesti sensibili (bisogna dichiarare da che parte si sta nel momento in cui è espresso un giudizio).

Punto 3: Comprendere

È l’obiettivo finale dell’antropologia ed è molto più che conoscere.

A) Analisi e interpretazione dei dati

Imparare ad usare i dati raccolti, riorganizzandoli e reinterpretandoli per arrivare a conclusioni originali. L’osservazione non è mai solo tale, perché implicitamente ognuno giudica in un certo modo a causa del suo punto di vista: dunque l’osservazione non può dirsi mai completamente oggettiva. La narrazione non deve diventare monotona, ovvero scritta da una determinata categoria di persone ed edicata sempre alla stessa categoria (uomini occidentali che scrivono per occidentali). Attraverso la reinterpretazione delle informazioni bisogna rendere comprensibile una cultura completamente diversa dalla propria agli altri: per questo l’antropologia è anche definita come “la scienza traduttrice di mondi”. Il compito è complicato dal fatto che non sempre la lingua in cui una cultura si esprime è traducibile nella propria.

Linguaggio e cultura

Gli eschimesi hanno moltissimi modi per dire bianco, al contrario di noi, per il luogo in cui vivono. I nomi dei vari componenti della famiglia dicono moltissimo della struttura sociale di un gruppo, come per esempio se si tratta di un’organizzazione patriarcale o matriarcale.

Modelli culturali

B) Imparare a cogliere in modo processuale (non si studiano mai elementi statici ma processi e relazioni) e situato (l’attore sociale non è solo plasmato dal contesto, ma agisce secondo la sua storia) i modelli comportamentali, cognitivi ed emotivi di un gruppo. Noi apprendiamo tramite modelli di comportamento, modelli cognitivi, pratiche e rappresentazioni, modelli emotivi (le emozioni non sono istintive, ma hanno un codice culturalmente connotato che mi permettono di esprimerle così da essere socialmente accettata).

Emozioni e cultura

Durante i funerali gli uomini iraniani piangono in modo ai nostri occhi esagerato, ma per loro normale. La risata dello studente è offensiva nei confronti dell’insegnante, anche se espressione di un sentimento positivo.

Sensibilità sociale

C) Imparare che cosa significa “diversità culturale” sul piano relazionale (relazioni politiche sociali) attivando uno sguardo critico e autocritico su stereotipi e pregiudizi culturali.

L’uomo e le altre specie

Per cosa si distingue l’uomo dalle altre specie? Per l’uso degli utensili? No, molti altri animali sanno usarli. L’elaborazione di emozioni complesse come la morte? No, ne è un esempio il caso dell’elefantessa che ruota attorno al cadavere del suo cucciolo per 3 giorni. Per avere un’autocoscienza? No, alcuni volatili si riconoscono allo specchio. Non siamo una specie particolare, non siamo speciali: dobbiamo rivedere le relazioni interspecie.

Punto 4: Comunicare

Il compito della scienza è quello di descrivere l’altro.

Testo etnografico

Ethnos (greco) = popolo

Graphos (geco) = scrittura, descrizione = testo che ha l’obiettivo di descrivere una cultura.

A) Scrittura convincente

L’antropologia è innanzitutto etnografia, ovvero la capacità di osservare altre culture e di fungere da “traduttore di mondi”. La scrittura deve saper descrivere come si ci sente a crescere in un determinato contesto e diventa convincente quando riesce a comunicare la coerenza della cultura descritta, cancellando l’idea che si tratti di una cultura meno importante.

B) Capacità riflessiva

La conoscenza antropologica si basa sulla capacità dell’osservatore di riflettere sulle proprie osservazioni e conoscenze. L’antropologo deve scegliere bene le parole, così da trasmettere al meglio l’alterità, ma allo stesso tempo rispettarla. La descrizione statica o parziale di una cultura è una forma di controllo.

C) “Agire localmente — pensare globalmente”

Ogni azione è strutturata e strutturante sia nei gruppi osservati che nell’azione dell’osservatore. L’osservazione di mondi locali deve portare ad individuare dinamiche processuali globali utili per capire altri contesti.

Delle decine o delle centinaia di migliaia di società

“Ciascuna che sono coesistite sulla terra, o che si sono succedute da quando l’uomo vi ha fatto la sua prima apparizione, si è valsa di una certezza morale - simile a quella che potevamo invocare noi stessi - per proclamare che in essa - fosse pure ridotta a una piccola banda nomade o a una capanna sperduta nel cuore della foresta - si condensavano tutto il senso e la dignità di cui è suscettibile la vita umana. Ma che sia in tali società o nella nostra, ci vuole una buona dose di egocentrismo e d’ingenuità per credere che l’uomo si sia interamente rifugiato in uno solo dei modi storici o geografici del suo essere, quando invece la verità dell’uomo sta nel sistema delle loro differenze e delle loro comuni proprietà”

L’etnocentrismo e le sue problematiche

Etnocentrismo

Giudicare le altre culture in base alla nostra, ritenendoci superiori. Adottando un punto di vista etnocentrico è impossibile creare una relazione di rispetto dell’altro. I giudizi di carattere etnocentrico si incontrano tranquillamente anche nella vita quotidiana, come in espressioni del tipo “da noi si fa così, quelli fanno così”. Anche il detto “donna al volante, pericolo costante” rappresenta un giudizio di questo tipo: il punto di vista è quello maschile che attraverso un processo di naturalizzazione al genere, rende la donna incapace di guidare solo perché femmina. La donna, infatti, per la sua caratteristica naturale di essere più emotiva, trova più difficile controllarsi e quindi guidare bene. L’uomo, al contrario, rappresenta la razionalità e la capacità di controllo. In passato il pensiero occidentale ha fondato su un pregiudizio etnocentrico un quadro teorico spacciato come scientifico (il riferimento è al momento in cui nasce l’antropologia).

Etnocentrismo nazionalismo

  • È presente da sempre.
  • Nasce con l’idea di nazione.
  • Crea barriere “metaforiche”.
  • Crea confini politici.

NB! La specie umana si esprime in maniera diversa e sa adattarsi a qualsiasi ambiente proprio grazie alla cultura: la difesa della diversità culturale è quindi una necessità, perché ridurre la diversità culturale significherebbe ridurre ciò che ci distingue dalle altre specie.

Antropologia “impegnata”

“Il mio lavoro di campo comporta una strategia che unisce la ricerca al patrocinio delle cause civili attraverso i media, discorsi pubblici, perizie tecniche, il lavoro a fianco di organizzazioni no-profit, e la cooperazione con gruppi locali associativi. La ricerca e l’impegno sociale concreto costituiscono un binomio indissolubile. La scienza non esiste e non esisterà mai solo in astratto. Se il nostro appoggio non è fondato sul rigore delle nostre ricerche etnografiche, rischiamo di prendere delle decisioni poco fondate riguardanti la vita di coloro sulla cui conoscenza è fondata la nostra formazione professionale”

27.09.2022

I concetti chiave: cultura, razza, etnia

Cultura

Dobbiamo pensare al nostro mondo sociale e culturale come a un sistema di segni paragonabili al linguaggio. Quelli in cui viviamo e da cui siamo circondati non sono solo oggetti fisici ed eventi; sono oggetti ed eventi dotati di significato. Se noi vogliamo comprendere il nostro mondo sociale e culturale, non dobbiamo pensare a oggetti indipendenti ma a strutture simboliche, sistemi di relazioni che, conferendo un significato a oggetti e azioni, creano un universo umano.

Jonathan Culler

Se proviamo ad immergerci in un contesto diverso dal nostro, una descrizione oggettiva della realtà non è sufficiente a capirla: per comprendere un nuovo ambiente bisogna legare l’oggetto alle pratiche, dare significato alle azioni, trovare il significato che l’attore sociale dà a quello che fa. Ogni gesto inoltre è pieno di sfumature (es. stretta di mano: fredda, frettolosa, calorosa) e per questo occorre aggiungere una descrizione soggettiva e intersoggettiva per comprendere tali azioni. Così come il linguaggio non è solo parole, ma il senso che noi diamo a tali termini e il contesto in cui li inseriamo, così la cultura non è solo un insieme di pratiche, ma la relazione tra la pratica e il senso che le diamo (capitolo due del manuale).

“La cultura o civiltà, presa nel suo ampio senso etnografico, è quel complesso insieme che include il sapere, l’arte, la morale, le leggi, i costumi e ogni altra capacità o abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società.”

Edward B. Taylor, 1871

Da cosa derivano i dati dell’etnografia, dato che Taylor per primo non compie osservazioni sul campo (“antropologo da scrivania”)?

  • Racconti di altri coloni.
  • Diari dei viaggiatori.
  • Resoconti degli esploratori o dei funzionari alla madre patria.
  • Lettere dei missionari (questi si spingono ben oltre i territori colonizzati e imparano in fretta la lingua locale, così come gli usi e i costumi per facilitare l’evangelizzazione).

Tutto questo è conservato nelle biblioteche europee e sebbene non sia un materiale con intenzionalità scientifica riesce comunque a raccontare delle culture esotiche e lontane. La definizione di Taylor dà origine a un modello statico, ma che deve analizzare culture molto diverse e in continuo cambiamento. Identificare, distinguere una cultura consiste nell’accorgersi studiando usi, costumi, tradizioni che tali caratteristiche sono solo in quel luogo.

Ma oggi? È possibile definire dei confini?

La pizza

La pizza vera è napoletana, alta e margherita. Eppure oggi non definiamo “vera” pizza solo quella con queste determinate caratteristiche. La pizza oggi è un esempio di globalizzazione, ovvero una pratica che si è delocalizzata a causa dei processi migratori ed è diffusa in tutto il mondo.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Serep2003 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Guerzoni Giovanna.
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