“NON DARE MAI DA BERE ALL’ACIDO”
OBIETTIVO → Fornire gli strumenti sia teorici che pratici necessari per lo sviluppo di
un'analisi qualitativa sia inorganica che organica in un campione incognito.
SOSTANZE NOCIVE
Tutte le sostanze chimiche sono potenzialmente nocive e tossiche, ma lo diventano in
pratica solo se usate in maniera scorretta.
È indispensabile eseguire sotto cappa aspirante tutte le operazioni più pericolose (ad
esempio trattamento con H S, tioacetamide, ebollizione con acidi e basi concentrati) durante
2
le quali si ha sviluppo di vapori corrosivi e tossici.
L’ acido solfidrico H S è un gas molto velenoso (è tossico quanto l’acido cianidrico),
2
concentrato provoca la morte all'istante. Avendo un odore particolarmente disgustoso, si
avverte anche quando è presente nell'aria a concentrazioni bassissime (0,1 ppm). È
pericoloso soprattutto per polmoni e occhi.
Giulio Iozzi 1
LE PROPRIETÀ PERIODICHE
Le proprietà periodiche ci fanno capire la reattività degli elementi, e per capire,
semplicemente guardando la tavola periodica, la natura dei legami che i diversi elementi
possono formare. eff
Carica nucleare efficace ( Z )
1. → Se noi prendiamo l’atomo di H, il quale è formato
da un unico protone e un unico elettrone; quindi, la carica nucleare che risentirà
l’elettrone sarà uguale al numero atomico.
Quando si hanno elementi poli-elettronici, gli elettroni si vanno a collocare sugli
orbitali più distanti dal nucleo.
Gli elettroni più distanti dal nucleo risentiranno di una carica efficace minore perché
schermano la forza attrattiva esercitata dai
gli elettroni sugli orbitali più interni
protoni.
Quindi la carica nucleare efficace è la forza attrattiva, esercitata dal nucleo, nei
confronti degli elettroni di valenza e che ha un determinato andamento periodico
lungo i periodi e lungo i gruppi.
- Scorrendo nel periodo l’effetto schermo sarà minore, questo perché aumenta il
numero di elettroni nel guscio di valenza, e quindi la carica nucleare efficace
aumenta.
- Scendendo nel gruppo l’effetto schermo aumenta, perché la configurazione
eff
elettronica rimane costante, è la Z che resta approssimativamente costante.
2. Raggio atomico → Meyer, per risalire alle dimensioni atomiche, riportò in un
diagramma i valori dei volumi atomici (PA/densità) in funzione del numero atomico e
notò una variazione periodica di questa grandezza.
Ma il volume atomico così calcolato fornisce solo un'indicazione qualitativa delle
dimensioni atomiche. Infatti la densità di un elemento dipende dalla temperatura e
il carbonio) che può esistere
dalla sua struttura cristallina, per cui un elemento (es.
sotto diverse forme cristalline (es. diamante e grafite), dovrebbe presentare,
paradossalmente, valori diversi delle sue dimensioni a seconda della forma in cui
cristallizza.
Ad oggi sappiamo che gli atomi non hanno margini definiti ma con opportune
diffrazione dei raggi X, è possibile misurare i raggi atomici.
tecniche, come la
Il raggio atomico viene definito come la metà della distanza fra i nuclei di una
molecola formata da due atomi identici.
Questo parametro varia periodicamente
all'aumentare del numero atomico, infatti, lungo
periodo aumentano gli elettroni, che
il
appartengono a uno stesso livello energetico,
questo porta ad una maggiore attrazione tra il
nucleo e gli elettroni con la conseguente
diminuzione del raggio atomico.
Lungo il gruppo, invece, gli elettroni vanno ad
occupare l’orbitale sempre più distante. Essi
risentiranno sempre meno dell’attrazione
nucleare, sia per la distanza sia per l’aumentare
dell'effetto schermante degli elettroni interni.
Pertanto il raggio atomico aumenta.
Giulio Iozzi 2
I fattori che influenzano il raggio atomico sono due:
- il numero quantico principale, che aumenta scendendo lungo il gruppo,
- gli elettroni interni, che schermano la carica positiva del nucleo.
3. L’energia di ionizzazione → è l’energia necessaria per rimuovere un elettrone da
un atomo isolato allo stato gassoso. Il processo di ionizzazione è un processo
endotermico.
Gli elementi che richiedono il minor uso di energia nel abbandonare un elettrone
sono gli elementi del primo gruppo, i quali sono spesso più stabili alla loro forma
ionica (es. Na+ più stabile di
Na).
Possono essere allontanati
anche più elettroni, avendo
di prima
un'energia
ionizzazione e energia
successivamente un
di seconda ionizzazione.
L’energia di seconda
ionizzazione dovrà essere
maggiore rispetto alla prima
poiché con la perdita di un
elettrone aumentano le forze
attrattive.
Lungo i periodi, avendo l'aumento del numero di
elettroni, se uno di essi viene allontanato si avrà un
aumento della forza attrattiva del nucleo. Se poi noi
vogliamo andare ad allontanare un altro elettrone
dovremmo usare maggiore energia per farlo, perché
maggiori le forze attrattive. Quindi lungo il periodo
l’energia di ionizzazione aumenta.
Lungo i gruppi, avendo l’allontanamento degli elettroni
dal nucleo grazie all'aumento del numero quantico
principale, essi subiranno meno la forza attrattiva del
nucleo e quindi servirà minore energia per separarli. Quindi l’energia di ionizzazione
diminuisce.
Da questo ne deriva un grafico che vede
sulle vette i gas nobili, i quali hanno livelli
alti di energia di ionizzazione perché loro
sono stabili così come sono, e vede sulle
valli i metalli alcalini, poiché cedono
facilmente i loro elettroni quindi livelli di
energia minore.
Giulio Iozzi 3
Gli elementi di transizione nel sesto periodo presentano una particolarità, hanno
un energia di ionizzazione notevolmente alta. Gli elementi che hanno questo
comportamento fanno parte degli lantanidi, in cui gli elettroni vanno ad occupare
prima l’orbitale 4f e poi gli orbitali 5d, e questo provoca una maggiore forza attrattiva
con il nucleo e quindi ad un energia di ionizzazione elevata.
4. Affinità elettronica → Se l’atomo cattura uno o più elettroni si trasforma in ione
negativo (anione) e, nel farlo, libera una certa quantità di energia.
L’energia liberata quando l’atomo isolato in fase gassosa cattura un elettrone è detta
affinità elettronica, e costituisce una misura della tendenza di un atomo a formare
ioni negativi.
Più questo numero è elevato in senso negativo, più acquista elettroni.
Un esempio sono il fluoro e l’ossigeno che
formano ioni negativi così da arrivare ad una
configurazione elettronica di otto.
- aumenta lungo un periodo,
- diminuisce lungo un gruppo.
5. L’elettronegatività → è la grandezza più adatta a descrivere il comportamento di un
atomo quando interagisce con un altro.
L’elettronegatività di un elemento misura la tendenza di un atomo ad attrarre a sé gli
elettroni coinvolti in un legame. Infatti quando due atomi formano un legame, si
scambiano e condividono elettroni, e l'elettronegatività ci permetterà di prevedere se
questi elettroni saranno equidistanti dai due nuclei o, invece, più o meno spostati
verso uno dei due.
Non è possibile calcolare matematicamente questo valore, per questo esistono
diverse scale di elettronegatività ma noi consideriamo solo quella di Pauling.
- Lungo il periodo aumenta, perché si ha un
aumento della carica positiva e una diminuzione
del raggio, e tutto questo provoca una maggiore
forza attrattiva da parte del nucleo.
- Lungo il gruppo diminuisce, perchè
allontanandosi dal nucleo gli elettroni nel guscio
di valenza, ovvero quelli usati durante il legame,
risentono poco della forza attrattiva del nucleo.
Giulio Iozzi 4
6. Carattere metallico → grazie alla divisione delle tavola periodica sappiamo che il
carattere metallico diminuisce da sinistra a destra, andando da metalli, a semimetalli,
a non metalli.
- metalli: hanno bassi valori di energia di ionizzazione e valori leggermente
negativi o positivi di affinità elettronica
- non metalli: hanno elevati valori di energia di ionizzazione e valori molto
negativi di affinità elettronica
- semimetalli o metalloidi: hanno valori intermedi di energia di ionizzazione e di
affinità elettronica.
ANALISI CHIMICA
L’analisi chimica è la disciplina che si occupa di scomporre miscugli e composti nei loro
componenti fondamentali e di riconoscerli, arrivando in molti casi anche a quantificarli. Si
tratta di una branca fondamentale della chimica, perché permette non solo di identificare la
natura delle sostanze, ma anche di stabilire con precisione le loro quantità relative. Proprio
per questo trova applicazioni in numerosi settori: dall’agricoltura, dove è utile per controllare
la composizione del suolo e dei fertilizzanti, al campo alimentare, dove consente di verificare
la presenza di nutrienti o di contaminanti; dall’ecologia, dove viene utilizzata per monitorare
la qualità dell’aria e dell’acqua, fino all’ambito sanitario, dove risulta indispensabile per le
analisi cliniche e farmaceutiche.
Le metodiche di analisi chimica possono essere suddivise in diversi approcci a seconda
dello scopo e della natura del campione.
Un primo criterio di classificazione distingue:
L’analisi qualitativa → si concentra sull’identificazione della composizione chimica
➢ di un campione, sia esso solido, liquido o gassoso. Il suo obiettivo è stabilire quali
elementi, radicali o composti siano presenti, senza necessariamente fornire
informazioni sulla loro quantità. È quindi una forma di analisi descrittiva, che ci dice
cosa c’è in un campione.
Giulio Iozzi 5
L’analisi quantitativa → non si limita all’identificazione, ma si spinge oltre
➢ determinando anche le quantità dei vari componenti. Permette dunque di stabilire i
rapporti quantitativi tra i costituenti e di fornire una misura precisa della loro
concentrazione. In questo caso, la domanda a cui si risponde è quanto ce n’è.
Un’ulteriore distinzione riguarda la natura delle sostanze studiate. L’analisi inorganica si
occupa prevalentemente di composti ionici, solubili in acqua, e si concentra sul
riconoscimento e sulla separazione di cationi e anioni, ma anche di sostanze covalenti
insolubili. L’analisi organica, invece, è orientata allo studio delle molecole organiche, cioè
dei composti del carbonio, e ha come scopo la separazione e il riconoscimento di queste
molecole.
L’analisi chimica può essere condotta attraverso due grandi categorie di metodi:
I metodi fisici = non implicano lo svolgimento di reazioni chimiche, ma sfruttano le
➔ proprietà fisiche delle sostanze. In genere si tratta di metodi strumentali, come la
spettroscopia, la cromatografia o la spettrometria di massa, che permettono di
ottenere informazioni dettagliate sulla composizione e sulla struttura molecolare.
I metodi chimici = si basano sull’impiego di una reazione chimica che coinvolge il
➔ costituente da determinare. In questo caso è fondamentale che il reattivo scelto sia
specifico e che la reazione sia selettiva, cioè che avvenga soltanto con il
componente di interesse. I metodi chimici comprendono tecniche classiche come le
titolazioni, le precipitazioni o le reazioni di ossidoriduzione, ancora oggi ampiamente
utilizzate soprattutto in laboratorio didattico e in molte analisi di routine.
Giulio Iozzi 6
ANALISI QUALITATIVA INORGANICA
L’analisi qualitativa inorganica è l’insieme delle tecniche che permettono di riconoscere la
presenza di specifici ioni o elementi all’interno di un campione. Essa si può condurre
seguendo due approcci principali:
1. Analisi per via secca → In questo metodo il campione viene studiato senza
l’impiego di un solvente, e il riconoscimento degli elementi si basa sul loro
comportamento quando vengono sottoposti a riscaldamento o a particolari reazioni
allo stato solido.
Alcuni dei saggi più comuni sono:
- Analisi di emissione (saggio alla fiamma) = molti cationi, se introdotti in una
fiamma, emettono una luce caratteristica dovuta all’eccitazione e successivo
ritorno a livelli energetici più bassi degli elettroni. Questo consente di
identificare rapidamente elementi come sodio, potassio, rame, calcio e altri.
- Reazioni allo stato fuso (saggio alla perla) = il campione viene fuso insieme
a un fondente (come il borace) su un filamento di platino, formando una perla
che, a seconda degli ioni presenti, assume colorazioni caratteristiche.
- Saggi al tubicino = consiste nel riscaldare il campione in piccoli tubicini di
vetro, osservandone il comportamento. Il saggio può essere condotto senza
aggiunta di reagenti, osservando fenomeni come fusione, sublimazione o
formazione di residui, oppure con reagenti che favoriscono reazioni
specifiche, rivelando così la natura del campione.
2. Analisi per via umida → Questo metodo si basa invece sullo studio delle reazioni
degli ioni in soluzione acquosa. Dopo aver solubilizzato il campione, si analizza il
comportamento delle specie presenti osservando la formazione di precipitati,
variazioni di colore o la stabilità degli equilibri chimici.
Il riconoscimento degli ioni si fonda sulla possibilità di instaurare e spostare equilibri
esempio, in soluzione acquosa, un sale si dissocia secondo lo schema:
ionici. Ad + −
⇔ +
Da questo equilibrio si possono attuare diverse strategie per identificare gli ioni:
- Variazioni di pH = l’aggiunta di acidi o basi modifica l’equilibrio e può favorire
la precipitazione o solubilizzazione di determinati ioni.
- Formazione di complessi = alcuni ioni metallici reagiscono con ligandi (come
NH₃ o EDTA) formando complessi solubili, che ne impediscono la
precipitazione e ne facilitano il riconoscimento.
- Reazioni redox = molti ioni possono cambiare stato di ossidazione in
presenza di opportuni ossidanti o riducenti, mostrando colorazioni
caratteristiche.
- Idrolisi = alcuni sali, soprattutto quelli di metalli con carica elevata, possono
subire idrolisi, producendo soluzioni acide o basiche che aiutano nella loro
identificazione.
- Effetto dello ione comune = l’aggiunta di uno ione già presente nell’equilibrio
provoca lo spostamento dell’equilibrio stesso, favorendo la precipitazione o la
dissoluzione del sale, e fornendo ulteriori indicazioni sulla natura degli ioni.
Giulio Iozzi 7
LIMITE DI RIVELABILITÀ
Nell’ambito dell’analisi chimica è importante introdurre il concetto di limite di rivelabilità,
cioè la concentrazione minima di una specie che può essere effettivamente rilevata in
soluzione. Al di sotto di questa soglia, la presenza dello ione non viene considerata
significativa, come se non esistesse.
Convenzionalmente, nell’analisi sistematica dei cationi e degli anioni, si considera che le
concentrazioni inferiori a 10⁻⁵ M non siano rilevabili, mentre la concentrazione tipica alla
quale si lavora varia tra 10⁻² M (massima) e 10⁻⁵ M (minima). Questo intervallo rappresenta il
campo operativo entro cui è possibile condurre con affidabilità i saggi analitici.
Reazione: processo chimico che porta alla formazione di nuove sostanze.
➢ Reagente: la sostanza utilizzata per far avvenire la reazione.
➢ Prodotto: la sostanza che si ottiene dalla reazione tra i reagenti.
➢
Nell’analisi sistematica si parla di reazioni specifiche, ossia reazioni che permettono di
identificare un determinato ione anche in presenza di molti altri. In pratica, un saggio è
specifico quando risponde solo allo ione cercato, senza interferenze. Tuttavia, spesso non è
possibile avere una selettività assoluta: per questo motivo è necessario procedere
eliminando gradualmente gli ioni interferenti attraverso una sequenza ordinata di
separazioni.
L’esito di una prova analitica può essere:
- Positivo, quando si verifica il risultato atteso (formazione o dissoluzione di un
precipitato, variazione di colore, sviluppo di gas o odore caratteristico);
- Negativo, quando non si osservano i fenomeni attesi.
SOLUZIONI E PRECIPITAZIONE
Una soluzione limpida è una soluzione omogenea e priva di torbidità, mentre una soluzione
incolore è priva di colore visibile. Quando si forma un precipitato, la soluzione passa da
limpida ed omogenea a torbida ed eterogenea: questa variazione visiva rappresenta un
chiaro segnale di reazione avvenuta.
In caso di dubbi, è possibile ricorrere a due tipi di prove:
Prova in bianco = si ripete il saggio senza la sostanza incognita, utilizzando solo i
➔ reagenti. Deve dare esito negativo; serve per escludere che il risultato osservato sia
dovuto a impurità nei reagenti stessi.
Prova di controllo = si esegue la stessa reazione su una quantità nota dello ione
➔ ricercato, usando gli stessi reagenti. Deve dare esito positivo; serve come confronto
diretto per verificare la validità del saggio.
Giulio Iozzi 8
FASI DI UN PROCESSO ANALITICO
Un’analisi qualitativa non si esaurisce nell’osservazione di un singolo fenomeno, ma richiede
un percorso ben definito, che si può schematizzare in tre fasi principali:
1. Preparazione del campione → il campione deve essere reso omogeneo e pronto
per l’analisi. Questo significa che se si parte da una miscela, occorre ridurre
eventuali cristalli di diversa forma e dimensione, in modo da ottenere un materiale
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Analisi chimico-farmaceutica qualitativa (Analisi I)
-
Analisi qualitativa
-
Analisi qualitativa
-
Analisi dei medicinali I