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Metodologia della ricerca archeologica

Il modo in cui lo scavo viene fatto dipende da ciò che è il nostro obiettivo conoscitivo. È cambiato nel corso del tempo a seconda di come è cambiato il nostro obiettivo conoscitivo. La prima cosa da mettere a fuoco è cosa noi vogliamo vedere sotto (o meglio dentro) la terra. Vogliamo riportare dal passato nel nostro contemporaneo oggetti o manufatti (appartenenti a un’altra epoca e che ci interessano in quanto tali)? Massimo risultato con minimo sforzo. Facciamo un buco il più possibile piccolo.

Scavo di rapina

La terra è un ostacolo tra noi e il nostro oggetto di conoscenza. Lo scavo così inteso (cratere vulcanico da cui ogni tanto erutta un pezzo di antico – sottoforma di oggetto o manufatto) ha perso interesse da un certo momento in poi. Ciò che segna tutto è il nuovo piano per gli scavi di Pompei di Michele Arditi.

Importanza di Pompei

A cambiare la storia dell’archeologia è un sito particolare: Pompei. Importanza di Pompei fondamentale nel nostro discorso (premessa pompeiana). Uno spazio in cui ci si può illudere di tornare davvero indietro nel passato, in quanto possiamo entrare in un momento molto preciso della vita della città. Pompei (come oggetto) è divenuto intera città. Non è semplice fare un buco e tirarla fuori. È complicato e va organizzato bene.

Giuseppe Fiorelli e lo scavo a Pompei

Scavo portato avanti da Giuseppe Fiorelli, il nostro punto zero. Ha gestito la pratica dello scavo come attività pubblica / attività indiretta di un governo (o nazione). Si è mosso su tre direttrici:

  • Scavo accurato, in relazione a ciò che stava scavando (Pompei);
  • Organizzare cantiere per tenere in attività coordinata migliaia di operai (molto complicato: un cantiere con 1800 operai che devono lavorare insieme; ci devono essere procedure per farli lavorare insieme; questo comporta problemi di gestione: operai devono essere pagati e dovranno lavorare in relazione allo stipendio che prendono. Sarà necessario sapere chi c’è, chi non c’è, chi lavora e chi non lavora… problemi gestionali);
  • Fiorelli lavora per lo Stato italiano; i ritrovamenti di Pompei (durante l’epoca borbonica il problema non si poneva: Pompei era dei Borboni, lo scavo era dei Borboni, i reperti erano dei Borboni) entrano nelle proprietà statali (non più proprietà privata di una famiglia); devono essere gestiti e bisogna che ci sia una sorta di anagrafe dei reperti.

Tre percorsi paralleli di gestione di uno scavo (scavo come ricerca, scavo come cantiere e scavo come amministrazione). Tre poli su cui ci muoviamo ancora oggi. Lo Stato che diviene proprietario di manufatti ritrovati negli scavi deve acquisire questa proprietà nelle forme proprie (non prenderle e buttarle da una parte). Dove è stato trovato? Chi lo ha trovato? Chi lo ha in consegna? Tutto questo lo ritroviamo già nei progetti di organizzazione dello scavo di Fiorelli.

Lavoro di Fiorelli alla base di tutti i regolamenti di tutta Europa. Raccoglie tutti questi aspetti, molto complessi. Fiorelli e Pompei sono quelli che improntano il cantiere/scavo moderno (come noi lo intendiamo).

Excursus sugli scavi coloniali a inizio '900

Scavi coloniali hanno un elemento diverso: minore gestione da parte degli Stati. Proprietà di ritrovamenti complicati (grava il peso della colonizzazione inglese, francese, tedesca, belga…). C’è un enorme problema di gestione della manodopera (non tanto di reperti): bisogna raggiungere profondità notevoli, muovendo grandi quantità di terra. Bisogna avere manodopera e farla lavorare in maniera coordinata. Persone anche debolmente interessate o attente al fenomeno, in quanto molti non sono archeologi di professione. Questo apre un problema di gestione. Essenzialmente è una negazione della terra, che deve essere rimossa al minor costo e con la minore velocità possibili. Bisogna che l’operazione sia il più economica possibile. Non interessa la terra, ma ciò che sta sotto la terra (non dentro).

Pitt-Rivers e i diversi metodi di scavo

Pitt-Rivers altro modello di archeologia che racconta bene questa verità; non c’è un unico modo di scavare, ma ce ne sono molti, dettati dalla reazione reciproca fra tre elementi:

  • Com’è fatta la terra che vogliamo scavare (quanto sono grossi i manufatti da riportare alla luce). Dimensione fisica dello scavo;
  • Capacità tecniche a disposizione (Chi materialmente, con quali strumenti materialmente scava?);
  • Volontà/capacità di conoscenza tramite lo scavo (qual è l’interesse di conoscenza che muove lo scavo?)

Sono diversi i depositi archeologici (più piccoli, più vicini alla superficie, più vari e complessi da vedere). Non ci sono grandi strutture. Se togli tutta la sabbia a Ebla, sotto rimane la ziqqurat o la città… se scavi un tumulo funerario nel Dorset e togli tutta la terra… non rimane niente.

Scavi di fine '800-inizio '900: “scavi dell’attenzione”

Il terzo punto è anche l’approccio conoscitivo positivista europeo, attento al dettaglio. Scavi di fine '800-inizio '900 definiti “scavi dell’attenzione”. Operai in qualche maniera “specializzati” che non sono pagati per la loro capacità di muovere la terra, ma per farlo in modo pulito e in modo tale da poter essere analizzata. Tutto è fatto in modo meticoloso. Si inizia a registrare la posizione dei singoli reperti nelle quote relative (dove sono stati trovati). Quelli trovati più in basso sono potenzialmente i più antichi.

Contributo di Giacomo Boni

Contributo di Giacomo Boni, figura decisiva nello scavo. Non è un archeologo propriamente detto, ma un ingegnere, che – però – si applica allo scavo, soprattutto nel primo decennio dei primi vent’anni del '900. Compie una serie di scavi nelle aree del foro romano rimaste intatte dagli sterri dell'800 (scavi che non tengono conto della forma della stratificazione vengono definiti sterri). Lui lavora soprattutto nel Foro romano, amplissimamente sterrato in varie occasioni. Lo sterro più grande lo avevano prodotti i francesi nell'800 (scavo estensivo del foro fatto, in gran parte, con operai non specializzati – addirittura lavoratori forzati).

Pochissimi spazi erano rimasti non toccati e qui Boni applica una nuova strategia di scavo e la racconta nel libro “Il metodo negli scavi archeologici”. Per la prima volta compare una definizione di “metodo”. Come si fa uno scavo archeologico? Nel librino è scritto il metodo usato da Boni per scavare. È un metodo di scavo definibile come “stratigrafico”. Lui scava una fase dopo l’altra. Dice: prima di eliminare una fase e passare alla successiva si rende conto che nel Foro romano non c’è terra sopra e passato sotto: il passato è molto complicato, in cui si sono succedute fasi diverse di occupazioni del sito. Immagina di poter ricostruire queste fasi di occupazione del sito partendo dalle più recenti fino ad arrivare a quelle più antiche.

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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lucabeagle di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodologia della ricerca archeologica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Siena o del prof Zanini Enrico.
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