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Archivistica II – 03/03/2021

La dottrina archivistica

Dove ci eravamo lasciati lunedì? La dottrina archivistica, negli ultimi decenni, ha teso a una valutazione della possibilità di tipologizzare i fenomeni archivistici. Gli archivi non sono qualcosa che esiste al di fuori dell’attività umana → non sono un fenomeno naturale (anche se talvolta si usa) → sono diretta conseguenza di un’attività. Gli archivisti da Casanova in poi hanno evidenziato come archivi fossero conseguenza della vitalità di un’istituzione → distinzione di “archivi vivi” da “archivi morti” o da archivi prodotti da soggetti nel pieno della loro attività rispetto ad archivi di istituzioni o soggetti che, invece, l’hanno cessata.

Classificazione degli archivi

Riportare questa vasta fenomenologia a schemi interpretativi significa avere riferimenti logici per poter fare “confrontabilità dei fenomeni” (se dico che gli archivi sono infiniti e in infinite forme, non faccio scienza, ma un censimento senza poter trovare regole o fili conduttori interpretativi). La prima distinzione/classificazione la possiamo fare sulla vita degli archivi, vivi o morti; o meglio, archivi correnti, di deposito, storici (tripartizione storica della teoria archivistica prevalente, soprattutto, in Italia):

  • Archivio corrente → soggetto produttore ha necessità impellente di produrre carte, conseguentemente alla sua attività quotidiana;
  • Archivio di deposito → accantonato per eventuale riuso;
  • Archivio storico → usato pressoché soltanto ad usi culturali (senza escludere interessi amministrativi).

La produzione documentaria va considerata in riferimento al momento in cui quella comunità, quel soggetto, quel cancelliere o contabile realizza quel documento. Quando esaminiamo storicamente la formazione degli archivi, dobbiamo porci il problema di come questi si sono formati e sono stati gestiti.

Tipologizzazione tra archivi pubblici e privati

Abitualmente, un’altra classificazione che usiamo e che è importante considerare è la tipologizzazione tra archivi pubblici e privati. Questo deriva dalla nostra concezione di pubblico-sfera pubblica / privato-sfera privata. Dobbiamo considerare la dimensione istituzionale: quali istituzioni producono documenti? Se le elencassimo, faremmo elenco lungo, di poco senso. Proprio nella volontà di creare categorie logico-giuridiche dobbiamo pensare, partendo dalla contemporaneità, che possiamo distinguere tra organi centrali e periferici dello stato. Possiamo già abbastanza facilmente applicare questo concetto a istituzioni dell’età moderna.

Ragionando in termini istituzionali (archivio di…) aggiungiamo un complemento di specificazione alla parola “archivio”, che non è un semplice e generico appellativo, ma qualcosa che diviene strutturale. Filippo Valenti (lettura in bibliografia) → è come l’alveo di un fiume → qualcosa di intimamente collegato (anche se il fiume si secca, l’alveo del fiume è visibile → allo stesso modo, anche se perdo un archivio, io so che quell’istituzione ha prodotto un archivio, in quanto elemento vitale della sua esistenza).

Stesso concetto applicabile anche in passato → es. Granducato di Toscana diviso (in età moderna) in due Stati: lo Stato nuovo (tutto ciò che il Granducato assorbe con la conquista di Siena, a metà del 1500) e lo Stato vecchio (quello fiorentino). Le due capitali, Siena e Firenze, hanno degli organi centrali (Firenze ha organi anche sovra-centrali rispetto a Siena). Poi ci sono tutta una serie di uffici periferici, che possono riguardare l’ambito amministrativo, della giustizia…

Fenomeni archivistici e istituzioni

Questo ci aiuta a capire fenomeni archivistici: aiuta gli archivisti a capire dove sono quando studiano un archivio (cosa stanno studiando); aiutano anche i ricercatori, nel fare la domanda giusta all’archivio. Per fare la domanda giusta bisogna anche capire qual è l’istituzione che ha una competenza e riuscire a capire l’archivio competente dov’è e cos’è.

Un’altra categoria è quella degli enti pubblici, che giuridicamente sono enti con funzione pubblica, ma autonomi dallo Stato → lo vedremo, studiando i comuni. Un altro esempio sono le regioni (hanno competenze sulla sanità, per cui c’è una dialettica Stato-regioni, che deriva dal fatto che certe competenze sono svolte dalle regioni → autonomia). Nella loro autonomia, le regioni hanno funzioni che esercitano con discrezionalità.

Quando traduciamo tutto questo in archivi, queste considerazioni le ritroviamo. Quando valutiamo il rapporto tra una comunità di età moderna e la città/stato dominante (e il contesto giuridico-istituzionale in cui quella comunità opera) noi ritroviamo quella dialettica (quando una comunità deve rinnovare il proprio statuto → autonomia controllata). Questa dialettica autonomia-sottoposizione è presente in tutta la storia delle istituzioni del nostro paese, ma non solo.

Specificità istituzionale nel contesto privato

La specificità istituzionale si ha anche nel contesto privato. Chiamo istituzioni con la I maiuscola quelle che sono delle “articolazioni” del sistema politico pubblico (Camera dei Deputati, Presidenza della Repubblica, Ministeri, Questure, Prefetture Agenzia delle Entrate…). Chiamo istituzioni (archivisticamente) anche un soggetto privato che ha un’attività tale da produrre documenti (Casanova → non ha archivio il nullatenente → il singolo individuo che non ha possibilità economica da produrre documenti e che vive alla giornata, non ha un archivio → Casanova dice una stupidaggine da questo punto di vista). Siccome è la dimensione giuridica (e in questo Casanova aveva ragione) a creare l’archivio, la persona acquista una casa, si fa il patrimonio, gestisce tutto… ha più difficoltà a las

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/08 Archivistica, bibliografia e biblioteconomia

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