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Concetti Chiave

  • Le elezioni del 1919 in Italia segnarono l'inizio di un periodo di instabilità politica, a causa dell'introduzione del sistema proporzionale che rese difficile formare un governo solido.
  • I partiti "di massa", in particolare i socialisti e i popolari, emersero come attori principali, ma il frazionamento delle forze politiche creò un'aula ingovernabile.
  • Il conflitto culturale tra liberali, socialisti e cattolici ostacolò qualsiasi accordo legislativo, lasciando il Parlamento immobile di fronte alle necessità del dopoguerra.
  • Francesco Saverio Nitti tentò di mantenere unita la maggioranza governativa, ma le crescenti proteste portarono alla sua sostituzione con Giovanni Giolitti.
  • Nonostante la lunga esperienza di Giolitti, la sua incapacità di affrontare le nuove istanze sociali e le crisi economiche contribuì a creare un clima di insoddisfazione e ricerca di cambiamento radicale.

In questo contenuto si parlerà del governo in Italia nel periodo dopo le elezioni del ‘19.

Il caos elettorale del '19 e il nodo della governabilità

Le elezioni italiane del 1919 segnarono l'inizio dell'instabilità del Paese. Per la prima volta venne introdotto il sistema proporzionale, una novità che, se da un lato garantiva più democrazia, dall'altro rese quasi impossibile creare un governo solido. I vecchi leader liberali, abituati a gestire il potere in piccoli gruppi, si presentarono divisi in diverse liste frammentate. Nonostante avessero raccolto complessivamente la maggioranza relativa dei voti, si ritrovarono con soli 200 seggi alla Camera: troppi pochi per comandare da soli.
Allo stesso tempo, il voto premiò i partiti "di massa". I socialisti fecero il pieno di consensi, diventando ufficialmente la forza principale del Paese con 150 deputati, un numero impressionante ma non sufficiente per formare un governo autonomo. A complicare ulteriormente il quadro ci fu l'esordio dei popolari, il partito cattolico guidato da don Luigi Sturzo, che ottenne un risultato eccellente portando in Parlamento circa 100 rappresentanti. Questo frazionamento creò un’aula ingovernabile, dove nessuno aveva la forza necessaria per decidere davvero.

Muri ideologici e scontri in Parlamento

Il vero problema del dopoguerra non era però solo numerico, ma culturale. Le tre grandi aree politiche liberali, socialisti e cattolici parlavano lingue diverse e nutrivano una profonda diffidenza reciproca. Farli sedere allo stesso tavolo per scrivere una legge era un'impresa titanica. Il contrasto più aspro riguardava senza dubbio il rapporto tra la sinistra e il mondo cattolico.
I socialisti, seguendo alla lettera la dottrina marxista, erano dichiaratamente atei e non riconoscevano alcun peso politico o morale alla Chiesa. Questo anticlericalismo militante rendeva impossibile qualsiasi accordo con il Partito Popolare. In un momento in cui l'Italia aveva bisogno di riforme urgenti per uscire dalla crisi economica del dopoguerra, i partiti passavano il tempo a litigare su questioni di principio. Senza una visione comune su temi come la proprietà privata o l'istruzione, il Parlamento finì per restare immobile, incapace di offrire soluzioni concrete ai cittadini.

La caduta di Nitti e l'illusione del ritorno di Giolitti

In questa situazione di stallo totale, Francesco Saverio Nitti si trovò a navigare a vista come capo del governo. Cercò in ogni modo di tenere insieme i pezzi della maggioranza, ma i numeri non lo aiutavano e le proteste di piazza crescevano ogni giorno. Alla fine, il Re Vittorio Emanuele III si convinse che l'unico modo per uscire dal vicolo cieco fosse richiamare "l'usato sicuro": Giovanni Giolitti.
Giolitti tornò alla presidenza del Consiglio quando aveva ormai ottant'anni. Era l'uomo che aveva dominato la politica italiana per decenni, un maestro della mediazione parlamentare. Eppure, il Paese che si trovò davanti era molto diverso da quello che ricordava. Gli anni della trincea avevano cambiato la testa degli italiani, che ora volevano risposte forti e non più piccoli aggiustamenti di potere.
Giolitti usò i vecchi metodi per gestire conflitti nuovi, fallendo nel tentativo di intercettare il desiderio di rivoluzione e cambiamento che animava il popolo. La sua incapacità di comprendere la rabbia delle masse e la crisi economica lasciò l'Italia in uno stato di sospensione pericolosa, spianando involontariamente la strada a chi, poco dopo, avrebbe promesso l'ordine attraverso la forza.

Domande da interrogazione

  1. Qual è stata la principale novità introdotta dalle elezioni italiane del 1919?
  2. Le elezioni del 1919 segnarono l'introduzione del sistema proporzionale, che, sebbene garantisse più democrazia, rese difficile la creazione di un governo stabile a causa della frammentazione dei partiti (testo).

  3. Quali partiti emersero come principali forze politiche dopo le elezioni del '19?
  4. I socialisti divennero la forza principale con 150 deputati, seguiti dai popolari, guidati da don Luigi Sturzo, che ottennero circa 100 rappresentanti, contribuendo al frazionamento dell'aula parlamentare (testo).

  5. Qual era il problema culturale che complicava la governabilità in Italia dopo le elezioni del '19?
  6. Le tre aree politiche principali (liberali, socialisti e cattolici) parlavano lingue diverse e nutrivano una profonda diffidenza reciproca, rendendo difficile qualsiasi accordo su questioni fondamentali (testo).

  7. Qual è stata la reazione del Re Vittorio Emanuele III alla crisi di governo?
  8. Il Re decise di richiamare Giovanni Giolitti, un politico esperto, nella speranza di risolvere la crisi, ma Giolitti si trovò di fronte a un'Italia molto cambiata e non riuscì a rispondere alle nuove esigenze del popolo (testo).

  9. Perché Giovanni Giolitti fallì nel suo tentativo di governare?
  10. Giolitti non comprese la rabbia delle masse e la gravità della crisi economica, utilizzando metodi obsoleti per gestire conflitti nuovi, lasciando l'Italia in uno stato di pericolosa sospensione (testo).

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