Interesse individuale
Il pensiero alla base del capitalismo nasce dall'idea che l'individualismo non è in contrasto con l'utilità generale (cioè i valori etici di efficienza, efficacia, etc.). Quindi l'interesse dei singoli coincide con l'interesse generale perché dalla somma delle individualità nasce il bene comune. Questo concetto è stato presentato in maniera satirica da Bernard De Mandeville e poi ripreso da Smith e Benjamin. Alla base di tutto vi è la convinzione che l'interesse dei singoli alla fine coincide con l'interesse generale (dalla somma dei vizi nasce il bene comune: l'invidia spinge all'emulazione di chi ha successo, il lusso crea lavoro, etc.).
Economia ed etica
Smith (primo classico) definisce l'interesse personale dell'individuo come prudenza comune, ossia come regola di condotta generalmente accettata e praticata, la quale è l'unione di: ragione e comprensione da una parte e del dominio di sé dall'altra. Il concetto di dominio di sé è stato ripreso da Smith dagli stoici, quali Catone e Seneca, ed indica una prevalenza di valori etici nel comportamento dell'individuo.
Alla base del pensiero di Smith non vi è il concetto che l'interesse del singolo coincide con quello generale, bensì che da un sistema di libertà naturale dei comportamenti ci si attende una conciliazione dell'interesse privato con l'efficienza – mano invisibile. Seppur la mano invisibile produca risultati sicuramente migliori di quelli derivanti da fenomeni coercitivi, non è detto che costituisca l'ottimo assoluto.
Economia di mercato fra costruzione induttiva e deduttiva
Smith non ha basato la sua descrizione del funzionamento dell'economia su ipotesi deduttive, bensì sull'osservazione di fatti e comportamenti considerati validi in ogni circostanza di tempo e luogo. A seguito di Smith, il pensiero economico classico si è evoluto, distinguendo due differenti indirizzi:
- Scuola classica (e in seguito neoclassica) basata su un orientamento deduttivo (Ricardo, Stuart Mill)
- Scuola storica basata su un orientamento empirico induttivo e quindi sull'analisi di fenomeni presenti nella realtà storica
Alfred Marshall
Riconobbe il limite della teoria classica sostenendo che quest'ultima aveva considerato gli uomini come un'entità omogenea.
La market failures
L'economia industriale si occupa dei casi nei quali le forze spontanee del mercato producono distorsioni all'equilibrio che perciò si allontana dal cosiddetto ottimo paretiano. Market failures o imperfezioni del mercato indica una vasta casistica:
- La produzione di beni pubblici e sociali che il mercato non è in grado di produrre nella quantità e nella specie desiderabile a causa di comportamenti opportunistici
- La presenza di fenomeni legati all'incertezza e all'instabilità che allontanano il sistema dall'equilibrio stabile
- La presenza di restrizioni alla concorrenza determinate dal potere monopolistico, che vanno dalla forma più blanda di concorrenza monopolistica alla forma più estrema nel caso di monopoli naturali
- La presenza del fenomeno delle esternalità, fenomeno per cui alcuni costi che derivano dalle decisioni di singoli operatori non risultano incorporate nel sistema dei prezzi che l'imprenditore prende in considerazione per le sue scelte
- La presenza di costi di transazione che rende il ricorso al mercato più rischioso
- Il fenomeno dell'asimmetria informativa che si determina quando una parte degli operatori di mercato dispone di informazioni rilevanti in merito al prodotto, che invece non sono disponibili per gli altri
L'insieme di queste failures rende la realtà dei mercati molto diversa da ciò che si avrebbe in base agli assiomi della concorrenza perfetta.
Le correzioni al mercato
a) Il primo problema dell'economia di mercato è rappresentato dalla debolezza dei lavoratori salariati rispetto ai capitalisti che offrono lavoro. Il problema era già stato osservato da Smith che sosteneva che i padroni potessero mettersi d'accordo molto più facilmente e soprattutto che la legge lo consentiva loro mentre non lo consentiva ai lavoratori. Ricchezza delle nazioni. Vi è quindi un'asimmetria di forza contrattuale fra capitalisti e lavoratori.
b) Il secondo ordine di problemi riguarda la capacità degli individui di badare a se stessi. Questi valori furono introdotti in buona parte con le riforme del presidente Roosevelt (New Deal) che mise in atto una serie di politiche sociali ispirate al principio di uguaglianza delle opportunità, introducendo assicurazioni sociali, pubblica istruzione, etc. Vedi welfare state più sotto.
c) Il terzo ordine di problemi suscitato dal sistema dell'economia di mercato è che questo sistema non riduce le disuguaglianze fra i soggetti dell'economia ma tende ad aumentarle, e dall'ulteriore problema della produzione di beni pubblici (ossia il problema della tassazione del reddito per finanziare la produzione di beni pubblici). Smith era completamente favorevole alla realizzazione di beni pubblici, bensì riconosceva la necessità dell'intervento pubblico finanziato con il prelievo di imposte, sostenendo che quest'ultime dovessero essere pagate dall'intera comunità in ragione alla capacità contributiva di ciascuno.
d) L'ultimo problema riguarda la stabilità e lo sviluppo. Il mercato produce instabilità per tre ordini di motivi:
- Quando l'elasticità dell'offerta è maggiore di quella della domanda di una particolare industria
- Instabilità dei prezzi dovuta alla moneta
- Il fenomeno del ciclo economico
Il mercato produce instabilità quando l'elasticità dell'offerta è maggiore di quella della domanda – teorema della ragnatela; a causa dell'instabilità dei prezzi dovuto alla moneta e a causa del fenomeno del ciclo economico. Al tempo di Adam Smith la stabilità non era propriamente considerata un valore in quanto i prezzi erano semplicemente la traduzione in moneta del valore economico. Fu Keynes a portare il concetto di stabilità in economia introducendo i concetti per cui la moneta non è estranea all'equilibrio dei mercati – stimolo della domanda effettiva comporta una crescita dell'offerta fino a portare il sistema alla piena occupazione e per cui il liberismo e la mano invisibile non garantiscono la stabilità e lo sviluppo – globalizzazione dei mercati finanziari (Bretton Woods). In seguito ai fenomeni di stagflazione, la rivoluzione monetarista della scuola di Chicago reintrodusse il valore della stabilità dei prezzi fino a diventare paradigma in tutte le forme di intervento dell'economia (es. pareggio di bilancio).
Le metodologie di analisi
La scuola di Harvard
Il metodo della scuola di Harvard si basa su un approfondimento della market failure determinato dal potere monopolistico. Si articola nel cosiddetto paradigma struttura-condotta-risultati. La tesi è che la struttura dell'offerta, quindi:
- Numerosità delle imprese
- Struttura delle imprese
- Barriere all'entrata
- Integrazione verticale
- Grado di differenziazione dei prodotti
Determinano le condotte dell'impresa, ossia:
- Politiche di prezzo
- Innovazione
- Investimenti per la produttività
- Spesa pubblicitaria
Da queste ultime derivano i risultati (performances), misurabili in termini di:
- Efficienza competitività
- Profitto
Quindi il modello di Harvard raggruppa le variabili che caratterizzano una particolare industria in 4 tipologie:
- Le condizioni di base
- Della domanda (elasticità, sostituibilità, tasso di crescita)
- Dell'offerta (materie prime, costo del lavoro, economie di scala)
- Le caratteristiche della struttura dell'offerta (ossia l'oggetto delle strategie delle imprese):
- Numerosità e dimensione imprese
- Barriere all'entrata
- Integrazione
- Differenziazione dei prodotti
- Diversificazione
- I comportamenti delle imprese:
- Politica dei prezzi
- Spesa pubblicitaria
- I risultati:
- Tasso di profitto
- Competitività
- Efficienza allocativa
Si tratta in questo caso di variabili esogene ossia che le imprese non possono esercitare su di esse alcuna azione modificativa. Esse possono causare distorsioni nella struttura dell'industria che ne allontanano la condizione da quella di concorrenza perfetta. Proprio per quest'ultima ragione, con l'economia industriale ispirata alla scuola di Harvard si può parlare di "economia dei mercati imperfetti".
È importante sottolineare che la relazione causale fra le variabili non è necessariamente univoca. Nonostante la struttura determina i comportamenti, questi possono avere un'influenza determinante sulla struttura.
Inoltre, questo modello della scuola di Harvard è fondamentalmente basato sull'osservazione, è quindi evidente l'influenza della scuola storica (o istituzionale) più interesse verso l'osservazione e minore verso l'elaborazione. Un altro elemento rilevante è costituito dall'influenza che si attribuisce all'intervento pubblico: la scuola di Harvard ritiene infatti che queste variabili, quali la struttura e il comportamento, possano essere influenzate dall'intervento pubblico. Tra le politiche di intervento pubblico ricordiamo la politica antitrust, la politica di regolamentazione. In qualche modo quindi la scuola di Harvard giustifica l'intervento pubblico in quanto animato dalla finalità di fare sì che le performances si avvicinino il più possibile all'interesse generale.
La scuola di Chicago
La scuola che può essere considerata la concorrente della scuola di Harvard, è quella di Chicago. Quest'ultima deriva dai tradizionali principi dell'economia classica e neoclassica, ma si caratterizza per più realismo. L'iniziatore della scuola fu Director, bensì il maggiore esponente è stato Stigler. Stigler rileva che quasi sempre gli interventi della "mano pubblica" sui mercati producono effetti molto diversi da quelli desiderati, e che conducono a risultati peggiori di quelli che le forze spontanee del mercato avrebbero determinato. Inoltre, Stigler dimostra che in molti casi gli interventi pubblici sono basati su valutazioni errate.
Quindi, in contrapposizione alla scuola di Harvard, la scuola di Chicago ritiene che il potere esplicativo dei fenomeni stia nel modello di concorrenza perfetta. Ciò significa che le performance dipendono essenzialmente dalla capacità di innovazione e di visione strategica dei manager. Sono quindi le migliori performance a formare posizioni dominanti e non viceversa (es. i risultati della Microsoft non dipendono dalla sua posizione dominante ma al contrario, quest'ultima dipende dalla capacità tecnologica e innovativa della Microsoft).
Mentre la scuola di Harvard giustifica e al limite sollecita qualche forma di intervento pubblico, la scuola di Chicago dà indicazioni opposte: restrizioni, protezioni, aiuti, allontanano le condizioni del mercato da quelle di concorrenza e si risolvono in un beneficio per pochi a cui corrisponde un onere per molti. Inoltre, per la scuola di Chicago le posizioni monopolistiche non sono necessariamente negative, a patto che siano garantite le condizioni di libertà di entrata ossia la contendibilità.
Differenze
Scuola di Harvard: giustifica l'intervento pubblico
Scuola di Chicago: è contraria all'intervento pubblico perché allontana l'economia dalla concorrenza perfetta. Accetta il monopolio a patto che garantisca la contendibilità.
La nuova economia industriale – La teoria dei giochi
La teoria dei giochi ha determinato un ritorno alla metodologia deduttivistica della tradizione classica e neoclassica. I maggiori esponenti sono Nash e Alchian anche se un buon contributo era stato già dato da Cournot con l'equilibrio oligopolistico e Bertrand. Un gioco è un modello formalizzato che descrive una situazione di comportamenti interdipendenti nel quadro di regole date, dove il risultato di ciascun giocatore dipende sia dalle sue scelte, sia dalle azioni compiute dagli altri giocatori. Quindi riportando il concetto alle imprese, il comportamento ottimale di un'impresa dipende:
- Dai propri costi di produzione, dal volume di produzione, etc.
- Da ciò che l'impresa presuppone sia il comportamento delle altre imprese
Dunque i risultati (performances) non dipendono solo dalla capacità di innovazione e dalla visione strategica dei manager (Chicago) ma anche dall'interazione di forze concorrenti nella produzione di valore.
Settore industriale o industria
Il termine industria o settore industriale si riferisce ai venditori. Il termine mercato si riferisce agli acquirenti. La prima definizione di industria è stata data da Andrews che definisce industria l'insieme delle imprese che utilizzano tecnologie simili e possiedono esperienze comuni, che rendono possibile produrre un particolare prodotto.
Mercato rilevante
È il più piccolo contesto nel cui ambito è possibile la creazione di un potere di mercato. Nello stabilire se permettere una fusione, le autorità antitrust esaminano le quote di mercato delle imprese, considerate come variabili approssimative del potere di mercato. In base alle linee guida pubblicate dalla Commissione europea, il mercato rilevante va definito sia sotto il profilo del prodotto che sotto il profilo geografico.
- Sotto il profilo del prodotto: comprende tutti i prodotti e servizi che sono considerati sostituibili dal consumatore
- Sotto il profilo geografico è definito come l'area nella quale le condizioni di concorrenza sono omogenee e che può essere distinta da zone geografiche contigue dove le condizioni di concorrenza sono differenti
Distretto industriale
Becattini propone un arricchimento del concetto di distretto industriale elaborato da Marshall. Nella sua formulazione, i distretti industriali possono essere riconosciuti laddove si riscontri:
- Un esteso numero di piccole imprese,
- Legate da relazioni verticali di cooperazione e
- Da relazioni orizzontali di concorrenza,
- Specializzate in una o più industrie complementari,
- In un'area limitata
Quindi il distretto si caratterizza come un'entità socio-economica caratterizzata dalla compresenza di:
- Una comunità di persone
- Una popolazione di imprese
Questo concetto di distretto mostra tutta la sua ascendenza marshalliana, infatti anche Marshall interpreta il distretto come un costrutto sociale ed economico. Il concetto di distretto ha avuto molta popolarità anche all'estero dove si fa riferimento al termine introdotto da Porter – concentrazione di imprese, in un ambito territoriale definito, interconnesse fra loro, che in alcuni casi si trovano a cooperare, in altri in competizione.
Welfare state
Nell'ambito dell'intervento statale riguardo ai fallimenti di mercato, oltre ai problemi di debolezza dei lavoratori rispetto ai capitalisti, di diseguaglianza sociale, dei beni pubblici, della concentrazione delle imprese e della protezione di sviluppo e stabilità, un altro ordine di correttivi è nato in relazione alla capacità degli individui di badare a se stessi. Questa capacità, per ragioni di età, di salute o di reddito non è necessariamente scontata.
Nell'arco della storia sono quindi nate una serie di iniziative volte ad incorporare questi valori, espressione di giustizia ed eguaglianza di un sistema economico. Il primo esempio di politiche sociali è il sistema introdotto da Otto Von Bismarck nella Germania del tardo '800, che istituiva un'assicurazione obbligatoria per il pensionamento dei lavori dipendenti una volta raggiunti i 65 anni. Successivamente anche la Gran Bretagna intraprese lo stesso cammino, dal governo liberale di Asquith e Churchill (1908-1910).
Il termine welfare state nasce però negli Stati Uniti con la presidenza di F.D. Roosevelt, che introdusse una serie di riforme ispirate all'uguaglianza delle opportunità e all'assistenza pubblica per coloro che non fossero in grado di assicurarsi il minimo necessario. L'elemento chiave è costituito dalle assicurazioni sociali, dalla pubblica istruzione e dalla fornitura di alloggi a prezzi compatibili anche con i minimi livelli salariali.
Le controversie riguardo alle politiche sociali sono numerose, come quella secondo la quale esse rischiano, se troppo benevolenti, di essere un disincentivo al lavoro produttivo, come nel caso di sussidi di disoccupazione troppo elevati. Inoltre, il welfare state ha un peso economico enorme sulle casse statali e questo porta alla serie di problematiche relative al suo finanziamento. Infine, ulteriori controversie sorgono riguardo l'efficienza delle burocrazie e dei monopoli pubblici preposti alla produzione e all'erogazione dei servizi relativi.
Proprio i principi di uguaglianza e tutela dei più svantaggiati, che tramite l'introduzione delle politiche sociali vengono affiancati ai principi di ordine economico, hanno portato alla creazione del termine "economia sociale di mercato" per definire le moderne economie occidentali.
La teoria dell'impresa
Ruolo e natura dell'impresa
Grazie al contributo di Coase, l'impresa fu descritta come una forma di associazione particolare, dotata di una...
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