Franco Volpi: introduzione all’economia dello sviluppo
I riassunti sono particolarmente accurati dal sviluppo economico si diffondono e vengono ad indicare due famiglie di teorie e modelli. Si parla di crescita per i paesi con un certo livello capitolo 1 all’ 8; i capp. 9-10-11 sono di reddito pro-capite (industrializzati) riferendosi ai modelli formalizzati che definiscono le condizioni per cui un sistema soltanto una traccia. Ai fini dell’ esame economico può raggiungere il più elevato tasso di aumento del proprio reddito.
Si parla di sviluppo con rif. ai paesi il cui reddito è inferiore sono importantissime le appendici… in cui ad un certo livello (200 dollari USA del 1980 secondo la definizione di sono riportati i grafici che su questi Lewis) riassunti non sono disegnati… È così definito un campo della ricerca economica basato sulla dicotomia sviluppo \ sottosviluppo, termini che denotano due diverse condizioni o stati quantificabili in base alla misurazione del prodotto nazionale pro-capite: lo sviluppo è il processo di passaggio da una condizione all’ altra; si parla di economie arretrate e di economie avanzate.
Tale dicotomia implica un giudizio di valore, che ha il suo fondamento nell’ idea di progresso, nell’ ideologia del capitalismo come stato ‘naturale’, nell’ ottica eurocentrica.
L’ orientamento dell’ autore risente dell’ influenza del pensiero di Streeten e Sen, sostenendo delle strategie di sviluppo che valorizzino le risorse umane, non impongano la povertà e l’ emarginazione sociale di larghe masse come condizione della crescita e che portino alla soddisfazione dei bisogni fondamentali, materiali ed immateriali, degli uomini.
Cap. 1 – (pp. 15-35)
Sviluppo e sottosviluppo: concetti ed ideologia
1. Che cos’è lo sviluppo
Definizione letterale: modificazione quantitativa nel tempo attraverso stadi successivi.
Sviluppo economico: l’espressione è relativamente recente e può avere differenti accezioni, secondo le idee e le teorie che vengono sostenute:
Per gli economisti classici, l’attenzione è concentrata sui comportamenti, le leggi economiche, le istituzioni che modificano nel tempo la ricchezza di una società;
- Tra il periodo degli economisti classici e la diffusione delle idee di Keynes, il pensiero economico prevalente (ad eccezione di Marx e Schumpeter), si pone come problema centrale l’ottima allocazione delle risorse piuttosto che il loro accrescimento; l’economia viene studiata come un insieme di flussi circolari e si cercano le condizioni che ne consentono la riproduzione semplice in equilibrio; il mutamento nel tempo rimane fuori dal quadro.
- Dopo la seconda guerra mondiale, i problemi del mutamento economico acquistano un nuovo rilievo, i termini crescita economica e sviluppo economico si diffondono e vengono ad indicare due famiglie di teorie e modelli. Si parla di crescita per i paesi con un certo livello di reddito pro-capite (industrializzati) riferendosi ai modelli formalizzati che definiscono le condizioni per cui un sistema economico può raggiungere il più elevato tasso di aumento del proprio reddito.
Si parla di sviluppo con rif. ai paesi il cui reddito è inferiore ad un certo livello (200 dollari USA del 1980 secondo la definizione di Lewis). È così definito un campo della ricerca economica basato sulla dicotomia sviluppo \ sottosviluppo, termini che denotano due diverse condizioni o stati quantificabili in base alla misurazione del prodotto nazionale pro-capite: lo sviluppo è il processo di passaggio da una condizione all’ altra; si parla di economie arretrate e di economie avanzate.
Tale dicotomia implica un giudizio di valore, che ha il suo fondamento nell’ idea di progresso, nell’ ideologia del capitalismo come stato ‘naturale’, nell’ ottica eurocentrica.
2. L’ idea di progresso
L’ idea di progresso non è sempre esistita, ma ha origine nell’Europa del XVI secolo (prima di questa epoca il mito dell’ età dell’ oro portava a considerare il progresso come decadenza, e la storia come una successione di cicli che si ripetono nel tempo).
Anche l’ atteggiamento delle culture europee nei confronti del mondo esterno varia storicamente.
- XVI-XVIII sec.: (epoca delle grandi scoperte geografiche) i popoli ‘selvaggi’ si trovano allo stesso grado di sviluppo degli europei nel passato, ad uno stadio inferiore di sviluppo (comparativismo basato sull’ idea di arretratezza); il che comporta un movimento inesorabile verso il progresso, al culmine del quale si trova proprio la civiltà europea.
3. Il progresso economico
Il passaggio dall’idea generale di progresso a quella di progresso economico avviene nel XVIII secolo: secondo la concezione dominante tutti i popoli sono passati attraverso una successione temporale delle attività economiche prevalenti: lo stadio della caccia e della pesca, quello della pastorizia, quello dell’agricoltura. Il passaggio da uno stadio all’altro avviene con l’aumento della produzione e quindi della popolazione, attraverso la nascita di nuove istituzioni sociali, come, ad esempio, la proprietà.
Secondo Turgot, nel quarto stadio, quello della società commerciale, prevalgono la separazione dei mestieri e la divisione del lavoro, l’ineguaglianza tra gli uomini, l’estensione dello scambio e del commercio e il principio dell’accumulazione capitalistica.
Nel periodo dell’industrializzazione, lo sviluppo economico viene assunto sempre di più come indice privilegiato di progresso sociale e come criterio di confronto tra diverse culture.
Industrializzazione = sviluppo e progresso.
Secondo Adam Smith è la divisione del lavoro la causa principale della ricchezza delle nazioni; è il libero mercato, conforme alla natura ed ai principi del calcolo razionale che non deve essere ostacolato da vincoli obsoleti.
4. L’ ottimismo degli economisti
Adam Smith affermava che l’ apertura al commercio internazionale permette di superare la ristrettezza del mercato interno e di spingere la divisione del lavoro al massimo grado della sua efficienza.
David Ricardo introdusse, con la sua teoria dei vantaggi comparati, l’ idea che l’ apertura al mercato internazionale porta vantaggi a tutti i soggetti coinvolti.
John Stuart Mill afferma che il commercio internazionale, oltre ad apportare dei vantaggi in termini di produttività e ricchezza, produce degli effetti positivi sul sistema socioculturale e sulla sua vitalità.
Per Marx, il formarsi di rapporti economici extraeuropei è il risultato di un processo conflittuale che vede gli stati europei sterminare, saccheggiare e conquistare i paesi extraeuropei; nonostante questo egli considerava l’ espansione del capitalismo nei paesi extraeuropei come un fattore di progresso, portatore dei rapporti sociali capitalistici, condizione necessaria per il successivo sviluppo delle forze rivoluzionarie che avrebbero rovesciato il sistema capitalistico delle classi.
5. La nascita dell’ economia dello sviluppo
L’ ottimismo degli economisti dell’Ottocento appare irrimediabilmente incrinato. Negli anni ’40 cominciano ad affermarsi le condizioni per la nascita dell’economia dello sviluppo:
- I movimenti nazionalistici asiatici e africani cui si assiste nel secondo dopoguerra, si sviluppano con l’indebolimento delle potenze europee e per l’ influsso delle idee di libertà e indipendenza agitate durante il conflitto; i nuovi soggetti statuali prendono il loro posto, in condizioni di parità formale, nell’ ONU, attirando così l’ attenzione delle istituzioni internazionale e degli economisti sulle esigenze dei rispettivi popoli.
- La situazione dell’area latino-americana: alla crisi economica degli anni ’30, con la contrazione della domanda estera dei prodotti agricoli e delle materie prime ivi prodotte, segue l’ affermazione di partiti nazional-populisti che si fanno portatori delle esigenze del nascente proletariato e della piccola borghesia urbana in termini di occupazione, salari, sicurezza sociale; questi processi aprono il dibattito e la riflessione sulle cause del sottosviluppo e sulle politiche da seguire.
- L’esempio dell’Unione Sovietica, che aveva portato avanti, dagli anni ’30, un processo di industrializzazione accelerata secondo i piani quinquennali e nel contesto di un’ economia collettivizzata e centralizzata; la seconda guerra mondiale assegnava all’ URSS il ruolo di superpotenza mondiale ponendosi come alternativa al capitalismo: la via allo sviluppo non era più univoca.
- L’influenza sul pensiero economico della General Theory di Keynes, che costituisce un punto di rottura rispetto all’economia classica. Il capitalismo è ora proposto come problema, per l’ insufficienza dei suoi meccanismi nell’ assicurarne la riproduzione nella piena occupazione.
- I modelli di crescita: negli anni successivi il modello di Keynes viene arricchito da una famiglia di modelli di crescita che mirano a dinamizzarne la visione in una più ampia prospettiva temporale. Va incrinandosi il principio di unicità e universalità del modello economico classico prevalente.
- La nascita della moderna contabilità nazionale, con l’ elaborazione di metodi per misurare il prodotto di un paese e di confrontare le disparità economiche tra paesi diversi, dà un importante contributo al concetto di sottosviluppo e alla creazione di indicatori e indici statistici.
- Il contributo dell’ONU nel secondo dopoguerra: le prime statistiche pubblicate furono quasi uno shock nella loro evidenza. (Reddito medio Africa: 75 dollari; America: 1.100).
6. Il paradigma della modernizzazione
I problemi posti agli economisti dalla constatazione del divario esistente:
- Perché il sottosviluppo?
- Come colmare il divario esistente?
(Il paradigma dominante: visione etnocentrica, idea di progresso, impostazione evoluzionistica, ricorso al comparativismo.)
Il modello degli stadi di sviluppo di Rostow (evoluzionista e comparativista) - Processo evoluzionistico mosso da forze endogene, valido per tutti i paesi.
Ogni società si sviluppa attraverso 5 stadi:
- Economia agricola tradizionale: bassa produttività, bassi livelli di risparmio e di investimento, limitata mobilità sociale, sistema di valori fatalistico.
- Secondo stadio: nascita di una nuova mentalità aperta all’ idea di progresso, aumento di risparmio e investimento, affermazione di un governo nazionale che promuove i trasporti e le telecomunicazioni.
- Stadio del take-off (decollo): gli ostacoli che impedivano lo sviluppo sono rimossi, investimenti in ascesa, nascita dell’ industria manifatturiera, iniziativa individuale e successo diventano valori diffusi.
- Stadio della maturità: il progresso tecnologico permette all’ industria di produrre tutti i beni di consumo interno o di esportazione.
- Quinto stadio, della produzione e del consumo di massa; settori trainanti sono quelli dei beni di consumo durevoli e dei servizi, che consentono di creare risorse aggiuntive per una politica di potenza o influenza internazionale.
Il paradigma della modernizzazione, in generale, può definirsi come quel modello che legge il mutamento sociale come quel processo di cambiamento verso i tipi di sistemi sociali, economici e politici sviluppatisi in Europa occidentale e nel Nord America dal XVII al XIX secolo. Tale paradigma si basa sulla dicotomia tradizionale-moderno.
Due le principali conseguenze di questa dicotomia:
- Una derivante dalla definizione in negativo delle società tradizionali, nei termini di ciò che le rende differenti dalle società ‘avanzate’ ignorando così le profonde differenze esistenti.
- L’altra dall’assunzione dei valori propri della società capitalistica come termine di confronto, impedendo la comprensione di società diverse: le differenze sono tradotte in termini di usanze irrazionali e inspiegabili, non conformi alla razionalità economica, oppure interpretate con le categorie generali dell’ economia come forme elementari delle forme più complesse presenti nelle economie avanzate (l’idea di sottosviluppo come stadio originario).
L’ ideologia di una missione civilizzatrice dell’uomo bianco giustificava così le imprese delle potenze coloniali.
Cap. 2 - sottosviluppo come processo
1. Alternative al paradigma della modernizzazione: le teorie dell’ imperialismo e della dipendenza
(Teorie definite radicali o neo-marxiste)
Tali teorie sono caratterizzate da un’ impostazione critica nei confronti dell’ economia e della società capitalista. Rispetto a Marx, tali teorie non condividono l’ idea dell’ espansione capitalista come fattore di progresso, ma accolgono l’ idea della storia come storia di conflitti e contraddizioni fra interessi contrapposti.
1.1. La teoria dell’imperialismo
Applica all’analisi del capitalismo contemporaneo e dei rapporti tra i paesi sviluppati e quelli sviluppati il concetto di imperialismo.
Lenin: l’ imperialismo è la fase monopolistica del capitalismo che, tra la fine del XIX e l’ inizio del XX sec., presenta le seguenti caratteristiche: concentrazione monopolistica del capitale, fusione del capitale industriale e di quello bancario in capitale finanziario, importanza crescente dell’ esportazione di capitali, la nascita di associazioni internazionali di capitalisti, la ripartizione delle colonie tra le potenze.
Hobson: l’imperialismo ha la sua radice economica nell’eccesso di risparmio e nella limitatezza del consumo interno causati dalla sperequazione del reddito, che spingono i capitalisti a ricercare mercati esterni; e la sua radice politica nella convergenza tra interessi economici, ideologie nazionaliste e militarismo, dominio sulle razze inferiori.
Luxemburg: la domanda generata in un’ economia capitalistica non può essere sufficiente a realizzare interamente il plusvalore prodotto: di qui la necessità di trovare altri mercati esterni; l’ imperialismo mostra che il graduale esaurirsi degli spazi esterni al capitalismo ne sancirà la fine.
Kautsky: il capitalismo non solo ha esaurito il suo ruolo propulsivo allo sviluppo, ma ne è diventato un ostacolo.
Baran: le continue crisi dei paesi avanzati si risolvono solo con guerre e spese militari dimostrano che solo il superamento del vecchio modo di produzione e il passaggio al socialismo può essere una risposta ai problemi del sottosviluppo.
Critiche alle teorie dell’ imperialismo
- Le analisi di Lenin si rivelano utili solo fino alla seconda guerra mondiale, incapaci di rendere conto del periodo successivo. Il termine imperialismo è stato usato in molteplici accezioni.
- L’ interesse dei teorici dell’ imperialismo si focalizza soprattutto sulla parte sviluppata e dominante.
- Il fondamento della teoria dell’imperialismo come carattere del capitalismo contemporaneo, sta nell’incapacità del sistema capitalistico di realizzare il plusvalore e di trovare impieghi per il profitto realizzato; (legge della caduta tendenziale del saggio di profitto): l’esportazione di capitali e la ricerca di mercati nelle aree esterne hanno perso in parte il ruolo attribuitogli come elementi propri di una specifica fase del capitalismo.
- Il sistema socialista non offre più un modello di sviluppo alternativo a quello capitalistico…
1.2. La teoria della dipendenza
Definisce il concetto di dipendenza, come condizione caratterizzante i paesi sottosviluppati rispetto a quelli sviluppati, sulla scia degli indirizzi di ricerca sviluppati dalla commissione economica dell’ ONU per l’ America Latina, con una novità: gli autori che si richiamano a questa teoria sono prevalentemente economisti appartenenti ai paesi in via di sviluppo, facendosi testimoni del punto di vista di questi ultimi.
La tesi centrale è che sviluppo e sottosviluppo sono interconnessi e che il rapporto tra la parte sottosviluppata e quella sviluppata è un rapporto di dipendenza. I paesi dominanti hanno uno sviluppo basato su impulsi endogeni, mentre l’economia dei paesi sottosviluppati si espande o si contrae come riflesso degli andamenti delle economie dei primi. Tale sistema si perpetua grazie sia alla spirale cumulativa che incrementa il divario, sia ad opera di fattori interni ai paesi sottosviluppati, come la coincidenza tra gli interessi di alcuni settori sociali privilegiati con quelli dei paesi dominanti.
Le forme della dipendenza mutano nel tempo: prima l’ economia dell’ America Latina dipendeva dalle esportazioni di prodotti agricoli e minerari; poi dagli investimenti e dai prestiti; infine dall’ importazione di tecnologie avanzate.
Un’ altra tesi sostiene che il meccanismo di sviluppo nei paesi ‘arretrati’ – comportando l’ importazione di tecnologie e di flussi di capitali esteri e il mantenimento di bassi salari – porta ad una distribuzione sperequata del reddito che riduce la capacità di acquisto delle masse limitando il mercato interno ed ogni impulso endogeno allo sviluppo.
Un’ altra tesi respinge quella della coesistenza nelle economie sottosviluppate di un settore capitalistico e di uno pre-capitalistico, e della necessità di sviluppare il primo per iniziativa di una borghesia nazionale progressista interessata ad eliminare le strutture tradizionali e a ridurre il potere delle oligarchie agrarie: la dipendenza tra settore moderno e tradizionale, invece, riproduce il rapporto di dipendenza esterna, poiché le classi dominanti di ciascun sistema hanno più interessi comuni che contrastanti.
Limiti della teoria della dipendenza
- Se da una parte questo modello interpretativo si presta alla ricerca e alla ricostruzione della storia dell’America Latina, dall’ altra il suo stesso correlato empirico crea non poche difficoltà di generalizzazione.
- Un altro limite consiste nell’indeterminatezza del concetto di dipendenza; la dipendenza non può definirsi in termini assoluti, ma come una condizione che si presenta per tutti, in gradi diversi: nessun paese può dirsi totalmente indipendente dagli altri.
- Indica le cause del sottosviluppo senza elaborare percorsi per uscirne. Qui i teorici si dividono tra quelli che vedono una possibilità solo nella fine del sistema capitalistico e quelli che intravedono la possibilità dei processi di crescita (per taluni dipendente, almeno in parte, da fattori endogeni).
1.3. Il contributo delle teorie alternative
Tali orientamenti hanno offerto stimoli a livello soggettivo vengono messi in evidenza, da un lato i rapporti tra i soggetti in base alle funzioni nell’ organizzazione dell’ economia (divisione tecnica e sociale del lavoro), da un lato i rapporti detti da Marx ‘rapporti sociali di produzione”, ossia i rapporti che si stabiliscono in base al modo in cui la società attribuisce ai soggetti il potere di disposizione sui mezzi e i prodotti del lavoro.
La formazione sociale è l’ insieme delle attività (economiche ed altre) in cui gli uomini entrano in rapporti definiti in termini di consanguineità, parentele, di potere o di dominio. La f.s. è un sistema che comprende i
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