Concetti Chiave
- Averroè propone la "doppia verità", argomentando che religione e filosofia possono affermare la stessa verità, ma in modi diversi.
- Il conflitto tra religione e filosofia viene risolto attraverso una stratificazione linguistica, distinguendo tra linguaggio realistico e metaforico.
- La conoscenza umana varia in base alle capacità individuali, creando una gerarchia sociale in cui i filosofi hanno il dovere di governare.
- Averroè suggerisce un governo ideale musulmano guidato da filosofi, unendo principi islamici e filosofici per una riforma politica.
- Il ragionamento di Averroè implica che il filosofo potrebbe considerare superflua la religione, generando il paradosso della "miscredenza averroista".
La doppia verità di Averroè
La questione della “doppia verità”, il cui maggior esponente è Averroè. Il Vero non contrasta con il Vero, cioè religione e filosofia affermano le stesse verità. Ci sono però delle problematiche:
Contrasti tra religione e filosofia
La religione dice che il mondo è creato, la filosofia che è eterno. La religione dice che il Paradiso è un giardino rigoglioso, la filosofia che il godimento dell’aldilà è spirituale. La religione dice che al momento della resurrezione risorgeranno anche i corpi, la filosofia invece scinde corpo da anima. Come è quindi possibile che filosofia e religione portino la stessa verità?
Linguaggio realistico e metaforico
Il principio generale è che la verità è unica, però è predicata in modo linguisticamente diverso. Non tanto nel diverso significato delle parole, ma nel sottile rapporto che esiste tra linguaggio e metafora. Ci sono parole che indicano quello che vogliono indicare, mentre altre indicano aspetti metaforici. Il linguaggio usato a due livelli differenti, realistico e metaforico, il tutto secondo le regole della metafora in lingua araba.
Il problema religione-filosofia viene quindi risolto attraverso la stratificazione linguistica: l’oggetto di cui si parla è sempre lo stesso, ma predicato in maniera differente.
Il linguaggio realistico è proprio della gente comune, del volgo. Il linguaggio metaforico invece esprime la verità vera, quindi è proprio del filosofo. Dio è una verità unica, ma viene figurato o come uomo dotato di grandi poteri seduto su un trono (linguaggio realistico) oppure come puro spirito e attributi della sua essenza (linguaggio metaforico).
Conseguenze ontologiche e sociali
Se ne traggono delle conseguenze:
1. Implicazione ontologica: l’Essere, per quanto viene compreso, è linguaggio. Ciò non significa che l’Essere è linguaggio, ma che si traduce la dimensione ontologica sul piano della comunicazione linguistica.
2. Implicazione antropologico-socio-epistemologica: la conoscenza degli uomini è proporzionale alle loro capacità. Non sono tutti uguali, ci sono quelli capaci di discernere e quelli che non ci riusciranno mai. Colti e incolti. Ma Averroè non è essenzialista: anche il contadino ignorante, se si educa, può diventare filosofo. In caso contrario però rimane ad un livello inferiore.
Gerarchia sociale e governo ideale
Esiste allora una gerarchia sociale. In modo platonizzante, Averroè sostiene che i filosofi non solo hanno il diritto, ma il dovere di governare. È da notare che il filosofo era un intellettuale che lavorava per la dinastia degli Almohadi. Non dice però che essi debbano essere abbattuti, ma dovrebbero loro stessi istruirsi e divenire filosofi. Dato che però non lo fanno, ci sono i filosofi ad aiutarli a governare. È un progetto politico di riforma che porta ad un governo ideale musulmano gestito dai filosofi o secondo principi filosofici. Una crasi tra Islam e filosofia, un governo retto perché si basa proprio su questa fusione.
Miscredenza e paradosso di Averroè
Non c’è però risposta definitiva alla questione della verità unica o duplice. Il ragionamento di Averroè non giunge a delle conclusioni, ma più che altro ad una “pericolosa” conseguenza: il filosofo può fare a meno della religione, visto che la verità vera è la sua. Si pone un omaggio formale alla religione, ma se ne può fare a meno. Questo è il fondamento della “miscredenza averroista”, che è però un paradosso: Averroè era tutt’altro che miscredente, ma un musulmano assolutamente sincero. È la dottrina applicata dai suoi seguaci a divenire miscredente. Si ha un’immagine posteriore dell’Averroè ateo.
Domande da interrogazione
- Qual è il concetto centrale della "doppia verità" di Averroè?
- Come si differenziano il linguaggio realistico e metaforico secondo Averroè?
- Quali sono le implicazioni ontologiche e sociali del pensiero di Averroè?
- Qual è la posizione di Averroè riguardo alla gerarchia sociale e al governo?
- In che modo il pensiero di Averroè si relaziona alla religione e alla miscredenza?
La "doppia verità" sostiene che religione e filosofia non contraddicono la verità, ma la esprimono in modi diversi, affrontando contrasti come la creazione del mondo e la natura dell'aldilà.
Il linguaggio realistico è accessibile alla gente comune, mentre il linguaggio metaforico esprime la verità profonda, riservata ai filosofi, evidenziando la stratificazione linguistica nella comunicazione della verità.
Averroè suggerisce che l'Essere si traduce attraverso il linguaggio e che la conoscenza varia in base alle capacità individuali, promuovendo l'idea che anche chi è ignorante può diventare filosofo attraverso l'educazione.
Averroè sostiene che i filosofi hanno il dovere di governare, proponendo un governo ideale musulmano che unisce filosofia e Islam, con l'obiettivo di riformare la società attraverso l'istruzione.
Sebbene Averroè rispetti formalmente la religione, il suo ragionamento implica che il filosofo possa fare a meno di essa, creando un paradosso in cui la sua dottrina viene interpretata come miscredenza dai suoi seguaci, nonostante la sua sincera fede musulmana.